Recensioni e segnalazioni

a cura di Silvana de Capua


Anna Maria Mandillo. La biblioteca come servizio: scritti (1971-2009) di Anna Maria Mandillo, a cura di Luca Bellingeri e Giovanna Merola. Roma: Associazione italiana biblioteche, 2015. XI, 284 p. ISBN: 978-88-7812-238-3. EUR 30,00.

A quasi due anni dalla scomparsa, non è banale ripetere che la mancanza di Anna Maria Mandillo si sente, e tanto. Nella quotidianità delle vicende lavorative e professionali, il pensiero corre a ricordarla ogni qualvolta ci si confronta con determinate tematiche, con quelle criticità mai del tutto risolte o periodicamente riaffioranti ora legate al diritto d'autore, ora all'applicazione delle norme sul deposito legale, piccole o grandi questioni cui abitualmente non si poneva mano prima di aver ascoltato un suo parere. Resta, a confortarci, il riscontro della persistenza del suo insegnamento, non solo nel merito della pratica professionale, ma anche a un livello più superficiale - che chi scrive ha sperimentato più di una volta - una sorta di “riflesso condizionato”, per cui in certe situazioni ci si sorprende a domandarsi «Cosa avrebbe detto Anna Maria?».
Tanto più appare utile la raccolta di una parte importante dei suoi scritti, pubblicata dall'Associazione a cura di Luca Bellingeri e Giovanna Merola, certamente tra i più vicini ad Anna Maria nel novero di quanti ne condividevano sia l'amicizia che le vicende e le passioni professionali. Trattandosi qui propriamente di una recensione al volume, sarà opportuna una premessa, indirizzata soprattutto a chi volesse accostarsi a questi scritti senza aver conosciuto lo “stile” dell'autrice. I testi presentati non sono infatti, come spesso in simili raccolte monografiche, “testi fondanti”, esposizioni teoriche organiche su cui basare pratiche, sviluppi e approfondimenti successivi della materia; si tratta bensì, prevalentemente, dei resoconti di un tenace, quotidiano operare, contestualmente al quale la riflessione scaturisce passo dopo passo, sollecitata anche dalla ricorrente necessità di ricalcolare la posizione; sono segmenti di percorso, lungo una rotta sempre orientata agli stessi, fermi principi: la centralità dei servizi e la loro qualità, la necessità di “fare sistema” nella pluralità delle istituzioni, l'informazione, la memoria, la cultura intese prima di tutto come «strumenti della democrazia» (p. 114).
Questa particolare natura degli scritti di Anna Maria fa sì che essi mantengano nel tempo (e si parte dal 1971!) un carattere di attualità - in un Paese di memoria corta e ricorrenti cattive abitudini - e di utilità, non soltanto nei confronti della generazione di quanti (come chi scrive) vi ritrovano la propria storia professionale, ma anche di coloro i quali, più giovani, in un auspicabile prossimo avvicendamento generazionale nelle biblioteche, si troveranno a dover fronteggiare non poche questioni irrisolte, nel lascito di quella medesima storia.
Sfogliando il volume infatti, nelle varie sezioni che lo compongono, si ripercorrono in trasparenza tante “storie”, e non tutte concluse: a partire da quella che Anna Maria ha seguito per tutta la vita, il lunghissimo cammino del “diritto di stampa” - una legge «ambigua», «esosa», «ripetitiva», «vecchia» (p.20) - verso un moderno deposito legale, nel cui ambito peraltro ancora oggi si attende una norma volta a conservare la memoria dei documenti diffusi in rete; alle vicende dei ricorrenti smantellamenti e riassemblaggi dell'assetto istituzionale del Ministero per i beni culturali, vera e propria tela di Penelope che ancora oggi non si riesce a togliere dal telaio; all'evoluzione dei servizi bibliotecari, settore di punta (in particolare con SBN) delle biblioteche italiane - un campo in cui molto è stato realizzato, ma che dovrebbe poter contare su una continuità di gestione e dunque di finanziamenti, sempre incerti per il futuro; all'applicazione in biblioteca della normativa sul diritto d'autore, rimodulata a seguito delle sollecitazioni europee, in equilibrio sul filo della salvaguardia dei diritti di tutti gli attori, e sempre esposta alle nuove sfide poste a bibliotecari e utenti dallo sviluppo delle tecnologie. E ancora, la storia stessa di noi bibliotecari, dalle prime istanze di riqualificazione, alla costruzione di percorsi di formazione universitaria, al riconoscimento della professione; fino a varie tematiche trasversali tuttora in discussione: fra tutte, basti l'esempio della tutela dei beni librari, oggi l'ennesima emergenza, con alle spalle una storia che si pensava invece (più o meno soddisfacentemente) conclusa.
Come si evince, in realtà i temi trattati sono quasi tutti più trasversali che monografici, tanto che gli scritti avrebbero anche potuto essere disposti esclusivamente in ordine cronologico; non lo si dice con intento critico nei confronti della scelta dei curatori - un'organizzazione tematica sicuramente utile - bensì per suggerire la possibilità di un percorso di lettura alternativo, forse più funzionale al lettore non specialista che voglia ripercorrere dall'interno, nel modo più lineare possibile, quasi un cinquantennio di vicende bibliotecarie italiane. “Dall'interno” (ed è questo un altro pregio della raccolta), perché Anna Maria è davvero un'“addetta ai lavori”, e su più fronti, che scrive in qualità di bibliotecaria, ma anche di componente o coordinatrice di molte Commissioni scientifiche dell'Associazione, di autorevole rappresentante del Ministero a molti “tavoli”, di socia e poi vicepresidente dell'Associazione Bianchi Bandinelli, sempre portando il contributo delle sue competenze tecniche ma anche del suo pragmatismo e della sua visione politica.
Come bibliotecaria, tra l'altro, è curiosa. Già negli anni Settanta coglie lucidamente, tra le molte inadeguatezze della Legge 374 del 1939, che questa non riesce ad abbracciare tutto un mondo in divenire di nuove tipologie di documenti («Pensiamo, per esempio [...], ultimi usciti, agli audio-libri», p. 22); coerentemente, già nel 1982 scrive che «la legge del deposito legale deve essere uno strumento agile, soggetto a cambiare in rapporto alle circostanze» (p. 29) - un principio che ancora oggi ispira l'azione della Commissione sul deposito legale. E con la stessa curiosità negli ultimi anni, monitorando l'applicazione della nuova legge, Anna Maria si stava documentando in modo capillare su alcune fattispecie che sembravano sfuggenti, ad esempio le varie piattaforme dell'editoria on demand.

Come esponente dell'Associazione, è attentissima alla realtà degli organismi sovranazionali: all'inizio degli anni Ottanta infatti, come si ben evince anche in questo caso dal susseguirsi dei suoi scritti, irrompono sulla scena italiana l'IFLA e l'UNESCO, i progetti di Controllo bibliografico universale (CBU) e Disponibilità universale delle pubblicazioni (UAP), e anche per merito dei puntuali resoconti pubblicati sul Bollettino AIB, gli orizzonti dei bibliotecari italiani si allargano; le stesse istanze di riforma del deposito legale, ad esempio, appaiono rafforzate dal riferimento alle relative Guidelines, rivolte, come auspica Anna Maria, «anche e soprattutto ai politici e agli amministratori per avvicinarli a tematiche a loro meno evidenti» (p. 41). E quanto all'Associazione, va detto che questo volume ne rimanda un'immagine forte, come dello spazio naturale dell'analisi, delle proposte e del dialogo sulle biblioteche e sulla professione, uno spazio in cui la voce di Anna Maria suona certamente di stimolo: «[L'AIB] è stata, è vero, sempre presente: ma mai in fase propositiva; ha esteso note informative, note critiche, ha dato pareri e chiesto correzioni di questo o quel provvedimento normativo, ma ritengo che ora debba impegnarsi in una fase di progetto e di proposta per quanto riguarda l'individuazione, la conoscenza e l'affermazione della professione del bibliotecario in Italia» (p. 226).
Procedendo nella lettura degli scritti selezionati (nell'insieme rispecchianti anche un ben ponderato equilibrio tra il livello “tecnico” e quello “politico”), si attraversa l'epoca del decentramento e del passaggio di competenze alle Regioni, laddove «l'obiettivo da raggiungere è quello di ricondurre ad unità le competenze nel campo dei beni culturali» (p. 72) - e non mancano passaggi espressamente dedicati alla tutela dei beni librari, di cui già si è detto. Si può mettere in evidenza invece, nel decennio successivo, la discussione sulla proposta di “legge-quadro” per le biblioteche: «lo sforzo, che appare per la prima volta, di tendere ad una visione globale del sistema delle biblioteche mediante l'individuazione delle strutture che debbono comporre il sistema e soprattutto delle funzioni che tali strutture debbono svolgere a livello centrale e decentrato, dalla Biblioteca nazionale centrale alle biblioteche scolastiche» (p. 240): un episodio di storia da rileggere con attenzione, se ancora oggi voci autorevoli all'interno dell'Associazione esprimono la necessità di fare ordine in un “sistema” che non risponde appieno al significato letterale del termine, e la cui ratio, pur manifesta agli esperti e agli storici della materia, appare difficilmente comprensibile dall'esterno e meno ancora giustificabile sul piano funzionale.
Se negli scritti degli anni Novanta si aprono «nuove prospettive per le biblioteche» (p. 75) - introduzione dei servizi aggiuntivi, nuovo Regolamento organico, riorganizzazione del Ministero con esplicito riferimento allo «sviluppo dei servizi bibliografici e bibliotecari nazionali» nel D.l. 368/1998 - spesso lo sviluppo delle vicende induce a prendere nota, almeno in parte, di «un certo disincanto» (p. 259), sempre accompagnato dall'analisi lucida di Anna Maria: «questi dati [un'indagine del 1995 sulla lettura in Italia, ma nel contesto di una riflessione sulla “legge Ronchey”] dovrebbero crescere e costituire per noi uno stimolo a migliorare la qualità dei nostri servizi, che è appunto l'unica base da cui si può partire per parlare di fund raising nelle biblioteche» (p. 261).
Arriviamo così al nuovo secolo e con questo, tra l'altro, all'ultima grande “battaglia di democrazia” in cui Anna Maria, raccolte le istanze di quello che è stato un vero e proprio “movimento” dei bibliotecari, quello contro il cosiddetto prestito a pagamento, se ne è fatta portavoce a livello istituzionale. Né va dimenticato infine (pur se già brevemente menzionato) il fortunoso varo della nuova legge sul deposito legale nel 2004, e del suo regolamento nel 2006, entrambi, nel merito e per il relativo contesto, certamente fonti di soddisfazione ma al tempo stesso, nuovamente, di quel «certo disincanto». Ma proprio in queste situazioni (come è stato ricordato molte volte in questi ultimi due anni) Anna Maria dà il meglio di sé, riposizionandosi - «per non cadere nella trappola dei rimpianti» (p. 251) - ogni qualvolta il risultato conseguito non sia pienamente soddisfacente, secondo una lucida, precisa strategia che nel volume troviamo dichiarata già in uno scritto del 1992 (a commento dell'evidente impossibilità di vedere approvata la già ricordata “legge-quadro”): «Dovremo quindi riservarci, a mio parere, altre mosse, ispirate alla filosofia delle riforme e alla strategia dei piccoli passi, che sembra essere oggi quella più accreditata e forse vincente» (p. 253).
Così, questo volume non soltanto ci fa ripercorrere dall'interno la nostra storia, ma ci lascia anche nero su bianco gli insegnamenti di una collega che per intelligenza ed esperienza possiamo chiamare maestra. Ce ne sono tanti, tutti validi ancora oggi, qualcuno oggi più valido degli altri: «la necessità prioritaria, prima di rincorrere allettanti prospettive di innovazione tecnologica, di consolidare le realtà esistenti e di assicurare con queste servizi regolari e di qualità controllando il gradimento degli utenti e valutando realmente i risultati ottenuti» (p. 166); e infine: «Oggi, in tempi di Memorabilia, le biblioteche non possono dirsi appagate perché contribuiscono al “futuro della memoria”, conservando più o meno bene patrimoni bibliografici preziosi ed anche unici, lo saranno quando su quei patrimoni antichi e su quelli presenti e futuri assicureranno un insieme di servizi di documentazione e di diffusione dell'informazione che soli giustificano la loro esistenza» (p. 236).

Paola Puglisi
Biblioteca nazionale centrale di Roma


Pino De Sario. Il bibliotecario facilitatore: mappe e metodi per la partecipazione della conoscenza. Milano: Editrice Bibliografica, 2015. 248 p. (Biblioteconomia e scienza dell'informazione; 10). ISBN 978-88-7075-862-7. EUR 27,00.

Negli ultimi vent'anni la professione del bibliotecario, la cui identità disciplinare in passato si è sempre fortemente incentrata sulle competenze legate alla descrizione, organizzazione e gestione delle risorse documentarie, è andata incontro - come del resto molte altre professioni - a un processo di ibridazione con altre professionalità e all'ampliamento degli orizzonti disciplinari.
Di fronte alla crescente complessità del contesto, alla diversificazione delle funzioni della biblioteca nonché degli utilizzatori e delle comunità di riferimento, il bibliotecario ha gradualmente compreso che le competenze tecnico-biblioteconomiche non sono sufficienti per lavorare in biblioteca e/o gestirla.
Negli ultimi anni particolare attenzione è stata riservata alle competenze prima di tipo manageriale e poi di tipo relazionale. In tale filone si inserisce questa nuova pubblicazione dell'Editrice Bibliografica, affidata a Pino De Sario, esperto di “facilitazione”, che in tempi recenti, grazie all'attività formativa e alla collaborazione con alcune realtà bibliotecarie, ha potuto applicare le proprie competenze allo specifico bibliotecario.
Il volume di De Sario prende le mosse dalla constatazione che l'approccio manageriale non solo non è sufficiente a garantire una gestione corretta di un'organizzazione che è fatta principalmente di persone, ma una sua applicazione burocratica o che guardi solo al risultato finale in maniera meccanica rischia di produrre danni e di rafforzare e/o stimolare le potenziali situazioni di conflitto e negatività che sono inevitabili in qualunque contesto relazionale.
La Facilitazione esperta, ossia il metodo che viene proposto dall'Autore in questo volume, è dunque un approccio concettuale e pratico che si propone di affrontare le questioni emotive e personali, insieme a quelle materiali e tecniche, dal momento che il buon funzionamento di un'organizzazione non dipende solo da una corretta pianificazione, bensì anche dal riconoscimento dell'interferenza - positiva e negativa - che il dato caratteriale e personale può esercitare sul benessere di un ambiente di lavoro nel suo complesso.
Siamo dunque nel reame della psicologia sociale, una disciplina che studia l'interazione tra individuo e gruppi, e che dunque in biblioteca ha molti ambiti di applicazione: i rapporti tra personale e utenti, i rapporti tra colleghi e il funzionamento dei gruppi di lavoro, le dinamiche tra dirigenti/funzionari e staff, le relazioni tra la biblioteca e altre associazioni/organizzazioni/amministrazioni con le quali essa ha necessità o sceglie di interfacciarsi.
Il principio fondamentale che l'Autore ribadisce più volte in questo testo consiste nel riconoscere che la negatività è una manifestazione non occasionale, bensì frequente; non localizzabile, bensì diffusa a tutti i livelli; non di un soggetto solo, bensì di ognuno (p. 130). È dunque solo accettandone l'esistenza che si possono apprendere delle tecniche per contenerla ed evitarne l'escalation.
Il volume è organizzato in quattro capitoli: il primo, Cos'è la Facilitazione, è dedicato a spiegare il significato e il contesto disciplinare della Facilitazione esperta, il secondo, Le quattro "F" del bibliotecario facilitatore, illustra il cosiddetto Face-model, ossia il modello di facilitazione proposto dall'Autore, il terzo, Situazioni complicate da gestire: una guida, fornisce una serie di esempi in situazioni diverse (con il pubblico, con i colleghi, nei gruppi di lavoro) tratti dalla realtà quotidiana delle biblioteche proponendo delle possibili strategie, infine il quarto, Altri strumenti essenziali, propone degli approfondimenti e offre degli strumenti di lavoro, come il glossario e il “cruscotto di allenamento”. Chiude il volume la bibliografia finale.
Personalmente, trovo che lo stimolo al superamento di alcune forme di rigidità del management e l'invito a tenere conto dei fattori psicologici e relazionali siano utili e positivi per il bibliotecario e la biblioteca, e qualunque incremento della sensibilità e delle competenze individuali e di gruppo su questo fronte vada salutata con favore. D'altra parte, il “biblio-fac” (ossia il bibliotecario facilitatore) rischia di essere - senza un adeguato contesto - l'ennesima etichetta appiccicata in maniera un po' posticcia su una professione già ampiamente in crisi di identità e parzialmente minacciata nella propria esistenza da ritardi formativi, blocchi del turnover e generale mancanza di riconoscimento della professionalità.
È inoltre fondamentale scongiurare il rischio che l'applicazione della psicologia sociale all'organizzazione e alla professione bibliotecaria si trasformi nell'ennesima via dogmatica, la nuova panacea di tutti i mali della biblioteca moderna, come in passato è capitato tutte le volte che strategie e approcci metodologici di per sé utili hanno prodotto posizioni riduzionistiche e pericolose semplificazioni. Penso sia il caso - anche in ambito bibliotecario - di non sottovalutare il monito di Franco La Cecla rispetto all'introduzione dei processi di facilitazione per la gestione partecipata nell'urbanistica: «Serve ad attutire i conflitti, certamente, una specie di professione cuscinetto tra interessi diversi. Il problema è che in questa funzione filtro specializzata tutto si ricompone in maniera tale che poco cambia nella passività degli abitanti e nella vecchiezza dell'impostazione progettuale» (Contro l'urbanistica, Torino: Einaudi, 2015, p. 79).
In generale, poi, ho trovato il volume un po' ridondante nei suoi contenuti, nonché l'organizzazione del testo oscillante tra un'eccessiva schematizzazione e una verbosità che a volte rende faticosa la lettura. Lo stile quasi colloquiale con il quale l'Autore si rivolge a volte direttamente al lettore, se da un lato fa proprio l'approccio pragmatico di certa manualistica angloamericana, dall'altro - a mio parere - appare più consono a un contesto formativo in presenza che a un manuale. Questa stessa impressione è suscitata dal tentativo di offrire strumenti pratici e suggerimenti concreti che attraversa tutto il volume, ma che, a confronto con una materia così sfaccettata e complessa come è la mente umana e il comportamento individuale e di gruppo, rischia di risultare semplicistico e superficiale.
Una rilettura in più e la correzione di qualche refuso sparso qua e là avrebbero inoltre certamente migliorato la leggibilità complessiva.
In ogni caso, quello di De Sario resta un manuale che apre prospettive nuove ai bibliotecari e che certamente va a colmare un vuoto nel panorama delle sensibilità e delle competenze che il bibliotecario può e deve apprendere per svolgere al meglio il proprio lavoro, purché approcciato con quello spirito di “critica costruttiva” che, tra l'altro, è uno dei cardini del Face-model.

Anna Galluzzi
Biblioteca del Senato "Giovanni Spadolini"


Andrea Bonaccorsi. La valutazione possibile: teoria e pratica nel mondo della ricerca. Bologna: Il Mulino, 2015. Edizione a stampa 2015. ISBN 978-88-15-25998-1. EUR 22,00; edizione e-book: Bologna: Il Mulino, 2015. ISBN 978-88-15-32810-6. EUR 14,99.

Ci sono tante buone ragioni per leggere La valutazione possibile: teoria e pratica nel mondo della ricerca, il libro di Andrea Bonaccorsi, edito da Il Mulino a fine 2015. Tante buone ragioni, tranne una: chi si aspetta di trovare in questo libro riferimenti all'esperienza italiana della Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR 2004-2010) o risposte alle numerose critiche ricevute dall'Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) - e non sarebbe fuori luogo aspettarseli, visto che l'autore è stato membro del Consiglio Direttivo dell'ANVUR dal 2011 al 2015, vice coordinatore della VQR e responsabile della classificazione delle riviste scientifiche e del sistema degli indicatori per l'Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN) - lasci stare, perché le sue aspettative verrebbero completamente disattese.
Gli studiosi, i ricercatori, gli appassionati al tema della valutazione (non solo della ricerca scientifica) si troveranno a confrontarsi con pagine complesse, dense di citazioni e di rimandi alla letteratura, soprattutto extra-disciplinare. Si respira in tutto il libro l'aria del dibattito internazionale, tra le pagine si intrecciano percorsi inter-disciplinari e per ogni ipotesi discussa si ha la possibilità di risalire alla sua evoluzione storica, di riviverne il dibattito epistemologico. Non c'è mai, in tutto il volume, una opinione a favore o contraria alla tesi valutativa per la quale l'Autore non sia andato alla ricerca del supporto delle evidenze empiriche.
Per raccontare un libro come questo, che ricostruisce la storia delle idee soggiacenti la valutazione, penso sia utile rimanere molto fedeli al testo, all'articolazione dei contenuti e all'esplicitazione delle idee nella temporalità dell'incedere narrativo, secondo la massima greimasiana «Fuor dal testo non c'è salvezza». È per questa ragione che abuserò di citazioni tratte dal testo stesso, avvertendo però che il bello di questo libro sta soprattutto tra le pieghe del racconto, nel passaggio da una idea all'altra e nei legami che l'Autore ha saputo individuare.
Andrea Bonaccorsi dichiara esplicitamente la sua posizione rispetto allo specifico oggetto del libro e ai suoi obiettivi nell'Introduzione (p. 8-25, e-book): «la mia posizione è che occorra discutere qualunque argomento contrario alla valutazione. La valutazione ha senso se riposa sulla fiducia nella capacità di un sottosistema sociale (la scienza) di autoregolarsi e di comunicare efficacemente con la società. Fa parte di questa fiducia la convinzione che di ogni argomento si possa dare conto in modo spassionato» (p. 15, e-book).
Oggetto di riflessione, come anticipato, non è, infatti, l'esperienza italiana della VQR 2004-2010 ma il grande dibattito internazionale che da alcuni anni si sta svolgendo sui meriti e i limiti della valutazione della ricerca scientifica.
È di questo che si parla nei primi due capitoli del libro: vengono discussi gli argomenti teorici portati contro la valutazione e illustrate alcune contro-argomentazioni a favore della stessa.
Centrale nel primo capitolo - Le critiche teoriche alla valutazione della ricerca (p. 26-125, e-book) - è l'argomentazione che non sono possibili giudizi di qualità sulla ricerca che siano tanto indipendenti e imparziali da garantire alla valutazione la necessaria neutralità.
L'Autore ricorda diverse argomentazioni a favore di questa tesi (e dunque, contrarie alla pratica valutativa) a partire dall'evoluzione del significato della citazione e delle teorie relative al comportamento citazionale.
Bonaccorsi ripercorre con estrema cura dei particolari la storia del significato della citazione come base della scienza moderna. Parte dal fondamentale modello normativo di Robert K. Merton - «gli scienziati sono universalisti, comunitari, disinteressati e scettici, non per virtù personali ma per la forza del sistema istituzionale» (p. 47, e-book) - e passa poi in rassegna le visioni alternative: quella di Pierre Bourdieu, uno dei più influenti sociologi e intellettuali francesi del Novecento; le ricerche sulle motivazioni che spingono alla citazione di Terrence Brooks; la “teoria della persuasione” del sociologo inglese Nigel Gilbert della scuola della sociologia costruttivista della scienza, per il quale la citazione è «un'arma di persuasione, uno strumento di affermazione della propria posizione nel campo scientifico e di messa in valore del proprio capitale simbolico» (p. 49, e-book).
L'Autore non tralascia la storia degli esercizi di valutazione della ricerca, a partire dall'esercizio britannico voluto da Margaret Thatcher nel 1986 e ricorda le finalità dei principali esercizi di valutazione europei - quello olandese e quello francese - anche in relazione al progressivo processo di privatizzazione (marketization) delle università e al cosiddetto “capitalismo accademico”: «uno dei portati della genesi storica della valutazione è dunque che essa tende ad essere associata ad un orientamento politico ostile alla ricerca pubblica. La valutazione sembra essere lo strumento perfetto per offrire una giustificazione alla pubblica opinione per effettuare tagli di spesa, e allo stesso tempo per obbligare gli stessi ricercatori a produrre di più con minori risorse» (p. 79, e-book).

Nel secondo capitolo - Il giudizio e il numero: primi contro-argomenti a favore della valutazione (p. 126-179, e-book) - l'Autore parte dalle critiche alla valutazione per giungere a proporre un personale punto di vista. Bonaccorsi sviluppa progressivamente un argomento teorico a difesa della valutazione, a partire dalla rilettura di tre grandi autori (o gruppi di autori) attraverso la specifica prospettiva della lente valutativa.
Il primo problema da risolvere è se esistano delle procedure che consentano di ritenere vere le nostre credenze o convinzioni.
La risposta arriva dalla rilettura di Charles Sanders Peirce (1839-1914), filosofo americano, padre della semiotica e dell'abduzione. Dall'analisi dell'opera peirciana - in particolare de Il fissarsi della credenza (1877) e Come rendere chiare le nostre idee (1878) - viene mutuata l'idea che il giudizio valutativo possa essere sottoposto a procedure di modifica e revisione tali da garantire un accordo.
La valutazione, dunque, mette in campo procedure di costruzione dell'accordo e si affida a numerosi esperti che abbiano autorità epistemica (siano cioè riconosciuti dalle rispettive comunità scientifiche), piuttosto che perseguire la legittimazione attraverso l'autorità politica (p. 136, e-book).
La seconda questione riguarda la natura del giudizio sugli altri e l'idea prevalente, sovente associata alla valutazione, che esso «sia una attività socialmente negativa, fonte di categorizzazione, esclusione, marginalizzazione sociale, in ultima istanza di punizione» (p. 138, e-book).
Attraverso l'opera del sociologo italiano Alessandro Pizzorno - in particolare de Il velo della diversità: studi su razionalità e riconoscimento (2007) - Bonaccorsi mette in discussione tale assunto ed evidenzia la natura del giudizio come atto costitutivo della vita sociale di una comunità.
La terza questione riguarda la possibilità che il giudizio, per sua natura qualitativo e locale, possa essere trasformato in un ordinamento.
Bonaccorsi trova un risposta nei lavori di Ruth Chang - filosofa della Rutgers University che si occupa di ragionamento pratico, nota per le sue ricerche sulla incommensurabilità dei giudizi - che ammette la possibilità dell'esistenza di relazioni di valore e dei matematici Michel Balinski e Rida Laraki, che sottolineano la necessità di formulare linguisticamente tali relazioni di valore. Le espressioni verbali - ovvero il linguaggio comune - sono, dunque, necessarie a formulare i giudizi che vengono progressivamente affinati e condivisi attraverso l'uso.
Alla fine del secondo capitolo Andrea Bonaccorsi formula la sua personale visione del problema: «Nella mia concezione, quindi, la valutazione è un esercizio di esplicitazione, formalizzazione e aggregazione di giudizi già presenti nelle comunità dei competenti. Il giudizio nasce sempre e comunque come giudizio qualitativo, come apprezzamento del modo in cui gli altri membri della comunità contribuiscono alla conoscenza. Il grado in cui tale giudizio può essere successivamente aggregato dipende dalla diffusione di un linguaggio comune [...] Sarebbe dunque ingenuo trascurare la circostanza che la valutazione è anche, irrimediabilmente, uno strumento di potere. I risultati della valutazione vengono utilizzati per promuovere l'immagine dell'università, per allocare le risorse tra dipartimenti, per assegnare nuovi posti. Meno visibilmente, per regolare i conti, per mettere in difficoltà gli avversari, per promuovere i propri allievi. Vi è però una differenza fondamentale rispetto agli strumenti di esercizio del potere nel campo accademico: la valutazione è un processo nel quale, almeno in linea di principio, tutte le scelte devono essere giustificate razionalmente. Trattandosi di un processo «artificiale», tutto deve essere spiegato e argomentato. In questo senso non ho esitazioni a qualificare la teoria della valutazione come democratica, nel doppio senso di aumento della giustificazione delle scelte, internamente, e della difesa della autonomia della scienza nelle società democratiche, dall'altro» (p. 164-165, e-book).
Si tratta di una teoria della valutazione che utilizza tutta la conoscenza disponibile in ogni momento. È, inoltre, una teoria adeguata alle società democratiche, nelle quali la ricerca scientifica gode di uno statuto di autonomia e si richiede che ogni procedura pubblica sia giustificabile razionalmente.
Il terzo capitolo - Può esistere un linguaggio comune sulla qualità della ricerca? Il dibattito epistemico nelle scienze umane e sociali (p. 180-294, e-book) - è una “pausa” al processo innescato. Una pausa necessaria e decisamente stimolante.

Qui Bonaccorsi approfondisce il tema della valutazione della ricerca nelle scienze umane e sociali ma in un modo molto diverso da quello a cui siamo stati abituati dalla letteratura di casa nostra.
Con un incedere decisamente pragmatico l'Autore entra dentro il dibattito epistemico delle discipline umanistiche e sociali, prendendo come riferimento quattro diversi ambiti disciplinari - la storia, l'antropologia, la letteratura inglese (English studies) e la scienza politica - e dimostrando con i fatti il pluralismo epistemologico e metodologico che rende problematica l'esistenza di criteri di qualità condivisi in queste discipline.
Tale pluralismo non viene affatto presentato come un deficit delle discipline umanistiche e sociali (rispetto al consenso paradigmatico delle scienze dure) ma come una condizione di normalità necessaria alla fecondità scientifica di queste stesse discipline.
La posizione dell'Autore è espressa con chiarezza: «La mia convinzione è che la valutazione sta o cade con il consenso, epistemicamente fondato, delle comunità umanistiche e sociali» (p. 182, e-book). È a carico della valutazione, quindi, lo sforzo di comprendere in profondità e nello specifico i problemi interni e le difficoltà che si frappongono all'accettazione della valutazione da parte delle diverse discipline umanistiche.
La pausa è finita e nel quarto capitolo - La notizia della mia morte è alquanto esagerata: le evidenze empiriche sugli effetti della valutazione (p. 295 - 336, e-book) - Bonaccorsi riprende gli argomenti contrari alla valutazione e li discute alla luce di alcune evidenze empiriche.
Le questioni che vengono riprese e sviscerate sono cinque: 1) la scienza come parte integrante della società e non come sottosistema autonomo, tale per cui i criteri epistemici non spiegano l'avanzamento della conoscenza più di quanto non lo facciano fattori extra-scientifici, come il prestigio, l'influenza, la ricerca del potere; 2) il ruolo delle citazioni come indicatori di impatto e, quindi, indirettamente di qualità del lavoro scientifico; 3) l'uso improprio di indicatori quantitativi per valutare la qualità della ricerca che ha, appunto, natura eminentemente qualitativa; 4) l'introduzione di metodi manageriali derivanti dal settore privato nell'università; 5) la valutazione asservita al processo più generale di privatizzazione della scienza.
Scopo del capitolo è verificare, con gli strumenti delle scienze sociali, se vi siano evidenze empiriche su larga scala a supporto dell'allarme lanciato contro la valutazione o anche segnali deboli che possano far pensare a rischi imminenti.
L'Autore smentisce nettamente l'ipotesi della morte dell'università causata dalla valutazione - per farlo utilizza l'ironia di Mark Twain che, evidentemente ancora vivo, di fronte alla notizia della sua stessa morte risponde che è «alquanto esagerata» - però non omette alcuni rischi e sottolinea quali possono essere le controindicazioni insite negli esercizi di valutazione.
La prima riguarda l'abuso che può essere fatto degli indicatori quantitativi che «una volta prodotti, tendono ad assumere vita propria. Pur essendo degli artefatti umani, finiscono per esercitare effetti ulteriori rispetto a quelli loro assegnati e previsti nelle intenzioni originarie» (p. 325, e-book).
La seconda riguarda la validità degli indicatori quantitativi a livello aggregato, non a livello individuale: «la valutazione individuale deve essere lasciata in ogni caso ad un giudizio qualitativo complessivo», anche nel caso in cui siano disponibili indicatori quantitativi (p. 326, e-book).
La terza controindicazione riguarda i ricercatori, ovvero le distorsioni dei comportamenti di pubblicazione e di produzione della ricerca scientifica.
Il processo alla valutazione è finito.
Nel quinto capitolo - Sulla ricezione della valutazione: un dialogo con Carlo Olmo (p. 337-378) - Andrea Bonaccorsi e Carlo Olmo, storico dell'architettura e delle città d'epoca contemporanea, si alternano in una conversazione in cui si esplicita un qualcosa che nel volume è già avvenuto in diversi passaggi: la connessione tra fatti tutto sommato molto piccoli - legati all'idea di valutazione maturata in questi anni con le esperienze di casa nostra - a «concetti di grande generalità e nobiltà di origine» (p. 338, e-book).
Carlo Olmo riconduce la valutazione alla dimensione della narrazione, con un importante riferimento alla prospettiva ermeneutica di Gadamer: il testo gode di vita autonoma e produce effetti spesso indipendenti dalle volontà dell'autore stesso. È per questo - sottolinea Olmo - che la valutazione non può prescindere dalla teoria della ricezione, ovvero dall'analisi di come i lettori (la comunità scientifica) recepiscono il testo (la valutazione). E ci ricorda che nella ricezione sono due gli aspetti che incidono profondamente: le esperienze maturate e le aspettative. Queste seconde incideranno tanto più quanto meno saranno importanti le esperienze già vissute.
Questo a mio avviso è un passaggio centrale della riflessione che ci spiega, anche implicitamente, molto di quanto è accaduto e sta accadendo all'interno dell'Università italiana. Afferma Olmo alludendo all'esperienza maturata negli anni passati: «non ne avevamo alcuna esperienza e quindi le aspettative erano elevatissime, certamente eccessive. Ma dentro le attese vi sono anche paure, desideri, preoccupazioni» (p. 344).
Viene messa in evidenza l'asimmetria tra ciò che viene progettato dal valutatore - la valutazione come «fatto strumentale e limitato [che] si fa per scopi ben precisi e esaurisce il suo effetto nei limiti degli scopi per cui è stata attuata» (p. 365, e-book) - e ciò che recepiscono i valutati e che rielaborano nell'ottica non solo del loro lavoro ma della loro vita.
Con la valutazione viene reso esplicito e pubblico quanto prima era implicito e privato, ovvero le differenze di qualità. «Ciascuno può avere mille motivazioni per aver fatto un buon lavoro o uno scarso, ma se le tiene per sé. La messa in pubblico viene percepita come una sottrazione, non un aumento. Si toglie qualcosa, si toglie il riconoscimento e la giustificazione, si percepisce il disprezzo o per lo meno il dissenso. È così, per altro, che si costruisce la reputazione, che è un bene insieme fragile e fondamentale, anche nei processi di valutazione» (p. 365, e-book).
Nelle pagine conclusive - Conclusioni, (p. 379-386, e-book) - Andrea Bonaccorsi spiega quali sono i motivi per i quali, non solo in Italia, la valutazione della ricerca ha generato (e genera) un dibattito dai toni sempre molto caldi: il mestiere accademico, guidato dal desiderio di sapere e dalla passione, non può che coinvolgere profondamente la sfera emotiva della persona, che può fraintendere il giudizio dei pari e temere che l'esercizio valutativo renda visibile ed esplicito qualcosa che per sua natura non lo sarebbe, ovvero la qualità della sua ricerca.
Proprio questo ritengo sia il più grande pregio di questo libro: la valutazione che qui ci viene raccontata - lo ricorda esplicitamente Carlo Olmo a dialogo con l'Autore - non dimentica che alla base del lavoro di uno studioso c'è la passione e il desiderio: «chi non vive di passioni, non sa cosa sia la ricerca: lo racconta Platone con la sua metafora della caverna e dell'uscita dalla caverna» (p. 368, e-book)
Alla luce di questa prospettiva la valutazione non appare più tanto piccola (o meschina) ma diviene importante perché finalizzata al miglioramento della ricerca stessa. Non è più una pratica da sbrigare per dovere, un male necessario o un obiettivo cui tendere opportunisticamente, ma torna ad essere un mezzo utile, per amore della ricerca. La valutazione torna ad essere per la ricerca oltre che della ricerca.
Alla fine del libro abbiamo quasi dimenticato le vicende della VQR, siamo stati capaci di vedere l'astro dimenticando il dito, per usare un'altra metafora nota. Pensiamo che sarebbe stato bello leggere questo libro qualche anno fa, perché forse ci avrebbe aiutato a interpretare quanto stava accadendo e sarebbe accaduto, riportandoci su un piano diverso da quello delle procedure amministrative e della rendicontazione: il piano epistemico della ricerca, dello studio che necessariamente i ricercatori (i valutati!) amano e sentono proprio. Il processo è appena iniziato e c'è tanta strada da fare ma la valutazione è possibile, come il titolo del libro ci ricorda.

Chiara Faggiolani
Dipartimento di Scienze documentarie, linguistico-filologiche e geografiche
Sapienza Università di Roma


Ecobiblioteche, ecoarchivi, ecomusei: pratiche di sapere e di azione per la tutela ambientale, a cura di Waldemaro Morgese e Maria A. Abenante. Roma: AIB, 2015. 118 p.: ill. (Collana sezioni regionali AIB Puglia; 2). ISBN 978-88-7812-241-3. EUR 10,00.

La sempre maggiore importanza delle problematiche relative alla tutela del pianeta e il carattere ormai fortemente centrale della questione ambientale rendono significativo anche il ruolo attivo che biblioteche, archivi e musei possono rivestire per la difesa dell'ambiente stesso. Tra questi presìdi culturali, le biblioteche in particolare possono svolgere un prezioso ruolo sociale, migliorando la vita delle persone e la qualità dei territori. Il presente volume enfatizza questo ruolo cimentandosi, in maniera del tutto innovativa, con la tematica ambientale, calandola nel mondo delle biblioteche ed estendendo la riflessione alla filiera MAB, per sensibilizzare bibliotecari e altri professionisti degli istituti culturali su un tema di straordinaria attualità e importanza.
Il volume, curato e introdotto da Waldemaro Morgese, presidente AIB Puglia, e Maria A. Abenante, vicepresidente nazionale AIB, raccoglie diversi interventi presentati nell'ambito della terza edizione del Bibliopride: Carmen Galluzzo, Una biblioteca di frontiera nel quartiere Tamburi di Taranto; Stefano Gambari, Biblioteche di Roma: orti urbani, vaccherie, educazione ambientale; Emanuela Guidoboni, Lo studio dei disastri sismici del passato: il Catalogo dei forti terremoti in Italia; Pinuccia Montanari, Pratiche di educazione ambientale attraverso biblioteche e centri di documentazione e ruolo delle fonti di informazione nel diritto ambientale; Saverio Pansini, Gli ecomusei per la valorizzazione partecipata dei patrimoni culturali territoriali; Marino Ruzzenenti, Gli archivi ambientali presso la Fondazione Luigi Micheletti di Brescia; Anna Laura Saso, L'esperienza delle biblioteche e dei centri di documentazione ambientale della RETE ISPRA-ARPA-APPA.
Il Bibliopride, la principale iniziativa di advocacy per il mondo bibliotecario indetta dall'AIB, nell'anno 2014 si è svolto in Puglia e ha avuto ad oggetto anche altre tematiche di rilievo sociale, tra cui la valorizzazione del patrimonio culturale attraverso l'integrazione e la sinergia tra musei, archivi e biblioteche. In particolare, sono due i convegni di cui vengono proposti i principali contributi: Sinergie tra musei, archivi, biblioteche: profili di buone pratiche e problematiche gestionali per la valorizzazione del patrimonio culturale, svoltosi a Lecce il 4 ottobre, Le eco-biblioteche: l'apporto delle biblioteche alla tutela attiva e al risanamento dell'ambiente: buone pratiche e problematiche, tenutosi a Taranto l'11 ottobre. Il volume si chiude con un'appendice, curata da Antonella Saracino, dedicata al sistema bibliotecario pugliese e alle sue caratteristiche, così come sono emerse dal primo censimento sistematico effettuato dall'AIB su incarico della Regione Puglia, nel quale si è tentato di evidenziare lo stato dei servizi di carattere più sociale, soprattutto quelli più facilmente collegabili alle problematiche ecologiche.
I contributi raccolti nel volume da una parte sottolineano l'importanza di attivare sinergie tra diversi presìdi culturali per la difesa e la valorizzazione del patrimonio culturale e dall'altra descrivono interessanti esempi di buone pratiche condotte da ecobiblioteche, ecoarchivi ed ecomusei che con il loro operare quotidiano possono cambiare e migliorare la qualità della vita dei cittadini, garantendo processi ecocompatibili e sostenibili. In particolare, le ecobiblioteche (dette anche biblioteche verdi, sostenibili, ambientali) possono essere declinate secondo tre modalità, tutte dalla spiccata valenza sociale e potenzialmente integrabili: per le soluzioni tecnologiche e infrastrutturali ecocompatibili delle loro sedi e dei servizi essenziali; per la specializzazione tematica delle collezioni bibliografiche; per le attività didattiche, divulgative, operative di interesse per l'ambiente.
Il citato convegno sulle ecobiblioteche si è tenuto non a caso presso la Biblioteca Marco Motolese nel quartiere Tamburi, a pochi passi dallo stabilimento siderurgico Ilva di Taranto, una biblioteca di frontiera, che si trova ad operare giorno dopo giorno in un quartiere ad alto rischio ambientale e che è chiamata ad intervenire in modo attivo e con azioni di contrasto attraverso percorsi di educazione ambientale, rivolti soprattutto ai giovani, per favorire la partecipazione, la responsabilizzazione e la riflessione critica nei confronti dell'ambiente e del territorio.
La declinazione “eco” non riguarda solo le biblioteche ma, nell'ottica sinergica della filiera MAB, anche gli archivi che raccolgono testimonianze di esponenti della storia dell'ambientalismo e preziosi documenti su tematiche concernenti l'ambiente, e i musei, aperti all'esterno e in grado di valorizzare i patrimoni culturali territoriali attraverso la partecipazione diretta delle comunità di riferimento.
Una sinergia che prevede, dunque, un intervento fattivo e concreto degli ecopresìdi, al fine di documentare i fenomeni ambientali; diffondere una maggiore sensibilità sui problemi dell'impronta ecologica, della salute, dell'educazione e della sostenibilità ambientale; intervenire per migliorare la salute del proprio territorio e più in generale dell'intero pianeta. Ecobiblioteche, ecoarchivi ed ecomusei, dando spazio a queste tematiche, possono diffondere fra i cittadini una più consapevole “cultura ambientale”, facendo diventare quest'ultima un tassello fondamentale della più ampia questione della responsabilità sociale, legata alla promozione del benessere sociale, culturale ed economico delle comunità. Gli ecopresìdi possono contribuire non poco a sviluppare una “coscienza ecologica” nei cittadini, che permetta loro di partecipare in modo responsabile ed efficace alla prevenzione, alla soluzione dei problemi ambientali e alla gestione della qualità dell'ambiente.

Anna Bilotta
Avellino


Customer-based collection development: an overview, edited by Karl Bridges. London: Facet, 2014. 216 p. ISBN 13: 978-0-8389-1192-1. $ 64.00.

Il volume si focalizza su una metodologia di acquisizione principalmente rivolta agli e-books, ovvero la Patron Driven Acquisition (PDA), detta anche Demand Driven Acquisition (DDA), da alcuni anni al centro del dibattito professionale bibliotecario. L'obiettivo del libro è quello di indagare, attraverso i suoi undici capitoli, tutti seguiti da una bibliografia, le molteplici questioni teorico-metodologiche e applicative della PDA, alla luce dei cambiamenti che stanno avvenendo nell'ambito dello sviluppo delle collezioni, soprattutto in seguito alla massiccia diffusione delle risorse digitali. Il primo capitolo, di carattere più generale rispetto ai seguenti, si sofferma sull'origine e sulla diffusione della PDA nel contesto delle biblioteche accademiche nordamericane e sul cambiamento di paradigma che tale metodologia ha contribuito a determinare. Se tra il secondo dopoguerra e gli anni Sessanta del Novecento le biblioteche, grazie a ingenti budget per gli acquisti, erano in grado di selezionare una grandissima mole di risorse documentarie secondo la logica del just-in-case, nei decenni successivi, con la diminuzione del budget, del personale e degli spazi, esse non sono più state in grado di continuare questa politica. Inoltre la consapevolezza che la maggior parte delle opere acquistate non è stata e non sarà utilizzata ha portato alla necessità di acquisire risorse che riescano effettivamente a soddisfare i bisogni degli utenti, secondo la logica del just-in-time. Quest'ultima, che si rafforza con la diffusione delle tecnologie di rete e delle risorse digitali, trova piena espressione nella PDA, metodologia che permette di garantire l'accesso immediato alle risorse richieste dagli utenti.
Con il secondo capitolo la trattazione diventa più specifica e descrive un aspetto ancora poco studiato dalla letteratura professionale, ovvero l'utilizzo della DDA in ambito consortile, portando come esempio concreto quello del Tri-College Library Consortium. Il capitolo descrive in modo dettagliato la progettazione, lo svolgimento e i risultati del progetto pilota condotto con EBL dal 2011. Uno dei punti da migliorare, pur costituendo un obiettivo iniziale del progetto, riguarda il coordinamento dell'acquisizione di libri a stampa tramite approval plan e di e-books tramite DDA al fine di evitare la duplicazione e stabilire se un'opera vada acquisita in formato cartaceo o digitale. La principale difficoltà è dovuta alla non simultanea pubblicazione della versione a stampa e di quella digitale. È da segnalare, inoltre, che il capitolo si chiude con un elenco di questioni da considerare nell'implementazione di DDA condivisi, mettendo così a disposizione di altri l'interessante esperienza del Tri-College.
Il terzo capitolo intende presentare la percezione dei bibliotecari nei confronti della PDA, basandosi su uno studio del 2012 condotto nell'ambito di grandi biblioteche di ricerca statunitensi che già conducono programmi per l'acquisizione di e-books tramite PDA. I risultati dell'indagine mostrano che i bibliotecari nella maggior parte dei casi supportano i programmi di PDA, poiché credono che gli utenti siano in grado di scegliere libri appropriati per le proprie ricerche, ma anche per quelle degli altri studenti. Dunque, tali risultati possono incoraggiare altre biblioteche a intraprendere progetti di PDA.
Seguono sei capitoli che costituiscono il nucleo dell'opera e presentano una rassegna di esempi concreti relativi all'applicazione della PDA in varie realtà bibliotecarie degli Stati Uniti. Per ogni caso di studio vengono illustrate in modo dettagliato la pianificazione, l'applicazione e la valutazione dei progetti. È da sottolineare che tali contributi sono accompagnati da utili tabelle e grafici esplicativi e in alcuni casi da appendici.

Il quarto capitolo si sofferma su un progetto pilota per l'acquisizione di e-books tramite PDA condotto presso la Lovejoy Library of Southern Illinois University nella primavera del 2012. Nonostante il budget limitato (4000 dollari) e la breve durata (in un mese è stato esaurito il budget), i risultati sono stati positivi e tale esperienza sarà un utile riferimento per un'eventuale implementazione futura di tale metodologia di acquisizione. Anche il quinto capitolo presenta dei casi di applicazione su piccola scala della PDA: si tratta dei tre progetti pilota realizzati dalla University of Hawaii at Manoa (UHM) Library. Il primo progetto riguarda l'acquisizione degli e-books ed è condotto con Myilibrary nel 2010, utilizzando un budget di 15.000 dollari. Il secondo, basato sul concetto del purchase-on-demand (POD), è relativo all'acquisizione dei libri a stampa e in seguito anche di e-books richiesti dagli utenti tramite ILL. Il terzo programma riguarda, infine, l'acquisizione dei libri a stampa richiesti tramite ILL, ma per vari motivi difficilmente reperibili tramite questo canale.
Il sesto capitolo illustra l'applicazione della DDA per l'acquisizione degli e-books presso le Kent State University Libraries (KSUL) intrapresa dal 2012, soffermandosi principalmente sulle questioni di carattere tecnico.
Il settimo capitolo analizza i cinque diversi modelli di PDA sviluppati presso la Brigham Young University (BYU). I primi quattro riguardano l'acquisizione dei libri a stampa, mentre il quinto quella degli e-books. Gli autori conducono un'analisi per valutare il tasso di circolazione delle risorse acquisite tramite PDA e il costo per uso (CPU), effettuando anche un confronto con le risorse acquisite secondo i metodi tradizionali. I risultati mostrano che la PDA porta evidenti benefici sia nell'ambito delle monografie a stampa sia in quello degli e-books.
L'ottavo capitolo si distingue dagli altri perchè descrive l'applicazione della PDA nell'ambito del digital collection development non in riferimento all'acquisizione di nuove risorse, bensì alla digitalizzazione di documenti già facenti parte della raccolta, ai fini dell'uso ma anche della conservazione a lungo termine. L'esempio riportato è quello della Special Collections and Archives Research Center (SCARC) presso la Oregon State University (OSU) che comprende un'ingente quantità di fotografie storiche. La selezione dei documenti da digitalizzare è stata effettuata ricorrendo alla metodologia PDA, dunque in base alle esigenze di studio e di ricerca degli utenti. L'obiettivo primario è quello di costituire collezioni digitali effettivamente utilizzate, ottenendo contemporaneamente un risparmio in termini economici e di tempo.
Con il nono capitolo si torna ad illustrare un progetto pilota per l'acquisizione degli e-books tramite PDA. Il caso presentato è quello del sistema bibliotecario della Texas A&M University (TAMU), le cui biblioteche, pur avendo budget e cataloghi separati, collaborano nell'ambito del collection development al fine di offrire una migliore offerta e abbassare i costi. In tale contesto si colloca anche la sperimentazione della PDA a partire dal 2012.
Dalle esperienze presentate in tali capitoli emerge chiaramente che la PDA, indipendentemente dalla disponibilità del budget e dalla durata dei progetti, presenta molte potenzialità nell'ambito del collection development, tra cui si ricordano la possibilità dell'accesso just-in-time; l'attinenza delle risorse selezionate ai bisogni degli utenti; l'effettivo utilizzo dei titoli e la loro maggiore circolazione rispetto a quelli acquistati secondo altre procedure; la possibilità per i bibliotecari di sfruttare la maggiore conoscenza dei bisogni degli utenti anche nella fase di selezione tradizionale. Tuttavia, il volume, evitando una visione semplicistica, mette anche in evidenza i limiti e i problemi aperti della PDA, che emergono sia tramite l'analisi dei casi concreti appena ricordati, sia da un discorso teorico di più ampio respiro che contraddistingue la parte finale dell'opera.
Tale obiettivo è realizzato pienamente dal decimo capitolo, che presenta una sintesi delle questioni più controverse relative alla PDA poste al centro dell'attuale dibattito professionale. In particolare, vengono proposte sette ragioni alla base dello scetticismo nei confronti dell'adozione della PDA: alcune motivazioni riguardano la metodologia in sé, che non si fonda su un'idea nuova e rivoluzionaria e che non sempre è in grado di supportare gli scopi più ampi e a lungo termine di una biblioteca. Inoltre, i vantaggi di tale metodologia sono evidenti solo nel momento in cui gli utenti sanno precisamente quello che vogliono, situazione che non si verifica spesso. Altre ragioni di scetticismo riguardano il rapporto tra e-books e PDA e altre ancora quello tra tale metodologia e il mercato librario.
Il capitolo conclusivo presenta i risultati di uno studio che ha confrontato, nell'arco di un triennio, l'utilizzo degli e-books acquisiti tramite PDA durante il progetto pilota condotto presso le Ohio State University Libraries (OSUL) e l'uso delle monografie acquistate tramite la selezione del bibliotecario. I risultati di tale analisi confermano e rafforzano la tesi sostenuta nell'arco dell'intero volume: la PDA non va intesa come un metodo sostitutivo degli altri, in linea con la posizione attualmente più seguita non solo in ambito bibliotecario nordamericano, ma anche europeo. Dunque, la scelta migliore in fase di acquisizione è la combinazione di molteplici approcci, da bilanciare di volta in volta in base alle esigenze specifiche e alle risorse di ogni biblioteca o sistema bibliotecario.
In conclusione, il volume, ponendosi in modo dialettico nel dibattito professionale sulla PDA e in generale sul collection development, fornisce al lettore utili spunti di riflessione, sulla base dei dati statistici e dei casi concreti presentati.

Sara Dinitola
Biblioteca civica di Bolzano


Musique en bibliothèque, sous la direction de Gilles Perret. Troisième édition. Paris: Éditions du Cercle de la librairie, 2012. 357 p. (Collection Bibliothèques). ISBN 978-2-7654-1360-8. EUR 42,00.

Quando nel 2002 venne pubblicata la seconda edizione di questo volume (la prima apparve nel 1993 come Musique en bibliothèques), le biblioteche municipali francesi stavano vivendo l'era dell'abbondante offerta di musica, rappresentata dal boom di prestiti di CD audio e DVD. A distanza di poco più di dieci anni lo scenario è discretamente cambiato: i flussi audiovideo sul web veloce raggiungono direttamente i privati e le riflessioni contenute nel volume partono da questo presupposto.
I documenti musicali alla pari rispetto al resto delle collezioni: su questa strada la Francia è sempre stata avanti, basti pensare che il termine stesso “mediateca” è un calco dal francese. Nel saggio di Pamela Thompson vengono confrontate le testimonianze di bibliotecari musicali di diverse realtà europee, compresa l'Italia, di cui si lamenta la mancanza di personale, fondi e interesse da parte delle amministrazioni, ma si rileva anche la nostra sensibilità catalografica e gli strumenti dell'OPAC nazionale dedicati alla musica.
Segue la trattazione degli aspetti tecnologici della musica del terzo millennio, ormai digitale: i formati (di compressione o di compattamento), i supporti alla fruizione, le modalità di download, streaming o condivisione tramite Internet, le quali hanno ormai condizionato il mercato stesso, approfondendo la recente normativa francese sul deposito legale e sul diritto d'autore nel web.
Vengono quindi citate esperienze recentissime quali la sottoscrizione alle piattaforme di prestito digitale tramite terminali contenenti da 50 a 200 CD, ma anche la diffusione dei contenuti audiovideo attraverso canali quali il podcast, i blog, le playlist sui siti delle biblioteche o sulle relative pagine Facebook o Myspace.
Nella contrazione del servizio di prestito fisico si sviluppa l'attitudine a preparare “spazi” musicali dove la musica sia anche prodotta, dove il bibliotecario proponga percorsi tra gli audiovisivi posseduti, dove l'utente trovi le collezioni musicali intercalate nelle varie sezioni (ad esempio la musica etnica nella sezione “geografia”). E per arricchire questi spazi, ben venga una certa disponibilità di edizioni musicali, per chi pratica o si diletta: magari quelle pedagogiche, se il budget è basso.
Si tratta quindi di modificare le nostre teche in luoghi in cui la musica riceve un valore aggiunto, grazie alla mediazione, importante legame tra bibliotecari e pubblico e concetto cardine del saggio di Sandrine Haon. Ma quale mediazione? Certo animazione e azione culturale che abbiano come oggetto la musica, anche se è difficile concretizzarle in occasioni che non imbocchino derive festaiole e si sostituiscano del tutto ai luoghi di spettacolo.
Il saggio di Pascal Cordereix si chiede poi se gli audiovisivi rientrino nella definizione di patrimoine data dalla legislazione francese, il che comporterebbe sottoporli all'operazione che i colleghi d'oltralpe chiamano patrimonialisation: un insieme di conservazione, catalogazione e digitalizzazione. Nel saggio vengono presentate raccomandazioni che valgono come buone pratiche anche per progetti condotti al di fuori di quella nazione.
Gli ultimi capitoli sono dedicati alla catalogazione della musica dopo l'unificazione degli ISBD e dell'introduzione delle RDA (Resource Description and Access): in Italia ovviamente a questo orizzonte si somma il quadro normativo delle REICAT, riguardanti anche la musica, della Guida alla catalogazione in SBN. Musica e delle indicazioni per il trattamento del materiale video (anche musicale integrate nella Guida alla catalogazione in SBN. Materiale moderno. Draft. Entrambe le guide del 2012). Successivamente all'uscita del volume sono comparse nell'orizzonte della scienza dell'informazione alcune importanti riflessioni ulteriori nel campo della descrizione bibliografica, quali - uno su tutti - FRBR-LRM (Library Reference Model) del 2015, la cui sistematizzazione delle entità bibliografiche vale a maggior ragione anche per l'universo musicale e insiste utilmente sugli obiettivi di ricerca, selezione e esplorazione propri dell'utente: uno strumento in più per permettere ai documentalisti di organizzare tale universo in maniera da renderlo più agevolmente navigabile.
I colleghi francesi, che da tempo si sono serviti di uno strumento quale i PCDM (Principes de classement des documents musicaux en bibliothèque), sistema di classificazione valido tanto per gli audiovisivi quanto per i libri e applicabile fin nella più modesta struttura, si interrogano dunque sulle prospettive dell'indicizzazione nell'epoca dei tag sociali e simili: sono però sicuri che il ruolo dei professionisti consista nel creare il basilare telaio di dati verificati e funzionali su cui si innestino le possibilità di partecipazione e di apporto offerte a chiunque dal web.

Stefano Baldi
Torino


Karen Coyle. FRBR before and after: a Look at Our Bibliographic Models. Chicago: ALA, 2016. 200 p. ISBN 13: 978-0-8389-1345-1. $ 50.00. (Disponibile per il download gratuito all'indirizzo http://www.kcoyle.net/beforeAndAfter/978-0-8389-1364-2.pdf).

Il volume di Karen Coyle presenta una analisi del modello FRBR, con particolare attenzione al background dal quale è nato, sia catalografico che tecnologico, e con una parte dedicata a quelli che potrebbero essere definiti gli aspetti critici del modello. Il volume è il frutto di anni di studio e riflessione dedicati dalla studiosa all'argomento ed è la sua più matura riflessione sul modello concettuale.
FRBR ha avuto un notevole impatto sulla teoria catalografica fin dalla sua apparizione nel 1998, e ha condizionato la revisione dei Principi di Parigi e la successiva normativa catalografica, che riprende concetti e terminologia usati nel modello, e nei modelli che lo hanno seguito, FRAD e FRSAD.
Il titolo è forse parzialmente fuorviante, nel senso che il lettore si potrebbe aspettare quasi esclusivamente una analisi del modello concettuale, dei modelli nati in seguito alla sua pubblicazione e una riflessione sugli aspetti critici del modello stesso. Gli argomenti trattati sono invece più ampi, e aiutano il lettore ad avvicinarsi a FRBR nella giusta prospettiva.
Dalla pubblicazione a oggi la bibliografia su FRBR è, se non sterminata, sicuramente molto numerosa e con interventi di diverso livello e approfondimento; molti di questi sono destinati a un pubblico di specialisti che hanno o dovrebbero già avere una buona conoscenza del modello stesso. Altri invece hanno avuto una finalità eminentemente didattica e hanno avuto il merito di far conoscere il modello a un pubblico più ampio.
Il volume di Coyle affronta la questione da un punto di vista diverso, presentando non solo il modello stesso, ma una panoramica della teoria catalografica che ha portato a FRBR, (in particolar modo, si concentra l'attenzione sull'evoluzione della normativa catalografica e sul progressivo emergere della distinzione fra libro e opera, momento centrale della teoria catalografica della metà del Ventesimo secolo) sintetica ma efficace, con alcuni spunti molto interessanti, e una breve ma efficace sintesi degli aspetti tecnologici che sottostanno ai cataloghi di biblioteca in senso ampio. Senza troppi specialismi viene fornita una panoramica della nascita dei database e delle tecniche di realizzazione degli stessi, aspetto fondamentale per capire FRBR e alcune sue debolezze strutturali, legate alle scelte di modellizzazione fatte dal gruppo di lavoro.
La prima parte del volume è dedicata all'analisi del concetto di opera, a cosa sono i modelli concettuali e alla tecnologia che sottostà alle operazioni bibliotecarie, in particolare a quelle relative al catalogo, e alla modellizzazione concettuale.
La parte relativa all'opera si concentra su una sintetica analisi della teoria catalografica relativa alla questione (dalle teorizzazioni ottocentesche di Panizzi e Cutter fino al dibattito fra unità bibliografica e unità letteraria che ha visto protagonisti studiosi del calibro di Lubetzky e Verona), e quindi sulle funzioni e sugli obiettivi del catalogo, obiettivi rispetto ai quali la posizione di Coyle è parzialmente critica, considerando che alcune funzioni che potrebbero essere svolte dai cataloghi, e teorizzate in particolar modo da Wilson, non sono mai state effettivamente implementate nei cataloghi.
È molto interessante l'analisi del concetto di opera, che riprende parzialmente la fondamentale opera di Smiraglia sull'argomento, ma va oltre proponendo anche altre visioni e soprattutto una proposta, con basi legate alle scienze cognitive, dell'autrice relativa alla definizione di “opera”.
In particolar modo, riprendendo quanto afferma Wilson in Two kinds of power, viene affrontato il problema della definizione di opera e di famiglia di opere, e la questione delle funzioni del catalogo. Il testo di Wilson, dal carattere squisitamente filosofico, non offre soluzioni o chiare definizioni, ma aiuta a muoversi nella complessità dell'universo bibliografico, offrendo spunti interessanti e presuppone una funzione del catalogo che aiuti gli utenti nella scelta dei testi di loro interesse, evitando una finta neutralità e fornendo invece aiuti nella scelta dei volumi “migliori” (funzioni che vengono svolte da altre realtà commerciali o da social network dedicati alla condivisione di letture da parte degli utenti).
La seconda parte è quella più specificamente dedicata all'analisi di FRBR, partendo dal contesto per arrivare a una critica serrata ma puntuale di alcuni suoi aspetti generali (senza troppo soffermarsi sui dettagli, ad esempio, su quanto è stato detto e scritto sull'entità espressione, sicuramente una delle più problematiche e discusse del modello). In particolar modo, come già parzialmente detto, è la scollatura fra quanto FRBR sostiene di fare o di voler fare, e quanto effettivamente fa, che viene analizzata puntualmente da Coyle, con risultati interessanti e con spunti di riflessione da non trascurare. Una analisi disincantata del modello fa emergere alcune incongruenze fra quanto sostiene di fare e quanto in effetti fa. E la risposta di Coyle alla sua stessa domanda se FRBR raggiunga gli obiettivi che si è prefissato, è parzialmente negativa.
Una delle principali critiche mosse da Coyle a FRBR riguarda appunto il fatto che il modello è stato non solo sviluppato utilizzando una tecnologia forse non obsoleta ma sicuramente non “aggiornata” e il fatto che il modello è stato prodotto da un ristretto gruppo di lavoro. Vista l'importanza dell'impresa e le sue ricadute sul mondo catalografico, un maggior coinvolgimento della comunità bibliotecaria sarebbe stato auspicabile, a detta della studiosa.
Poco, se non nessuno spazio, è dedicato agli altri modelli concettuali della famiglia, scarsa attenzione che, va detto, è stata condivisa dalla comunità catalografica, vuoi per la loro complessità, vuoi perché era nell'aria la redazione di un nuovo modello consolidato, che unisse i tre modelli distinti in un unico coerente modello concettuale. Cosa che è stata fatta, e al momento è disponibile la bozza del nuovo modello FRBR LRM (Library Reference Model) per la revisione mondiale, appena conclusa, che sicuramente porterà cambiamenti radicali a FRBR come lo abbiamo conosciuto, ma soprattutto a come verrà recepito dalla normativa catalografica e dalla revisione dei Principi di Catalogazione anch'essi in fase di revisione a livello mondiale.
Ricordiamo infine che è in corso di realizzazione la traduzione italiana che sarà pubblicata dall'AIB entro l'estate.

Lucia Sardo
Roma


Andrea Marchitelli. Orientarsi tra le informazioni in biblioteca. Milano: Bibliografica, 2015. 128 p. (Conoscere la biblioteca; 17). ISBN 9788870758269. EUR 12,00.

Il recente volume di Andrea Marchitelli arricchisce di un nuovo contributo la collana Conoscere la biblioteca dell'Editrice Bibliografica, che si pone come obiettivo quello di offrire al lettore gli strumenti di base per districarsi tra le diverse funzionalità del servizio bibliotecario.
Orientarsi tra le informazioni in biblioteca - come suggerisce il titolo - è oggi essenziale. Infatti le biblioteche, costrette a mediare un contesto informativo articolato e particolarmente complesso, rappresentato dall'informazione digitale, hanno mutato gli strumenti e affinato le pratiche per il recupero dell'informazione, offrendo al contempo contenuti più “aperti” e accessibili, e trovando nuove modalità di aggregazione dell'offerta documentaria cartacea e digitale.
Così l'utente che oggi “frequenta” la biblioteca, e che per reperire l'informazione utilizza OPAC, banche dati, discovery tools e repositories, deve essere in grado di comprendere la specificità di questi strumenti, rispetto a quelli generalisti messi in campo da Google, Wikipedia e altri soggetti del Web..
Il volume costituisce pertanto un'utile e agile guida introduttiva alle risorse informative disponibili in biblioteca ed è particolarmente adatto a chi voglia prendere dimestichezza con gli strumenti di recupero dell'informazione bibliografica. Il lettore è, così, messo in grado di osservarli con quello spirito critico, che consenta di distinguerne le finalità informative e gli usi più opportuni, ed è pronto a compiere ricerche efficaci e al tempo stesso consapevoli.
Tra gli strumenti attraverso i quali si esplica il servizio bibliotecario, il catalogo, rappresentazione simbolica del contenuto informativo della biblioteca rivolto al recupero dell'informazione, ha ampliato nel tempo i suoi obiettivi e migliorato notevolmente le funzionalità per la ricerca.
Riferendoci alla metafora ancor oggi pregnante del catalogo come “linguaggio” attraverso il quale la biblioteca esprime la propria funzione culturale di organizzare il sapere, possiamo definire la recente evoluzione del catalogo come il tentativo di adattare il linguaggio della biblioteca alle nuove aspettative dell'utente, che tende sempre più a trasferire alla ricerca catalografica i modelli mentali acquisiti nelle sue esperienze di ricerca nel Web e, allo stesso tempo, a conformarsi ai nuovi linguaggi per la creazione, trasmissione e uso dell'informazione imposti dal Web.
L'autore ci conduce, nei nove capitoli di questo libro, ad esplorare le possibilità di utilizzo del catalogo nel panorama contemporaneo, nel quale le biblioteche fisiche sono affiancate da quelle digitali e l'utilizzo della rete a fini di ricerca non ha rivali.
I primi due capitoli sono dedicati ad approfondire la conoscenza dello strumento: da un lato, la trattazione si focalizza sui principali obiettivi che per suo tramite si possono raggiungere, e dall'altro lato vengono illustrate le peculiarità che lo distinguono da altri dispositivi ideati per il recupero dell'informazione. Viene esposta chiaramente l'attività della catalogazione intesa come insieme di tecniche per la creazione dei dati bibliografici, secondo precisi standard e con l'applicazione di norme, finalizzate alla creazione della descrizione e alla scelta di quei punti d'accesso nominali e semantici, che costituiscono i principali “agganci” della descrizione di un documento da parte dell'utente finale.
Il terzo capitolo è rivolto ad analizzare l'evoluzione storica delle funzioni del catalogo a partire dalle teorizzazioni moderne della Great tradition fino ai più recenti Principi internazionali di catalogazione (International Cataloguing Principles), che formalizzano ed estendono le tradizionali funzioni di localizzazione e di reperimento dei documenti all'obiettivo della “navigazione” nel catalogo stesso.
I cataloghi odierni rappresentano il punto d'arrivo del ripensamento teorico apportato dallo studio FRBR dell'IFLA, rivolto a una più chiara rappresentazione delle entità ideali e materiali oggetto di interesse dell'utente e - al contempo - sono la conseguenza della necessità di adattamento alle nuove tecnologie del Web.
L'analisi del processo evolutivo si estende alle più recenti istanze di apertura del catalogo verso il Web semantico, che si concretizzano nelle recenti linee guida Resource Description and Access (RDA). Queste ultime aprono uno scenario nuovo nell'attività della catalogazione, intesa come la descrizione e l'accesso a risorse di qualunque tipologia, e sono finalizzate alla formulazione di dati che consentano la scoperta delle risorse.
I capitoli che seguono riassumono le vicende storiche dalla realizzazione dei primi rudimentali cataloghi, che attestano l'esistenza delle biblioteche più antiche, al perfezionamento del catalogo cartaceo, fino a giungere alle schede mobili, l'ultima e più avanzata tecnologia del catalogo realizzato su un supporto di natura analogica.
L'evoluzione del catalogo elettronico in seguito all'automazione progressiva dei servizi bibliotecari porta all'ideazione del progetto Machine-Readable Cataloguing (MARC) per lo scambio delle registrazioni in formato elettronico e alla nascita dei moderni OPAC (Online Public Access Catalogs). Ai cataloghi online è dedicato il capitolo 5 che ripercorre - alla luce della celebre analisi delle funzionalità dell'OPAC tracciate negli anni Ottanta da Charles Hildreth - le fasi evolutive delle interfacce del catalogo, che hanno condotto al miglioramento delle sue funzionalità prima e alla loro trasformazione nei più recenti discovery tools dopo. Questi ultimi rappresentano la quarta generazione degli OPAC, appena tratteggiata dallo studioso americano, e sono noti anche come Next generation Catalogs. Anche le innovazioni del Web sociale o Web 2.0, una volta diffuse, hanno trovato un ambito applicativo nelle interfacce dei nuovi OPAC.

Negli OPAC di nuova generazione vengono implementate molte tecniche ereditate dai motori di ricerca del Web, come quelle che consentono di correggere gli errori in fase di digitazione della query (correzione dello spelling) o di aggiungere al termine usato per un'interrogazione prefissi e suffissi per ampliare le possibilità di recupero (stemming). Sono state introdotte inoltre varie altre tecniche e soluzioni di progettazione della ricerca che richiamano quelle presenti nei più comuni motori e siti web commerciali (suggerimenti imitativi, visualizzazioni avanzate, smart search con ricerca monocampo o “Google like”, con esposizione dei risultati per rilevanza, uso delle faccette per raffinare i risultati ottenuti).
L'OPAC così assomiglia sempre di più al motore di ricerca. Sebbene i discovery tools non sostituiscano l'OPAC e le altre interfacce specifiche per la ricerca, ma si pongano a un livello più generale, di scoperta delle informazioni e delle risorse, questi rappresentano senz'altro l'emergere di nuovi modelli di indagine, offrendo così un approccio nuovo alla ricerca dell'informazione bibliografica.
Giunti a questo punto, diventa necessario distinguere chiaramente le potenzialità offerte da un motore di ricerca del Web e quelle insite nel catalogo, in termini di copertura, di ricchezza cognitiva, di neutralità, completezza e accuratezza delle risposte, di controllo dei dati, e, infine, di aggiornamento e disponibilità delle informazioni recuperate (cap. 6).
Occorre inoltre ricordare che la ricerca di informazione nell'OPAC va ben oltre il recupero dell'informazione (IR) e coinvolge vari aspetti che possono essere ricompresi nel modello più generale di “comportamento informativo”, un insieme di fattori che comprende il bisogno informativo, la ricerca, lo scambio e l'uso dell'informazione.
Lo studio dei comportamenti di ricerca è da decenni il campo d'indagine delle teorie che indagano il comportamento informativo (Information behavior) ossia di quel filone di indagine che nell'ambito della Scienza dell'informazione propone un approccio qualitativo del recupero dell'informazione, mettendo in evidenza il contesto sociale nel quale si compie il processo informativo.
Alla ricerca informativa e alle sue principali strategie è dedicato un intero capitolo (cap. 7), nel quale si esaminano gli strumenti più adatti in base alle differenti esigenze informative dell'utenza: il motore di ricerca, la banca dati, l'OPAC e i discovery tools, questi ultimi intesi come strumenti ibridi tra la banca dati e il catalogo, che consentono di ricercare tra i contenuti informativi della biblioteca, non più limitatamente al solo posseduto, ma anche con il recupero di risorse elettroniche e documenti full text provenienti da fonti esterne alla biblioteca. Gli strumenti specialistici, a cui si fa qui riferimento, dispongono di collaudate e potentissime tecniche per il recupero e l'indicizzazione dei documenti, che potrebbero essere maggiormente sfruttate se portate a conoscenza degli utenti.
L'autore esamina poi le peculiarità di strumenti molto diffusi nelle biblioteche accademiche, sebbene ancora poco utilizzati dall'utenza, come le banche dati bibliografiche, le quali selezionano e indicizzano i prodotti della ricerca scientifica e offrono, tramite l'utilizzo dei metodi bibliometrici, indicazioni sul valore e sull'impatto delle pubblicazioni nei principali ambiti disciplinari.
Tutti gli strumenti di recupero dell'informazione bibliografica si basano, infine, sull'Information retrieval (IR), l'insieme di tecniche mirato al recupero dell'informazione elettronica. Le elaborazioni di questo campo d'indagine si concentrano sulle modalità di rappresentazione dei documenti ai fini del loro recupero e affrontano le tematiche dell'indicizzazione manuale e automatica, ovvero lo sviluppo di algoritmi e di tecniche che consentono di convertire i documenti in insiemi di termini di indice utilizzabili per il recupero dell'informazione. L'IR prende a riferimento principalmente i sistemi e si basa sullo studio dei termini di ricerca e sulla valutazione dei risultati in termini di rilevanza. Nell'ambito di questo filone di studi sono stati elaborati modelli di accesso o di interrogazione che esplorano ciò che avviene all'interno dei sistemi di recupero e che vengono comunemente chiamati modelli di information retrieval. Al loro sviluppo e funzionamento è dedicato un capitolo, sia pur breve (cap. 8).
Dal momento che il catalogo - come si ripete sovente quando si considerano gli aspetti evolutivi di questo strumento - è storicamente determinato dalle esigenze degli utenti e dalle caratteristiche delle raccolte da rappresentare, esso deve ovviamente adattarsi dinamicamente alle nuove modalità di accesso all'informazione che si manifestano. Pertanto il suo futuro (cap. 9) è incerto e in continuo divenire, anche se la possibilità di atomizzare le informazioni in esso contenute e di esprimere i dati bibliografici come insiemi di dati collegati nell'ambiente eterogeneo del Web semantico fanno prefigurare nuovi e interessanti sviluppi, che potrebbero spingere il catalogo e la catalogazione in direzione di nuove dimensioni. In un panorama così mutato, le biblioteche, assumendo un nuovo e importante ruolo nella mediazione delle conoscenze, dovranno assumersi il compito di continuare a garantire il valore fondamentale dell'imparzialità nell'accesso all'informazione e del rispetto della privacy, unitamente al controllo della qualità e dell'autorevolezza dei dati catalografici.

Antonella Iacono
Sapienza Università di Roma


Chiara Faggiolani. Ricerca Qualitativa. Roma: AIB, 2015. 95 p. (Collana ET; 33). ISBN 978-88-7812-239-0. EUR 12,00.

«La ricerca quantitativa trova quello che cerca, e non sappiamo niente di tutto quello che non ha cercato. La ricerca qualitativa trova quello che trova, e non sappiamo niente di quello che non ha trovato».
Il volume Ricerca Qualitativa di Chiara Faggiolani, trentatreesima voce dell'Enciclopedia tascabile AIB, spiega in modo agile ed essenziale che cos'è la ricerca qualitativa, inserendola dapprima nel più ampio contesto della ricerca sociale e quindi declinandone le potenzialità in ambito bibliotecario.
Come spiega l'autrice all'inizio del libro la ricerca qualitativa, nata nell'ambito delle scienze sociali, non è da confondere con le ricerche volte alla valutazione della qualità dei servizi in biblioteca. “Qualitativo” è infatti il metodo della ricerca, e non l'oggetto indagato. I tratti distintivi della ricerca qualitativa in senso proprio sono: la centralità dell'interpretazione come strumento conoscitivo; l'apertura costante ai dati; l'analisi nel contesto e la vicinanza tra il ricercatore e l'oggetto studiato.
Allo stesso modo occorre sgomberare fin da subito il campo dal preconcetto - derivato dal linguaggio comune, secondo il quale la qualità è sempre meglio della quantità - che esista una ricerca qualitativa buona che si contrappone a una ricerca quantitativa cattiva: si tratta infatti, fortunatamente, di una contrapposizione superata a favore di una integrazione tra i due metodi.
Quello che caratterizza la ricerca qualitativa, spiega l'autrice, è il fatto di essere applicata a un oggetto di studio ritenuto complesso, e di osservare l'oggetto nel suo contesto di riferimento: essa studia infatti i fenomeni nel loro contesto naturale, tentando di dargli un senso o una interpretazione in termini di significato che viene loro attribuito (p. 13). Proprio l'importanza dell'osservazione dei fenomeni all'interno del loro contesto è uno degli elementi chiave che rende non solo possibile, ma anche auspicabile la ricerca qualitativa in biblioteca da parte dei bibliotecari stessi: il bibliotecario infatti non solo può, ma in un certo senso deve essere il ricercatore, perché solo lui può porsi delle domande “da bibliotecario”, finalizzate a prendere decisioni per migliorare i servizi o l'offerta della biblioteca.
Alla parte introduttiva segue un veloce ma preciso excursus storico-teorico, a partire dalla scuola di Chicago dei primi decenni del Novecento alla svolta degli anni Ottanta, che portò la ricerca qualitativa anche in Italia. Nel nostro Paese questa metodologia ha acquisito un certo rilievo soprattutto negli ultimi vent'anni, e a partire circa dal 2009 è stata applicata anche in ambito bibliotecario.
Perché ci si avvicinati alla ricerca qualitativa in biblioteca? Per la natura molto particolare dell'oggetto-biblioteca, che è «una istituzione che solo apparentemente ha un significato omogeneo, e che invece assume tanti significati, almeno quanti sono i contesti in cui essa si situa» (p. 24).
Il libro prosegue descrivendo il metodo di ricerca, riassumibile nelle quattro fasi classiche di ogni ricerca sociale: disegno (o progetto), raccolta dei dati, analisi dei dati, comunicazione dei risultati. Nel caso della ricerca qualitativa, però, la particolarità è che ciascuna di queste fasi va influenzare le altre, che vengono quindi costantemente riformulate e modificate per tutta la durata della ricerca, in una sequenza che non potrà mai risultare progressiva e lineare.
Vale la pena soffermarsi brevemente sulle tecniche principali utilizzate per la raccolta dei dati, ossia l'ascolto e il dialogo (nell'intervista qualitativa e nei focus group) e l'osservazione del comportamento degli utenti. Ovviamente ascolto e osservazione devono essere applicate con rigore metodologico, in modo che da attività spontanee e casuali si trasformino in attività scientifiche codificate. Seguono poi la trascrizione e la stesura di note di campo, che vanno a costituire il corpus principale dei dati da analizzare.
Dopo una sintetica descrizione dei software per l'analisi qualitativa dei testi - i cosiddetti CAQDAS, Computer aided qualitative data analysis software - l'autrice mette in evidenza i vantaggi della ricerca qualitativa in biblioteca, soprattutto in un momento come quello attuale, di incertezza e transizione nell'identità della biblioteca (a causa della crisi del welfare, dell'avvento di internet e della rivoluzione tecnologica tuttora in atto). Andando infatti in cerca non del “dato prevalente” o della “media” - come accade per la ricerca quantitativa - bensì della variabilità, questo tipo di ricerca abbraccia la complessità fino a renderla parte sostanziale del suo metodo, e cerca di interpretarla e comprenderla al meglio per consentire al ricercatore di prendere decisioni utili.
Questo di Chiara Faggiolani è un volumetto chiaro ed essenziale, ma al tempo stesso corposo e denso di riflessioni teoriche, dove però la teoria non perde mai di vista il fine pratico e concreto del miglioramento dei servizi.
Perché se è vero che la realtà della biblioteca è fatta di scelte e azioni pratiche, è anche vero che dietro a queste azioni c'è sempre - in maggiore o minore misura - una visione. E il metodo di ricerca qui descritto può aiutare a formarsi una visione più chiara e allo stesso tempo più complessa della realtà.
Rimane aperta la riflessione finale sui big data, che rendono possibile un nuovo tipo di ricerca di cui ancora non conosciamo bene la portata. Certo è che sarebbe davvero interessante vedere cosa possono dire a un primo sguardo i big data a proposito di percezione dell'identità della biblioteca - Chiara Faggiolani e Anna Galluzzi, L'identità percepita delle biblioteche: la biblioteconomia sociale e i suoi presupposti, «Bibliotime», http://goo.gl/1MtLaE - (così come è già stato fatto dalla stessa autrice a proposito della lettura, in una ricerca di cui sono stati presentati i primissimi risultati: Chiara Faggiolani e Maurizio Vivarelli, “Leggere in rete. La lettura in biblioteca al tempo dei big data”, in Bibliotecari al tempo di Google. Profili, competenze, formazione, Milano, 17-18 marzo 2016 http://www.convegnostelline.it/relatori1.php?IdUnivoco=5).

Sara Chiessi
Biblioteca Tilane di Paderno Dugnano (Milano)


Sergio Campailla - Marco Menato - Antonio Trampus - Simone Volpato. La biblioteca ritrovata: Saba e l'affaire dei libri di Michelstaedter. Firenze: Olschki, 2015. (Biblioteca di Bibliografia; 199). X, 86 p.: ill. ISBN 978-88-222-6394-0. EUR 20,00.

Si tratta di un piccolo ma intenso volume strutturato essenzialmente in due parti, una introduttiva, e una seconda occupata dal catalogo della biblioteca Michelstaedter, oggetto della pubblicazione.
In apertura si incontrano i saluti di Rossana Rummo, direttore generale delle biblioteche e degli istituti culturali del MIBACT, che ha permesso il “recupero” della raccolta della famiglia ebraica di origine tedesca Michelstaedter, evitandone così la dispersione attraverso un finanziamento straordinario con il quale la Biblioteca Statale Isontina di Gorizia, diretta da Marco Menato curatore del catalogo suddetto, la ha acquistata per il tramite della libreria antiquaria Drogheria 28 di cui è titolare Simone Volpato.
I protagonisti, autori di questo multilingue fondo friulano, sono Alberto Michelstaedter, colto uomo d'affari goriziano, avviatore della biblioteca di famiglia nella quale si trovano dunque rappresentati i suoi interessi tanto filantropici e letterari che manageriali ed economici, e suo figlio Carlo, morto a 23 anni nel 1910 suicida. Carlo pur essendo vissuto poco lo aveva fatto intensamente, dedicandosi allo studio privato, all'arte e alla poesia, e anche alla filosofia.
Le vicende della raccolta sono particolari, puntualmente descritte da Sergio Campailla in questo volume, e seguono l'estinzione dei due suoi formatori e i trasferimenti degli eredi, ma non presentano sostanzialmente nulla di nuovo per chi conosce i viaggi che compiono le biblioteche private a cavallo della sorte dei loro plasmatori. Interessante è piuttosto il finale, l'approdo di buona parte del fondo bibliografico familiare verso gli anni Cinquanta del secolo scorso nella Libreria Saba. Umberto Saba aveva poi contemporaneamente venduto il fondo all'avvocato intellettuale e politico Cesare Pagnini, e decenni dopo ne è avvenuto il rinvenimento in una casa triestina da parte di Volpato, che, oltre che libraio antiquario, è studioso e bibliografo particolarmente competente del contesto triestino e giuliano.
Intorno ad Alberto e in particolare a Carlo Michelstaedter, sono state organizzate fin dagli anni Settanta numerose, alcune anche recenti, pubblicazioni e iniziative, a testimonianza del vivo interesse per il giovane ma acuto e maturo filosofo e artista Carlo e per la sua famiglia. Cesare Pagnini è morto a 97 anni appena nel 1989, ma del suo possesso della raccolta Michelstaedter non si era mai saputo nulla, nonostante la risonanza a Gorizia, Trieste, ma anche nel resto d'Italia e all'estero, avessero avuto gli studi in particolare di Campailla su Carlo Michelstaedter. Questo fa diventare l'evento un misterioso e attraente affaire.
Cesare Pagnini è evidente che è un protagonista di questa storia, e non solo per la gelosia con cui ha custodito i libri Michelstaedter. A lui dedicano una decina di pagine in questa pubblicazione Volpato e Antonio Trampus che a Pagnini è stato legato e che qui ne ricostruisce il profilo biografico. Nella biblioteca di Pagnini aleggiano le figure e i libri oltre che di Carlo Michelstaedter, anche di Italo Svevo, e Umberto Saba; Simone Volpato ne fornisce una illustrazione letteraria e editoriale per spiegare la natura di questa biblioteca otto-novecentesca che Pagnini aveva formato e che somiglia in parte ad una barca di Noè di biblioteche d'autore triestine. Lo stesso può dirsi per la Libreria Saba, attenta a queste specialissime collezioni librarie, che dimostrano come afferma Volpato la «profondissima diversità culturale di Trieste, città per definizione, tutta letteraria». Chiude queste introduzioni biobibliografiche il catalogo della biblioteca Michelstaedter a cura di Menato. Le schede nel loro totale sono 291, le prime 71 dedicate alla parte del fondo riferibile a Alberto Michelstaedter, e le altre da 72 a 291 al figlio Carlo. In una nota delle pagine che informano sulla struttura e sulla forma dello strumento, Menato fornisce tutte le specifiche inventariali e bibliografiche. Nel catalogo si trovano infatti compresi, ordinati per autore o altrimenti per titolo, non solo i pezzi rinvenuti presso Pagnini ma anche quelli già acquisiti per altre vie in precedenza dalla Biblioteca Civica, nonché i “golosi” opuscoli e i periodici locali che meritano una attenzione particolare in quanto il loro studio interessò particolarmente il Pagnini. Utile è anche il quadro cronologico delle edizioni per valutare il livello di aggiornamento della raccolta. Un piccolo volume, tuttavia ben costruito e chiaro nel presentare questa operazione di recupero e di salvaguardia, che è un dono straordinario per gli studiosi non solo locali.

Fiammetta Sabba
Università di Bologna


Nicola Cavalli. Questo libro parlerà malissimo degli ebook (ma potrebbe non riuscirci). Milano: Editrice Bibliografica, 2014. 103 p.: ill. (I libri di Wuz). ISBN 978-88-7075-763-7. EUR 9,90.

Nicola Cavalli si occupa di editoria sia in prima persona con la casa editrice Ledi e il coinvolgimento in MLOL, sia a livello scientifico con l'Osservatorio Nuovi Media della Bicocca. In questo libriccino affronta 27 tesi comunemente diffuse tra chi è restio ad abbandonare il libro cartaceo a favore di quello digitale (la famosa dicotomia tra apocalittici e integrati, introdotta da Eco nel suo saggio sui mezzi di comunicazione di massa ed efficacemente ripresa in più occasioni, come in questa per rappresentare il popolo dell'analogico vs. quello del digitale).
Le tesi si dividono in tre parti (Come ti cambio la lettura, Va' dove ti porta il mercato, C'era una volta la società) i cui titoli sembrano confermare l'inciso del titolo, ovvero che l'Autore potrebbe non riuscire a parlare male degli ebook. In realtà il volume termina con una non-conclusione che lascia il lettore senza una risposta definitiva. D'altra parte (senza voler scomodare Marshall McLuhan e il suo «il medium è il messaggio») chiunque si occupi di questi temi sa che non ci può essere una visione assolutistica. Ogni capitoletto affronta una tesi e presenta, al termine, un grafico a torta che rappresenta visivamente la vittoria di cartaceo su digitale (e viceversa, a seconda dei casi). L'Autore ci svela, alla fine, che il totale dei risultati dà un valore pari, a dimostrare che nessuno dei due formati, per ora, vince sull'altro. Ci è sembrato che in qualche caso il valore assegnato non fosse del tutto giusto (e non lo diciamo relativamente all'opinione che possiamo avere sul tema, ma più in riferimento a quella che ci è parsa una non perfetta coerenza di “voto” rispetto alla trattazione). Quasi tutte le tesi si soffermano maggiormente a spiegare i vantaggi e le potenzialità del digitale, cosa più che ovvia visto che l'esperienza del libro cartaceo fa praticamente parte del DNA della nostra società. Quella che ci è piaciuta di più mira a confutare la teoria che con l'ebook non sarà più possibile leggere in spiaggia (come ben sanno i lettori in digitale è una delle esperienze che dà maggiore soddisfazione rispetto al cartaceo, sia in merito all'usabilità del device sotto il sole a picco sia alla facilità di approvvigionamento e all'ampia scelta che l'elettronico consente al vacanziere). Le altre tesi spaziano dalla dematerializzazione del supporto (non sarà più possibile sfogliare, prendere appunti, scrivere dediche, utilizzare segnalibri fantasiosi e così via) alla futura - e predetta da alcuni - impossibilità di recarsi in luoghi che potrebbero sparire a causa dell'avvento del digitale (in primis librerie e biblioteche). Alcune affrontano tematiche più tecniche come la privacy degli utenti/clienti in ambito digitale, inconsapevolmente di fatto controllati dal fornitore in merito ad abitudini di acquisto e di lettura, e la conservazione dei testi, siano essi in cartaceo o in digitale. Non siamo del tutto d'accordo sulla tesi che se si rovina il device - ad es. cadendo nella vasca da bagno - basta cambiarlo e i nostri libri saranno di nuovo disponibili; com'è noto senza fare nomi, alcuni fornitori obbligano i clienti ad utilizzare solo un certo tipo di lettore inserendo DRM proprietari nei file e limitando, di fatto, la libertà di scelta e cambiamento; parimenti è balzata agli onori della cronaca la vicenda di uno store che cancellò un titolo dal proprio catalogo anche se era stato acquistato da diverse persone, le quali da un giorno all'altro non se lo ritrovarono più nella propria libreria virtuale personale. Non ci stancheremo mai di ricordare che acquistando l'ebook si acquisisce, di fatto, una licenza a utilizzare un file sottostando a tutta una serie di condizioni poste dall'editore e/o dal distributore digitale.
Il pubblico di questo libro è sicuramente quello dei lettori, visto che nelle varie argomentazioni non si scende troppo nel dettaglio tecnico e il testo è ricco di aneddoti, presentandosi come un pamphlet (anche se, l'Autore non me ne voglia, lo stile risulta un po' appesantito da alcune scelte linguistiche, ad esempio gli innumerevoli “piuttosto che” utilizzati impropriamente in tutto il testo).

Giovanna Frigimelica
Biblioteca del Distretto biomedico scientifico, Università di Cagliari


Kath Owen - Margaret Wilson. Building your portfolio: the CILIP guide. 3rd ed. London: Facet Publishing, 2015. 160 p. ISBN 9781783300204. £ 39,95 (CILIP Members £ 31,96).

È questa la terza edizione della guida per la costruzione del portfolio del bibliotecario nel Regno Unito curata dal CILIP (Chartered Institute of Library and Information Professionals), l'associazione britannica dei professionisti dell'informazione. Il portfolio costituisce il cuore del processo di valutazione e certificazione professionale attraverso il quale l'associazione annualmente attesta le competenze dei propri associati nei confronti della comunità professionale e dei possibili datori di lavoro.
Sono necessarie due parole sul contesto. Nel Regno Unito l'associazione professionale è investita della responsabilità di certificare i corsi di laurea atti a formare i bibliotecari, quindi riveste un preciso ruolo istituzionale; nonostante ciò, anche in quel paese si è avvertita la necessità di attestare e certificare le competenze del personale già in servizio, se possedesse o meno i titoli di studio richiesti per l'accesso alla professione. Il processo è iniziato da tempo - Judith Broady-Preston (Judith Broady-Preston, Continuing professional development: its role in the changing educational and qualification landscape of the information profession; a case study of the UK, in: Strategies for Regenerating the Library and Information Professions: Eighth World Conference on Continuing Professional Development and Workplace Learning for the Library and Information Professions, 18-20 August 2009, Bologna, Italy, a cura di Jana Varlejs e Graham Walton. Munchen: K.G. Saur, 2009, p. 260-278) ne riferiva alla Satellite Conference di Bologna nel 2009 (la conferenza satellite IFLA “Moving In, Moving Up, and Moving On: Strategies for Regenerating the Library and Information Profession” era stata organizzata in maniera congiunta dallo Standing Committee IFLA Continuing Professional Development and Workplace Learning e dall'allora neonato Special Interest Group dei New Professionals) e la sua evoluzione ha dato origine nel 2013 allo schema di attestazione descritto nella pubblicazione.
Torniamo al libro. L'introduzione di Keith Wilson sottolinea che il contesto sociale nel quale si muove il professionista dell'informazione è sempre più esigente e al tempo stesso più scettico verso la possibilità che i bibliotecari siano in grado di fronteggiare i continui cambiamenti di paradigma. Il portfolio costituisce uno strumento che, se da un lato consente di documentare le competenze e l'impegno etico dei professionisti dell'informazione a fronteggiare le sfide più ardue, dall'altro consente di dare visibilità al processo nei confronti della comunità professionale, dei datori di lavoro, del mercato.
Come un giornale di bordo del capitano, il portfolio attesta il viaggio che il professionista compie, registra la rotta e raccoglie le immagini dei luoghi maggiormente significativi.
In una società sempre più complessa, dove l'enfasi si focalizza alternativamente sui diversi fattori PESTLE (politici, economici, sociali, tecnologici, giuridici e ambientali), le aziende subiscono le pressioni dovute alla combinazione infelice di un eccesso di informazione con la scarsità di tempo e dimostrano poca fiducia nelle capacità del bibliotecario di affrontare il cambiamento continuo: il portfolio aiuta il CILIP a garantire in maniera credibile la professionalità dei suoi associati.
Basandosi sulle evidenze dell'aggiornamento professionale e sulla riflessione che ne consegue, il portfolio non costituisce semplicemente il diario di viaggio del professionista verso l'acquisizione di nuove competenze, ma permette altresì di esporle al pubblico del mondo del lavoro e delle istituzioni.
La sua costruzione richiede tempo, pazienza, dedizione, tanto che alle volte il professionista può temere di non farcela, e qui lo soccorre il CILIP attraverso i mentori, che aiutano nella pianificazione, nella raccolta delle evidenze, e valutano la pratica riflessiva.
Quanto detto fino ad ora chiarisce a grandi linee cosa sia il portfolio e perché lo si compili, ma vediamo in dettaglio come opera il CILIP.
Il portfolio ruota intorno alla PKSB (Professional Knowledge and Skills Base; alla pagina http://www.cilip.org.uk/jobs-careers/professional-knowledge-skills-base/what-professional-knowledge-skills-base si precisa che la PKSB riunisce le aree dell'esperienza tecnica e professionale con le competenze e capacità generiche dei professionisti dell'informazione, tenendo conto dei valori etici della professione nel contesto lavorativo e sociale), la mappa delle competenze e delle abilità professionali preparata dal CILIP e che viene distribuita soltanto agli associati. A partire da essa il professionista compie un'analisi delle proprie competenze, scopre quali già possiede e decide in quali campi intende migliorarsi o se affrontarne di nuovi.
Nella pratica i professionisti scelgono di approfondire gli argomenti legati al loro lavoro, ma nell'analizzare le loro competenze e quanto già fatto sulla base della PKSB spesso scoprono che ciò che hanno già fatto è stato probabilmente più significativo di quanto essi stessi potessero pensare.
Oltre a questa analisi di partenza, il portfolio per l'accreditamento deve contenere anche il curriculum vitae, una dichiarazione auto-valutativa e delle evidenze a supporto dei risultati. Ciò che si cerca di valutare è l'output più che l'input: il focus non è su quali attività si siano svolte, ma sulla ricaduta che esse hanno avuto sulle competenze professionali.

Lo schema di accreditamento professionale (Professional registration scheme) prevede 3 livelli che non sono in relazione gerarchica tra di loro (più un quarto livello di rivalidazione) la cui scelta dipende dal singolo professionista e dal ruolo che questi ricopre. Vediamoli in dettaglio:
Certification, il primo passo per la certificazione professionale, aperto a tutti gli associati, ha come obiettivo la dimostrazione del possesso di specifiche conoscenze e competenze e del loro sviluppo sul luogo di lavoro.
Chartership, anche questo livello è aperto a tutti gli associati, che abbiano o meno raggiunto la certification; ciò che si vuole dimostrare qui è non tanto il possesso di determinate conoscenze e competenze, quanto la capacità di saperle applicare nella propria organizzazione. È necessario fornire prove a supporto della capacità di riflettere su e valutare la propria prestazione professionale.
Fellowship, il livello più alto della certificazione professionale, diretto a chi ricopre posizioni dirigenziali nelle organizzazioni o ha contribuito significativamente allo sviluppo della professione in generale, mira ad attestare l'impatto del professionista in uno di questi due campi. Anche in questo caso la certificazione è aperta a tutti gli associati.
Revalidation, per tutti i livelli si prevede l'obbligo di rivalidazione annuale. Il CILIP sta cercando di rendere la procedura semplicemente consigliata e non più obbligatoria, sottolineando che essa costituisce un'opportunità di aggiornare la certificazione delle proprie competenze e non un mero adempimento burocratico.
Tutti i livelli prevedono che almeno due membri del Professional registration and accreditation board (tale organo comprende 20 membri, tutti con la Chartership o Fellowship. Un certo numero dei componenti hanno avuto esperienze di insegnamento a livello post-laurea e/o di valutazione a tutti i livelli, inclusa la ricerca. La commissione nomina anche due membri esterni che verificano che la corretta applicazione del regolamento) esaminino il portfolio presentato dal candidato a fronte dei criteri di valutazione previsti specificamente per quel livello e spiegati in dettaglio nel cap. 2. Le differenze tra i vari livelli riguardano sostanzialmente l'impatto dell'attività del professionista, rispettivamente:

  • l'individuo inserito nella singola struttura (Certification);
  • l'individuo che applica le proprie competenze all'interno dell'organizzazione più ampia (Chartership);
  • l'individuo che dirige e coordina l'organizzazione più ampia o la comunità professionale (Fellowship).

Riportiamo di seguito la traduzione dei criteri di valutazione per i tre livelli, descritti nel capitolo 2:
Certification (ACLIP): identificare aree per il miglioramento della performance individuale e intraprendere attività che sviluppino le competenze ed aumentino la conoscenza; considerare il contesto organizzativo del vostro servizio ed esaminare il vostro ruolo all'interno dell'organizzazione; aumentare la vostra conoscenza dei servizi dell'informazione per capire il più ampio contesto professionale all'interno del quale lavorate.
Chartership (MCLIP): identificare aree per il miglioramento della vostra performance individuale, intraprendere attività che sviluppino le competenze, applicarle nella pratica, e riflettere sul processo e sui risultati; esaminare il contesto organizzativo del vostro servizio, valutare le prestazioni del servizio, mostrare la capacità di implementare o raccomandare il cambiamento e riflettere sui risultati effettivi o desiderati; aumentare la vostra conoscenza del più ampio contesto professionale e riflettere sulle aree di interesse corrente.
Fellowship (FCLIP): identificare aree per il miglioramento della performance individuale, intraprendere attività che sviluppino le competenze, applicarle nella pratica, e riflettere sul processo e sui risultati; esaminare il contesto organizzativo della vostra professione e porre in evidenza risultati sostanziali nella pratica professionale; stabilire la vostra dedizione, ed aumentare la vostra conoscenza della professione dell'informazione, così da evidenziare di aver dato un contributo significativo ad essa o a parte di essa.
Mi tornano in mente alcune conversazioni con dei generosi e competenti colleghi italiani, preoccupati di come sia possibile esprimere un giudizio (il raggiungimento delle competenze) che sia oggettivo e inoppugnabile. CILIP non sembra preoccuparsi affatto di rendere quantificabili le competenze, ci si basa sulla qualità, non sulla quantità. Il candidato che arriva alla presentazione del portfolio non ha compiuto il proprio percorso da solo, ma, sostenuto e accompagnato da un mentore, verosimilmente presenterà un portfolio adeguato. Nel caso la commissione non fosse soddisfatta, è previsto che si possa rimandare indietro il documento con indicazioni per la sua revisione.
Ricapitolando: il professionista sceglie di far certificare le proprie competenze ad un dato livello, e per farlo deve effettuare una riflessione sulla propria esperienza professionale e fornire le evidenze del percorso fatto.
A titolo di esempio vediamo come questo sia possibile per il primo indicatore del livello Certification, ovvero «identificare aree per il miglioramento della performance individuale e intraprendere attività che sviluppino le competenze ed aumentino la conoscenza».
Si comincia con una riflessione sulla propria prestazione professionale e su come la si potrebbe migliorare, scegliendo quali delle aree descritte nella PKSB si intenda sviluppare. A seconda del ruolo che ciascun professionista ricopre mutano le esigenze di crescita delle competenze professionali, quindi è fondamentale compiere una scelta prima di cominciare. Oltre alla PKSB, un aiuto nell'individuazione di competenze da sviluppare giunge indubbiamente dai documenti di valutazione della performance o dai piani programmatici preparati nell'ambito della propria organizzazione, che, se presenti, aiutano il professionista ad allineare la propria crescita personale a quella organizzativa.
È buona norma tenere traccia fin da subito delle proprie attività di sviluppo professionale. Sarà sufficiente una semplice tabella - che potrà costituire una parte delle evidenze di apprendimento - dove si annoteranno le attività svolte, includendo le riflessioni sulle competenze che si pensa di aver raggiunto o sull'impiego che si pensa di poterne fare nella propria attività lavorativa. Oltre a questa tabella si potranno allegare tipi diversi di documenti, come estratti da rapporti e da articoli pubblicati, valutazioni della performance e piani di sviluppo, verbali di incontri o assemblee, relazioni su eventuali visite effettuate, note su conferenze, pagine web, blogs, bibliografie annotate, piani per la formazione e altro ancora; l'essenziale è che gli allegati possano servire a documentare la crescita professionale, ovvero dimostrino il ruolo avuto dal professionista. Ad esempio, un estratto dalla valutazione della performance individuale potrebbe dimostrare i risultati professionali, mentre non avrebbe senso mandare lunghi schemi aziendali se non se ne sottolinea la relazione con il portfolio. A questo proposito traduco letteralmente un passaggio chiarificatore da pag. 81: «non mandate copie di ogni certificato che possedete, se tutto ciò che dimostra è che avete partecipato ad un corso!». Le evidenze devono essere scelte con cura e utili a dimostrare il percorso fatto dal singolo, perciò corredate da una riflessione.
Il capitolo 4 spiega in maggior dettaglio cosa si intenda per il processo di scrittura riflessiva, una competenza che ha bisogno di essere sviluppata e che è alla base della compilazione del portfolio. Essa si basa sul modello esperienziale di apprendimento di Kolb (David A. Kolb, Experiential learning: experience as the source of learning and development, Englewood Cliffs: Prentice-Hall, 1984), che prevede il seguente ciclo dell'apprendimento: si fa qualche cosa (esperienza concreta); ci si riflette (osservazione riflessiva); si traggono conclusioni dall'esperienza (concettualizzazione astratta); si pianifica come lo si possa fare meglio e lo si fa meglio (sperimentazione attiva).
Su questa base a conclusione del portfolio si prepara una dichiarazione personale nella quale le attività di crescita professionale non verranno semplicemente descritte, ma si analizzeranno, si rifletterà sulle loro ricadute e si considererà come ciò che si è appreso possa venire applicato - o sia già stato di fatto applicato - nell'ambito lavorativo.
Il capitolo 3 descrive la figura del mentore, necessario - e obbligatorio - per supportare questo processo. Si deve trattare perlomeno di un membro CILIP con la Chartership, iscritto al registro dei mentori CILIP che vengono continuamente aggiornati in merito alla certificazione professionale.
Il consiglio è di scegliere un mentore al di fuori dalla propria sfera di interessi professionali, ed è assolutamente vietato che sia il proprio diretto superiore. Mentore e candidato non devono necessariamente incontrarsi di persona, possono comunicare con ogni mezzo che sia loro congeniale, ma all'inizio del loro rapporto completeranno il modello per l'accordo di mentoring nel quale entrambe le parti definiranno l'impegno reciproco. È responsabilità del candidato fissare le scadenze e mantenerle, esattamente come è sua la responsabilità per la presentazione del portfolio; il mentore è presente per dare consigli, rispondere ai dubbi, indirizzare a risorse utili e soprattutto aiutare a comprendere lo stato dell'arte del dibattito della comunità professionale su determinati temi.
Tra i documenti da allegare per la certificazione si trova anche un modello sulla relazione mentore-candidato nel quale ognuna delle parti riflette e valuta l'esperienza (in un massimo di 250 parole!).
Il portfolio non sostituisce il curriculum vitae, descritto nel cap. 5, che costituisce una storia della vita professionale ed è un ottimo punto di partenza per la compilazione del portfolio stesso. I consigli dati nella pubblicazione riguardano i criteri per la raccolta e selezione delle informazioni e l'ordine di inserimento, l'opportunità o meno di aggiungere introduzione, profilo personale e una sezione sulle principali competenze e qualità. Oltre a dare i consigli essenziali per questo contesto, alla fine del capitolo vengono inseriti degli utili esempi di curricula compilati.
Il capitolo 6 è dedicato alla base di partenza, ovvero la PKSB. Mi sarei aspettata di vederla qui descritta in dettaglio, ma scopro che si tratta di un pdf interattivo riservato soltanto ai membri CILIP, quindi chi non è membro dell'associazione non può nemmeno vederla, anche se il sito la descrive a grandi linee. Essa, insieme ai documenti organizzativi prodotti dalla propria organizzazione, costituisce la base per identificare le aree nelle quali si desidera aumentare le proprie competenze. Viene compilata una prima volta all'inizio del processo e una seconda volta alla fine, ed è perfettamente accettabile che le due versioni divergano, che alcune delle aree non siano state effettivamente sviluppate e che invece ne siano state sviluppate altre che non erano in programma; l'essenziale è dimostrare che c'è stata crescita professionale, non che si è fatto tutto ciò che ci si era proposti all'inizio. La seconda versione della PKSB costituisce la base per l'evidenza a sostegno del criterio 1 per ciascun livello di certificazione.
La PKSB costituisce anche la base per il piano di sviluppo, un documento non obbligatorio ma che è utile allegare al portfolio. Esso sarà in continuo aggiornamento a riflettere la formazione professionale, e servirà dopo la certificazione come fondamento per la rivalidazione. La formazione professionale deve costituire un processo continuo nel quale il professionista assume un ruolo attivo, non semplicemente qualcosa che egli subisce, quindi implica una precisa pianificazione. Nello sviluppare il piano è bene partire da un'analisi delle proprie competenze e conoscenze, ad esempio alla luce dei requisiti per il proprio ruolo lavorativo o di un'analisi SWOT, dove le “minacce” costituiranno i settori da rafforzare attraverso la propria formazione professionale.

Dove trovare occasioni di crescita? Non solo e necessariamente partecipando a dei corsi. Il CILIP prevede che si possano effettuare attività estremamente variate, dallo shadowing (la pratica di osservare qualcun altro mentre svolge il suo lavoro), alla partecipazione ad incontri, dal presiedere riunioni all'assistere nell'addestramento in servizio, dal coaching di altri colleghi alla scrittura di rapporti, dalla lettura alla stesura di progetti, e molto altro.
Occorre tenere un registro puntuale delle attività, insieme a delle riflessioni su di esse: quali sono stati i risultati immediati? Che cosa è rimasto sei mesi dopo? Hanno corrisposto alle aspettative? Il CILIP mette a disposizione degli associati una piattaforma (Virtual Learning Environment, per brevità VLE) con diverse funzioni, tra le quali una sezione apposita per caricare il portfolio. In quella sezione si trova uno spazio dedicato proprio alla registrazione delle attività: abituandosi ad adoperarlo da subito si costruirà una solida una base per le evidenze da inserire nel portfolio.
La commissione esamina il portfolio attraverso il cosiddetto “evaluative statement” - dichiarazione autovalutativa - una chiave di lettura fornita dal candidato stesso e descritta in dettaglio nel cap. 7. L'aggiornamento professionale in questa visione è una responsabilità precisa del professionista che ne diventa il principale gestore: le evidenze raccolte costituiscono la mappa dello sviluppo di competenze, e la dichiarazione ne costituisce la legenda. Deve trattarsi di un documento comprensibile già di per sé stesso che dimostri come siano stati raggiunti i criteri di valutazione, facendo riferimento alle evidenze raccolte nel portfolio (ecco un'altra ragione per selezionarle con cura). L'autovalutazione deve essere informativa e basata sulla riflessione, deve descrivere la crescita professionale avvenuta sulla base dei criteri di valutazione, e non deve essere più lunga di 1000 parole, quindi il consiglio che le autrici danno è di partire dai criteri di valutazione, che possono essere usati come intestazione (e non contano nelle 1000 parole).
Si suggerisce di usare dall'inizio del processo uno schema matriciale per registrare le proprie attività e raccogliere evidenze sulla base della loro rispondenza ai criteri di valutazione. Tramite questa tabella si riflette man mano sugli eventi di formazione professionale per verificare se coprano uno o più dei criteri, così al momento di redigere la dichiarazione finale e di selezionare le evidenze per il portfolio si potrà agevolmente tracciare uno schema a posteriori del percorso fatto.
Attenzione a questo punto a non trasformare lo scritto. in una mera descrizione di quanto fatto, e ad esprimere piuttosto le proprie opinioni personali sull'efficacia, a dimostrare di aver messo in pratica l'apprendimento, e a sottolineare il cambiamento che ha avuto luogo nell'individuo e ciò che è stato fatto di conseguenza.
In una delle testimonianze nel capitolo si legge: «avevamo bisogno di evidenze per supportare le nostre dichiarazioni quindi è stato importante scegliere con cura gli esempi. In qualche modo, una volta iniziato il processo di riflessione la difficoltà nel suo completamento non sta in cosa includere, ma piuttosto in cosa lasciar fuori, e in che forma redigere tutta la quantità di informazioni che si possiede. Ci si rende conto di quanto sia vario il nostro lavoro e di quanto la gamma delle nostre competenze si sia di conseguenza sviluppata» (p. 70).
Le autrici ripensano alla loro esperienza personale nel redigere la dichiarazione, alle diverse stesure, e al fondamentale confronto sia con il proprio mentore che con altri colleghi, meglio se piuttosto critici. Il testo andrà letto da chi non conosce né noi né la nostra situazione lavorativa, quindi deve essere sufficientemente esplicativo, ma allo stesso tempo deve contenere soltanto le informazioni strettamente necessarie a raccontare il nostro percorso di crescita professionale.
Il capitolo 8 è dedicato alle evidenze, che costituiscono probabilmente la parte più consistente del portfolio, tuttavia ricordiamo che ogni singolo documento incluso deve servire a dimostrare il raggiungimento dei criteri e supportare le tesi della dichiarazione finale. Non sarà affatto necessario inserire tutte le evidenze raccolte, ma sarà fondamentale sceglierle con cura: allegare ogni singolo volantino prodotto o ogni singola presentazione tenuta è superfluo, ma un campione può essere utile a dimostrare la crescita. Come dice la citata Isabel Hood,«i portfolii diventano più sottili all'aumentare dell'esperienza nel costruirli e nella pratica professionale» (Isabel Hood, Practical portfolio tips, «Library and information gazette», 2 (June 2006). Una delle domande più frequenti ai seminari CILIP sulla certificazione professionale è quanto materiale debba essere allegato a supporto, e la risposta è «quanto basta per dimostrare di aver raggiunto i criteri di valutazione». Per la Certification non sono necessari più di dieci materiali di supporto, quindi è necessario essere selettivi. Se per i livelli superiori la quantità può essere superiore, ciò che importa soprattutto è la qualità.
La domanda successiva è quali tipi o formati di materiali si possano includere. Non esistono liste predeterminate, ma generalmente essi possono comprendere: valutazioni di conferenze e eventi di formazione; documenti sugli obiettivi del servizio, con note che mostrino il contributo personale al raggiungimento o le proprie opinioni personali sui risultati; informazioni create dal singolo per gli utenti; estratti da rapporti; estratti da articoli pubblicati; estratti e note da presentazioni; misurazioni della performance; verbali di riunioni; relazioni su visite effettuate; pagine web; blog; bibliografie annotate; piani di formazione.
Raccogliere evidenze diventa una pratica riflessiva professionale che si comincia dall'inizio del percorso di valutazione, annotando per sé stessi le attività o gli eventi insieme all'impatto che hanno avuto su di noi e sulla nostra pratica professionale. Per la preparazione della dichiarazione auto-valutativa si prepara una lista dei materiali da allegare, e si comincia così a riflettere su di essi dal punto di vista di chi dovrà leggere il portfolio, ovvero un professionista che non conosce né il candidato né la sua realtà lavorativa; questa pratica cambia il modo di guardare sé stessi e il proprio lavoro, ed è probabilmente il cambiamento più profondo al quale conduce questo sistema di certificazione professionale. Dopo il processo di certificazione la riflessione diventa una prassi, quindi la rivalidazione annuale non è altro che la continuazione di questa prassi, applicata di volta in volta a competenze diverse nelle quali è necessario un miglioramento e che sono state individuate attraverso - appunto - la riflessione.
Le evidenze devono essere organizzate in maniera accurata, e vi si deve fare riferimento a partire dalla dichiarazione, in modo da permettere a chi valuta di rintracciare agevolmente tutti gli elementi necessari alla valutazione stessa.
L'ultimo capitolo della pubblicazione contiene la ricapitolazione degli elementi necessari per la presentazione del portfolio e dei consigli sulle procedure di controllo. Il portfolio andrà riletto dal mentore e - se possibile - dal già citato collega critico. Poiché la presentazione avviene attraverso la piattaforma riservata ai soci, è necessario che chiunque lo legge sia un socio.
Quando si è certi che il lavoro è pronto lo si inoltra online, e il portfolio verrà valutato da due membri della commissione di attestazione.
Se il risultato non fosse del tutto positivo, il portfolio verrà restituito con precise indicazioni su come va corretto, e sarà possibile ripresentarlo quando ci si sente pronti. Se entrambi i valutatori non lo giudicassero adeguato, esso verrà sottoposto al giudizio di un terzo membro della commissione, e se il suo giudizio confermasse quello dei colleghi, il candidato riceverà notizia che la sua domanda di attestazione è stata rifiutata, insieme ai motivi per il rifiuto. Naturalmente sarà possibile riprovare a presentarla lavorando con il proprio mentore, o scegliendone un altro.
Se il giudizio del terzo membro della commissione divergesse da quello dei primi due, sarà l'intera commissione a valutare il lavoro e a decidere collegialmente a maggioranza.
Comunque, concludono le autrici, chi ha lavorato seguendo le indicazioni date nelle linee guida e nei manuali, nella pubblicazione (soprattutto le testimonianze), e i consigli del proprio mentore, potrà fare l'appagante esperienza di essere giudicato dai propri pari e sentirsi parte di un'associazione con precisi obiettivi e competenze professionali. Inoltre, il lavoro svolto servirà come base per crescere ulteriormente e diventare un vero professionista riflessivo.

Matilde Fontanin
Università di Trieste