Assemblaggi: metodologie miste per l'indagine partecipata sulla lettura in età prescolare

di Leyla Vahedi

La lettura prescolare: un fenomeno da assemblare

Intorno ai libri per l'infanzia e alle pratiche di lettura delle fasce prescolari si muove una gran quantità di forze e attori: il contesto economico dell'editoria, quello culturale, quello sociale. Pensando alla sola filiera del libro per ragazzi incontriamo autori, illustratori, ricercatori di immagini, editori, impaginatori, grafici, stampatori, legatori, distributori, librai, insegnanti, operatori, bibliotecari, genitori e ovviamente bambini. Con l'apertura del campo editoriale al digitale si moltiplicano le professionalità implicate nei processi produttivi, si complica il campo di distribuzione, promozione e quindi accesso e si estende l'idea stessa di lettura, che tuttavia non è mai stata una pratica monomediale ma da sempre eminentemente relazionale, multimediale, interattiva.
Si deduce che un universo così complesso pone dei problemi pratici e teorici al ricercatore che si propone di indagare non tanto cosa il singolo bambino capisca del libro – indagine che potrebbe riguardare la pedagogia della lettura – quanto il contesto della lettura infantile, le pratiche di lettura, le pratiche di socializzazione, la funzione che la lettura svolge e può svolgere nei primi anni di vita e oltre.
Di fronte alla sfida dell'editoria digitale, e quindi di fronte a prodotti ibridi a metà strada tra gioco e lettura, diventa però urgente osservare da vicino come si comportano i bambini con i libri, cosa piace loro, quali pratiche di lettura mettono in campo e quindi ridefinire e ripensare lemmi generali come libro, lettura e leggere, per evitare semplificazioni e polarizzazioni del dibattito. Le questioni che la lettura infantile solleva si estendono e anticipano problematiche trasversali a tutte le fasce d'età, e al campo culturale in senso più generale.
In primo luogo, quali aspetti si indagano a proposito della lettura infantile, cartacea o digitale che sia? Se ne possono indagare la diffusione, le abitudini quotidiane e la frequenza, nella maggior parte dei casi attraverso interviste agli adulti a contatto coi bambini. Si può indagare l'ampiezza del fenomeno commerciale e individuare le tendenze attraverso l'analisi dei dati di mercato e persino le predilezioni guardando ai dati sui prestiti nelle biblioteche. Tutti questi aspetti però rischiano di fornire al ricercatore un quadro parziale, se non fuorviante, poiché raccontano soltanto una parte di questo mondo sfaccettato, da cui poco si deduce circa il valore culturale, affettivo e relazionale della lettura.
L'insoddisfazione verso la rilevazione quantitativa non è nuova nella ricerca sulle pratiche di lettura degli adulti, e la difficoltà si acuisce rispetto al segmento infantile. Gli studi a largo raggio infatti – seppur meritori nel descrivere una situazione rappresentativa in quanto basati su campioni estesi – raramente sono in grado di fotografare pratiche, esigenze e aspettative di adulti e bambini di fronte alla lettura1.
Allo stesso modo, analizzare i dati di mercato individuando i best seller non aiuta a capire cosa effettivamente piaccia ai bambini, né offre indicazioni rispetto ai criteri per selezionare e scegliere buoni libri. Ancora, analizzare i prestiti delle biblioteche, seppur decisamente interessante, può essere limitante in quanto i prestiti sono soggetti al cosiddetto fenomeno della lunga coda2.

Problematiche metodologiche delle indagini a largo raggio sulla lettura e sul consumo mediale delle famiglie

Un primo problema si pone non appena si cominciano a esaminare alcune delle maggiori indagini: cosa si intende con 'lettura' e con 'libro'?
Per l'Istat un libro è una pubblicazione editoriale non periodica, cartacea o digitale, senza limitazioni di genere. Tuttavia difficilmente chi legge un libro di barzellette, un ricettario, un libro di mandala da colorare si sente legittimato a dichiarare di essere lettore3, pur consumando a tutti gli effetti cultura, aspetto che d'altra parte viene prepotentemente restituito dai dati di mercato sui libri più venduti. Questo ostacolo è ciò che è emerso per esempio da uno studio di Jean-François Barbier-Bouvet4, il quale, approfondendo le risposte di alcune persone che avevano dichiarato di non essere lettori e di non aver letto né libri né giornali nell'ultimo mese, ha scoperto che in realtà gli intervistati in quella stessa giornata avevano letto materiali ritenuti informali o poco legittimati dalla cultura alta allo status di 'libri' (come fumetti o riviste illustrate). Metodologie alternative di indagine delle pratiche di lettura sono, secondo l'autore, le storie di vita, capaci di lasciare più spazio semantico e ancoraggi discorsivi rispetto alle domande dei questionari a largo raggio. Come auspicato da Georges Perec sin dagli anni Settanta5, Barbier-Bouvet indica quindi l'urgenza di collegare la storia della lettura all'etnografia, spunto che riprenderemo più avanti.
La lettura è dunque una pratica sociale emblematica e collegata nell'immaginario degli intervistati alla legittimità culturale. Bisogna perciò attrezzarsi di particolari cautele tanto di fronte alla timidezza che essa suscita in alcune fasce quanto di fronte all'assimilazione da parte di altre, portate a dichiararsi lettori forti e a ridimensionare il consumo mediale di altri supporti (televisione, computer).
La complessità dell'ambito lettura, che si acuisce quando ci rivolgiamo alle fasce infantili, è tenuta poco in conto dalle indagini a largo raggio. Infatti la lettura prescolare, quella che passa per esempio per la lettura ad alta voce (auditiva) o per la lettura delle immagini (visuale), non viene sempre presa in considerazione. Spesso si restringe la definizione di lettura alla mera decifrazione alfabetica, nonostante, come da quasi vent'anni sostiene il programma nazionale Nati per leggere6, per i piccolissimi anche l'esplorazione tattile e gustativa di un libro può essere ritenuta modalità del tutto legittima. Se è vero invece che non possiamo chiamare lettura la mera decifrazione alfabetica (per esempio quella che si compie scorrendo i nomi nell'elenco telefonico), la comprensione del senso che passa attraverso i diversi linguaggi dell'albo illustrato o di un libro app è a pieno titolo lettura. Resta forse da chiederci se l'atto del giocare, sollecitato ugualmente da un libro pop-up, da un albo gioco, da un libro interattivo come da un libro app – supporti che richiedono comunque una codifica da parte del lettore e la condivisone di un linguaggio comune –, possa ritenersi lettura.
Le indagini sulla lettura compiute dalle grandi agenzie spesso partono dai sei anni di età, escludendo dunque una fascia di lettori forti e mostrando di considerare l'apprendimento dell'alfabeto come il discrimine per cui ci si possa dire lettori in senso proprio, nonostante molte evidenze scientifiche, sin da metà del Novecento, insistano sulla necessità di una familiarizzazione e abitudine alla lettura già prima del contatto con la scuola. Persino una sfaccettata indagine sulla vita delle famiglie qual è Aspetti della vita quotidiana7, che non ha problemi a rilevare la fruizione mediale di televisione, radio e computer fin dai tre anni di età, per quanto riguarda il consumo di libri, riviste e internet parte dai sei anni. Frutto di rilevazioni a larghissimo raggio dell'Istat, questa indagine multiscopo lascia emergere un quadro non particolarmente roseo: il 92% dei bambini dai 3 ai 5 anni e il 96% dei bambini dai 6 ai 10 anni guardano la televisione almeno una volta al giorno, mentre il 46,9% delle bambine e il 41,7% dei bambini dai 6 ai 10 anni hanno letto un libro negli ultimi dodici mesi al di fuori degli obblighi scolastici8. Le fasce prescolari vengono del tutto escluse da questa rilevazione che non si pone il problema di includere i piccolissimi nella fruizione di strumenti mediali misti e quindi complessi, e dunque li esclude dalle pratiche di lettura. È chiaro come ciò avalli un'idea di lettura come mera decifrazione alfabetica, definizione che sappiamo limitante tanto per il mondo adulto che per l'infanzia9.
Quando, invece, questa stessa indagine tiene conto della lettura prescolare, nello specifico per ciò che attiene ai dati presentati nel report La scuola e le attività educative10, è sorprendente lo scarto tra adulti e bambini, in particolare nella fascia della primissima infanzia: risulta essere il 63,3% la percentuale di bambini dai 2 ai 5 anni che legge, sfoglia, colora albi illustrati al di fuori della scuola almeno una volta al giorno. Si noti bene: quotidianamente, non annualmente come riportano le rilevazioni riguardanti i maggiori di sei anni che periodicamente allarmano il mondo della cultura.
Aspetti della vita quotidiana e in particolare il report Infanzia e vita quotidiana mettono a fuoco anche il consumo mediale, interessante per il nostro oggetto sebbene risalga al 2011 e quindi fotografi una situazione già desueta in quanto, come lo stesso report ammette, «le nuove tecnologie sono il terreno rispetto al quale cambia più velocemente il comportamento di bambini e ragazzi»11. Questo è un altro aspetto problematico delle indagini a largo raggio che necessariamente hanno bisogno di tempi di rilevazione e analisi più lunghi rispetto a indagini più contenute.
Differiscono in parte le considerazioni de Il libro bianco media e minori (Agcom 2014), realizzato a partire dai dati Censis 201112. Il rapporto si pone l'obiettivo di indagare il consumo culturale dei bambini così come viene percepito dai genitori, sottoponendo loro domande relative al consumo dei media dei figli e al conseguente gradimento; allo stesso tempo indaga le abitudini mediali degli stessi genitori. A differenza di altre indagini, la specificità delle rilevazioni Censis risiede proprio nel tentativo di indagare le motivazioni profonde degli attori sociali, per cui le domande di ricerca sono rivolte in direzione di un quadro interpretativo che dà peso non soltanto agli usi, ma anche alle gratificazioni, alle impressioni, alle percezioni e alle rappresentazioni dei soggetti coinvolti, rivolgendo l'attenzione alla famiglia come unità di rilevazione primaria. Si considerano quindi i consumi culturali come un fatto sociale collettivo13. Questa impostazione metodologica è molto interessante perché inserisce i consumi mediali in un contesto sociale, riconoscendone la funzione eminentemente relazionale e anche mettendo in evidenza alcune discrepanze che manifestano l'adeguamento delle risposte adulte a ciò che essi suppongono più consono per l'intervistatore14.
Pur essendo rivolta a un campione limitato e pertanto non avendo grandi pretese di descrittività, Nati digitali, un'indagine del 2013, risulta specifica per il nostro obiettivo di ricerca in quanto restituisce l'atteggiamento e le preoccupazioni degli adulti a contatto con i bambini di fronte alla lettura digitale15.
Occorre dunque evidenziare differenti problematiche delle indagini sulle famiglie e sui consumi culturali: in primo luogo, come abbiamo visto, la carenza di rilevazioni relative alla lettura quotidiana ad alta voce; in secondo luogo la difficoltà di produrre risultati tempestivi; infine la delicatezza del campo di indagine, la famiglia. Se già in generale l'ambito della lettura presuppone delle cautele da parte di chi legge i risultati, ancora più cauto dovrà essere il giudizio di fronte alle risposte fornite dagli adulti, in quanto ancora più delicati sono l'ambito dei rapporti familiari e la disposizione dell'intervistato quando si tratta di rivestire il ruolo di genitore.
Un altro problema spinoso è avvicinare le fasce infantili in maniera diretta, riconoscerne la cultura e allo stesso tempo ponendola in rapporto con la società, questione cui si aggiunge la difficoltà di rendere testimonianza di pratiche apparentemente volatili.
Dalle indagini passate brevemente in rassegna è risultato come non sia sufficiente rilevare le autodichiarazioni sulla lettura e come sia invece rilevante, per esempio, indagare i comportamenti sociali verso di essa, le condotte del non lettore e del lettore, le occasioni e le possibilità di coltivare il piacere di leggere. Sia nel caso delle indagini sulle abitudini di lettura che in quello delle indagini di mercato deduciamo poco di cosa voglia dire per i bambini leggere, ma soprattutto di come leggano i bambini e di quali implicazioni culturali, pratiche e sociali la lettura abbia. Ancora, deduciamo poco del contesto generale, dell'ambientazione consueta della lettura, degli usi e del significato che assume nella cultura infantile. Infine, nulla capiamo del piacere di leggere, né di come nasce e si fortifica l'abitudine alla lettura.
Ma come documentare e testimoniare tali pratiche? Come fornire un'istantanea della lettura dei piccoli che tenga conto delle molteplici forze in campo, dalla mediazione adulta e familiare al settore dell'editoria per l'infanzia? Per indagare questi aspetti un disegno di ricerca a metodologia mista16, composto da interviste, indagini parallele e soprattutto osservazione, può restituire un quadro interpretativo più rispettoso della complessità del fenomeno.

Capovolgere il punto di vista: l'infanzia come esperienza etnologica

Se si vuole restituire una descrizione e un quadro interpretativo delle pratiche di lettura della prima infanzia, riconoscendone il valore eminentemente relazionale che esse rivestono, sorge il problema di come registrare e quindi rendere testo una serie di testimonianze e osservazioni che possono apparire più delle sensazioni che dei dati. La ricerca etnografica si è trovata di fronte a problemi analoghi quando cercava di differenziarsi da altri tipi di ricerca sociologica focalizzando il proprio interesse verso le pratiche e i processi tenendo conto anche delle storie: che cosa fanno gli attori in contesti, situazioni e scenari particolari, anche questi da descrivere.
In tutte le indagini passate in rassegna – seppur interessanti sotto l'aspetto quantitativo e a volte, come nel caso di Nati digitali e del Libro bianco media e minori, anche dal punto di vista qualitativo – è ravvisabile un ostacolo metodologico, cioè il limitarsi soltanto al mondo adulto. O meglio: allo sguardo adulto sui bambini, sulle loro pratiche e i loro consumi. È chiaro che per il ricercatore è complicato entrare in contatto diretto con l'infanzia ma non per questo impossibile.
Un disegno di ricerca che preveda un'osservazione naturale e poco invasiva in un contesto pubblico, che possa essere quindi percepito in modo neutro come ad esempio la biblioteca, può aggirare in parte questi ostacoli. Come nel lavoro etnografico che osserva l'indigeno o il marginale, si tratta di entrare in un territorio che non è il nostro, o non lo è più. Il ricercatore alle prese con la lettura infantile ha la necessità di tenere presente il peso della memoria della propria infanzia e delle proprie letture, insieme all'idea di infanzia che si è costruito nel tempo. Questa premura è valida tanto per il ricercatore che per gli adulti coinvolti nella ricerca, tanto per il mondo professionale quanto per gli adulti osservati. Per osservare è dunque talvolta necessario 'abbassare' il proprio punto di osservazione – sebbene non certo di letteratura 'bassa' si tratti – e, consapevoli del rischio di idealizzazione di un'età tutt'altro che rosea, guardare alle modalità di lettura dell'infanzia non sempre assimilabili a quelle degli adulti. Nei piccolissimi leggere è sempre una sorta di incontro con l'alterità inaspettata, un'apertura all'avventura, all'esplorazione, alle potenzialità inespresse: si dovrebbe tentare dunque di attivare una sorta di spaesamento e un riorientamento dello sguardo17.
Nella premessa metodologica a La città e le ombre: crimini, criminali, cittadini, Alessandro Dal Lago e Emilio Quadrelli formulano questa problematicità parlando, in continuità con Michel Foucault, della possibilità di costruire e descrivere una 'storia dell'infamia', ovvero una storia delle voci di chi sfugge alla descrizione. A differenza degli storici, che nel passato non possono scorgere più le storie di quelle vite senza voce, i ricercatori possono ora rivolgersi alla contemporaneità tentando l'impossibile: «raccontare dal vivo, in diretta, la vita degli uomini infami»18. In questo caso non gli 'infami' ma l'infanzia – si noti la radice comune, che accomuna chi non ha voce e parole appropriate: non i deviati o i nativi, ma i bambini.
Riportando dunque il discorso a un'altra classe di 'piccoli', possiamo proporre una soluzione affine: compito del ricercatore sarà qui dare voce a un brulicante fermento che è la scoperta del mondo attraverso i libri, le prime esplorazioni nella realtà e nella cultura circostante, la prima emergente socializzazione.
Il riferimento all'etnologia non è solo metaforico, e la vicinanza tra infanzia e classi basse non è solo etimologica. Così Dieter Richter mette in relazione la crescente distanza tra età adulta e infanzia con quel processo di differenziazione sociale tra strati superiori e classi popolari, o quello tra colonizzatore e colonizzato19. Se l'infanzia costituisce a pieno titolo parte della società, bisogna però riconoscere che ne è una componente con caratteristiche proprie, non immutabili nel tempo ma distinte da quelle del resto della società che sperimenta così, con l'infanzia, una sorta di «esperienza etnologica nella propria nazione».
C'è bisogno qui, come in parte già nella metodologia degli illustri predecessori di Dal Lago e Quadrelli (dall'etnografia sociale americana a Bourdieu)20, di un guardiano della soglia, o gatekeeper, ovvero un personaggio, in questo caso un ricercatore o un lettore mediatore, che risulti naturale per gli attori che vogliamo osservare. L'indagine finisce per mettersi da parte, rendendosi essa stessa invisibile o impercettibile agli occhi dei piccoli che mai devono sentirsi sotto esame di fronte a un libro. Anche per l'interazione digitale e il gioco in generale, un adulto che osserva e controlla inibisce il bambino.
Problematiche metodologiche affini, e che quindi possono fornire chiavi per affrontare una ricerca qualitativa e sfaccettata, provengono dunque dalla ricerca etnografica e sono condivise dalla storia orale (per esempio da Luisa Passerini, Cesare Bermani, Alessandro Portelli)21, dalla microstoria (Carlo Ginzburg)22, e dal vasto mondo degli studi sulle culture subalterne, sul folklore, sulle pratiche e sui saperi bassi, nella consapevolezza che neanche la ricerca statistica più rigorosa è al riparo dal racconto soggettivo, di cui però questi disegni di ricerca fanno tesoro.

Spunti metodologici di indagini affini

Se indagini di ambito non immediatamente sovrapponibile al nostro possono offrire spunti metodologici, vediamo brevemente alcuni disegni di ricerca previsti da indagini limitrofe sulla lettura prescolare e sull'infanzia.
Una ricerca che già negli anni Trenta spaziava tra varie tecniche di rilevazione è The child and his picture book23. Graydon Laverne Freeman e Ruth Sunderlin Freeman prendono avvio, come avevano fatto altre ricerche contemporanee di cui si dicono insoddisfatti, dal raccogliere opinioni degli adulti a proposito delle preferenze supposte in materia di lettura e albi illustrati da parte dei bambini. I risultati che ottengono sono banali e viziati ma soprattutto erronei, dettati dall'arretratezza delle considerazioni degli adulti, dei genitori e persino dei professionisti dell'infanzia. I due ricercatori passano dunque a disegnare una ricerca incentrata sulla partecipazione diretta dei bambini. In particolare, decidono di focalizzarsi non sulla scelta diretta dei libri – troppi fattori ne condizionano la validità24 – ma su esperimenti controllati a partire da elementi ricorrenti e isolati dell'albo illustrato, tesi a evidenziare le predilezioni nel tipo di illustrazione, nei soggetti, nella dimensione e nel formato del libro, nelle peculiarità della copertina. Una parte della ricerca è dedicata alla riflessione sui risultati in direzione di una definizione dei criteri per scegliere i libri per ragazzi; un'altra parte tratta degli usi e dell'importanza della quotidianità e della prossimità alla lettura nel definire un rapporto con i libri piacevole e duraturo, fornendo indicazioni pratiche per scuole e biblioteche. Infine, vengono stilati degli elenchi di esempi – per non dare direttive ma indicazioni generali – di libri e autori giudicati degni di nota, con schede informative. Questa ricerca, come altre coeve, ha il merito di interpellare i bambini in maniera diretta seppure attraverso esperimenti controllati. È invece possibile prevedere dei disegni di ricerca basati sull'osservazione dei bambini in una situazione da loro percepita come naturale?
In tempi più recenti, un autore che ha messo l'osservazione e la cooperazione con i bambini al centro della ricerca è stato William Corsaro25, che, a partire dalla costatazione della carenza di studi sull'infanzia dalla prospettiva delle scienze sociali, si è immerso nella vita di alcuni asili e scuole dell'infanzia statunitensi e italiani per osservare le interazioni tra bambini con gli strumenti della ricerca etnografica in un contesto per loro naturale e cercando progressivamente di guadagnare la loro fiducia. Il fatto di essere percepito dai bambini come insider ha offerto al ricercatore la possibilità di accedere a discorsi, pratiche e comportamenti normalmente preclusi agli adulti, documentati attraverso note prese sul campo26.
Guardando alle indagini condotte intorno all'infanzia e a specifici gruppi sociali, emerge la necessità di utilizzare disegni di ricerca misti, risultanti da diversi punti di vista e metodi di rilevazione, poi assemblati per restituire tali dati come risultati. È il caso dell'indagine Les albums pour enfants: le champ de l'édition et les définitions sociales de l'enfance, condotta dal 1972 al 1975 da Jean-Claude Chamboredon e Jean-Louis Fabiani e pubblicata nel 197727.
Gli albi illustrati, secondo gli autori, sono un «tipo particolare di bene di consumo per la primissima infanzia» e quindi questo campo viene analizzato da vicino in quanto ritenuto esemplare occasione di studio delle variazioni nella definizione sociale dell'infanzia. Per fare ciò i ricercatori, allievi di Pierre Bourdieu, hanno ritenuto necessario attingere a diversi strumenti e metodologie, secondo uno strategico andirivieni tra teoria ed empiria, perché in questo settore specifico le idee di infanzia e società contano e influenzano fortemente i prodotti editoriali oltre che l'atteggiamento sociale verso la lettura dei piccoli.
La ricerca, organizzata in diverse fasi, prende avvio con una pre-inchiesta condotta attraverso interviste ad alcune persone interne al campo oggetto dell'indagine: librai, informatori ed esperti. Da questa prima ricognizione la ricerca si è spostata su una serie di interviste rivolte ad alcuni editori, scelti nel panorama editoriale in base alla varietà delle loro prospettive, ideologie e prodotti. Infine, alcuni lavori complementari sono stati ritenuti utili alla descrizione del campo: l'analisi della letteratura e di alcuni cataloghi degli editori, lo studio delle statistiche editoriali disponibili relativamente agli anni dell'indagine.
Questa ricerca, relativa al solo campo editoriale e che non tocca l'universo della lettura e delle pratiche di lettura (cui fa soltanto cenno in relazione alla qualità e alla buona riuscita di un prodotto editoriale), risulta particolarmente significativa per sottolineare la necessità di una metodologia mista nell'approccio a un universo così variegato: quello dell'infanzia e delle sue letture.

Conclusioni: una proposta metodologica

Per indagare la lettura nei suoi sfaccettati aspetti e nel suo contesto può essere utile adottare un disegno misto di ricerca, un gioco di assemblaggi tra ricerche parallele che si compenetrano l'una con l'altra.
Senza dubbio in primo luogo c'è bisogno di condurre un'indagine secondaria a partire dai dati editoriali, come quelli forniti annualmente dai sondaggi di LiBeR28, capaci di restituire le tendenze di mercato e il loro andamento negli anni e di arricchire i risultati con la comparazione dei prestiti bibliotecari. Una panoramica dell'editoria italiana per l'infanzia, possibilmente anche digitale29, risulta necessaria per mostrare come la stessa sia determinata non tanto da individualità geniali, quanto da fattori complessi come il sistema di produzione, materiale e simbolico.
Così non vanno escluse le indagini a largo raggio, tra cui quelle sui beni di consumo delle famiglie. L'ingresso di tablet e smartphone nelle case, sempre a disposizione dei piccoli, è sicuramente un aspetto importante da monitorare.
Allo stesso tempo è utile prendere in considerazione il dibattito specializzato, attraverso l'analisi di riviste di settore (fra le altre, Hamelin e LiBeR) e luoghi caldi del web (per esempio il blog curato dall'editore Topipittori) e attraverso interviste semistrutturate a editori, bibliotecari, promotori della lettura. Può essere utile analizzare alcuni prodotti editoriali ritenuti esemplari o alcuni cataloghi di editori apprezzati – anche se come emergerà dall'analisi del dibattito non c'è ancora un terreno condiviso in materia di qualità e di criteri. Il campo dell'editoria è del resto attraversato da teorie pedagogiche e da un vivo dibattito professionale che arriva a definire criteri di concezione della lettura e dei libri.
Obiettivo specifico dell'analisi dei prodotti non è solo l'arricchimento del quadro del dibattito, ma anche la volontà di legare i libri, cartacei o digitali, e le loro peculiarità alle pratiche che sollecitano, individuandone alcune caratteristiche di linguaggio. Poiché il supporto non è indifferente, un grande albo brulicante 30offre un'esperienza di lettura molto diversa da quella che offre un albo narrativo lineare, così un libro app interattivo o uno narrativo.
Questa seconda fase è dunque funzionale a individuare aspetti che ritroveremo, a specchio, nella terza e ultima fase, quella della vera e propria osservazione, che punta a mostrare come nei prodotti editoriali per l'infanzia siano all'opera definizioni implicite dell'apprendimento, dell'inculturazione infantile, della socializzazione.
L'immersione nel campo dell'editoria illustrata cartacea e digitale per l'infanzia sarà infatti propedeutica a un'osservazione sul campo, in contesti percepiti come naturali dai bambini e dai loro familiari. Può essere dunque necessario utilizzare metodologie combinate come l'osservazione partecipante, le storie di vita, l'intervista31. Ma come osservare un tipo di pratica che è considerata individuale o comunque intima, familiare? Alcuni contesti – da descrivere nel dettaglio prima di cominciare l'osservazione – possono risultare preziosi: la biblioteca di pubblica lettura in cui i bambini partecipano alle letture ad alta voce o a sperimentazioni digitali e i servizi sanitari in cui si avviano progetti di promozione della lettura e dove si offre uno spazio per genitori e bambini molto piccoli in cui sfogliare e leggere libri selezionati e di qualità, lasciati a portata di mano32. Qui si potrà osservare come bambini e genitori scelgano le letture da fare, quali posture adottino mentre ascoltano una storia, quanto l'attenzione rimanga viva. Si potrà notare come cambia l'interazione quando il supporto di lettura è un tablet invece della carta. Tanti aspetti da registrare, ogni volta diversi e ricchi di spunti per l'osservatore. Nell'attività in biblioteca sarà utile osservare anche cosa accade prima e dopo le letture: gli itinerari tra gli scaffali durante l'attesa, l'entusiasmo, le domande e le chiacchiere dopo aver partecipato a un'attività sociale intensa, gli eventuali prestiti che i bambini richiederanno dopo aver scoperto quei libri dalla voce del lettore.
La corsa al prestito è un osservatorio importante del gradimento e del coinvolgimento del bambino, così come le chiacchiere tra pari e i collegamenti con l'esperienza quotidiana33.
Con un disegno di ricerca così composto si può puntare a descrivere non soltanto cosa il singolo bambino comprenda del libro ma anche, attraverso la lente sociale, quale sia il contesto che circonda la lettura delle fasce prescolari, quale la portata delle pratiche di socializzazione intorno ad essa e quale la disposizione degli adulti. Infine, si può ragionare sull'importanza che la lettura infantile riveste nel corpo sociale. Dunque non una ricerca sugli effetti nel tempo della lettura, interesse della psicologia dello sviluppo e della pedagogia, ma la descrizione di ciò che avviene tra libro e bambino e il contesto di riferimento, prossimo e più ampio, e di come lo specifico strumento libro o libro app viene utilizzato dall'infanzia. Rispetto all'interazione digitale, allo stesso modo, interessa non tanto cosa il bambino ottenga, capisca, incrementi leggendo sui dispositivi elettronici ma cosa piccoli e grandi si aspettano dagli strumenti a loro disposizione e come li utilizzano, nella consapevolezza che la lettura resta una pratica multiforme e sfuggente.

NOTE

Articolo frutto della rielaborazione di una parte della tesi di dottorato discussa a dicembre 2016 presso il Dipartimento di comunicazione e ricerca sociale della Sapienza Università di Roma: Leggere prima di leggere: albi illustrati e libri app in età prescolare.
Ultima consultazione siti web: 28 maggio 2018.

[1] Si veda per esempio Chiara Faggiolani, Morfologia dei dati sulla lettura (di libri). In: I percorsi della conoscenza: dialogando con Giovanni Solimine su biblioteche, lettura e società, a cura di Giovanni Di Domenico, Giovanni Paoloni, Alberto Petrucciani. Milano: Editrice bibliografica, 2016, p. 169-183, dove si evidenzia il limite di indagare la lettura come se si tratti di un qualsiasi altro tipo di consumo, rinunciando a descrivere i sempre diversi e rinnovati modi di leggere che mettono in campo i lettori. Inoltre l'autrice segnala le enormi potenzialità di ricerca offerte da dati qualitativi testuali e dai big data, per cui si confronti anche: Stefano Bandera [et al.], Qualcosa di nuovo sulla lettura: nuove prospettive di conoscenza con i big data, «Biblioteche oggi trends», 2 (2016), n. 1, p. 84-95 e Le reti della lettura: tracce, modelli, pratiche del social reading, a cura di Chiara Faggiolani, Maurizio Vivarelli. Milano: Editrice bibliografica, 2016.

[2] Espressione di ambito economico (Chris Anderson, The long tail: how endless choice is creating unlimited demand. London: Random House Business Books, 2007) utile anche per il mondo dei prestiti bibliotecari, si veda Luca Ferrieri: «La lunga coda è un fattore importantissimo di diversità culturale, perché pone fine a quel regno della scarsità artificiosamente creato dal mercato, e allo strapotere della legge paretiana dell'80-20, ossia del principio di concentrazione, per cui il 20% dei titoli realizza l'80% delle vendite, l'80% dei ricavi deriva dal 20% dei centri di profitto, il 20% della popolazione detiene l'80% della ricchezza e così via. La biblioteca è in se stessa una espressione della lunga coda, perché per esempio la grande maggioranza dei prestiti si disperde su un numero enorme di titoli che presi uno alla volta ne realizzano pochissimi» (Luca Ferrieri, Il futuro della lettura e della biblioteca. In: Aprire le porte alla lettura e all'apprendimento: Convegno, Bressanone, 7 novembre 2008, p. 5, http://www.provincia.bz.it/cultura/download/relazione_ Luca_Ferrieri.pdf). Si veda anche: Lorcan Dempsey, Libraries and the long tail: some thoughts about libraries in a network age, «D-Lib Magazine», 12 (2006), n. 4, http://www.dlib.org/dlib/april06/dempsey/04dempsey.html.

[3] A questo proposito, l'Istat ha da tempo introdotto una seconda domanda rivolta a chi si dichiara non lettore che permette di scoprire un 13% di lettori definiti ‘morbidi’, ovvero che hanno letto, sfogliato o consultato guide turistiche, libri per il tempo libero, romanzi rosa e di fantascienza, libri a mille lire, ridimensionando quindi la quota di non lettori (si veda I lettori di libri in Italia: comportamenti e atteggiamenti degli italiani nei confronti della lettura, a cura di Saverio Gazzelloni, «Argomenti», 12 (1998), p. 30-40). Mettono in guardia da facili ottimismi la definizione di ‘lettori inconsapevoli’ e la distinzione tra lettura e consultazione espresse in Adolfo Morrone; Miria Savioli, La lettura in Italia: comportamenti e tendenze: un'analisi dei dati Istat 2006. Milano: Editrice bibliografica, 2008, in particolare p. 87-94. Si veda inoltre Adolfo Morrone; Miria Savioli, Identikit del non lettore e del lettore debole: l'indagine multiscopo dell'Istat 2005, «Libri e riviste d'Italia», 1 (2007), p. 61-73; Giovanni Solimine, Acquisto e lettura di libri in Italia: indagini a confronto, «Libri e riviste d'Italia», 2 (2008), p. 97-106 e Id., Leggere dentro i dati sulla lettura in Italia, «Bollettino AIB», 48 (2008), n. 2/3, p. 233-248.

[4] Jean-François Barbier-Bouvet, La fin et les moyens: méthodologie des enquêtes sur la lecture. In: Pour une sociologie de la lecture: lectures et lecteurs dans la France contemporaine, a cura di Martine Poulaine. Paris: Éditions du Cercle de la librairie, 1988, p. 215-237.

[5] Georges Perec, Lire: esquisse socio-physiologique, «Esprit», 453 (1976), p. 7-20.

[6] Per un orientamento sul programma, che in Italia, a differenza di analoghe iniziative all'estero, è di iniziativa privata (Associazione culturale pediatri, Associazione italiana biblioteche e Centro per la salute del bambino), si veda il sito recentemente rinnovato: http://www.natiperleggere.it.

[7] Rilevazioni effettuate annualmente dal 1993 su più di 19.000 famiglie mediante tecnica PAPI (Paper and pencil interview) con due questionari cartacei. Il primo è sottoposto attraverso intervista faccia a faccia ed è composto da parti compilate da un membro della famiglia a nome del gruppo e parti individuali dedicate ai maggiori di 14 anni; il secondo modello è un questionario da compilare in autonomia, sempre per i maggiori di 14 anni.

[8] Dati ottenuti dalle tavole Aspetti della vita quotidiana, Istat, 2016. Si veda in particolare il report La produzione e la lettura di libri in Italia, rilasciato il 27 dicembre 2017: http://www.istat.it/it/files/2017/12/Report_EditoriaLettura.pdf?title=Produzione+e+lettura+di+libri+-+27%2Fdic%2F2017+-+Report_Editoria%26Lettura.pdf.

[9] Leggermente diverso l'approccio dell'indagine I cittadini e il tempo libero, che dal 1995 interroga un campione di famiglie sulle abitudini quotidiane nel tempo libero, come il consumo di programmi televisivi e videogiochi per tutte le fasce d'età, la frequentazione di centri commerciali e concerti dal vivo e la lettura di quotidiani per i maggiori di 11 anni, l'uso del telefono cellulare, la partecipazione a manifestazioni sportive, la frequentazione di musei, mostre e biblioteche a partire dai 6 anni di età. Per quanto riguarda la lettura vera e propria, il campione viene interrogato a partire dai 6 anni, mentre ai bambini tra i 3 e i 5 si chiede se leggono, sfogliano e colorano libri.

[10] Report anno 2011, La scuola e le attività educative, rilasciato il 3 ottobre 2012: https://www.istat.it/it/files/2012/10/report-scuola-2011.pdf?title=La+scuola+e+le+attività+educative+-+03%2Fott%2F2012+-+Testo+integrale.pdf. I dati, rilevati sempre dall'indagine Aspetti della vita quotidiana, sono stati ottenuti attraverso un modulo specifico sull'infanzia sulla base di una convenzione tra l'Istituto nazionale di statistica e il Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

[11] Report anno 2011, Infanzia e vita quotidiana, rilasciato il 18 novembre 2011: https://www.istat.it/it/files/2011/11/report-infanzia-2011.pdf?title=Infanzia+e+vita+quotidiana+-+18%2Fnov%2F2011+-+Testo+integrale.pdf.

[12] Libro bianco media e minori, Agcom, 2014, p. 182: https://www.agcom.it/documents/10179/540191/Allegato+24-01-2014+1/098402e0-f9df-4ed8-b1e9-cec7c4132269?version=1.0.

[13] Simona Tirocchi, Il cambiamento come oggetto di analisi: una rappresentazione dei consumi mediali nelle ricerche del Censis. In: Lezione di comunicazione: nuove prospettive di interpretazione e di ricerca, a cura di Mario Morcellini. Napoli: Esselibri, 2003, p. 71-92.

[14] Per esempio chi sostiene di vedere più di due ore di televisione al giorno sembra ridimensionare il consumo da parte dei figli, pertanto le ore di visione prolungate da parte dei bambini registrano percentuali bassissime, il che è poco plausibile in una famiglia dalle abitudini opposte.

[15] Indagine promossa da Filastrocche.it, Happi Ideas, Mamamò e Nati per leggere, in collaborazione con AIB (Associazione italiana biblioteche), MLOL (Media library online) e FattoreMamma. Al questionario hanno risposto circa 1.000 genitori, insegnanti, educatori e bibliotecari, coinvolti principalmente con bambini dai 3 ai 10 anni. Cfr. http://www.slideshare.net/Natidigitali/presentazione-natidigitali.

[16] Una storia recente dell'uso di metodologie miste di indagine è ripercorsa in Fulvia Ortalda, Metodi misti di ricerca: applicazioni alle scienze umane e sociali. Roma: Carocci, 2013, che scandisce, dagli anni Cinquanta, il passaggio da indagini caratterizzate dal monometodo a disegni misti, fino alla definizione di modelli misti, seguendo Abbas Tashakkori; Charles Teddlie, Mixed methodology: combining qualitative and quantitative approaches. Thousand Oaks: Sage, 1998.

[17] Si parla di spaesamento e riorientamento a proposito della posizione ambigua del ricercatore di fronte ad alterità e mondi esotici nell'introduzione di Alessandro Dal Lago; Rocco De Biasi, Un certo sguardo: introduzione all'etnografia sociale. Roma-Bari: Laterza, 2002, p. XV: a differenza dell'etnologo, che deve spostarsi per sperimentare il being there in maniera netta, l'etnografo sociale non vive la medesima rottura, purtuttavia il suo spaesamento dipende, se non dallo stravolgere il proprio stile di vita ordinario, da un mutamento di prospettive che deve imporsi. Cfr. inoltre Paul Atkinson; Martyn Hammersley, Ethnography and participant observation. In: Handbook of qualitative research, a cura di Norman K. Denzin, Yvonna S. Lincoln. London: Sage, 1994, p. 248-260; Mario Cardano, La ricerca etnografica. In: La ricerca qualitativa, a cura di Luca Ricolfi. Roma: Carocci, 1997, in particolare le problematizzazioni sollevate dall'osservazione diretta e dalle fasi del lavoro sul campo, che possono configurarsi come «un insieme irregolare di decisioni» (p. 45).

[18] Alessandro Dal Lago; Emilio Quadrelli, La città e le ombre: crimini, criminali, cittadini. Milano: Feltrinelli, 2003, p. 16.

[19] Dieter Richter, Il bambino estraneo: la nascita dell'immagine dell'infanzia nel mondo borghese. Roma: Edizioni di storia e letteratura, 2010, p. 18.

[20] Un riferimento utile, per quanto riguarda le modalità di accesso al campo e la figura dei gatekeeper è Howard Schwartz; Jerry Jakobs, Sociologia qualitativa: un metodo nella follia. Bologna: Il Mulino, 1987.

[21] Paul Thomson, Problemi di metodo nella storia orale. In: Storia orale: vita quotidiana e cultura materiale delle classi subalterne, a cura di Luisa Passerini. Torino: Rosenberg & Sellier, 1978, p. 31-68, dove si sottolinea come nessun dato possa essere considerato un fatto incontaminato, e che non esista dicotomia tra dati personali e dati oggettivi ma un continuum.

[22] Carlo Ginzburg ha avuto recentemente occasione di riprendere alcune considerazioni metodologiche sul mestiere di storico nell'intervista condotta da Cora Presezzi e Marie Rebecchi, Una storia con additivi, tra il caso e la prova: intervista a Carlo Ginzburg, per lo Speciale Carlo Ginzburg: cinquant'anni di mestiere di storico, «Alfabeta2», 16 luglio 2016, https://www.alfabeta2.it/2016/07/16/speciale-carlo-ginzburg-cinquantanni-mestiere-storico/, cui si rimanda anche per i riferimenti bibliografici dei luoghi nei quali ha discusso questioni metodologiche relative alla microstoria.

[23] Graydon Laverne Freeman; Ruth Sunderlin Freeman, The child and his picture book: a discussion of the preferences of the nursery child. Chicago: Northwestern University Press, 1933.

[24] Le indagini contemporanee di Bamberger e di Martin prevedevano di lasciar scegliere i libri ai bambini a partire da una selezione lasciata su un tavolo, per capire le preferenze materiali espresse da questi. La rilevazione e la scientificità dell'esperimento venivano però compromesse: la maggior parte dei bambini si divertiva più a spostare i libri da una parte all'altra e a riorganizzarli, o si distraeva, facendo passare troppo tempo. O, ancora, prendeva velocemente un libro a caso per offrirlo agli operatori. Si veda Florence Eilau Bamberger, The effect of physical makeup of a book upon children’s selections, «John Hopkins University studies in education», (1922), n. 4; Helen Martin, Children's preference in book illustration, «Western Reserve University Bulletin», 34 (1931), n. 10.

[25] William A. Corsaro, We're friends, right?: inside kids' culture. Washington: Joseph Henry Press, 2003. Tra le osservazioni svolte, due sono state condotte in Italia, a Bologna (1983-1986) e a Modena (1996-2001). In entrambi i casi è stato rilevato che l'inserimento nel gruppo dei bambini è stato favorito dall'incompetenza linguistica del ricercatore, poco pratico della lingua italiana. Questo gap, che ha generato problemi di comunicazione col personale adulto, è stato invece occasione di simpatia e avvicinamento da parte dei bambini, che non hanno faticato ad accogliere questo americano grande e grosso, ma forse un po' ‘tonto’ («a big dumb kid»), nel gruppo.

[26] A proposito dell'importanza di documentare il lavoro sul campo e a breve giro, si veda la sezione La documentazione e la ricerca in cui sono riportati i consigli elargiti da Giuseppe Tamagnini, presidente del Movimento di cooperazione educativa, a Mario Lodi, consigli che furono poi alla base di importanti esperienze didattiche e editoriali: Mario Lodi, La scuola e i diritti del bambino. Torino: Einaudi, 1983, p. 127-131.

[27] Jean-Claude Chamboredon; Jean-Louis Fabiani, Les albums pour enfants: le champ de l'édition et les définitions sociales de l'enfance, «Actes de la recherche en sciences sociales», 13 (1977), p. 60–79, articolo che prosegue con lo stesso titolo nel numero successivo: «Actes de la recherche en sciences sociales», 14 (1977), p. 55-74.

[28] Cfr. http://www.liberweb.it/CMpro-v-p-53.html.

[29] È purtroppo molto complesso costruire un quadro del mercato editoriale digitale in quanto dipendente da più piattaforme, immateriali e instabili per giunta, come sottolineato per esempio in Ghada Al-Yaqout; Maria Nikolajeva, Re-conceptualising picture book theory in the digital age, «Nordic journal of childLit aesthetics», 6 (2015), n. 1, p. 1-7, DOI: 10.3402/blft.v6.26971. Può risultare indicativo chiedere i dati di download e installazione agli sviluppatori.

[30] Traduzione libera di Wimmelbuch, tipologia di libri pieni di dettagli, solitamente cartonati, diffusi soprattutto in ambito tedesco. In maniera significativa in francese vengono chiamati livres promenade in quanto lo sguardo si trova a passeggiare nel grande formato cercando dettagli e personaggi a partire dai quali costruire storie e itinerari in maniera autonoma.

[31] Cfr. Roy F. Ellen, Ethnographic research: a guide to general conduct. London: Academic Press, 1984; James P. Spradley, Participant observation. New York: Holt Rinehart and Winston, 1980. Per sviluppare una sensibilità all'osservazione, cfr. il capitolo dedicato da Luigia Camaioni, L'osservazione. In: Metodi di ricerca in psicologia dello sviluppo, a cura di Luigia Camaioni, Francesca Simion. Bologna: Il Mulino, 1990. Si veda anche Piergiorgio Corbetta, La ricerca sociale: metodologia e tecniche, vol. 3, Le tecniche qualitative. Bologna: Il Mulino, p. 33-40 (dove si consiglia di osservare il contesto fisico, il contesto sociale, le interazioni formali, le interazioni informali, le interpretazioni degli attori coinvolti).

[32] Si tratta di quell'esperienza talvolta denominata ‘pascolo libero’ ovvero l'allestimento di una selezione di documenti di alta qualità, adatti ai piccolissimi, lasciati a disposizione in uno spazio di condivisione, pronti per essere scoperti e sperimentati da genitori e bebè

[33] Spesso i bambini interrompono la lettura per intervenire e raccontare qualcosa che è venuto loro in mente, a volte facendo un collegamento esplicito rispetto alle storie raccontate, talvolta invece a sproposito – anche in questo caso esprimono un coinvolgimento da rilevare. Ancora, i riflessi delle storie nell'esperienza quotidiana, ovvero quando a posteriori gli adulti raccontano che hanno ricevuto domande a distanza di giorni o hanno visto i bambini giocare mettendo in scena personaggi e situazioni dei libri, sono interessanti indicatori di coinvolgimento.