Open access: per un approccio storico e critico

di Andrea Capaccioni

Il 2017 può essere considerato un anno importante per quanto riguarda le riflessioni sullo stato dell'arte di quello che viene definito il movimento dell'open access (OA). Nel mese di febbraio si è infatti celebrato il quindicesimo anniversario della Budapest open access initiative declaration (BOAI, 2002)1, uno dei tre documenti ritenuti fondanti dell'OA. La discussione è stata franca e, al di là di alcune inevitabili ricostruzioni commemorative, ha fatto emergere differenti approcci alla 'filosofia open', per usare un temine recentemente impiegato da Mauro Guerrini2, 'nel nostro caso' applicata al mondo della comunicazione scientifica. Senza la pretesa di voler sintetizzare una vivace discussione, arricchitasi nei mesi non solo da articoli ma anche da interventi in blog specializzati e social network, abbiamo individuato due contributi che in qualche modo possono essere proposti come rappresentativi di posizioni diverse: la lunga riflessione intitolata Open access: toward the internet of the mind presentata il 23 febbraio del 2017 da Jean-Claude Guédon in occasione della celebrazione ufficiale del quindicesimo anniversario della BOAI e un'intervista rilasciata nel settembre dello stesso anno da Leslie Chan3.
Guédon e Chan non sono due studiosi tra i tanti che si sono occupati di OA, entrambi hanno fatto parte del gruppo dei sedici che ha sottoscritto la BOAI declaration e sono ancora oggi considerati degli attivi sostenitori della causa open4. Le loro testimonianze costituiscono una fonte autorevole per ottenere informazioni sul progetto originario dell'OA. Si potrebbe dissentire sull'opportunità di comparare un contributo che propone un'articolata ricostruzione dell'evoluzione di questo fenomeno con una breve intervista. Ma se l'attenzione si concentra sul giudizio che i due propongono il confronto non solo diventa possibile, ma fornisce indicazioni preziose sul modo di valutare gli eventi. Dalla lettura dei due contributi sembra emergere infatti una diversa percezione delle priorità discusse nel corso dell'incontro ungherese promosso dall'Open Society Institute, una diretta emanazione dell'Open Society Foundations di George Soros. Jean-Claude Guédon appare come il garante dell'interpretazione ufficiale. Nell'ambito delle commemorazioni per il quindicesimo anniversario della BOAI declaration il suo contributo è stato scelto per rappresentare le posizioni di chi è ancora oggi impegnato a promuovere gli obiettivi stabiliti nel meeting ungherese5. Lo studioso canadese, docente presso l'Université de Montréal, si mostra ottimista nei confronti della diffusione dell'OA e illustra un bilancio sostanzialmente positivo di questi quindici anni.
Si sono registrati molti cambiamenti (e qualche fallimento), ma l'OA da 'piccolo movimento marginale' si è trasformato in uno dei protagonisti della comunicazione scientifica finendo per occupare il centro della scena nei dibattiti tra editori, bibliotecari, finanziatori e ricercatori6. I ruoli, secondo Guédon, si sono nel tempo rovesciati e gli editori, all'inizio tra i più convinti oppositori, si stanno impegnando nel promuovere nuove forme di accesso aperto (o ciò che a loro appare come tale).
Restano tuttavia dei problemi. L'attuale fase dell'OA, iniziata secondo Guédon nel 2005, è caratterizzata dalla presenza di grandi editori commerciali che hanno gradualmente aggiunto l'accesso aperto ai loro piani editoriali. Secondo lo studioso queste scelte potrebbero influenzare negativamente l'OA che da 'sistema di comunicazione' nato per facilitare la diffusione dei risultati delle ricerche scientifiche si potrebbe trasformare in uno dei tanti modelli di business.

La breve intervista di Leslie Chan è apparsa quasi al termine dell'anno commemorativo della BOAI. È stata realizzata nel settembre del 2017 da Becky Hillyer dell'OCSDNet, una rete nata nel 2015 che raggruppa alcune organizzazioni scientifiche il cui scopo è di favorire la diffusione dei prodotti della ricerca nei paesi in via di sviluppo7. Chan, anche egli canadese e docente universitario (University of Toronto Scarborough), è da sempre considerato un attivo sostenitore di progetti che si occupano di una più equa diffusione del sapere scientifico8. Nell'intervista egli ricorda il clima ottimistico degli inizi e di come con gli altri membri del gruppo della BOAI aveva coltivato la speranza di vedere realizzata una comunicazione scientifica in grado di abbattere le differenze tra il Sud e il Nord e favorire una reale circolazione dell'informazione attraverso la condivisione e l'accesso. Quale è la situazione oggi? Secondo Chan le discussioni si stanno concentrando su aspetti unicamente economici ovvero sulla scelta del modello da adottare per sostenere la pubblicazione di articoli e monografie OA. Il tutto genera un effetto paradossale: alcuni modelli (per es. l'APC article processing charge o il BPC book processing charge) contribuiscono a far dilatare i costi di pubblicazione con la conseguenza di un aumento delle diseguaglianze.
Solo in apparenza i due studiosi sembrano condividere lo stesso tipo di critica all'evoluzione del modello OA. La lettura del presente e soprattutto l'interpretazione del progetto originario sono diverse. Chan è convinto che la critica alle diseguali condizioni di comunicazione tra il Sud e il Nord del mondo scientifico sia stata (e debba continuare ad esserlo) una delle battaglie più importanti del movimento OA. I firmatari della BOAI declaration, fa notare lo studioso, ritenevano che attraverso l'accesso aperto si sarebbe potuto colmare il divario tra le società emergenti e quelle avanzate nell'ambito dell'editoria scientifica. Secondo Chan il Sud del mondo non aspira solo a ottenere eque condizioni di accesso ai risultati della ricerca ma intende svolgere una propria attività scientifica e fornire il proprio contributo alla research communication. L'editoria OA deve promuovere la partecipazione e l'accesso alle risorse scientifiche (prodotti della ricerca, canali di comunicazione tra scienziati, banche dati, ecc.) in modo globale. Per Chan le istanze originarie (core intentions and principles) espresse dai fondatori di OA sono state oscurate (overshadowed) da successive discussioni sui modelli di business dell'open access publishing. Anche nel contributo di Guédon troviamo un riferimento alle disuguaglianze nell'ambito della comunicazione scientifica, ma si ha l'impressione che la questione non sia tra quelle di primaria importanza per la storia del movimento OA9.
Questa differenza di punti di vista sull'origine dell'accesso aperto da parte di due protagonisti mostra quanto possa essere complesso studiare un fenomeno così recente e al tempo stesso innovativo. Tra coloro che si occupano di OA spesso riscontriamo o un approccio che potremmo definire 'di parte', in quanto predilige le tesi di questo o quel fondatore senza il necessario vaglio critico e talvolta senza neppure un tentativo di inquadramento storico; o una sterile esaltazione delle novità e delle continue trasformazioni tecnologiche che per l'OA sono all'ordine del giorno in quanto fenomeno legato al mondo del web.
Si impone dunque la necessità di ricorrere a strumenti di analisi più adeguati, in grado di cogliere pienamente la portata dell'originalità dell'OA. In questa direzione ci pare si possa collocare l'attività di ricerca di Paola Castellucci, docente di documentazione e teoria e storia dell'informazione della Sapienza-Università di Roma10. Da alcuni anni la studiosa è impegnata in un lavoro di 'scavo' delle fasi più remote della moderna comunicazione scientifica. Ci limitiamo a segnalare due contributi.
Nel saggio Dall'ipertesto al web: storia culturale dell'informatica11 viene ricostruita l'invenzione del web, attraverso l'approfondimento delle 'vicende biografiche e intellettuali' di alcuni protagonisti (Vannevar Bush, Ted Nelson, Tim Berner Lee, ecc.), con la

costante preoccupazione di collocare i singoli episodi all'interno di quella storia culturale dell'informatica che si sviluppa a partire dagli anni del conflitto mondiale e della guerra fredda fino ad affermarsi come fenomeno di massa all'inizio del secondo millennio12.

Il recente Carte del nuovo mondo: banche dati e open access13, sul quale ci soffermeremo in particolare per quanto riguarda le origini dell'OA, si presenta suddiviso in tre capitoli (più un prologo e un epilogo): Da Los Alamos a Ithaca (e oltre); Budapest, Bethesda, Berlino, Beijing (e per ogni mente curiosa); Stanford, Harvard, Princeton, Brown (e altri loci online). Il volume ripercorre l'affermarsi del 'modello open' nel campo della scholarly communication, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, ricorrendo anche in questo caso all'esame delle biografie di alcuni protagonisti e alla ricostruzione di quelle iniziative che più hanno contribuito a mettere in discussione l'egemonia dell'editoria accademica anche attraverso l'introduzione di nuovi valori (condivisione, gratuità, ecc.). Scopriamo in tal modo, tra le altre cose, il ruolo che ebbero i fisici dei laboratori di Los Alamos (in particolare quelli coinvolti nel Manhattan project 1942-1946) e, qualche decennio dopo, il tentativo (riuscito) di Paul Ginsparg (un altro fisico), legato ad alcuni di loro, di creare il primo repository di pubblicazioni scientifiche online gratuite (arXiv, si pronuncia come la parola inglese 'archive'). La Castellucci dedica un ampio spazio alla nascita dei repository, assimilati alle banche dati «il repository è sì un archivio ma è anche una biblioteca digitale, una banca dati»14, a cui attribuisce un ruolo fondamentale nel quadro dei cambiamenti che hanno interessato la comunicazione scientifica. Le banche dati insieme alle riviste si sono affermate come spazi privilegiati dei prodotti della ricerca nei decenni successivi al secondo conflitto mondiale. Ma si trattava di iniziative elitarie, riservate «a pochi privilegiati sia in termini di competenze e conoscenze, sia in termini di potenzialità economiche e infrastrutturali»15. Alla fine del millennio l'avvento di internet e il diffondersi del modello open hanno permesso di far emergere 'un sistema valoriale alternativo'16, condizione necessaria per la realizzazione dei nuovi depositi del sapere scientifico aperti e gratuitamente consultabili. La studiosa ricorda che arXiv, e successivamente RePEc, CogPrints, PubMed, ecc. hanno hanno contribuito in modo significativo al processo di democratizzazione della scholarly communication.
Carte del nuovo mondo contiene una lettura originale dell'avvento dell'OA e dell'evoluzione delle banche dati scientifiche basata sull'uso di «strumenti interpretativi diversi» uniti a competenze tradizionali. In questo modo, per usare le parole della stessa studiosa,

arte e discipline politiche, filosofia e critica letteraria, storia e informatica e sociologia, si integrano, si fondono, danno luogo a nuovi territori del sapere, e a nuovi campi di studio che riconoscono dignità anche a soggetti e argomenti prima esclusi dal dibattito scientifico17.

L'origine dell'OA viene raccontata attraverso una ricca trama di riferimenti letterari (in particolare tratti dalla letteratura nord americana contemporanea: Henry Roth, Thomas Pynchon), filosofici (strutturalismo, Jean-François Lyotard), storici (dalla 'preistoria' dell'openness all'apparizione delle prime banche dati ad accesso aperto), geografici (da notare l'attenzione per il valore 'simbolico' dei luoghi), e soprattutto biografici con l'analisi dei profili dei principali protagonisti. Al cuore del fenomeno OA troviamo, secondo la Castellucci, l'esigenza di comunicare in modo ampio i risultati della ricerca scientifica e giungere così a costruire «uno spazio globale, multidisciplinare e perfino oltre i confini di università e laboratori, includendo tutti i cittadini»18. Una rivoluzione tutt'altro che inavvertita, nel senso che erano chiare fin da subito le novità che venivano introdotte, resa possibile da internet, il «nuovo paradigma» in grado di «ridefinire norme e pratiche, modi e mezzi di produzione della conoscenza»19. Il volume mostra come il cammino verso una più ampia liberazione della produzione scientifica da un gran numero di vincoli giuridici ed economici sia passato non solo attraverso battaglie ideali ma anche grazie a un impegno concreto. Importanti sono state, per esempio, le iniziative per la valorizzazione dei preprint, versioni non referate e prive di curatela editoriale degli articoli scientifici, che potevano essere fatti circolare con maggiore libertà dagli stessi autori; o l'istituzione, come abbiamo visto, di banche dati (o repository) gratuite e liberamente accessibili come arXiv, RePEc, CogPrints, ecc.
In questo contesto, BOAI si presenta, secondo la Castellucci, come una Dichiarazione d'indipendenza in cui sono esposti i concetti fondamentali dell'OA (accesso, visibilità, impatto, condivisione, ecc.), la cui origine va cercata nel pensiero che ha ispirato la Rivoluzione americana e nell'Illuminismo, e che fornisce anche indicazioni tecniche e operative (l'autoarchiviazione, la creazione di riviste OA, l'interoperabilità, ecc.) in grado di favorire la diffusione delle pubblicazioni ad accesso aperto.
L'incipit della dichiarazione di Budapest presenta molti dei valori su cui si fonda l'OA:

Un'antica tradizione e una nuova tecnologia sono confluite per dar vita a un bene pubblico senza precedenti. L'antica tradizione è la scelta degli scienziati e degli studiosi di pubblicare gratuitamente i frutti delle loro ricerche in riviste scientifiche, per amore della ricerca e della conoscenza. La nuova tecnologia è Internet. Il bene pubblico che hanno reso possibile è la diffusione mondiale in formato elettronico della letteratura scientifica peer-reviewed e l'accesso ad essa completamente gratuito e senza restrizioni per tutti gli scienziati, studiosi, insegnanti, studenti, e per ogni mente curiosa. Rimuovere le barriere di accesso a tale letteratura produrrà accelerazione nella ricerca, arricchirà l'istruzione, consentirà di condividere la conoscenza del ricco con il povero e del povero con il ricco, permetterà di utilizzare al meglio i risultati e porrà le fondamenta per unire l'umanità in una conversazione intellettuale comune e in una comune ricerca di conoscenza20.

La Castellucci ritiene che il riferimento al 'ricco' e al 'povero' debba considerarsi di origine evangelica e fa notare come dal meeting ungherese sia emerso un modello di comunicazione basato su «un flusso bidirezionale che dà luogo a una rete di relazioni sociali, economiche e intellettuali»21. Pur trattandosi di posizioni non insensibili alle tematiche delle diseguaglianze siamo distanti dai toni 'terzomondiste' evocati da Chan. La ricostruzione della studiosa sembra fornire dunque una conferma all'ipotesi che tra i sedici firmatari della BOAI declaration sia prevalsa una linea meno radicale, almeno nel linguaggio, come dimostra l'assenza di cenni alle differenze tra il Nord e il Sud. Il testo della BOAI trasmette piuttosto una visione ottimistica del futuro dell'OA e l'esortazione a un impegno fattivo.
La realtà si presenterà, come sappiamo, più complessa e in grado di frapporre ostacoli di diversa natura. Oltre ai prevedibili contrasti con gli editori accademici, si è dovuto fare i conti con la resistenza 'paradossale', come ha scritto Stevan Harnad, di molti ricercatori che in realtà sono i primi beneficiari degli effetti dell'accesso aperto22.
Che cosa è dunque successo nel corso del meeting di Budapest? La dichiarazione ufficiale è realmente frutto di un compromesso? Le date della BOAI ci dicono che non fu raggiunta subito una posizione unitaria: tra il periodo dell'incontro (1-2 dicembre 2001) e la firma della dichiarazione (14 febbraio 2002) trascorsero due mesi e mezzo. Sull'esistenza di divisioni interne al gruppo dei sedici non dovrebbero esserci dubbi. Secondo Ponder i firmatari, usando un'immagine forte, sono arrivati fino al punto di “spintonarsi” nel tentativo di elaborare una strategia (lots of jostling over strategy); tali contrasti sono stati confermati da una delle partecipanti Melissa Hagemann presente a Budapest in qualità di rappresentate dell'Open Society Institut23. La Hagemann ha ammesso le accese discussioni tra i partecipanti, ma ha riconosciuto che alla fine sono riusciti a trovare un compromesso con l'adozione di una doppia strategia 'dual strategy' basata su repository ad accesso aperto e riviste OA (successivamante definite green road24 e gold road). Al termine dell'incontro di Budapest, siamo agli inizi di dicembre del 2001, fu deciso di redigere un 'manifesto' della BOAI e per questo compito si era offerto volontario Peter Suber, uno dei componenti del gruppo stimato anche per le sue doti di equilibrio. Jan Velterop, che tra i firmatari rappresentava il mondo editoriale, ci ha lasciato un interessante profilo:

Peter's measured and well put arguments are never offensive and on the whole as fair as you could expect from anybody who clearly believes in one side of the argument. That in itself made open access far more credible, sensible, and reasonable than the heated arguments that flew before, and keep on flying25.

Anche la stesura della dichiarazione fu accompagnata da molte discussioni (questa volta per posta elettronica) che si conclusero come sappiamo dopo molti giorni. Si preferì evitare una frattura interna al gruppo. C'erano in gioco gli ingenti finanziamenti messi a disposizione dall'Open Society Institute e probabilmente il convincimento che dividersi sui valori non avrebbe giovato a una battaglia appena iniziata. Alcuni membri negli anni a seguire si mostrarono più critici nei confronti delle posizioni della BOAI. Stevan Harnad, per esempio, il più polemico del gruppo (e con un pessimo carattere), pur condividendo in un primo momento la dual strategy di Budapest cominciò a sostenere altre priorità. Al successivo incontro di Bethesda, come egli stesso ha dichiarato non venne invitato e in seguito è diventato uno dei più noti paladini della green road26. Anche Leslie Chan, pur con una posizione più defilata anche se perseguita con coerenza nel corso degli anni, è intervenuto in diverse occasioni per evidenziare come i (lenti) progressi dell'OA avessero scarsamente contribuito alla crescita della scholarly communication nel cosiddetto global South, ovvero nelle nazioni in via di sviluppo27. I temi trattati dallo studioso canadese, riproposti nella recente intervista, hanno riscosso un crescete interesse fino a diventare negli ultimi tempi tra gli argomenti più dibattuti tra gli esperti di accesso aperto28. In breve, l'OA nato con lo scopo di favorire la diffusione di una comunicazione accademica meno onerosa, più veloce e inclusiva si è trasformato in un sistema costoso finendo per accrescere le differenze tra i ricercatori del Nord e del Sud del mondo. È nata così l'esigenza di promuovere vie alternative come il 'diamond open access', una sorta di gold road con la differenza che gli autori non devono pagare nessun compenso agli editori e i costi di pubblicazione sono coperti da sponsorizzazioni, donazioni o sovvenzioni pubbliche.
La constatazione che a tutt'oggi non abbiamo ancora una ricostruzione esaustiva del meeting di Budapest e delle vicende che hanno portato alla stesura della BOAI declaration conferma che, in una fase di riflessione come quella che sta vivendo la comunità OA, è necessario tornare a occuparsi con più attenzione delle origini e degli sviluppi dell'accesso aperto. In che modo? Proviamo a individuare, seguendo anche le indicazioni ricavate dal volume della Castellucci, alcuni aspetti importanti. Un serio approccio storico-critico deve tenere conto in primo luogo del fatto che l'OA fa parte del più ampio fenomeno dell'openness. Quest'ultimo, a partire dalla fine del secolo scorso, ha esercitato una forte influenza sull'informatica, con i primi software open source, così come sul diritto, con alcune proposte innovative (licenze) pensate per superare le rigidità del diritto d'autore, e sul mondo economico e sociale con il dibattito sulla conoscenza come bene comune (Elinor Ostrom) e le cosiddette strategie 'non proprietarie' e 'non commerciali' impegnate a dimostrare che è possibile rendere disponibili beni di consumo (per esempio i libri) in modo gratuito come sostiene Yochai Benkler29. John Willinsky è tornato recentemente a sottolineare questo legame con il modello open facendo notare che l'OA «is widely recognized as one of the principal pillars in an internet-inspired open science movement that include open data, open instrumentation, open source software, and open educational resources»30.
Ogni tentativo di ripensamento dovrà poi essere rafforzato individuando nuove fonti documentarie e raccogliendo un numero più consistente di informazioni. Si può citare a proposito l'iniziativa di Richard Ponder che, nell'arco di alcuni anni, ha realizzato delle interviste ad alcuni membri del movimento OA31. Lo studioso ha messo insieme, anche se in modo non sistematico, una documentazione degna di nota, indispensabile per comprendere il ruolo di ricercatori, bibliotecari, editori, ecc. Un lavoro che va integrato con il reperimento di altre testimonianze: da quelle dei fondatori a quelle di personalità degne di nota, come coloro che hanno contributo a introdurre l'accesso aperto nei singoli contesti nazionali.

Altre informazioni si possono ricavare da una più attenta ricognizione degli enti (pubblici e privati) che hanno sostenuto in diversi modi la nascita e lo sviluppo dell'OA32. L'analisi delle loro politiche, l'esame dei rapporti intrattenuti con i singoli fondatori e delle relazioni con altre istituzioni, il tutto inserito in un contesto storico (crisi economiche, aspetti politici e sociali, ecc.), può aiutare a delineare con più precisione le dimensioni del fenomeno OA.
Un cenno va riservato all'approccio storico-culturale. L'applicazione dei metodi e degli strumenti della storia culturale non può che giovare allo studio dell'idea di accesso aperto. Ci limitiamo a indicare come particolarmente rappresentativo il recente saggio di John Willinsky, The intellectual properties of learning: a prehistory from Saint Jerome to John Locke33. Il volume presenta all'inizio una domanda semplice quanto fondamentale per le nostre riflessioni: perché ci si dovrebbe aspettare che i prodotti della ricerca scientifica siano resi disponibili gratuitamente online? (dal testo: «Why in the world would anyone expect that academic research and scholarship should be freely available online?»)34. Per rispondere l'autore si concentra sull'evoluzione del concetto di proprietà intellettuale e prende in esame le discussioni che si sono sviluppate in campo filosofico, teologico e del diritto dalla tarda antichità fino all'età moderna. Attraverso questa indagine Willinski vuol mostrare come una riflessione di tipo storico 'historical reflection' sui principi che regolano l'editoria scientifica può aiutare a chiarire molti aspetti controversi e soprattutto ad affrontare con maggiore consapevolezza la transizione verso l'accesso aperto. Infine va ricordato che ancora non abbiamo a disposizione una bibliografia esaustiva degli scritti dei principali sostenitori dell'accesso aperto. Un obiettivo che può presentare qualche difficoltà in quanto si tratta di contributi di natura varia (lettere, post, articoli, monografie, ecc.) pubblicati in sedi diverse (libri, riviste, ma anche blog, repository, ecc.). La raccolta sistematica di queste informazioni (e dei testi), realizzata se possibile in modo coordinato tra studiosi di differenti aree geografiche, permetterà di allestire un repertorio e un corpus documentario (nel caso in cui tutti o una parte dei contributi siano resi disponibili in accesso aperto) di sicuro riferimento.

NOTE

Ultima consultazione siti web: 15 maggio 2018.

[1] BOAI15, http://www.budapestopenaccessinitiative.org/boai15-1. BOAI declaration. 14 febbraio 2002, http://www.budapestopenaccessinitiative.org/read.

[2] Mauro Guerrini, La filosofia open: paradigma del servizio contemporaneo, «Biblioteche oggi», 35 (2017), n. 3, p. 12-21.

[3] Jean-Claude Guédon, Open access: toward the internet of the mind. 23 febbraio 2017, http://www.buda pestopenaccessinitiative.org/boai15/Untitleddocument.docx; Interview conducted by Becky Hillyer with Leslie Chan, Confessions of an open access advocate. Settembre 2017, https://ocsdnet.org/confessions-of -an-open-access-advocate-leslie-chan/.

[4] L'elenco completo dei sedici firmatari della BOAI: Leslie Chan, Darius Cuplinskas, Michael Eisen, Fred Friend, Yana Genova, Jean-Claude Guédon, Melissa Hagemann, Stevan Harnad, Rick Johnson, Rima Kupryte, Manfredi La Manna, István Rév, Monika Segbert, Sidnei de Souza, Peter Suber, Jan Velterop; fonte: http://ww w.budapestopenaccessinitia tive.org/read.

[5] Attraverso il sito della BOAI vengono diffusi gli aggiornamenti e ospitati linee guida e forum. Nelle iniziative sono coinvolti membri dell'Open Society Institute, http://www.budapestopenaccessinitiati ve.org/.

[6] J.C. Guédon, Open access: toward the internet of the mind cit., p. 37.

[7] Rebecca Hillyer [et al.], Framing a situated and inclusive open science: emerging lessons from the open and collaborative science in development network. In: Expanding perspectives on open science: communities, cultures and diversity, in concepts and practices: proceedings of the 21th International Conference on electronic publishing, edited by Leslie Chan and Fernando Loizides. Amsterdam: IOS Press, 2017, p. 18-33, DOI : 10.3233/978-1-61499-769-6-18.

[8] Leslie Chan è coordinatore della ricerca dell'OCSDNet. È inoltre vice direttore del Center for Critical Development Studies (CCDS) e docente della University of Toronto Scarborough. Chan è stato direttore di Bioline international, un progetto editoriale non profit che promuove l'adozione dell'approccio OA tra le riviste scientifiche nelle nazioni in via di sviluppo.

[9] Anche in precedenza si era occupato di questi temi si veda per esempio Jean-Claude Guédon, Open access and the divide between “mainstream” and “peripheral” science, pubblicato nel 2008, disponibile all'indirizzo: http://e prints.rclis.org/10778/. La versione elettronica della traduzione italiana del testo a cura di Francesca di Donato del 2009 è disponibile all'indirizzo: http://www.edizioniets.com/Priv_F ile_Libro/558.pdf.

[10] Si veda per esempio: Antonella De Robbio, Chi ha creato il primo circuito per la distribuzione e lo scambio di preprint? «Bibliotime», vol. VII (2004), n. 2.; ora in Id., Archivi aperti e comunicazione scientifica. Napoli: Clio Press, 2007, p. 19-30, http://www.fed oabooks.unina.it/index.php/fedoapress/ catalog/view/3/1/5-1; Maria Teresa Miconi, La Dichiarazione di Berlino sull'accesso aperto alla letteratura scientifica e umanistica: spunti di riflessione, «Nuovi annali della Scuola speciale per archivisti e bibliotecari», 25 (2011), p. 133-151. Tentativi di ricostruzione storica si trovano anche in: Francesca Di Donato, L'open access tra centro e periferia della scienza. In: Jean-Claude Guédon, Open access: contro gli oligopoli nel sapere, a cura di Francesca Di Donato. Pisa: Edizioni ETS, 2009, versione elettronica in libero accesso, http://www.edizioniets.com/Priv_Fil e_Libro/558.pdf; Mauro Guerrini, Gli archivi istituzionali: open access, valutazione della ricerca e diritto d'autore, a cura di Andrea Capaccioni. Milano: Editrice bibliografica, 2010, p. 9-25; Maria Cassella, Open access e comunicazione scientifica: verso un modello di disseminazione della conoscenza. Milano: Editrice bibliografica, 2012; Andrea Capaccioni, La monografia scientifica e le sfide dell'accesso aperto, «AIB studi», 54 (2014), n. 2/3, p. 201-211, http://dx.doi.org/10.2426/aibstudi-10084; Andrea Capaccioni, Le biblioteche dell'università: storia, modelli, tendenze, nuova edizione. Milano: Apogeo, 2018, p. 55-70.

[11] Paola Castellucci, Dall'ipertesto al web: storia culturale dell'informatica. Roma, Bari: Laterza, 2009.

[12] Si veda la recensione di Paul Gabriele Weston in «Bollettino AIB», 51 (2011), n. 1-2, p. 142-147.

[13] Paola Castellucci, Carte del nuovo mondo: banche dati e open access. Bologna: Il Mulino, 2017.

[14] Ivi, p. 45-46.

[15] Ivi, p. 32.

[16] Ivi, p. 127.

[17] Ivi, p. 264.

[18] Ivi, p. 112.

[19] Ivi, p. 128.

[20] Trascriviamo il brano iniziale della BOAI nella traduzione 'ufficiale' di Paola Castellucci, http://www.b udapestopenaccessinitiative.org/translations/italian-translation.

[21] P. Castellucci, Carte del nuovo mondo cit., p. 148.

[22] Stevan Harnad, The open access interviews: Stevan Harnad, interview by Richard Poynder, 2007, p. 1-53 (in particolare p. 15), http://ia902307.us.archive.org/23/items/The_Basement_Interviews/Stevan_Harnad_Interview.pdf.

[23] Melissa Hagemann, Interview with Melissa Hagemann of the Open Society Institute, interview by Richard Poynder. Friday, June 10, 2005, https://poynder.blogspot.it/search?q=Hagemann.

[24] «It was finally agreed that we would put forward a dual strategy, which called for the creation of open access archives and repositories, and open access journals» in Melissa Hagemann, Interview with Melissa Hagemann of the Open Society Institute cit.

[25] La dichiarazione si trova nell'intervista a Suber realizzata da Richard Poynder, The basement interviews: Peter Suber, 2007, p. 1-81, http://ia802307.us.archive.org/23/items/The_Basement_Interviews/Suber.pdf. Jan Velterop nel 2002 rappresentava all'interno della BOAI un editore come BioMed Central, oggi è il responsabile delle politiche OA di Springer.

[26] Stevan Harnad, The open access interviews cit., p. 34.

[27] Si veda in particolare l'intervista-(con profilo) di Chan realizzato da R. Ponder nel 2008, Leslie Chan, The open access interviews: Leslie Chan, interview by Richard Poynder, Friday, June 20, 2008, https://poynder.blogspot.com/2008/06/open-access-interviews-leslie-chan.html.

[28] Richard Poynder, Preface. In: Open divide? Critical studies on open access, edited by Ulrich Herb, Joachim Schöpfe. Sacramento: Litwin Books, 2017; la versione online della prefazione e consultabile all'indirizzo https://poynder.blogspot.it/2018/01/preface-open-divide.html.

[29] «This book presents my take on the case for open access as a focused effort, if not a wholesale movement. It is driven, however, by something broader which I term the access principle», John Willinsky, The access principle: the case for open access to research and scholarship. Cambridge, Massachusetts; London, England: The MIT Press, 2006, p. xii. Sul rapporto tra teorie del bene comune e OA si veda Paola Castellucci, Carte del nuovo mondo cit.; Andrea Capaccioni, Il paradigma di Darnton: riflessioni sulle origini del ruolo sociale delle biblioteche digitali, «JLIS.it», 6 (January 2015), 1, DOI: 10.4403/jlis.it-10983. Per un'analisi delle strategie 'non proprietarie' e 'non commerciali' in realzione con l'OA si veda Andrea Capaccioni, Le biblioteche dell'università: storia, modelli, tendenze. Milano: Apogeo; Santarcangelo: Maggioli, 2018, p. 62-65.

[30] John Willinsky, The intellectual properties of learning: a prehistory from Saint Jerome to John Locke, Chicago: University of Chicago Press, 2018, open access final draft, chapter 1, p. 3, https://intellectualproperties.stanford.edu.

[31] L'elenco completo e i testi delle interviste si trovano in Richard Poynder, The open access interviews, http://richardpoynder.co.uk/The%20OA%20Interviews.htm.

[32] Un tentativo è stato fatto da John Willinsky nel suo The access principle, cit. Si veda in particolare il quarto capitolo Associations, p. 55-67.

[33] Si tratta del volume pubblicato nel 2018, edizioni University of Chicago Press.

[34] J. Willinsky, The intellectual properties of learning cit., 2018, p. 2.