Bibliometria sì, bibliometria no:
la valutazione della ricerca nelle scienze umane e sociali al bivio

di Maria Cassella

In Italia la valutazione della ricerca nelle scienze umane e sociali è un tema che ha subito a partire dal secondo esercizio di valutazione nazionale (VQR, Valutazione Qualità della Ricerca) una rapida accelerazione.
Sotto il profilo della valutazione qualitativa una linea di demarcazione si sta, ormai, delineando tra le monografie e i periodici pubblicati nel settore della ricerca umanistica e delle scienze sociali.
Le monografie pubblicate continuano a non essere soggette, se non in casi sporadici, a revisioni formali; possono in alcuni casi far parte di collane editoriali prestigiose la cui responsabilità è affidata ad un direttore scientifico che segue il piano editoriale ma non entra nel merito dei contenuti del singolo titolo. È prassi diffusa tra gli autori di area umanistica far leggere parte del proprio lavoro monografico prima della sua pubblicazione, ma questa consuetudine è formalmente lontana dal rigore di un processo di revisione.
Diversamente da ciò che accade per le monografie, i comitati scientifici di numerosi periodici di area umanistica hanno deciso di intraprendere la strada formale della certificazione tra pari (peer-review). La tecnologia sostiene il cambiamento: piattaforme di pubblicazione come Open Journal System (OJS) semplificano, infatti, per le riviste che nascono in formato digitale, la conduzione dell'intero processo di revisione tra pari. Oltre che costituire un criterio premiante negli esercizi di valutazione nazionali la peer review è conditio sine qua non per entrare nell'indice delle principali banche dati bibliografiche quali il Web of science e Scopus. Sotto il profilo della valutazione quantitativa si stanno aprendo per le scienze umane e sociali un ventaglio di ipotesi. Da un lato, e per fortuna, le scienze umane non sono state, fino ad oggi, oggetto di analisi bibliometriche.
Le riviste indicizzate dal Web of science nell'«Arts and humanities citation index» non sono incluse nel «Journal of citation reports»; la copertura disciplinare del Web of science e di Scopus rispetto alle scienze umane e sociali risulta in gran parte lacunosa anche se va apprezzato lo sforzo degli editori, Thomson Reuters e Elsevier, per includere nei rispettivi databases un numero sempre crescente di riviste del settore umanistico e socio-economico (da 1.700 a 4.700 dal 2002 al 2014 per il Web of science, mentre Scopus dichiara nel 2014 di indicizzare 3.500 riviste di area umanistica a fronte di 2.000 titoli indicizzati nel 2008)1; è doveroso, inoltre, registrare la crescente attenzione sia di Thomson Reuters che di Elsevier verso l'analisi citazionale applicata alla monografia accademica che resta, ad oggi, ancora il principale prodotto della ricerca nelle scienze umane e sociali2.
In Italia non esiste, al momento, una banca dati bibliografica che comprenda tutti i prodotti nazionali della ricerca e copra anche l'intera produzione della ricerca scientifica nel settore umanistico e socio-economico. I dati sulla ricerca prodotta dalle università italiane nel settennato 2004-2010 raccolti durante il secondo esercizio di valutazione nazionale (VQR) restano al momento secretati e accessibili solo in locale con qualche lodevole eccezione3. A queste criticità si somma una forte resistenza degli umanisti verso l'approccio bibliometrico alla valutazione.
Il valore di una citazione bibliografica è, in realtà, ampiamente riconosciuto sia in ambito scientifico che in ambito umanistico. Le citazioni bibliografiche, infatti, «simboleggiano legami cognitivi essenziali nel circuito di trasmissione e rielaborazione delle conoscenze. Essenziali al punto che Robert Merton [...] le considerava atomi di peer review»4.
La struttura della comunicazione scientifica nelle scienze umane e sociali sembrerebbe, tuttavia, rifiutare, per sua natura, la logica degli indici bibliometrici costruiti sulle citazioni. Gli umanisti appaiono scettici e divisi tra le potenzialità5 e i limiti di un'analisi bibliometrica, ancorché rigorosa, applicata alle scienze umane 6. Le molteplici pratiche citazionali adottate dagli umanisti renderebbero difficile l'analisi delle citazioni. La funzione stessa delle citazioni sembrerebbe essere diversa tra le scienze "dure" e le scienze "umane", dal momento che nelle prime le citazioni servono a sostenere o confutare una teoria scientifica mentre nelle seconde «risultano spesso essere citazioni rituali, bibliografiche, oppositive»7.
In Europa alcuni recenti studi hanno posto l'accento sulla necessità di creare un database bibliometrico per le scienze umane e sociali. In un rapporto prodotto per la Deutschte ForschungsGemeinschaft nell'ambito dello European scoping project si sottolineano cinque vantaggi nella creazione di un database bibliometrico europeo per le scienze umane e sociali.
Il primo è quello di consentire la costruzione di indicatori in grado di dimostrare la rendicontazione (accountability) dei fondi pubblici destinati alla ricerca.
Il secondo è quello di sviluppare indicatori per valutare l'eccellenza della ricerca.
In terzo luogo, i responsabili politici e finanziatori della ricerca potrebbero voler utilizzare il database bibliometrico per fornire una panoramica dei risultati della ricerca nelle scienze umane e sociali in Europa.
In quarto luogo, i finanziatori possono utilizzare il database bibliometrico come mezzo per individuare le aree della ricerca da sostenere maggiormente. Un database di questo tipo, infatti, metterebbe a disposizione dei finanziatori un portfolio di casi, contribuendo così alle decisioni relative all'allocazione delle risorse, in particolare nelle scienze umane dove c'è carenza di informazioni pertinenti.
Quinto, gli enti finanziatori della ricerca possono utilizzare le informazioni fornite dalla banca dati bibliometrica per mappare le aree di ricerca emergenti (spesso interdisciplinari) con lo scopo di garantire che siano adeguatamente dotate di risorse8. Gli autori dello studio sottolineano, altresì, che la realizzazione di un database di questo tipo è oltremodo complessa.
La complessità del progetto va ricondotta, in primo luogo, all'ampia tipologia di risorse che una banca dati per le scienze umane e sociali dovrebbe includere: riviste, monografie di ricerca e capitoli di libri, report, letteratura grigia, working papers, video e prodotti della ricerca delle arti performative ecc. Una seconda criticità è la mancanza di uniformità tra i dati presenti nei database disciplinari dai quali un'anagrafe di questo tipo potrebbe attingere i propri: Econlit, The Philosopher's index, The Sociological abstract ecc. Infine, nella costruzione di un database bibliometrico europeo per le scienze umane e sociali dovrebbe essere accuratamente definito l'approccio metodologico e il rapporto con le anagrafi nazionali già esistenti quali, ad esempio: SwePub, il catalogo svedese dei prodotti della ricerca, CRIStin, l'anagrafe delle pubblicazioni e dei progetti di ricerca norvegesi, il catalogo russo eLibrary.Ru, mantenuto dal Ministero russo dell'istruzione, che indicizza 3.500 riviste scientifiche9.
Il dibattito su una banca dati bibliografica/bibliometrica per le scienze umane e sociali si è acceso anche in Italia a partire da gennaio 2014, quando l'ANVUR ha presentato pubblicamente la sua proposta di realizzare una banca dati di questo tipo. L'idea va nella direzione di valorizzare la produzione scientifica nelle discipline umanistiche e si innesta in un bouquet di iniziative in corso in diversi paesi volte a sviluppare sistemi nazionali di documentazione scientifica e a creare basi dati bibliografiche nazionali. Se ai dati bibliografici si collegano, e successivamente si collegano tra loro, le citazioni allora il passo verso una bibliometria applicata alle scienze umane e sociali è breve.
Nel documento Specifiche preliminari per una base dati bibliometrica italiana nelle aree umanistiche e sociali l'ANVUR ha fornito le specifiche del database che si intenderebbe realizzare: il database includerebbe in via sperimentale le riviste di sola fascia A. Gli editori dovrebbero fornire il full-text e i metadati degli ultimi dieci anni delle riviste pubblicate; il database sarebbe finalizzato alla ricerca e alla valutazione della ricerca grazie all'estrazione delle citazioni dal corpus degli articoli considerati.
Le scelte fatte dall'ANVUR appaiono poco convincenti. In particolare, non convince del tutto la decisione di includere nel perimetro di azione della banca dati le sole riviste di fascia A escludendo, ancora una volta, le monografie e i capitoli di monografie. Non viene definito il costo complessivo dell'operazione che sembrerebbe ricadere prevalentemente sugli editori, laddove andrebbero calcolati anche una serie di costi indiretti che si esternalizzano sugli autori e sulle biblioteche. La metodologia proposta per la realizzazione del database «presuppone una serie di importanti operazioni preliminari di metodo (tecnica della citazione), di merito (natura e classificazione delle riviste di cui si raccolgono le citazioni) e tecniche (software) con effetti standardizzanti di cui non si valuta né il risvolto culturale né il peso che è addossato a soggetti esterni»10.
Le comunità scientifiche e professionali afferenti alle aree di ricerca CUN 10-1411 hanno espresso posizioni più o meno critiche, più o meno aperte sulla proposta dell'ANVUR. La creazione di un database bibliografico per le scienze umane e sociali sembrerebbe, infatti, prefigurare l'applicazione di indici bibliometrici alla valutazione della ricerca in queste discipline. Molti studiosi ed accademici esprimono preoccupazione per il fatto che la bibliometria possa prevalere sulla valutazione qualitativa e non venga, invece, considerata uno strumento ad essa complementare.
Come uscire dalla querelle sulla bibliometria applicata alle scienze umane e sociali? Cosa è ragionevole e sostenibile costruire in Italia in un contesto valutativo poco maturo che non ha ancora metabolizzato la recente difficile esperienza della VQR e dell'Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN), due momenti che hanno, comunque, realizzato l'effetto positivo di accrescere nelle comunità scientifiche la consapevolezza dei metodi e degli strumenti della valutazione?
La costruzione di una banca dati bibliografica nelle scienze umane e sociali sembra essere, ormai, un passaggio obbligato per le discipline umanistiche; infatti, un database di questo tipo potrebbe:

  • accrescere, a livello nazionale ed internazionale, la visibilità della ricerca umanistica prodotta in Italia;
  • favorire l'incontro e lo scambio di relazioni tra le comunità di umanisti che coltivano argomenti di ricerca simili o affini12.

Anche l'avvio sperimentale proposto dall'ANVUR ha una sua logica. Sembrerebbe opportuno partire dalla costruzione di una banca dati bibliografica che includa, inizialmente, i metadati relativi alla produzione di articoli e monografie, escludendo le altre tipologie di prodotti della ricerca e non ponendosi da subito l'obiettivo della valutazione. Questo potrebbe rappresentare il primo passo affinché le comunità di umanisti e di studiosi delle scienze sociali comincino concretamente a confrontarsi tra loro sul piano della produzione scientifica. In un secondo momento si potrà proporre l'estrazione delle citazioni dalle pubblicazioni indicizzate.
Per raggiungere tale ambizioso obiettivo l'ANVUR dovrebbe lavorare in stretta sinergia con gli editori attivi nel perimetro delle scienze umane e sociali, le associazioni professionali e le comunità di ricerca. Anche i costi di creazione e gestione di un database di questo tipo andrebbero verificati e discussi in modo puntuale. Andrebbe valorizzato l'apporto dei bibliotecari alla realizzazione di un database bibliometrico nazionale.
Le scienze umane e sociali devono, tuttavia, maturare verso la bibliometria un approccio più consapevole e razionale13. Il rifiuto concettuale della bibliometria da parte di molti umanisti appare poco giustificato se si pensa che un numero crescente di riviste di area umanistica aspira ad entrare nel Web of science e in Scopus. Un comportamento, ormai, diffuso che indica un graduale avvicinamento degli umanisti ai metodi della valutazione quantitativa. Quanto al dominio delle scienze sociali è opportuno sottolineare come includa una grande varietà di discipline e, tra queste, «discipline come la psicologia, la psichiatria, in parte l'economia e la sociologia, nelle quali le abitudini comunicative dei ricercatori sono molto simili a quelle dei loro colleghi fisici, chimici, biologi o medici»14. Per psicologi, economisti e sociologi la bibliometria è già un mal comune condiviso con le scienze dure15.
D'altro canto le metodologie quantitative proposte fino ad oggi per la valutazione dei lavori di ricerca nelle discipline umanistiche rientrano per lo più nell'ambito della riflessione teorica e sono poco praticate o, comunque, limitate nel loro ambito di applicazione.
Penso, ad esempio, alla Library catalog analysis (LCA), proposta in un articolo di Torres-Salinas e Moed16 e centrata sulle monografie. Si fonda sul principio che la valutazione di una monografia possa essere ricondotta alla presenza dell'opera nei cataloghi di un insieme selezionato di prestigiose biblioteche. La LCA è stata recentemente riproposta in ambito biblioteconomico in Italia da un contributo di Faggiolani e Solimine17 che rivendicano sulle pagine di «AIB Studi» il ruolo che le biblioteche possono avere nei processi di valutazione della ricerca, in modo particolare nell'ambito delle scienze umane e sociali.

Le "Altmetrics" per le scienze umane e sociali: un orizzonte lontano

In questo scenario ancora altamente controverso, ma sempre più multiforme la valutazione della ricerca nelle scienze umane e sociali potrebbe trarre notevoli vantaggi in termini di visibilità e impatto dal paradigma della rete, dal modello economico dell'accesso aperto e dall'applicazione delle nuove metriche del web18. Le «metriche alternative» del web (altmetrics) vengono lanciate dalla Public library of science (PLoS) nel 2009 per tracciare l'impatto in rete degli articoli pubblicati nella sua rivista contenitore «PLoSONE» e, successivamente, vengono estese a tutte le riviste pubblicate da PLoS19.
È del 2010 la pubblicazione del Manifesto sulle metriche alternative (Altmetrics manifesto). Nel contesto digitale i tradizionali filtri di valutazione non riescono più a reggere il passo con la velocità, il volume e la crescita esponenziale della letteratura scientifica. Gli ideatori dell'Altmetrics manifesto20 propongono, quindi, lo studio e l'utilizzo delle metriche derivate dal web (i downloads dell'articolo) e, in modo particolare, di quelle derivate dal Web 2.0 e, tra queste, le citazioni ed i commenti dei bloggers21, le citazioni contenute negli strumenti di social reference management (Mendeley, CiteULike, Zotero) o nei wiki (Wikipedia) per valutare l'impatto di un articolo in rete.
In tal modo, sostengono gli autori del manifesto, è possibile migliorare il processo di revisione tra pari aprendo la letteratura scientifica ai commenti degli utenti della rete, ma, soprattutto, è possibile valutare in modo più granulare, veloce22 e ampio la produzione scientifica di un ricercatore. In modo singolare le altmetrics innovano sia la valutazione qualitativa della ricerca che le metodologie quantitative.
Il dibattito in rete sull'utilizzo delle nuove metriche per la valutazione della ricerca è cresciuto in modo esponenziale in soli cinque anni23. Le nuove metriche hanno una serie di vantaggi: sono immediate e veloci, sono predittive delle citazioni tradizionali24 e le anticipano superandone i limiti temporali, dimostrano il reale impatto di una pubblicazione in rete: «le conversazioni online maturano molto più velocemente delle citazioni negli articoli di rivista [...] l'evocazione di un documento o di un autore non è riconducibile ad una semplice unità indifferenziata (la citazione), ma si presenta in un contesto utile ad esplicitarne il senso positivo o negativo (approvazione, rifiuto, critica ecc.)»25.
Il principale limite delle altmetrics è, per il momento, quello di non essere standardizzate; per questo motivo possono essere considerate solo complementari alle metriche tradizionali. Il contesto della rete è, tuttavia, estremamente fluido ed in continua evoluzione. A giugno 2013 il National Information Standard Organization (NISO) ha lanciato un progetto dedicato alle metriche alternative: il NISO Altmetrics project. Il progetto si propone di diffondere e standardizzare le nuove metriche di valutazione del web applicandole a vari prodotti della ricerca: dati, grafici, software e altre applicazioni.
Le metriche del web stanno imponendo con la loro repentina diffusione tra gli editori, i fornitori di servizi e, perfino, a livello delle singole istituzioni26 una veloce accelerazione ai concetti di valutazione, di autovalutazione e di certificazione. La potenzialità delle nuove metriche del web è stata sottolineata in positivo dalla stessa ANVUR. Ancora una volta le scienze umane e sociali rischiano, tuttavia, di restare ai margini di questi nuovi scenari. Da un lato la condizione essenziale per l'applicazione delle nuove metriche alle scienze umane e sociali è il passaggio al mezzo digitale che molti umanisti devono ancora completare. Dall'altro alcuni studi mettono in luce come esistano, anche nell'ambito delle nuove metriche, notevoli differenze di tipo disciplinare.
Jean Liu e Euan Adie, ad esempio, calcolano che un 30-40% degli articoli di ambito STM viene tracciato dalle altmetrics. Nelle scienze sociali, invece, questa percentuale scende al 10% ed è verosimile che il numero di articoli tracciati dalle metriche alternative sia ancor più basso se si considerano le sole discipline umanistiche. Queste ultime sono ancora scarsamente rappresentate dalle metriche del web. «Overall, altmetrics data are typically available for science, technology, engineering, and mathematics (STEM) fields, whereas disciplines in the humanities are currently poorly represented»27. L'approccio epistemologico multivariato, l'utilizzo peculiare degli strumenti del social web28 e la produzione di ricerca ancora molto focalizzata sulla monografia tendono a marginalizzare la ricerca umanistica, ad escluderla, almeno per il momento, dal sistema valutativo delle altmetrics.

Conclusioni

La valutazione della ricerca è un'attività oltremodo complessa, multidimensionale29. Un approccio valutativo corretto richiede una comparazione tra le diverse metodologie di valutazione. Dovrebbero, inoltre, essere chiaramente distinti i piani e gli obiettivi per cui si valuta (allocazione di risorse, procedure concorsuali, selezione dei progetti di ricerca ecc.).
Per le scienze umane e sociali l'evoluzione della riflessione sulla valutazione della ricerca passa, secondo chi scrive, attraverso tre strade.
In primo luogo appare fondamentale uscire dal campo del dibattito quotidiano sui temi della valutazione, dibattito che pure ha mostrato negli ultimi due anni i suoi innegabili punti di forza30. Sembra, ormai, un'esigenza improcrastinabile quella che si costituisca anche in Italia un centro di studi sulla valutazione della ricerca in grado di produrre studi e fare valutazioni rispetto ai molteplici tipi di indici bibliometrici31, alla loro evoluzione ed alla loro possibile applicazione alle diverse discipline di ricerca, nonché di sperimentare metriche valutative di tipo alternativo. In questa scia si è mossa l'ANVUR annunciando nel suo programma 2013-2015 la nascita di un Centro studi sulla valutazione «cui affidare il compito di raccogliere documentazione e di coordinare, svolgere e pubblicare in modo regolare studi e ricerche sulla valutazione della qualità del sistema universitario, della didattica e della ricerca pubblica nel suo insieme»32. Se l'idea sembra condivisibile la metodologia proposta appare, invece, discutibile e ha suscitato, ancora una volta, molteplici perplessità nel mondo accademico. Infatti, il Centro studi farebbe capo all'ANVUR stessa, mentre un approccio rigoroso alla valutazione della ricerca può essere garantito solo da un centro di ricerca indipendente. In Europa sono diffusi i centri specializzati nella valutazione della ricerca con una forte propensione verso la bibliometria; fanno capo a università (ad esempio: il CWTS dell'università di Leiden, la SPRU dell'università del Sussex), a biblioteche (l'ISSRU presso la biblioteca dell'Accademia ungherese delle scienze di Budapest) o a consorzi interuniversitari (l'ECOOM in Belgio).
In secondo luogo deve essere incoraggiato l'approccio valutativo basato sulla peculiarità disciplinare. Decisamente convincente mi sembra, ad esempio, la metodologia proposta di recente da un giurista dell'università di Leuven, Alain Laurent P.G. Verbeke, per la valutazione dei lavori di ricerca dell'area giuridica. Verbeke elabora un metodo di classificazione qualitativa dei lavori di ricerca, distinguendo tra: pubblicazioni di ricerca, pubblicazioni di ricerca applicata e pubblicazioni divulgative, e discute degli strumenti per realizzarla. La proposta esalta il processo di autovalutazione partendo dal principio che sia il singolo ricercatore a dover valutare in modo coerente e responsabile la propria attività di ricerca e considera ai fini valutativi una serie di indicatori di qualità e di prestigio come, ad esempio: il numero di partecipazioni a conferenze e seminari, i progetti di ricerca approvati, la partecipazione ai comitati scientifici e ai panel di area33.
In terzo luogo, nel dibattito sulle scienze umane va enfatizzato l'impatto della ricerca in termini economici e sociali (societal quality). La ricerca universitaria, infatti, deve essere inquadrata in una cornice valutativa più ampia di quella offerta dalla sola valutazione ai fini accademici, qualitativa o quantitativa che sia.
Attraverso la disseminazione della scienza, la condivisione e la partecipazione ai progetti di ricerca e alla riflessione scientifica, attraverso l'applicazione delle teorie e dei principi espressi dalle scienze umane l'università sostiene, quindi, un nuovo umanesimo: la diffusione della conoscenza e la sua apertura al sociale diventano una sua «terza missione»34. Quest'ultima consiste nel costruire una società migliore «il cui progresso non sia solamente identificato con l'aumento del PIL (come da più parti ormai si avverte la necessità) e i cui cittadini siano forniti degli strumenti concettuali e critici non solo per giudicare dei fini della scienza e dello sviluppo, ma anche per costruire una società più democratica, partecipata e solidale»35.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Ultima consultazione siti web: 15 settembre 2014.

[1] Fonti: Scopus content coverage guide, 2014 per Scopus e Web of science master journal List per WoS.

[2] Thomson Reuters ha lanciato nel 2013 il Book citation index un indice citazionale di circa 30.000 titoli di monografie integrandolo nel Web of science. Elsevier ha lanciato il Scopus books enhancement program e dichiara nel 2014 di includere in Scopus 420 serie complete di monografie di ricerca per un totale di quasi 50.000 titoli. Le monografie di ricerca sono indicizzate anche in Google Scholar.

[3] Ad esempio l'Università di Torino ha migrato i metadati raccolti per la VQR 2004-2010 nel Repository DSpace e li ha resi pubblici.

[4] Nicola De Bellis, Introduzione alla bibliometria: dalla teoria alla pratica. Roma: AIB, 2014. La citazione è tratta dalla versione .epub del libro.

[5] Cfr. Andrea Bonaccorsi, Potenzialità e limiti dell'analisi bibliometrica nelle aree umanistiche e sociali. Verso un programma di lavoro, 2012. Bonaccorsi, del Consiglio direttivo dell'ANVUR (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), è favorevole all'approccio bibliometrico nelle scienze umane e sociali e cita alcuni studi governativi a sostegno della sua ipotesi.

[6] Cfr. Antonio Banfi, Apples and oranges? Spunti per una discussione sulla valutazione della ricerca nelle scienze umane e sociali, 2012 preprint http://www.academia.edu/1608107/Apples_and_oranges_Spunti_per_una_discussione_sulla_valutazione_della_ricerca_nelle_scienze_umane_e_sociali_preprint. L'autore confuta la netta distinzione tra scienze umane e sociali e scienze dure ed elenca una serie di motivazioni che renderebbero la bibliometria poco idonea alla valutazione delle scienze umane e sociali. Sulla bibliometria applicata alla valutazione nelle scienze umane suggerisco anche la lettura dei rapporti finali dei GEV aree CUN 10-14, disponibili sul sito dell'ANVUR.Un'interessante lettura sull'utilizzo sapiente degli indicatori bibliometrici è anche quella del documento concepito dall'Accademia delle scienze di Francia e presentato al Ministero francese dell'alta educazione e della ricerca il 17 gennaio 2011. L'Accademia elenca alcune regole fondamentali per un utilizzo corretto degli indicatori bibliometrici e tra queste: 1. la valutazione bibliometrica si applica agli articoli non alle riviste; 2. la valutazione bibliometrica deve rendere valutabili i ricercatori nei relativi ambiti di ricerca e prendere in considerazione tutta la carriera scientifica; 3. gli indici bibliometrici devono essere utilizzati in modo differente secondo lo scopo ed il livello della valutazione; 4. gli indicatori bibliometrici devono essere utilizzati solo in combinazione con l'analisi qualitativa; 5. gli indici bibliometrici dovrebbero essere utilizzati solo per valutare ricercatori che hanno un'attività lavorativa più lunga di dieci anni e non dovrebbero essere utilizzati per l'assunzione di giovani ricercatori. Cfr. Institut de France. Académie des sciences, On the proper use of bibliometric to evaluate individual researchers. Report presented on 17the january 2011 to the Minister of higher education and research, 2011 http://www.academie-sciences.fr/activite/rapport/avis170111gb.pdf.

[7] Paola Galimberti, Valutazione e scienze umane: limiti delle attuali metodologie e prospettive future, «Astrid rassegna», 191 (2013) http://eprints.rclis.org/20773.

[8] Cfr. Ben Martin [et al.], Towards a bibliometric database for the social sciences and humanities: a European scoping project, 2010 http://www.dfg.de/download/pdf/foerderung/grundlagen_dfg_foerderung/informationen_fachwissenschaften/geisteswissenschaften/esf_report_final_100309.pdf. La traduzione del testo dall'inglese è mia. Sul tema del database bibliometrico per le scienze umane e sociali si legga anche: Henk Moed [et al.], Options for a comprehensive database of research outputs in social sciences and humanities, Version 6. www.dfg.de/download/pdf/foerderung/grundlagen_dfg_foerderung/informationen_fachwissenschaften/geisteswissenschaften/annex_2_en.pdf.

[9] Bibliometrici sono anche gli archivi spagnoli IN~RECS (Índice de impacto revistas españolas de ciencias sociales), IN~RECH (Índice de impacto revistas españolas de ciencias humanas) e IN~RECJ (Índice de impacto revistas españolas de ciencias jurídicas), a cura del gruppo di ricerca EC3 delle Università di Granada e Navarra.

[10] Marco Cammelli, ANVUR database bibliometrica italiana aree umanistiche e sociali: note a margine, «Astrid rassegna», 194 (2014), n. 1. http://www.roars.it/online/anvur-data-base-bibliometrica-italiana-aree-umanistiche-e-sociali-note-a-margine.

[11] Più precisamente: Area 10 - Scienze dell'antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche, Area 11 - Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche, Area 12 - Scienze giuridiche, Area 13 - Scienze economiche e statistiche, Area 14 - Scienze politiche e sociali.

[12] Alcuni umanisti paventano il rischio che l'applicazione delle tecniche bibliometriche alle scienze umane e sociali possa condurre alla marginalizzazione di alcune discipline, in quanto la bibliometria metterebbe in luce i filoni di ricerca mainstream. A mio avviso il rischio di favorire solo alcuni filoni di studio è maggiormente legato ai tortuosi meccanismi che regolano il sistema di finanziamento pubblico e privato della ricerca.

[13] D'altro canto si legge nel rapporto della Royal Netherlands Academy of arts and sciences, Quality indicators for research in the Humanities, 2011 https://www.knaw.nl/shared/resources/actueel/publicaties/pdf/20111024.pdf: «There are, on the one hand, no reasons of principle why bibliometrics should never work anywhere for the humanities. In some fields, bibliometric indicators can in fact provide useful information».

[14] N. De Bellis, Introduzione alla bibliometria: dalla teoria alla pratica cit.

[15] All'opposto le scienze giuridiche sono, tra le scienze sociali, le discipline concettualmente ed epistemologicamente più lontane dalla bibliometria.

[16] Daniel Torres-Salinas; Henk Moed, Library catalog analysis as a tool in studies of social sciences and humanities: an exploratory study of published book titles in economics, «Journal of informetrics», 3 (2009), n. 1, p. 9-26.

[17] Chiara Faggiolani; Giovanni Solimine, La valutazione della ricerca, la bibliometria e l'albero di Bertoldo, «AIB Studi», 52 (2012), n. 1, p. 57-63. http://aibstudi.aib.it/article/view/6290/5904.

[18] Una correlazione positiva tra accesso aperto e metriche alternative del web viene evidenziata da Ross Mounce, Open access and altmetrics: distinct but complementary, «Bulletin of the American society for information science and technology», 39 (2013), n. 4, p. 14-17. http://www.asis.org/Bulletin/Apr-13/AprMay13_Mounce.html.

[19] Nel 2009, infatti, PLoS lanciava per gli articoli pubblicati su «PLoSONE» l'Article-level-metrics (ALMs), ovvero una batteria di metriche - metriche basate sui downloads dell'articolo, metriche derivate dal web sociale come le citazioni in Connotea, CiteUlike e/o Mendeley, i commenti e le valutazioni di vario tipo disponibili nei blogs scientifici o sui social networks - che si affiancano agli indicatori di tipo citazionale tratti da Scopus, WoS, PubMed Central o CrossRef per pesare la diffusione e l'uso di un articolo in rete ed il suo possibile impatto sulla ricerca.

[20] Si tratta di: Jason Priem, University of North Carolina-Chapel Hill, Dario Taraborelli, Wikimedia Foundation, Paul Groth, VU University Amsterdam e Cameron Neylon, Science and technology facilities council.

[21] Research Blogging http://researchblogging.org è un servizio che consente di selezionare solo citazioni provenienti da blog di ricerca: è un aggregatore di post che si riferiscono esclusivamente ad articoli peer-reviewed: i blogger possono registrarsi sul sito dell'aggregatore di modo che, ogni volta che evidenziano un particolare post che contiene un riferimento alla letteratura scientifica in forma strutturata, tale post viene visualizzato dall'aggregatore.

[22] «The speed of altmetrics presents the opportunity to create real-time recommendation and collaborative filtering systems: instead of subscribing to dozens of tables-of-contents, a researcher could get a feed of this week's most significant work in her field. This becomes especially powerful when combined with quick "alt-publications" like blogs or preprint servers, shrinking the communication cycle from years to weeks or days. Faster, broader impact metrics could also play a role in funding and promotion decisions». Fonte: Altmetrics manifesto.

[23] Sull'argomento segnalo l'ormai nutrita bibliografia di Charles W. Bailey jr., Altmetrics bibliography, versione 1, 10/14/2013 http://digital-scholarship.org/alt/altmetrics.htm.

[24] Si legga: Gunther Eysenbach, Can tweets predict citation? Metrics of social impact based on Twitter and correlation with traditional metrics of scientific impact, «Journal of medical internet research», 13 (2011) n. 4. http://www.jmir.org/2011/4/e123. Eysenbach dimostra una correlazione positiva tra tweets e riviste biomediche ad accesso aperto. Molti articoli sul tema delle metriche alternative discutono della correlazione tra citazioni tradizionali e metriche del web.

[25] N. De Bellis, Introduzione alla bibliometria: dalla teoria alla pratica cit.

[26] Di recente è stata lanciata l'applicazione web "Altmetrics for institutions", che traccia e misura la diffusione e l'impatto delle pubblicazioni della ricerca di un'istituzione universitaria.

[27] Jean Liu; Euan Adie, Realising the potential of Altmetrics within institutions, «ARIADNE magazine», 72 (2014) http://www.ariadne.ac.uk/issue72/liu-adie.

[28] Un'osservazione di carattere generale è che gli umanisti tendono a citare in rete molti articoli che non sono dotati di URL che è, invece, la traccia fondamentale per misurare l'impatto delle pubblicazioni in rete. Inoltre, nei blogs e in Twitter gli umanisti conversano e si scambiano meno citazioni di quanto non facciano i ricercatori afferenti alle aree scientifiche.

[29] Henk Moed; Andrew Plume, The multi-dimensional research assessment matrix, «Research trends», May. http://www.researchtrends.com/issue23-may-2011/the-multi-dimensional-research-assessment-matrix.

[30] Mi riferisco ai post pubblicati sul blog "Roars".

[31] Mi riferisco agli indici normalizzati e agli indici medi per la valutazione dei gruppi di ricerca elaborati dal CWTS di Leiden.

[32] ANVUR, Programma delle attività dell'ANVUR: 2013-2015, 2013 http://www.roars.it/online/wp-content/uploads/2013/02/Programma...pdf.

[33] Alain Laurent P. G. Verbeke, Leuven law research & classification model - LL RCEM, Xstmas draft, 2013 http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2367821.

[34] L'idea di "terza missione" dell'università va ricondotta al pensiero del filosofo Ortega y Gasset. Cfr. Ortega y Gasset, La missione dell'università, a cura di Armando Savignano. Napoli: Guida, 1972. Le funzioni dell'insegnamento universitario sono, infatti, molteplici: l'insegnamento delle professioni, la produzione di nuova ricerca e la trasmissione della cultura. Il sociologo francese Pierre Bourdieu parla, invece, di "capitale culturale" che viene costruito con il contributo delle scienze umane e sociali.

[35] Francesco Coniglione, Dalla valutazione distribuita a quella amministrata: alle origini della svolta bibliometrica, «Roars», 19 dicembre 2012 http://www.roars.it/online/dalla-valutazione-distribuita-a-quella-amministrata-alle-origini-della-svolta-bibliometrica.