Fake news: bibliotecario neutrale o bibliotecario attivo?

di Gino Roncaglia

Il tema delle fake news non è certo nuovo: l'esistenza di fonti informative non affidabili, fuorvianti e talvolta risultato della falsificazione intenzionale di dati e avvenimenti, è antica quanto la storia umana, a partire dalle cronache agiografiche e largamente fantastiche delle campagne di Ramsete II o dalla (molto probabile) falsificazione della lettera di Pausania a Serse1. Nel 1921 un acutissimo saggio di Marc Bloch analizzava la diffusione delle false notizie fra i soldati durante la prima guerra mondiale2, arrivando a identificare meccanismi e situazioni - come l'ambiente in parte autoreferenziale delle trincee - non molto diversi dalle echo chambers di cui parliamo oggi in rete3, e l'esistenza di una continuità almeno parziale fra le forme di fake news 'pre-digitali' e quelle odierne è stata sottolineata spesso (fra gli altri, da Robert Darnton)4.
La consapevolezza di questa dimensione 'storica' del fenomeno è ben presente anche nel mondo bibliotecario, come dimostra il primo capitolo dell'importante fascicolo della rivista ALA library technology reports dedicato alla lotta alle fake news nell'era digitale5. E tuttavia è difficile negare che la moltiplicazione tanto delle fonti informative quanto dei canali per la circolazione delle informazioni, resa possibile dall'evoluzione degli strumenti di rete, offra un terreno per molti versi nuovo e modalità inedite per la diffusione di informazioni false, distorte o inattendibili. Lo studio di queste modalità e la discussione delle forme attraverso le quali il mondo bibliotecario può contribuire a limitarne l'effetto e a migliorare la consapevolezza critica degli utenti costituiscono un ambito di riflessione che negli ultimi anni è stato largamente frequentato6: una riflessione che ha portato, fra l'altro, alla realizzazione e alla distribuzione dell'infografica IFLA How to spot fake news, tradotta in ben 39 lingue diverse7.
Principio ispiratore dell'infografica e, più in generale, punto fermo di molti fra gli interventi sul tema provenienti dal mondo bibliotecario è l'idea di contribuire alla crescita delle competenze degli utenti in tema di reperimento e valutazione critica delle fonti, garantendo nel contempo il pluralismo del panorama informativo e la massima accessibilità dei contenuti. La risposta alla diffusione delle fake news è dunque identificata innanzitutto nell'information literacy, considerata come una missione specifica della professionalità bibliotecaria. Questa impostazione, riflessa anche dalla risposta AIB alla consultazione pubblica promossa dall'Unione europea in materia di diffusione di notizie false e disinformazione on-line8, esclude invece - almeno a livello bibliotecario - interventi di tipo censorio o di limitazione dell'accesso alle fonti.

Credo sia difficile contestare la correttezza di questo atteggiamento, e le osservazioni che seguono non intendono assolutamente suggerire che sia opportuno abbandonarlo o attenuarlo: l'information literacy è indubbiamente la strada principale sulla quale occorre lavorare. E tuttavia ci sono alcuni aspetti specifici che credo meritino riflessioni ulteriori. Senza alcuna pretesa di originalità (si tratta comunque di temi largamente discussi sia in letteratura sia nell'esercizio quotidiano della professione) provo a suggerirne quattro, fra loro largamente interrelati: 1) il rapporto fra selezione e valutazione delle fonti, anche nelle nuove forme legate ai contenuti liberamente disponibili in rete; 2) la questione della pericolosità di alcune fake news, che sembra chiamare in causa direttamente non solo l'imparzialità ma anche le responsabilità sociali del bibliotecario; 3) la questione - strettamente connessa alla precedente - del rapporto fra bibliotecario 'neutrale' e bibliotecario 'attivo' o 'esperto'; 4) l'importanza, a mio avviso centrale, che ha rispetto a questo dibattito la distinzione fra tipologie diverse di fake news.
Nell'intervento che segue mi soffermerò brevemente su questi quattro punti, non già per proporne una discussione esaustiva - cosa che non sarebbe possibile nello spazio disponibile, e che richiederebbe comunque forze e competenze ben superiori alle mie - ma per suggerire qualche osservazione e qualche prospettiva che mi sembrano meritevoli di approfondimento. Non affronterò invece il tema specifico dei metodi del fact-checking9 né quello, più generale, della natura, dei contenuti e delle strategie per l'information literacy10: come sarà emerso già da queste prime considerazioni introduttive si tratta di temi certo di grande rilievo rispetto alle tematiche qui affrontate, ma che richiederebbero a loro volta una trattazione ben più ampia e complessa di quella possibile in questa sede.

1. Come ben sappiamo, vi sono situazioni in cui biblioteche e bibliotecari in realtà esercitano comunque (e da sempre) anche una funzione di selezione attiva delle fonti e non solo una funzione di conservazione, organizzazione, orientamento e formazione al loro reperimento e alla loro valutazione critica. È il caso, per fare l'esempio più ovvio, delle scelte di acquisizione. In presenza di risorse finanziarie e logistiche limitate, è ragionevole presumere che un bibliotecario terrà presente, fra i criteri per selezionare le fonti informative da mettere a disposizione degli utenti, anche l'autorevolezza e l'affidabilità delle fonti stesse: un bibliotecario che scegliesse ad esempio di equilibrare fonti evoluzioniste e creazioniste nello scaffale di scienze naturali di una biblioteca scolastica non darebbe prova di imparzialità ma di cattive capacità di selezione, giacché trascurerebbe un fattore importante di valutazione, e cioè appunto l'autorevolezza e affidabilità delle fonti, da valutare anche alla luce del giudizio della comunità scientifica di riferimento. Se non si pretende che il bibliotecario si faccia giudice diretto di questa autorevolezza (e si suggerisce anzi, come vedremo, che non debba farlo), si richiede però- proprio per la sua esperienza in campo di information literacy e di mediazione informativa - che sappia individuare strumenti affidabili di ranking e di orientamento e che abbia la capacità di individuare e se necessario consultare soggetti professionalmente affidabili e autorevoli, che possano indirizzare o validare le scelte fatte. La selezione, sosteneva a ragione già nel 1953 Lester Asheim11, non è censura ma responsabilità specifica del mediatore informativo.
Si potrà obiettare che queste considerazioni, valide nel caso di risorse tradizionali e delle risorse elettroniche a pagamento, non sono però applicabili all'insieme assai vasto ed eterogeneo delle risorse gratuite disponibili in rete, rispetto alle quali il principio della garanzia dell'accesso non è limitato dalla necessità di effettuare una selezione a monte. E tuttavia, a ben vedere, l'impressione che la libera accessibilità on-line di una risorsa la sottragga a processi di selezione e filtraggio è del tutto illusoria. Pur se in forme diverse rispetto a quelle tradizionali, meccanismi di selezione non mancano, e la loro rilevanza tanto per i bibliotecari quanto per gli utenti è notevole. Basti pensare ai discovery tools, sia automatici e basati su algoritmi (come i meccanismi di ranking dei motori di ricerca) sia legati ad attività di selezione attiva da parte degli utenti e dei professionisti della mediazione informativa (come le varie tipologie di repertori di risorse o di repository). E i discovery tools (a cominciare dagli algoritmi di ranking di Google) non sono mai neutrali.
Sappiamo bene quanto il dibattito sulle fake news coinvolga oggi direttamente anche strumenti di questo tipo12. Anche per questo motivo, una maggiore presenza delle competenze bibliotecarie nello sviluppo e nell'applicazione di questi strumenti non solo non sarebbe in contrasto con la missione e con la professionalità bibliotecaria, ma sarebbe anzi altamente auspicabile13.

2. Alcune fake news possono rappresentare un pericolo immediato e rilevante sia per la società nel suo complesso sia per il singolo. Se credo che acqua, limone e bicarbonato curino il cancro posso essere portato a rinunciare a cure più efficaci, o indurre altri a farlo. Se ritengo che i vaccini rappresentino un pericolo e non un vantaggio e che l'obbligatorietà di alcuni vaccini sia il risultato di un complotto delle case farmaceutiche, posso fare scelte - come quella di non vaccinare i miei figli - che rappresentano un pericolo concreto per un numero potenzialmente elevato di persone14.
Ci si può legittimamente chiedere se e in quali forme la terzietà e neutralità del bibliotecario debbano in questi casi essere bilanciate dalla responsabilità sociale legata ai possibili effetti di alcuni fra i contenuti informativi che la biblioteca si trova a gestire o distribuire, e sui quali gli utenti possono chiedere indicazioni o consigli. Il tema non riguarda peraltro solo le fake news, ma anche situazioni legate alla potenziale pericolosità di alcune informazioni, o alle preoccupazioni che possono comprensibilmente suscitare alcune ricerche particolarmente 'sensibili' effettuate dagli utenti (fra i molti esempi largamente discussi in letteratura basti ricordare la fabbricazione di armi o esplosivi, la propaganda di organizzazioni terroristiche, la ricerca di informazioni sulle modalità di suicidio o sulla preparazione di veleni).
A essere in discussione è qui evidentemente il vivace dibattito sulla 'neutralità' bibliotecaria, a partire dalla sua formulazione classica nel Creed of a librarian di Foskett15, passando per il cosiddetto Berninghausen debate16, fino ad arrivare alle critiche al 'mito della neutralità' presenti soprattutto in autori di matrice progressista e radicale17 o alle riflessioni sull'impatto delle nuove forme di responsabilità sociale. Tematiche complesse e collegate alla questione più generale dei valori etici di riferimento della comunità bibliotecaria, che non è evidentemente possibile analizzare o anche solo sintetizzare in questa sede19.
Vorrei però almeno menzionare la strada a mio avviso più fruttuosa per affrontare questo tipo di problemi: la definizione di strategie e strumenti per una 'negoziazione razionale' pubblica e trasparente fra valori diversi, tutti meritevoli di considerazione e tutela.
Sappiamo che un problema in parte analogo è presente a livello di cornice normativa in qualunque società democratica: la nostra legislazione considera la libertà di stampa, di espressione, di credenze e convinzioni un valore costituzionalmente tutelato, ma nel contempo vieta e sanziona, attraverso l'articolo 656 del Codice penale, la diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico. L'equilibrio fra questi due principi è sempre negoziale e non è facile da definire in forma puramente normativa: l'idea dell'evoluzione nel tempo del quadro giuridico di riferimento, il ruolo della giurisprudenza, la presenza di istanze - come la Corte costituzionale - in grado di chiarire o orientare l'interpretazione delle norme, sono tutti fattori che contribuiscono alla costruzione della cornice negoziale che accompagna la definizione e l'applicazione del dato normativo20.
Se è insomma chiaro che in questi casi il confine fra libertà dell'informazione, responsabilità sociale e censura può essere di difficile definizione, è altrettanto chiaro che l'idea di una pura 'neutralità' o imparzialità della biblioteca e del bibliotecario, così come di altri soggetti della mediazione informativa (come i giornalisti o i responsabili di pagine e siti web) e/o formativa (come gli insegnanti), può essere riaffermata a livello di puro ideale regolativo21 ma deve essere spesso concretamente negoziata anche alla luce di altri valori, a partire dalla responsabilità sociale.

Come ogni negoziazione, anche questa richiede sedi, competenze, strumenti: la comunità professionale può e deve contribuire a garantirli. L'information literacy è certo indispensabile, ma bisogna avere consapevolezza del fatto che non sempre è sufficiente e soprattutto – a sua volta, e nonostante le migliori intenzioni – non sempre è neutrale: proprio per questo, nei casi più delicati dovrebbe essere affiancata da un dibattito pubblico e trasparente che può portare anche a prese di posizione esplicite da parte della comunità bibliotecaria nel suo complesso. La sensibilità individuale del singolo bibliotecario è senz'altro importante, e il forum della propria coscienza rappresenta per ciascuno di noi l'ultima istanza in gioco, ma l'opinione personale non può rappresentare l'unico criterio al quale affidarsi: le scelte individuali, legate a singole e specifiche situazioni, dovrebbero essere comunque precedute e accompagnate da un dibattito allargato, basato sui principi della negoziazione razionale.
Lo stesso vale, del resto, per le altre professionalità della mediazione formativa e informativa, nessuna delle quali può sottrarsi alla responsabilità di promuovere e accompagnare dibattiti di questo tipo, che le riguardano direttamente e ne coinvolgono i valori fondativi. Va semmai auspicato, su questi temi, un più stretto raccordo fra comunità diverse: il mondo bibliotecario sbaglierebbe nel rivendicare una totale autosufficienza e autoreferenzialità nelle scelte sulla gestione delle fonti informative che le biblioteche mettono a disposizione del pubblico. In molti casi, l'apporto dei professionisti della formazione e della ricerca (si pensi agli insegnanti, ma anche – ad esempio – alla terza missione delle università) può aiutare a risolvere situazioni delicate senza ricorrere a forme di censura o di intervento diretto del bibliotecario nel consigliare o sconsigliare specifici contenuti, favorendo comunque – attraverso l'intervento di altre figure con esperienza e competenze specifiche – un contatto più critico e consapevole fra utente e fonti informative di dubbia, scarsa o nessuna affidabilità.

3. Come si è accennato, la tensione già ricordata fra l'ideale di imparzialità e la necessità di rispondere anche a considerazioni di responsabilità sociale e intellettuale si riflette, in termini più generali, a livello di definizione dei valori e delle priorità etiche che dovrebbero caratterizzare la professionalità bibliotecaria e guidarne le scelte. Si è visto che i codici etici e deontologici tanto dell'IFLA quanto dell'AIB prevedono un richiamo esplicito alle idee di terzietà, neutralità e imparzialità del bibliotecario. Il codice AIB aggiunge al riguardo una considerazione che merita un approfondimento. Si tratta del punto 1.5 del documento:

Non spetta ai bibliotecari, a differenza di altre figure (ad esempio genitori, insegnanti, ricercatori, critici o librai), controllare o limitare – a meno di specifici obblighi di legge – l'accesso ai documenti da parte di utenti minorenni, né- in generale – esprimere valutazioni positive o negative sui documenti richiesti, utilizzati o messi a disposizione del pubblico. I bibliotecari possono fornire indicazioni e consigli sugli strumenti e i metodi più efficaci per la ricerca, la selezione e la valutazione di documenti e informazioni, ma si astengono dal fornire consulenze in ambiti professionali diversi dal proprio22.

Accantonando la questione degli utenti minorenni, che non ci interessa direttamente in questa sede, proviamo a riformulare le indicazioni fornite dal testo per quanto riguarda le tematiche fin qui discusse. I bibliotecari, sostiene in sostanza il codice AIB, non sono e non devono trasformarsi in 'esperti' disciplinari, e non dovrebbero esprimere valutazioni né sui diritti e gli scopi dell'utente nell'accedere a determinate fonti informative, né sulla qualità o veridicità di tali fonti. Si limitano a coadiuvare l'utente nel reperire le informazioni che l'utente stesso sta cercando, aiutandolo semmai ad acquisire competenze sugli strumenti e sui metodi più utili per la sua ricerca.
Anche in questo caso, la preoccupazione generale di riaffermare un ideale regolativo di terzietà e imparzialità del bibliotecario è chiara, ma è altrettanto chiaro il fatto che dietro il principio generale e astratto si nascondono problemi concreti che il principio stesso non basta a risolvere.
Possiamo chiederci, in particolare, se nella lotta alle fake news il ruolo del bibliotecario debba essere solo quello di costruzione di un ambiente informativo e formativo il più possibile equilibrato ed efficace e di pura assistenza nella selezione delle fonti, conservando una sostanziale terzietà e neutralità rispetto alla loro valutazione, o se non gli si richieda di esercitare 'anche' competenze specifiche nella valutazione non già del merito delle questioni affrontate (che non rientra nelle sue competenze), ma della qualità e affidabilità delle diverse fonti informative disponibili.
Analizzando il testo appena citato, vediamo che il termine 'valutazione' compare due volte: la prima in chiave negativa («non spetta al bibliotecario [...] esprimere valutazioni positive o negative sui documenti»), la seconda in chiave positiva («i bibliotecari possono fornire indicazioni [...] sugli strumenti e i metodi più efficaci per la ricerca, la selezione 'e la valutazione' di documenti e informazioni»). Certo, i due usi sono legati ad azioni diverse, e nel secondo caso la responsabilità ultima della valutazione è dell'utente; ma è difficile ignorare il fatto che pur non trattandosi di valutazione diretta, la 'maieutica della valutazione' affidata al bibliotecario è comunque a sua volta difficilmente neutrale rispetto al risultato ultimo della valutazione stessa.
Bibliotecario 'neutrale', dunque, o bibliotecario attivamente impegnato nel suggerire all'utente strumenti e metodi non solo per reperire ma anche per selezionare e valutare le fonti? Come si capirà, anche in questo contesto l'idea dell'assoluta neutralità del ruolo del bibliotecario sembra abbastanza ingenua, e richiede comunque una negoziazione continua con le concrete situazioni tanto di scelta delle politiche di servizio della biblioteca quanto di assistenza agli utenti.

Una certa dialettica fra bibliotecario 'neutrale' e bibliotecario 'attivo', non troppo lontana da quella appena analizzata a proposito del codice AIB, è presente anche nell'infografica IFLA che abbiamo già ricordato: l'infografica nel suo complesso, e le sue raccomandazioni, sono frutto dell'esperienza e della professionalità bibliotecaria e potrebbero essere viste come raccomandazioni 'neutrali'… se il bibliotecario non ricomparisse poi nell'ultima delle raccomandazioni anche in funzione di 'esperto' al quale chiedere aiuto nel fact-checking23. Esperto in mediazione informativa, si deve certo presumere, ma è chiaro che concretamente l'ask a librarian può anche trasformarsi (e di fatto spesso si trasforma) in richieste sull'affidabilità o meno di singole fonti informative o – direttamente – di singole informazioni e notizie. A queste richieste il bibliotecario potrà (e forse dovrà) rispondere in forma indiretta, suggerendo 'metodi e strategie', ma una risposta ci sarà comunque, e difficilmente potrà essere totalmente neutrale.
Il bibliotecario, in buona sostanza, non è certo un esperto universale ma è un esperto di fact-checking24: rispetto alle fake news, il suo compito principale è quello di aiutare l'utente ad acquisire capacità di selezione e valutazione delle fonti – e dunque anche di fact-checking- autonome; ma lo stesso lavoro di formazione dell'utenza non avviene nel vuoto o in una sorta di mondo iperuranio: avviene davanti a richieste ed esigenze specifiche e concrete, rispetto alle quali spesso gli stessi consigli sulla selezione delle fonti rappresentano un elemento di orientamento tutt'altro che marginale o neutrale25. Di questa situazione è bene che il bibliotecario stesso sia consapevole: la selezione e valutazione delle fonti è sempre a sua volta anche una 'negoziazione' con le fonti, che dovrebbe aspirare non già a una neutralità impossibile, ma a principi di razionalità, pubblicità e trasparenza.

4. L'ultimo punto che vorrei affrontare in questa sede riguarda le diverse tipologie di fake news. Finora ho usato il termine in senso abbastanza generale, come del resto avviene assai spesso nel dibattito pubblico sul tema. Credo però che parlare genericamente di fake news senza specificare 'a quali tipologie' di informazioni e notizie di volta in volta ci si riferisce sia assai fuorviante. 'Fake news' è un termine ombrello, ma gli iponimi che cadono nella sua sfera semantica possono essere assai diversi fra loro, e le differenze sono spesso assai rilevanti anche dal punto di vista delle possibili risposte da parte tanto del bibliotecario quanto di altri specialisti della mediazione informativa (e, in ultima analisi, da parte degli utenti). Come ha osservato Philip Di Salvo su Wired,

quello delle fake news è diventato un contenitore vuoto in cui buttare diversi ambiti e altrettanti problemi che, affiancati, finiscono per ammassarsi senza portare a un risultato di senso. Il problema originario è che si è iniziato a discutere di fake news senza giungere a una chiara definizione accettata del problema26.

In un importante intervento27 sul sito First Draft, un progetto promosso dallo Shorenstein Center on Media, Politics and Public Policy della John F. Kennedy School of Government presso l'Università di Harvard e legato alla ricerca sulla disinformazione on-line, Claire Wardle ha giustamente osservato come nell'espressione 'fake news' sia il termine 'fake' sia il termine 'news' siano in realtà problematici: esistono infatti molti tipi diversi di 'falsità' (e anche alcune tipologie di disinformazione che non sono necessariamente classificabili come falsità esplicite), e la loro sfera di applicazione non riguarda solo la sfera delle notizie, ma l'ecosistema informativo nel suo complesso.
Per aiutare a fare chiarezza, Wardle ha sottolineato l'esigenza di analizzare il fenomeno sulla base di alcune categorie interpretative: innanzitutto la distinzione fra misinformation (la diffusione inconsapevole di informazioni false) e disinformation (la disinformazione vera e propria, ovvero la creazione e diffusione deliberata e consapevole di informazioni false). Poi la necessità di distinguere tre aspetti rilevanti per comprendere le caratteristiche assunte di volta in volta dalla diffusione di fake news nell'ecosistema informativo: le diverse tipologie di contenuti che possono essere creati e condivisi, le motivazioni che portano alla loro creazione e condivisione, le forme della loro disseminazione.
Sulla base di queste distinzioni, Wardle ha differenziato sette diverse tipologie di mis- e disinformation: la satira o parodia (non c'è intenzione di provocare danni, ma può trarre in inganno), il falso collegamento (i casi in cui titoli, immagini o didascalie non illustrano correttamente il contenuto), il contenuto fuorviante (quando si fa un uso fuorviante delle informazioni per caratterizzare una persona o un individuo), il falso contesto (quando informazioni reali sono diffuse assieme a informazioni di contesto false), la falsificazione della provenienza (quando ci si sostituisce fraudolentemente a fonti informative reali), la manipolazione del contenuto (quando informazioni reali sono manipolate per trarre in inganno) e infine la falsificazione del contenuto (contenuti completamente falsi, creati e distribuiti con la finalità di ingannare e produrre danni).
La griglia proposta da Wardle (che ne esamina anche, attraverso una matrice, le possibili e diverse motivazioni) è stata sviluppata facendo riferimento specifico alle tipologie di disinformazione e cattiva informazione riscontrate nella campagna elettorale per le presidenziali USA del 2016; personalmente credo che la classificazione, pur se utile e interessante, risenta molto di questa origine. Analogamente, alcune delle categorie (in parte diverse) proposte in altri interventi risentono fortemente del contesto di provenienza e dell'ambito di analisi. In un recente contributo dedicato al tema28, Edson C. Tandoc, Zheng Wei Lim e Richard Ling hanno esaminato l'uso del termine 'fake news' in 34 articoli accademici pubblicati fra il 2003 e il 2017, identificando sei macro-categorie di fake news, legate sia al livello di falsificazione sia agli scopi: satira, parodia, fabbricazione, manipolazione, pubblicità e propaganda. Anche in questo caso, le considerazioni avanzate sono di grande interesse ma nascono in primo luogo da un contesto piuttosto specifico, legato al giornalismo e ai media studies.
Restano in parte in ombra, in queste analisi, tipologie di fake news legate a costruzioni collettive più complesse ed elaborate, protratte nel tempo, come le molte e diverse forme in cui si presentano alcune teorie pseudo-scientifiche e alcune teorie del complotto. Anche su questi temi esiste naturalmente abbondante letteratura specifica, legata a un vivace dibattito storico, teorico e filosofico che non è certo possibile affrontare in questa sede29.

Resta però l'impressione che un lavoro di approfondimento maggiore sia necessario proprio a livello di classificazione e tipologia delle diverse forme di fake news, non solo a livello politico e giornalistico. Un lavoro che richiederebbe a mio avviso la considerazione di almeno otto aspetti: 1. le diverse tipologie di soggetti produttori, individuali e collettivi; 2. le diverse motivazioni che possono guidarli; 3. le diverse tipologie di contenuti, dedicando particolare attenzione alla distinzione fra (dis)informazioni istantanee e granulari e costruzioni (dis)informative complesse e cumulative; 4. i diversi strumenti di produzione, di distribuzione e di condivisione usati; 5. la velocità e l'ambito di diffusione, e dunque il grado di 'successo', della falsa informazione; 6. gli effetti reali o potenziali, a partire dalla gravità e dalla tipologia del danno prodotto; 7. gli strumenti di verifica e fact-checking disponibili, la loro facilità e accessibilità; 8. le modalità più efficaci di correzione della falsa informazione e di contrasto alla sua diffusione.
Credo che a questo lavoro di analisi e di approfondimento la comunità bibliotecaria potrebbe dare un contributo significativo, anche indipendentemente dalla pur essenziale discussione sui valori che dovrebbero guidarla e sulle scelte etiche e deontologiche che dovrebbero essere compiute in quest'ambito.

NOTE

Ultima consultazione siti web: 29 aprile 2018.

[1] Sul primo esempio si veda Nicky Nielsen, Cereal cultivation and nomad-sedentary interactions at the late Bronze Age settlement of Zawiyet Umm el-Rakham, «Antiquity», 91 (December 2017) n. 360, p. 1561-1573; sul secondo si vedano le prime pagine di Luciano Canfora, La storia falsa. Milano: Rizzoli, 2008.

[2] Marc Bloch, Réfléxion d'un historien sur les fausses nouvelles de la guerre, «Revue de synthèse historique», 33 (1921), p. 17-39, https://fr.wikisource.org/wiki/Réflexions_d'un_historien_sur_les_fausses_nouvelles_de_la_guerre; traduzione italiana: Riflessioni d'uno storico sulle false notizie della guerra. In Marc Bloch, Storici e storia. Torino: Einaudi, 1997, p. 163-184.

[3] Si veda al riguardo Matteo Troilo, Le false notizie da Marc Bloch al web, «Clionet», 1 (2017) [16-10-2017], http://rivista.clionet.it/vol1/societa-e-cultura/mondi_digitali/troilo-le-false-notizie-da-marc-bloch-al-web.

[4] Si veda in particolare l'articolo The true history of fake news, nella rubrica NYR Daily del 13 febbraio 2017 sul sito di «The New York review of books», http://www.nybooks.com/daily/2017/02/13/the-true-history-of-fake-news/.

[5] Joanna M. Burkhardt, History of fake news, «Library Technology Reports», 53 (November-December 2017), n. 8; Combatting fake news in the digital age, cap. 1, p. 5-9. Il numero è interamente disponibile on-line all'indirizzo https://journals.ala.org/index.php/ltr/issue/view/662. Per una discussione delle caratteristiche specifiche che assumono le fake news nell'ecosistema digitale (e per un'ampia e aggiornata bibliografia in materia) si veda Bertin Martens [et al.], The digital transformation of news media and the rise of disinformation and fake news. European Commission April 2018 (JRC digital economy working paper 2018-02), https://ec.europa.eu/jrc/sites/jrcsh/files/jrc111529.pdf.

[6] Lo testimonia, fra l'altro, l'amplissima bibliografia citata nel fascicolo di «Library technology reports» appena ricordato.

[7] L'infografica è disponibile all'indirizzo https://www.ifla.org/publications/node/11174.

[8] Una sintesi della risposta AIB è all'indirizzo http://www.aib.it/attivita/2018/66933-consultazione-ue-fake-news/ .

[9] Segnalo però l'articolo di Joseph E. Uscinski; Ryden W. Butler, The epistemology of fact checking, «Critical review», 25 (2013), n. 2, p. 162-180, https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/08913811.2013.843872, che critica (credo correttamente) l'epistemologia piuttosto ingenua su cui si basano molte forme tradizionali di fact checking: una considerazione che dovrebbe essere tenuta presente anche davanti alle tante liste di suggerimenti, a volte un po' semplicistici, messe a disposizione in rete spesso anche da siti bibliotecari. La stessa infografica IFLA già ricordata (e su cui tornerò in seguito) non si sottrae forse del tutto a questi rischi.

[10] Per una introduzione generale al tema si veda la pagina CILIP information literacy (17 febbraio 2017), https://archive.cilip.org.uk/research/topics/information-literacy, e i materiali ivi raccolti, con particolare riferimento al documento CILIP definition of information literacy 2018, ad opera dell'Information Literacy Group CILIP, April 2018 https://archive.cilip.org.uk/sites/default/files/media/document/2018-04/ildefinitioncilip2018.pdf. Per eventuali approfondimenti, la Facet information literacy collection 3 (April 2018) comprende nove fra i principali volumi di riferimento sul settore (la lista dei volumi inclusi nella collezione può essere consultata alla pagina http://www.facetpublishing.co.uk/title.php?id=303816&category_code=13#about-tab. In italiano, si veda Laura Ballestra, Information literacy in biblioteca. Milano: Editrice bibliografica, 2011. Specificamente dedicato al tema del rapporto fra information literacy e fake news dovrebbe essere il libro di Nicole A. Cooke, Fake news and alternative facts: information literacy in a post-truth era. Chicago: ALA Editions, non ancora disponibile al momento di chiusura di questo articolo ma annunciato come di prossima uscita; Carlo Bianchini, Come imparare a riconoscere il falso il rete. Milano: Editrice bibliografica, 2017, offre un'agile sintesi italiana centrata anch'essa sul rapporto fra information literacy e fake news.

[11] Lester Asheim, Not censorschip but selection, «Wilson Library bulletin», 28 (September 1953), p. 63-67, riprodotto nella Sezione Issues & advocacy del sito American Library Association, May 29, 2007, http://www.ala.org/advocacy/intfreedom/NotCensorshipButSelection.

[12] Per alcuni esempi piuttosto impressionanti (e sconfortanti) si veda Carole Cadwalladr, Google, democracy and the truth about internet search, «The guardian», 4 dicembre 2016, https://goo.gl/DMcgxa.

[13] Per rendersene conto, credo possa essere istruttivo considerare dal punto di vista bibliotecario i contenuti di articoli apparentemente tecnici come Niall J. Conroy; Victoria L. Rubin; Yimin Chen, Automatic deception detection: methods for finding fake news, «Proceedings of the Association for Information Science and Technology», 52 (2015), n. 1, p. 1-4, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1002/pra2.2015.145052010082; o Aditi Gupta; Ponnurangam Kumaraguru, Credibility ranking of tweets during high impact events, in Proceedings of the 1st Workshop on Privacy and Security in Online Social Media, Lyon, France, April 17, 2012, New York: ACM, 2012, https://dl.acm.org/citation.cfm?id=2185356, DOI: 10.1145/2185354.2185356. Per una presentazione più articolata di questi temi si veda Alexandru L. Ginsca; Adrian Popescu; Mihai Lupu, Credibility in information retrieval, «Foundations and trends in information retrieval», 9 (2015), n. 5, p. 355-475, https://www.nowpublishers.com/article/DownloadSummary/INR-046.

[14] Come si capirà da questi due esempi, l'ambito dell'informazione legata a salute e sanità costituisce un campo particolarmente delicato – anche se non certo l'unico rilevante – rispetto a una tipologia specifica di fake news, quelle basate su affermazioni pseudoscientifiche, che ha caratteristiche di produzione, diffusione e pervasività diverse, ad esempio, dalle fake news in ambito politico o giornalistico. Per una discussione del tema delle fake news di ambito medico e sanitario si veda Vittorio Ponzani, L'alfabetizzazione sanitaria: biblioteche e bibliotecari per il benessere dei cittadini, «AIB studi», 57 (2017), n. 3, p. 433-443, http://aibstudi.aib.it/article/view/11751/11063.

[15] Douglas J. Foskett, The creed of a librarian: no politics, no religion, no morals. London: The Library Association, 1962.

[16] Per una sintesi del dibattito si veda Steven Joyce, A few gates redux: an examination of the social responsabilities debate in the early 1970s and 1990s. In: Questioning library neutrality: essays from progressive librarian, edited by Alison Lewis. Duluth: Library Juyce Press, 2008, p. 33-66.

[17] Si vedano ad esempio Questioning library neutrality edited by A. Lewis cit.; Candise Branum, The myth of library neutrality, Humanities commons, 2008, https://hcommons.org/deposits/item/hc:18389/; Pedro López López, El mito de la neutralidad en biblioteconomía y documentación, «Educación y biblioteca», 20 (2008), n. 166, p. 62-69, https://dialnet.unirioja.es/servlet/articulo?codigo=2685703; Paul T. Jaeger; Lindsay C. Sarin, All librarianship is political: educate accordingly, «The political librarian», 2 (2016), n. 1, https://openscholarship.wustl.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=1016&context=pollib.

[18] Il potenziale conflitto fra norme deontologiche astratte e situazioni concrete è preso in esame dal punto di vista del mutamento nelle forme della responsabilità sociale legato a specifiche situazioni geopolitiche o socioeconomiche ad esempio in David McMenemy, Librarians and ethical neutrality: revisiting The creed of a librarian, «Library review», 56 (2007), n. 3, p. 177-181 o in Paul T. Jaeger [et al.], Democracy, neutrality, and value demonstration in the age of austerity, «The library quarterly» 83 (October 2013), n. 4, https://www.journals.uchicago.edu/doi/full/10.1086/671910.

[19] Mi limito a rimandare, sia per ulteriori indicazioni bibliografiche sia per una discussione complessiva che prende in esame anche situazioni che possono portare a veri e propri dilemmi etici, al volume di Riccardo Ridi, Etica bibliotecaria: deontologia professionale e dilemmi morali. Milano: Editrice bibliografica, 2011 e, in particolare per un aggiornamento dei riferimenti ai codici etici e deontologici IFLA e AIB, al successivo Riccardo Ridi, Deontologia professionale. Roma: AIB, 2015. Un'utile sintesi del dibattito sulla neutralità bibliotecaria è anche Jessica Minello, Conflitti e integrazioni fra libertà intellettuale, neutralità intellettuale e responsabilità sociale dei bibliotecari [tesi di laurea magistrale, relatore prof. Riccardo Ridi]. Venezia, Università Ca' Foscari, 2017, in rete all'indirizzo http://dspace.unive.it/bitstream/handle/10579/10407/827332-1190962.pdf, (si vedano in particolare le p. 143-170).

[20] Per rendersene conto può essere utile leggere la scheda di documentazione prodotta dal Servizio studi della Camera dei deputati a proposito della proposta di modifica dell'art. 656 (De Maria e altri) A.C. 4552, disponibile in rete all'indirizzo http://documenti.camera.it/Leg17/Dossier/Pdf/gi0644.Pdf: la proposta riguarda specificamente il fenomeno delle fake news, e la scheda sintetizza l'evoluzione del quadro normativo di riferimento.

[21] Come fa ad esempio la Sezione 5 dell'IFLA Code of ethics for librarians and other information workers: «Librarians and other information workers are strictly committed to neutrality and an unbiased stance regarding collection, access and service. Neutrality results in the most balanced collection and the most balanced access to information achievable. [...] They do not advance private interests or personal beliefs at the expense of neutrality». Per il testo completo si veda https://www.ifla.org/publications/node/11092#neutrality. Analogamente, il punto 1.2 del Codice deontologico dei bibliotecari: principi fondamentali approvato dall'AIB prevede che «Le informazioni fornite dai bibliotecari devono essere il più possibile complete e imparziali, non condizionate da opinioni e valori personali dei bibliotecari stessi né da pressioni esterne». Per il testo completo si veda http://www.aib.it/chi-siamo/statuto-e-regolamenti/codice-deontologico/. Su questi testi si veda in particolare R. Ridi, Deontologia professionale cit.

[22] Codice deontologico dei bibliotecari cit.

[23] Nella traduzione italiana di Matilde Fontanin, l'ultima raccomandazione recita «Chiedi agli esperti. Chiedi a un bibliotecario, o consulta uno dei siti dedicati alla verifica dei fatti», https://www.ifla.org/files/assets/hq/topics/info-society/images/how_to_spot_fake_news_-_italian.pdf.

[24] È il caso di ricordare a questo proposito come la collaborazione della comunità bibliotecaria alla crescita di Wikipedia sia legata anche e specificamente a questa competenza.

[25] Sulla tipologia di intervento richiesto in questi casi al bibliotecario si vedano anche le osservazioni e i suggerimenti avanzati da C. Bianchini in Come imparare a riconoscere il falso in rete cit., cap. 6: Il bibliotecario come antidoto.

[26] Philip Di Salvo, Come farla finita con le fake news?, articolo del 13 gennaio 2017 su «Wired.it», hhttps://www.wired.it/attualita/media/2017/01/13/basta-fake-news/. L'articolo di Di Salvo, così come la classificazione delle fake news proposta da Claire Wardle che prenderò in esame fra un attimo, sono entrambi discussi in un utile articolo di Angelo Romano apparso il 22 febbraio 2017 sul sito Valigiablu.it: Facile dire fake news: guida alla disinformazione, https://www.valigiablu.it/fakenews-disinformazione/.

[27] Claire Wardle, Fake news: it's complicated, «FirstDraftNews.org», February 16, 2017, https://firstdraftnews.org/fake-news-complicated/.

[28] Edson C. Tandoc; Zheng Wei Lim; Richard Ling, Defining “fake news”: typology of scholarly definitions, «Journal of digital journalism», 6 (2018) n. 2, p. 137-153, https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/21670811.2017.1360143.

[29] Mi limito a ricordare, sul versante della discussione teorica del fenomeno, l'influente antologia a cura di David Coady Conspiracy theories: the philosophical debate. Aldershot; Burlington: Ashgate, 2006.