Recensioni

a cura di Desirée de Stefano e Federica Olivotto

 

AIB studi, vol. 63 n. 3 (settembre/dicembre 2023). DOI 10.2426/aibstudi-14022. ISSN: 2280-9112, E-ISSN: 2239-6152 - Copyright (c) 2023 Gli autori

Dizionario dei bibliotecari italiani del Novecento, a cura di Simonetta Buttò e Alberto Petrucciani, con la collaborazione di Andrea Paoli. Roma: Associazione italiana biblioteche, 2022. 882 p. (Bibliotecari: professione storia cultura). ISBN 9788878123625 (cartaceo); 9788878123656 (e-book: PDF).

Abituata da tempi lontanissimi a immergermi nelle sale di consultazione non solo della mia città, ammetto che con poca dedizione mi sono invece avventurata nelle sconvolgenti potenzialità della rete. Ho sempre tuttavia puntato a che si addivenisse alla digitalizzazione degli strumenti di consultazione, strumenti che sono il pane degli studiosi non solo di formazione umanistica. Basti pensare che nei miei 'anni bibliotecari' – lontani anni Settanta, lontani anche dall'incipit della rete – diedi vita, insieme con i colleghi, a una sala di consultazione di soli repertori biografici e bibliografici cartacei, ancor oggi potenziata e sempre in libera consultazione.
Da molto tempo anch'io conforto le mie ricerche con il ricorso ai repertori online, fra i quali, fin dal suo apparire, mi sono avvalsa del Dizionario bio-bibliografico dei bibliotecari italiani del XX secolo del Novecento, curato da Simonetta Buttò sul sito dell’AIB (https://www.aib.it/aib/editoria/dbbi20/dbbi20.htm). La sua storia è racchiusa in poche parole che si leggono sulla home page del sito: «Versione in rete basata su Per una storia dei bibliotecari italiani del XX secolo: dizionario bio-bibliografico 1900-1990, di Giorgio de Gregori e Simonetta Buttò, Roma: Associazione italiana biblioteche, 1999». Il Dizionario prende infatti avvio da questo precedente lavoro, che raccoglieva e integrava i dati che lo stesso De Gregori dai primi anni Ottanta andava radunando con il progetto ambizioso di dare un seguito ai classici repertori di Carlo Frati e Albano Sorbelli (Dizionario bio-bibliografico dei bibliotecari e bibliofili italiani dal sec. 14. al 19.) e di Marino Parenti (Aggiunte al Dizionario bio-bibliografico dei bibliotecari e bibliofili italiani di Carlo Frati). Erano duecentododici le voci presenti nel volume del 1999 e, appena l'anno dopo, vide la luce, sempre a cura di Simonetta Buttò, il ''DBBI20', consultabile in AIB-WEB, un work in progress alimentato dalla comunità dei bibliotecari, degli studiosi, dei ricercatori e, talvolta, dai familiari dei biografati. Nelle pagine di Andrea Capaccioni per la morte di Giorgio De Gregori («Biblioteche oggi», 21 (2003), n. 8, p. 59-61), si colgono e si rivelano le sue tante attività, compreso il ruolo ricoperto nella ricerca a tappeto della storia, delle provenienze e delle imprese dei bibliotecari da indicizzare per il dizionario.
Ora, la presente edizione a stampa tratta da questo lavoro più che ventennale che rende merito della straordinaria sapienza storico-bibliografica di Alberto Petrucciani, di gran lunga l’autore più prolifico fra i tanti collaboratori del repertorio, se da un lato ha interrotto il flusso dei dati online, ponendo un inevitabile discrimine cronologico, ha tuttavia consentito una revisione e un aggiornamento delle notizie, nonché un'uniformità redazionale, che garantiscono all'opera una qualità ‘di lunga durata’. Piace inoltre ricordare che i due curatori, l'una all'apice della carriera bibliotecaria, l'altro docente universitario di chiara fama, contribuiscono a confortare chi crede che entrambi gli ambiti professionali debbano procedere sì parallelamente, ma trovare il punto di raccordo proprio nella formazione delle giovani leve e dei loro rispettivi approdi nel mondo del lavoro.
Da considerarsi positivo il ricorso all'edizione a stampa anche perché essa può trovare efficacemente posto sugli scaffali delle sale di consultazione delle biblioteche, non solo di quelle storiche, accanto agli altri repertori bio-bibliografici, non tutti in rete. La versione cartacea appaga inoltre molto chi con le pagine tradizionali ha sempre stabilito una forte connessione e rappresenta una sorta di omaggio che ha voluto premiare i due mandati di presidenza dell'AIB di Rosa Maiello, autrice di una nota dal titolo La nostra storia, posta in apertura del volume, e appassionata sostenitrice della comunità professionale e di un’associazione che investe sui possibili nuovi equilibri delle biblioteche. Opera non nuova, si dirà, perché già presente con successo online, ma molto utile pure nella versione cartacea, come già si legge nella Presentazione, in cui i curatori, delineando la storia dell'iniziativa, danno opportunamente conto delle ragioni che hanno motivato la scelta di proporre tale edizione.
Nei confronti di questo importante ausilio per la conoscenza e per lo studio va ancora precisato che l'accesso lineare alla consultazione dei dati può far risaltare in modo più diretto la varietà e la complessità del mondo professionale bibliotecario, qui descritto attraverso le vite di tanti uomini e donne che con abnegazione hanno lavorato in realtà complesse e differenti. Di queste si può avere idea attraverso il corposo Indice delle biblioteche, curato con acribia da Andrea Paoli, insieme all'elenco degli autori delle voci, utili strumenti entrambi per la consultazione dell’opera.
La registrazione nel Dizionario ha premiato pure personalità straniere che hanno ricoperto ruoli in ambito bibliotecario in Italia per poi affermarsi anche in altre attività nei loro paesi. Si ricorda che alla Biblioteca apostolica vaticana i bibliotecari stranieri che vi hanno lavorato, e che sono trattati nel volume, sono Eugene Tisserant, Franz Ehrle, Josè Ruysschaert. Sono stati inoltre indicizzati e biografati anche i bibliotecari italiani che hanno lavorato all'estero. E sempre quanto a italiani non mancano sorprese: si rileva ad esempio che Alcide De Gasperi fu in Vaticana catalogatore di stampati in lingua tedesca, e che si deve a Luciano Bianciardi, per cinque anni direttore della Biblioteca comunale Chelliana, l’allestimento del primo ‘bibliobus’ per la città di Grosseto.
Sono centinaia (ottocentoventisei per la precisione) le bibliotecarie e i bibliotecari, di cui molti sottratti all'anonimato di vite operose ma dimenticate e altri che hanno sterzato dalla professione ad altra strada, che contribuiscono a rinverdire gli spaccati bio-bibliografici, oltre ad affollare il corposo e utilissimo Dizionario promosso a stampa dall'AIB. 

Maria Gioia Tavoni
Bologna

Anna Bilotta, Principi, approcci e applicazioni di biblioteconomia comparata: una proposta per nuovi percorsi di ricerca. Firenze: Firenze University Press, 2022. 119 p. (Biblioteche & bibliotecari; 5). ISBN 9788855186063 (cartaceo); 9788855186070 (e-book: PDF); 9788855186087 (e-book: EPUB).

Nell’Introduzione molto chiara e analitica di questo interessante libro l’autrice scrive, proprio all’inizio, di aver scelto il metodo comparato così come è strutturato e definito nell’ambito delle scienze sociali, mutuandone l’applicazione alla biblioteconomia e situandosi dunque nell’ambito della biblioteconomia comparata. Viene dunque dichiarata l’appartenenza a una prospettiva di ricerca applicata praticata in Italia da autori – principalmente Giovanni Solimine, Giovanni Di Domenico, Anna Galluzzi e Chiara Faggiolani – i cui linguaggi presentano indubbiamente stili e registri diversi e che nel loro insieme si riconoscono nell’impiego di principi, e soprattutto metodi e strumenti, che hanno dato origine a quello che potremmo definire il social turn della biblioteconomia italiana.
L’organizzazione interna del volume ne dispiega ordinatamente il programma, a partire dalla scelta del punto di vista qui indicato.
Nel primo capitolo (Genesi, forma e applicazioni del metodo comparato nelle scienze sociali), a partire dai testi classici di Émile Durkheim e Max Weber, vengono tracciate le due traiettorie originarie individuate per descrivere e comprendere la società, quella positivista (Durkheim) e quella interpretativista (Weber). La prima dovrebbe condurre alla formulazione di leggi universali relative a oggetti e pratiche omologati a quelli delle scienze naturali; la seconda è invece orientata a dar conto, anche formulando giudizi, delle relazioni causali rinvenibili tra fenomeni individuali. A partire da questi capisaldi, dietro i quali si intravedono orizzonti epistemologici profondamente diversi, vengono anzitutto trattati le forme, gli stili e gli scopi della comparazione, attingendo alla riflessione di autori come Alberto Marradi, Arend Lijphart, Theda Skocpol, Margaret Somers e numerosi altri, con l’obiettivo di «evidenziare i contrasti esistenti tra i contesti sociali, cercando di evitare generalizzazioni azzardate e ingiustificate» (p. 23). Il capitolo si chiude con una minuziosa analisi di un’applicazione specifica del metodo enucleato, riferita ai fenomeni educativi e delineata a partire dagli anni Settanta del Novecento.
Il secondo capitolo (La biblioteconomia comparata: principi ed approcci di un campo disciplinare poco esplorato) illustra il profilo generale della disciplina, con un rapido e denso riferimento iniziale a un testo di Di Domenico sulle relazioni tra biblioteconomia, scienze sociali e scienze umane, tema sul quale si tornerà brevemente alla fine. Richiamati i classici studi di Paolo Traniello (Biblioteche e società, Il mulino, 2005) e quelli più recenti di Galluzzi, l’autrice tratteggia i confini della biblioteconomia comparata, che «ricerca una spiegazione causale tra fenomeni osservati in biblioteca appartenenti a culture e società differenti» (p. 33), secondo modalità consolidatesi intorno agli anni Cinquanta. La biblioteconomia comparata, scrive Bilotta, richiamandosi in particolare agli studi di Peter Lor, non va confusa con quella internazionale. L’espressione ‘biblioteconomia internazionale’, dunque, riguarda essenzialmente le attività dei bibliotecari, che non dispongono, in quanto tali, di una effettiva consistenza scientifica. La ‘biblioteconomia comparata’, invece, è un autentico campo disciplinare, caratterizzato da metodi specifici, il cui obiettivo è quello di studiare le relazioni di causa-effetto di processi biblioteconomici che si verificano in biblioteche appartenenti a contesti geografici e culturali diversi. Il percorso di spiegazione utilizzato traccia, in modalità esplicitamente finalistica, la progressiva acquisizione di scientificità e rigore di questa prospettiva, per arrivare negli anni Settanta, con Douglas Foskett prima e Peter Lor poi, al compimento e alla realizzazione piena, richiamando per l’Italia il significativo apporto degli studi di Giuseppe Vitiello.
Il capitolo successivo (Per una biblioteconomia comparata applicata: un’analisi critica di studi e ricerche) mette in primo luogo in evidenza la scarsissima fortuna nazionale di questa prospettiva metodologica, pur con la nobilitante eccezione di Viaggio nelle biblioteche tedesche, 1956-1963 (Vecchiarelli, 2002) di Emanuele Casamassima. Tra le esperienze più consistenti viene ricordata l’ampia indagine di Jean Hassenforder sulla storia della biblioteca pubblica in Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Un altro importante esempio di applicazione segnalato è quello di Pertti Vakkari e Sami Serola sugli outcomes e l’impatto delle biblioteche pubbliche finlandesi, finalizzato a individuare i ‘benefici potenziali’ da esse indotti, per arrivare a descrivere anche i risultati di più recenti indagini relative all’ambito degli effetti sociali delle culture e delle tecnologie digitali. Infine, a integrazione della labile letteratura nazionale, oltre a Vitiello, sono richiamati gli studi sugli OPAC nei sistemi bibliotecari di Bianca Fugaldi (2013), quelli di Galluzzi sulla percezione delle biblioteche europee nella stampa quotidiana (2014) e quelli della stessa Bilotta sui modelli biblioteconomici (2021).
Il libro si conclude con una trattazione molto accurata delle unità di analisi cui la domanda di ricerca va applicata (Una possibile traccia di lavoro), individuando con la massima chiarezza possibile scopo, fonti, approccio, stile, fasi, comunicazione dei risultati, utilizzando come esempio l’analisi comparata eseguita dall’autrice sui modelli biblioteconomici delle dreigeteilte e fraktale Bibliothek tedesche, sulla mediathèque francese, sugli idea store londinesi e sul four-space model scandinavo.
Nelle considerazioni finali (In conclusione: perché la biblioteconomia comparata?) Bilotta si cimenta, sia pure molto rapidamente, con alcune questioni di più generale interesse biblioteconomico, affidandosi anche in questo caso a una ricostruzione e una genealogia lineari che, puntando all’obiettivo della biblioteconomia sociale, passa attraverso le diverse fasi che la precedono, preoccupandosi tuttavia di manifestare la propria scelta di considerare «la biblioteconomia come un’unica disciplina» (p. 99), la cui integrazione non deve essere ‘sfaldata’ dalla varietà degli approcci e degli stili metodologici.
L’opera, scritta con cura e attenzione, è molto ben documentata e possiede il non irrilevante pregio linguistico di essere chiara e comprensibile ai lettori. La struttura è organica, rigorosa e coerente, in linea con le osservazioni più volte distribuite nel testo a segnalare la necessità di un approccio metodologicamente normato e corretto, in grado di antagonizzare efficacemente la circolazione di giudizi affrettati, impressionistici, e dunque in questo senso non veri. Introducendo e argomentando il profilo e gli strumenti di una prospettiva metodologica specifica e peculiare, l’autrice ne mette in evidenza convintamente il rilevante e auspicato valore di verità. Per questo si tratta indubbiamente di un libro da leggere con un'attenzione pari alla cura con la quale è stato scritto.
Aggiungo infine alcune rapide considerazioni di commento personale, suscitate e sostenute dalla lettura. Sarebbe interessante applicare il metodo comparativo all’analisi, per contrasti, delle oscillazioni e delle controversie che rendono turbolento, incerto e instabile il territorio epistemologico della biblioteconomia contemporanea (evocato solo in una rapida nota a p. 31). Sarebbe utile cercare di verificare come, nel sistema delle cause che producono gli effetti, prima nei modelli e poi negli edifici e nelle configurazioni organizzative, si rendono visibili i pesi orientanti del modo di intendere la disciplina biblioteconomica, nel suo transito ancora in buona misura da studiare e comprendere dall’oggetto al soggetto, dalla bibliologia alla biblioteconomia sociale. Detto in altre parole, in quale fase della costruzione del modello, e in quale modalità, in base a quale opzione più o meno consapevole maturano le scelte che poi, gradualmente, nei modelli si sedimentano e si concretizzano? E, inoltre, tornando all'osservazione di Di Domenico prima ricordata sulle relazioni tra biblioteconomia, scienze umane e scienze sociali, sarebbe stimolante mettere a confronto i metodi stessi della comparazione dal punto di vista transdisciplinare, verificando ad esempio la portata euristica dell’applicazione per la genesi della fisionomia delle scelte disciplinari, di concetti come quello di intertestualità, largamente utilizzato nella critica e nella teoria della letteratura. La mia impressione, che in questa sede mi limito solo a enunciare, è che le scienze sociali, a loro volta immerse in fattori di mutamento impetuosi (basti pensare alle posizioni espresse da un pensatore come Bruno Latour), trarrebbero indubbio vantaggio dalle finezza interpretativa delle scienze umane, accentuando la tensione verso un campo disciplinare in grado di dar conto, tendenzialmente, di tutto ciò che nello spazio bibliotecario accade, e in particolare in ordine all’uso delle informazioni da parte delle persone e alla esperienza di lettura, sulla cui pervasività ubiqua credo nessuno possa nutrire dubbi.
L’integrazione, nel profilo composito della biblioteconomia, delle scienze umane e di quelle sociali, le une e le altre alterate dalla trasformazione digitale in corso, consentirebbe di far emergere quegli elementi di tensione e di contrasto che attraversano ovunque il campo della biblioteconomia contemporanea e del suo non stabilissimo nomos, turbato dalla complessità anche inquietante del postmoderno e del postumano.

Maurizio Vivarelli
Università di Torino

Chiara De Vecchis, «Sono stato anche bibliotecario»: Eugenio Montale al Gabinetto Vieusseux, presentazione di Laura Desideri. Roma: Associazione italiana biblioteche, 2021. 221 p. (Bibliotecari: professione storia cultura). ISBN 9788878123410 (cartaceo); 9788878123458 (e-book: PDF).

Tra i molti pregi di questo libro c’è quello di aver illustrato e chiarito, in maniera lucida e pressoché definitiva, l’attività, il ruolo e le mansioni svolti da Eugenio Montale negli anni in cui ebbe l’incarico di direttore del Gabinetto Vieusseux. In effetti, sebbene fossero già stati pubblicati alcuni studi sull’argomento (la stessa autrice ha contribuito con un corposo saggio apparso su «Antologia Vieusseux», 11 (2005), n. 32, p. 7-55), questa ricerca ha il merito di aver raccolto e incrociato al meglio tanto le fonti biografiche e memorialistiche edite, quanto la documentazione sul tema conservata presso l’archivio storico del Vieusseux, finora mai scandagliata con tale profondità.
Se è possibile ravvisare un tratto distintivo di questo lavoro è proprio quello di aver voluto dedicare un contributo – da una prospettiva biblioteconomica e bibliografica seria e rigorosa – a uno dei protagonisti più raffinati della cultura letteraria europea del Novecento, che tuttavia non maturò mai una passione travolgente per la ‘missione del bibliotecario’ e anzi in nessun caso valutò e ricordò la sua esperienza in biblioteca come preponderante, umanamente felice e professionalmente feconda. Ma come realizzare questo obiettivo sul piano metodologico? Il tentativo, a mio avviso pienamente riuscito, è stato quello di approfondire l’operato di Montale dal punto di vista strettamente tecnico-professionale, senza però sganciare l’esperienza personale dal quadro istituzionale così peculiare del Gabinetto fiorentino, e dunque illuminando in particolare gli aspetti relativi all’organizzazione e all’offerta del servizio messi in opera dal poeta in relazione allo specifico contesto di riferimento. Non si è tuttavia rinunciato – e non poteva essere altrimenti – alla dimensione propriamente biografica di Montale, tenendo dunque in giusto conto il lato umano e psicologico, e contestualizzando con dovizia di particolari lo sfondo della città di Firenze, le relazioni amicali e amorose, gli impegni poetici ed editoriali, il clima politico così avverso alla sua indole.
Quali in sintesi le coordinate temporali del Montale bibliotecario? Come ricostruito nei tre capitoli che compongono il volume, Montale diresse il Gabinetto Vieusseux dalla primavera del 1929 alla fine del 1938: succedette dunque, all’età di trentatré anni, al coetaneo Bonaventura Tecchi, che a partire dal 1925 era riuscito a imprimere nuova linfa all’istituto fiorentino. Il ruolo di Tecchi fu per Montale decisivo, assumendo dapprima la veste di ‘maestro-ombra’ e poi di confidente privilegiato intorno a questioni di natura professionale: non solo perché fu questi a garantirgli l’incarico, ma soprattutto perché – come testimoniano le lettere inviategli dal poeta negli anni della sua direzione – con lui intrattenne un costante e serrato dialogo intorno ai temi più spinosi relativi alla vita della biblioteca (dagli acquisti alla gestione del personale, dal bilancio all’organizzazione di conferenze). Dopo i tentativi falliti di indurre Montale a dimettersi, nel dicembre 1938 venne licenziato (con la duplice e controversa motivazione della mancata adesione al Partito nazionale fascista e della necessità di risparmiare lo stipendio a carico del Comune di Firenze) e sostituito dal direttore Filippo Cristini e dal bibliotecario Rodolfo Ciullini. Nominato nel luglio 1944 Commissario per la cultura e l’arte presso il Vieusseux, nel gennaio 1945 entrò nel consiglio di amministrazione del Gabinetto, lasciando l’incarico tre anni dopo.
A partire dalla nota dichiarazione che proferì nel 1975 a Stoccolma nel discorso di ringraziamento per il Premio Nobel («Ho scritto poesie e per queste sono stato premiato, ma sono stato anche bibliotecario, traduttore, critico letterario e musicale e persino disoccupato per riconosciuta insufficienza di fedeltà a un regime che non potevo amare», p. 21), l’autrice si premura anzitutto di cucire e commentare le testimonianze rilasciate dallo stesso Montale sulla sua esperienza di bibliotecario. Ne emerge un quadro piuttosto desolante, fatto di ricordi insoddisfacenti e malinconici, mai entusiastici, elegantemente definito dall’autrice «il polo negativo dell’ambivalente soggiorno fiorentino» (p. 15) e simbolicamente racchiuso nella sigla con la quale nelle missive a Irma Brandeis era solito definire l’istituto: da Vieusseux’s Cabinet si tramuta, fatalmente, in ‘W.C.’. Già in una lettera del luglio del 1932 – solo per fare qualche esempio, ma la casistica è ampia – Montale confessava a Sergio Solmi di star vivendo «gli anni più difficili» e, in un’intervista del 1966, addirittura liquidò quell’esperienza come «tempo perduto» (p. 15). E ancora, sebbene con i toni evidentemente amari del poeta che ha ormai superato i settant’anni, nel 1971 scriveva all’allora direttore della Biblioteca nazionale centrale di Roma Emidio Cerulli: «Io non ho mai pensato che un bibliotecario possa essere un uomo» (p. 18). Fa invece eccezione, come ricorda Laura Desideri nella sua bella presentazione, quanto Montale orgogliosamente scriveva nel 1935 ad Achille Campanile: «sono il direttore della biblioteca circolante che dà più libri in prestito in Italia». Insomma, un ‘io bibliotecario’, nella percezione e autorappresentazione di Montale, dai tratti controversi, ambigui e intrisi di conflitto.
Ma al di là delle testimonianze rilasciate dallo stesso poeta, la domanda intorno alla quale ruota l’intero volume è: che tipo di bibliotecario fu Montale? Dalla vasta mole di fonti e documenti analizzati dall’autrice (verbali del Consiglio di amministrazione, carteggi, libri matricola, cataloghi e bollettini) emerge con chiarezza l’immagine di un bibliotecario che lavorò in maniera risoluta, svolgendo le proprie mansioni con pragmatismo, rigore, serietà e dedizione (e forse, almeno in una primissima fase, con un pizzico di entusiasmo), impegnandosi soprattutto su due fronti molto concreti: da un lato il lavoro oscuro di ‘batter cassa’ nel tentativo di rivitalizzare il bilancio di una biblioteca in gravi difficoltà economiche e profondamente snaturata rispetto alla vocazione cosmopolita impressa dal fondatore; dall’altro la tenace difesa dell’autonomia dell’istituto, che a più riprese rischiò di confluire in una federazione di enti culturali fiorentini controllata dal locale Istituto di cultura fascista. Dal punto di vista della politica degli acquisti, poi, Montale si pose in evidente continuità con l’operato avviato da Tecchi, favorendo in particolare l’acquisto di libri in lingua francese, inglese e poi soprattutto italiana e tedesca, assecondando gli impulsi e i desiderata provenienti dai frequentatori abituali del Vieusseux (talvolta anche a malincuore, come è ad esempio il caso dei romanzi gialli), e dunque non imprimendo alla biblioteca – come ingenuamente si poteva immaginare – una connotazione personalistica allineata ai soli gusti del direttore-letterato. Tutto ciò, come noto, avveniva in anni nei quali il regime andava sempre più irrobustendo la sua tendenza autarchica, con il conseguente allontanamento di numerosi stranieri dalla città di Firenze, che con i loro abbonamenti avevano fino ad allora costituito il principale pubblico del Gabinetto e la maggiore fonte di guadagno. Altra attività peculiare di Montale, ricostruita nel dettaglio dall’autrice, fu la redazione del Bollettino trimestrale del Gabinetto, già ideato e avviato da Tecchi al fine di rendere maggiormente visibili e appetibili le collezioni della biblioteca. Montale introdusse significativi miglioramenti (in particolare l’inserimento di trafiletti informativi contenenti l’elenco delle nuove acquisizioni o degli scrittori insigniti del Premio Nobel e le relative collocazioni librarie presso il Gabinetto), dimostrando così di possedere un evidente spirito pratico e una consapevolezza della necessità di mediare in forme qualitative tra offerta editoriale e gusti del pubblico.
In conclusione, insomma, meritava di essere ricostruita a tutto tondo la parabola di un bibliotecario ‘atipico’ (come l’ha definito Alberto Petrucciani) quale fu Montale. Questo lavoro così rigoroso e ben condotto da Chiara De Vecchis, che ha il suo tratto caratteristico nell’aver posto la giusta profondità tra l’attività del bibliotecario e la storia della biblioteca nella quale ha operato, pone tra l’altro nuove riflessioni e spunti per la storia della professione bibliotecaria. La necessità, cioè, di condurre ricerche anche nei confronti di quei profili di bibliotecari che, seppur da una posizione appartata e con ruoli ricoperti per periodi di tempo più o meno brevi, hanno offerto un ruolo significativo per la comunità professionale e per la vita stessa delle biblioteche.

Enrico Pio Ardolino
Sapienza Università di Roma 

Patrimonio e instituciones GLAM: galerías, bibliotecas, archivos y museos: innovación, gestión y difusión, Rosario Arquero Avilés (coordinadora). Gijón: Trea, 2023, 386 p.: ill. (Ciencias y técnicas de la cultura). ISBN 9788419525697.

Patrimonio e instituciones GLAM ha rappresentato l’occasione per diversi professionisti che si occupano a vario titolo delle ‘istituzioni GLAM’ (gallerie, biblioteche, archivi e musei) di intrecciare le differenti prospettive sulle sfide che tali istituzioni si trovano oggi, e si troveranno in futuro, ad affrontare.
Gli autori nei diversi contributi hanno riflettuto sul tema della qualità dei dati del patrimonio digitale prodotto da queste istituzioni, ma anche sulla sua pubblicazione e accessibilità, sull’esplorazione di nuove forme di creazione di conoscenza, sulla gestione integrata delle collezioni basata su approcci innovativi. Professori e ricercatori universitari, bibliotecari, archivisti, museologi, storici dell’arte, funzionari ministeriali propongono non solo le rispettive letture sul tema, ma anche concreti casi studio utili, se non necessari, per comprendere più profondamente l’effettiva applicabilità dei diversi approcci.
Il volume si articola in due parti, per un totale di diciannove capitoli. La prima parte (comprendente i primi nove capitoli) si configura come una sorta di ‘terreno preparatorio’ alla comprensione della seconda: gli autori presentano infatti una panoramica su alcune tematiche di carattere generale che coinvolgono le istituzioni GLAM. Il capitolo di apertura propone una lettura integrata delle potenzialità di queste istituzioni e un primo assaggio delle tendenze innovative del settore. Seguono quindi delle riflessioni relative alle strategie UE nei confronti dei dati del patrimonio culturale europeo (cap. 2); un focus sulla storia e sull’evoluzione del portale di accesso al patrimonio digitale spagnolo Hispana (cap. 3); un’analisi delle sfide dei musei, soprattutto relative all’abbattimento delle ‘barriere spaziali’ grazie alla digitalizzazione (cap. 4), e delle strategie innovative messe in campo dagli archivi di Stato spagnoli (cap. 9). Il capitolo 5 introduce il concetto di Laboratorio GLAM, inteso come nuovo modello per l’innovazione, la gestione e la diffusione del patrimonio culturale. Seguono quindi tre capitoli dedicati al settore biblioteche. Il capitolo 6 propone una rassegna dei più innovativi laboratori collegati a biblioteche nazionali europee; il capitolo 7 si concentra sugli aspetti caratterizzanti del Laboratorio BNElab della Biblioteca Nacional de España. Infine il capitolo 8 – scritto da Chiara Faggiolani – unica firma non spagnola, porta all’attenzione la riflessione sul percorso italiano delle biblioteche verso lo sviluppo sostenibile e sul loro ruolo come determinanti sociali della salute.
Questi primi nove capitoli svolgono un ruolo molto importante nell’economia dell’intero volume: essi infatti si dimostrano, come anticipato, propedeutici a una comprensione maggiormente consapevole dei concreti casi studio presentati nella seconda parte, riconducibili a contesti sia pubblici che privati. Il lettore ha la possibilità di addentrarsi all’interno delle strategie adottate per la gestione, la valorizzazione, la diffusione e la comunicazione delle collezioni bibliografiche del museo arqueológico nacional spagnolo (cap. 10); delle biblioteche spagnole con fondi antichi (cap. 11); del patrimonio documentario e bibliografico della Biblioteca regional de Madrid (cap. 12) e di quello formato dai materiali audiovisivi relativo ai fondi antichi delle biblioteche spagnole (cap. 17). Con i capitoli 13, 14 e 15 è possibile invece conoscere i particolari patrimoni documentari e i progetti ad essi connessi appartenenti a tre peculiari realtà: la Stazione ferroviaria Delicias di Madrid; la società spagnola attiva nel settore del petrolio e del gas naturale Repsol; l’archivio fotografico di Magnum Photos di Parigi. Infine, concludono il volume un approfondimento metodologico sulla pianificazione delle mostre virtuali del patrimonio culturale nelle diverse istituzioni (cap. 18) e un’analisi sull’accessibilità e sul consumo culturale delle collezioni, che restituisce una importante riflessione sui benefici prodotti dall’intera ottica GLAM.
Il volume nel suo complesso si presenta estremamente ricco di suggestioni, di spunti e di buone pratiche utili alla riflessione dei professionisti che lavorano nei singoli istituti culturali, ma anche per coloro che credono nella prospettiva promossa nel contesto italiano da MAB Italia (musei, archivi e biblioteche). Emerge con forza l’importanza dei concetti di rete, di collaborazione, di condivisione tra professionalità e patrimoni. Ogni istituto è portatore di uno specifico e peculiare valore, ma l’unione, l’intreccio, l’integrazione delle collezioni e dei dati di tali istituti non può che produrre un impatto sempre più profondo a favore della crescita culturale e sociale delle persone, e quindi della società. 

Maddalena Battaggia
Sapienza Università di Roma

Lucia Sardo, Fiammetta Sabba, I fondi personali e le biblioteche accademiche: il caso dell’Alma mater studiorum Università di Bologna. Roma: Bulzoni, 2022. XIV, 153 p. (Biblioteconomia, scienza dell’informazione, archivistica; 2). ISBN 9788868972837.

Una ormai folta letteratura abbraccia origini, storia, fisionomia e composizione delle biblioteche e degli archivi personali, mette in luce i caratteri specifici delle singole unità documentarie (prodotte o acquisite) che ne sono parte e il vincolo che unisce il particolare al generale, studia ciò che i fondi personali rappresentano, gli scopi culturali e scientifici che possono soddisfare, cosa fare per ordinarli, descriverli, renderli accessibili e come valorizzarli. Parallelamente, crescono consapevolezza ed esperienza delle biblioteche e degli archivi istituzionali (ma non mancano i musei), che accolgono sempre più spesso tali insiemi documentari e se ne prendono cura. Il lavoro di Lucia Sardo e Fiammetta Sabba, dedicato alle politiche e alle pratiche di acquisizione, gestione e valorizzazione dei fondi di persona (libri, carte, talvolta oggetti) nelle biblioteche accademiche, si colloca in questo filone. Occorre però precisare subito che esso non sfrutta semplicemente la scia dei processi in atto; crea anzi valide premesse affinché i processi medesimi possano svilupparsi, arricchirsi, trovare nuove ragioni e spinte in ambito universitario.
Le autrici fanno immediatamente propria la definizione di ‘fondi personali’ messa a punto nelle apposite Linee guida sul trattamento dei fondi personali a cura della Commissione nazionale biblioteche speciali, archivi e biblioteche d’autore dell’AIB: «Per fondi personali si intendono complessi organici di materiali editi e/o inediti raccolti e/o prodotti da persone significative del mondo della cultura, delle professioni e delle arti prevalentemente dalla seconda metà del XIX secolo in poi» (https://www.aib.it/documenti/linee-guida-sul-trattamento-dei-fondi-personali/). Con uguale prontezza esse dichiarano i singoli obiettivi della monografia: esporre i risultati di un progetto di ricerca in materia focalizzato sulle strutture del Sistema bibliotecario di ateneo (SBA) bolognese; incoraggiare analoghe ricognizioni; consigliare alcuni indirizzi operativi alle biblioteche che si occupano di questo genere di fondi nelle diverse realtà universitarie. Il tutto approda a risultati persuasivi.
Sardo e Sabba allontanano senza indugi anche il rischio di un eventuale fraintendimento: «[…] il focus del volume non è una ricognizione teorica sul tema, ma una analisi pratico-gestionale volta a una migliore gestione dei fondi […]» (p. 6). Il primo di quattro capitoli, tuttavia, ripercorre utilmente alcuni dei passaggi concettuali e dei momenti di confronto grazie ai quali, nell’arco di mezzo secolo, è stato possibile inquadrare quello che è diventato uno specifico campo di interesse scientifico e professionale per le discipline documentarie, con i suoi oggetti di studio, un lessico, i risvolti fenomenologici, una casistica, una strumentazione, i nodi teorici e applicativi da sciogliere (che palesano frequente natura interdisciplinare).
Nel secondo capitolo l’attenzione si sposta sul settore di riferimento, dunque sulle biblioteche accademiche, di cui si delineano da un lato le peculiarità e gli attuali scenari di servizio e dall’altro le opportunità che esse rendono disponibili soprattutto all’analisi delle biblioteche d’autore, «poiché il contesto di destinazione può rivelarsi estremamente aderente con quello di arrivo, quando si tratti però di raccolte a fini di studio e di ricerca» (p. 17). Dopodiché sono ben evidenziati i vantaggi che la presenza e il vaglio dei fondi personali possono assicurare alle attività di ricerca e terza missione. A quest’ultima è riservato un ampio e giustificato spazio: se ne tracciano le finalità, la storia, le iniziative di public engagement, i modelli di valutazione, ricordando al riguardo il ruolo riconosciuto alle biblioteche dai documenti Anvur e indicando inedite prospettive e potenziali linee di intervento, tra le quali la divulgazione e la valorizzazione dei fondi personali, e quindi la digitalizzazione, il marketing digitale e lo storytelling, le mostre fisiche e virtuali.
Ai profili professionali emergenti per i bibliotecari accademici (per esempio, l’embedded librarian) si accenna più avanti, nel quarto capitolo.
Il terzo capitolo verte sul caso bolognese, presentato attraverso gli esiti di un progetto per la ricognizione di fondi personali che hanno preso vita dalla metà dell’Ottocento e che sono poi confluiti nelle strutture del Sistema bibliotecario di Ateneo per acquisto o donazione. Con il ricupero di ricognizioni precedenti, due sono state le principali fasi dell’indagine: l’esame delle pagine web delle biblioteche e la distribuzione di un questionario alle biblioteche stesse; uno strumento che ha consentito di raccogliere dati preziosi su numero (elevato) e tipologia dei fondi, possessori, modalità di acquisizione, criteri di collocazione, servizi di consultazione e riproduzione, figure professionali impegnate, pagine web, attività di catalogazione, inventariazione, valorizzazione.
Proposte di buone pratiche è il fedele titolo del quarto capitolo, che fa da vero e proprio manuale fornendo ai bibliotecari delle università (e non solo) tutta una serie di mirati suggerimenti sul trattamento dei fondi personali in ottica sia gestionale (acquisti e doni, catalogazione, conservazione, consultazione) sia di valorizzazione (comunicazione, visibilità, terza missione). Saggiamente le parti sulla catalogazione insistono molto sulle problematiche della descrizione d’esemplare e sulle note relative a possessori e provenienze, di volta in volta con richiami alle REICAT, alle Linee guida della Commissione AIB, a quelle in uso all’Archiginnasio (http://badigit.comune.bologna.it/books/bollettino/pdf/2018-6.pdf) e a un documento di Polo SBN-UBO (Gestione possessori e provenienze nel polo UBO), che si può leggere nell’Appendice 6 (oltre che in rete). Del resto, uno dei punti fermi dell’opera è proprio la necessità di servirsi di linee guida (integrandole all’occorrenza e adattandole al contesto) e standard, nonché di predisporre documenti dichiarativi per alcune politiche: nel capitolo se ne parla anche a proposito delle donazioni, per le quali si fa riferimento alle Gifts for the collections: guidelines for libraries dell’IFLA (https://repository.ifla.org/handle/123456789/629), poi riportate in traduzione parziale nell’Appendice 3.
Ancora a proposito di appendici: sono tante, sette. La prima elenca le biblioteche dell’Università di Bologna, le successive cinque ospitano un corposo corredo documentario (i due testi già citati, altre linee guida su donazioni e lasciti, regolamenti per la consultazione dei fondi), mentre la settima contiene un bel contributo di Silvia Bergamaschi e Margherita Zambotto Per una proposta operativa di trattamento dei dati della copia nei fondi d’autore: il caso della Biblioteca centrale del Campus di Ravenna.
Completano il volume una Prefazione a firma di Giuliana Benvenuti e Carla Salvaterra, una breve Introduzione, i Ringraziamenti delle autrici, una nota conclusiva e la nutrita lista dei riferimenti bibliografici.
Nelle conclusioni si riprende, come raccomandazione (e magari come auspicabile promessa di un distinto approfondimento), una questione cruciale, pure toccata in qualche altra pagina: «Il digitale in tutte le sue forme sarà protagonista dei fondi personali in quanto già oggi (e da alcuni decenni) è la forma principale di produzione di contenuti; per evitare di farsi trovare impreparati nella gestione e nella fruizione di queste tipologie di risorse è necessario mettere già in atto […] attività e progetti […]» (p. 93).
Per approccio critico, articolazione degli argomenti affrontati, spunti di analisi e di proposta offerti, la monografia riflette i concreti avanzamenti e l’apprezzabile livello di maturità conseguiti dalla ricerca e dalla pratica biblioteconomica in fatto di fondi personali. Un suo peculiare merito sta nella capacità di corroborare una visione innovativa e non marginale del loro significato e della loro funzione (scientifica, culturale, di servizio, di comunicazione) in un mondo bibliotecario in movimento come quello accademico.

Giovanni Di Domenico
Salerno 

Francesca Nepori, I frati Cappuccini tra letture e librarìe. Imola: La mandragora, 2023. 177 p. (Autografi; 17). ISBN 9788875867225.

Questo agile volume contiene una serie di saggi che rappresentano, come scrive nell’Introduzione l’autrice – per diversi anni bibliotecaria conservatrice presso la Biblioteca provinciale dei Cappuccini di Genova, oggi direttrice dell’Archivio di Stato di Massa e della Sezione distaccata di Pontremoli – «i risultati di anni di indagini sulle biblioteche cappuccine, sulle letture ammesse, sui libri ad usum dei singoli frati, e sul ruolo che ha giocato la bibliografia all’interno dell’Ordine» (p. 7 ).
Il lavoro di Francesca Nepori si articola in cinque capitoli preceduti da un'introduzione e da una nota bibliografica, poi seguiti da un’appendice e un indice dei nomi e dei luoghi.
Il primo capitolo è incentrato sul tema delle origini dei frati minori Cappuccini, con un excursus storico che dal 1525, anno della riforma cappuccina nell’eremo di San Michele Arcangelo di Cingoli, ci porta sino alla fine del secolo.
Il secondo capitolo è dedicato ai Cappuccini ‘tra letture, studi e librarìe’ (da qui il titolo del volume) e fa il punto sulle loro caratteristiche di lettori e predicatori, sulla tipologia del materiale bibliografico oggetto del loro studio e sulla costituzione delle prime biblioteche, luoghi condivisi nei quali bisognava conservare e mantenere disponibili per l’uso i libri della comunità. Interessante certamente l’annotazione dei passaggi, con la citazione delle Costituzioni cappuccine, attraverso i quali furono istituite le prime raccolte librarie o biblioteche all’interno dei conventi e l’attenzione data anche agli aspetti materiali dei libri.
I Cappuccini erano molto attenti al dettame della povertà e i libri non potevano essere esenti da una visione complessiva che andasse in questa direzione: le Costituzioni del 1608 infatti, riprendendo quelle del 1536, imponevano che i libri fossero poveramente rilegati, aspetto che oggi per noi significa generalmente la manifattura di legature in pergamena floscia o semifloscia, prive di qualsiasi tipo di decorazione: «I nostri Messali, e Breviari, et anco tutti gli altri nostri libri siano poveramente legati» (p. 71). L’autrice riporta, inoltre, alcuni dati relativi alla figura di un primo legatore individuato nell’ordine: si tratta del frate Serafino da Savona che, in base a quanto riportato nel Saggio della vita dei cappuccini liguri di Pasquale da Marola (Stamperia Delle Piane, 1822), aveva imparato a rilegare i volumi e, in cambio del suo lavoro, si faceva dare non denaro ma libri per la comunità.
Nel terzo capitolo l’attenzione è rivolta ai Cappuccini e al loro rapporto con la Congregazione dell’Indice dei libri proibiti. Dopo un cenno alla Congregatio e al suo ruolo sul controllo delle biblioteche e nell’espurgazione dei libri al fine di eliminare da essi il ‘veleno dell’eresia’, si affronta la questione degli elenchi predisposti dai conventi cappuccini e della loro spedizione dalle varie sedi della penisola a Roma, in risposta, appunto, alla richiesta di verificare il contenuto delle biblioteche conventuali.
Nel quarto capitolo si spiega in che modo i conventi si siano arricchiti negli anni di materiale librario: ciò è avvenuto in massima parte attraverso il meccanismo delle elemosine e dei lasciti post mortem. Molto interessanti i casi riportati dall’autrice, relativi anche alla restituzione di libri non in linea con quelli che dovevano essere gli approfondimenti culturali e le letture per motivo di studio concessi ai frati: i libri perniciosi o inutili erano banditi dalle raccolte librarie.
Nel quinto e ultimo capitolo si fa il punto sul ruolo della bibliografia nell’Ordine dei Frati minori Cappuccini che precocemente si dedicano, all’interno di un ben preciso movimento culturale, alla produzione di bio-bibliografie, che diventeranno nel tempo delle consuetudini letterarie.
Chiude il volume un’Appendice nella quale sono riportate alcune lettere di Dionisio da Genova ad Angelico Aprosio, della seconda metà del XVIII secolo, custodite presso la Biblioteca universitaria di Genova (Ms. E.11.4bis e Ms. E.V.28) e qui interamente trascritte.
Sorprende, in tutto il volume, la ricchezza della bibliografia che accompagna ogni capitolo e che permette di costruire percorsi di approfondimento per numerose tematiche legate ai libri e alle biblioteche dell’Ordine, ma non solo. Per questo, e in generale per la bontà di tutto il lavoro condiviso, dobbiamo essere senz’altro grati a Francesca Nepori.

Simona Inserra
Università di Catania

Seventeenth-century libraries: problems and perspectives, edited by Robyn Adams and Jacqueline Glomski. Leiden; Boston: Brill, 2023. XIV, 325 p.: ill. (Library of the written word; 114. The handpress world; 92). ISBN 9789004429802 (cartaceo); 9789004429819 (e-book: PDF).

Da qualche mese è disponibile per gli studiosi di storia del libro e delle biblioteche un nuovo volume della prestigiosa collana Library of the written word dell’editore Brill, diretta da Andrew Pettegree (Università di Saint Andrews). Il tomo raccoglie gli atti del convegno "Seventeenth-century libraries: problems and perspectives" svoltosi presso l’University College London nel giugno 2019, per il quale gli organizzatori (e curatori del libro) Robyn Adams e Jacqueline Glomski hanno ottenuto un contributo finanziario da parte del Centre for Editing Lives and Letters (CELL). Scopo dichiarato della pubblicazione dei proceedings, dopo avere riunito e messo a confronto gli studi di accademici e bibliotecari, era quello di contribuire con una serie di casi di studio al progresso delle ricerche sulle biblioteche del XVII secolo, non solo inglesi e irlandesi, ma continentali in senso ampio. L’ampia gamma degli interventi al simposio copriva riflessioni sulla formazione, l’ordinamento e la classificazione di collezioni librarie riferite non solo a Inghilterra e Irlanda, ma anche a Germania, Paesi Bassi, Francia, Italia, Spagna; per motivi non esplicitati in premessa, tuttavia, il volume si presenta mancante, tra gli altri, dei contributi presentati a Londra da Dorit Raines e Alexander Samson su libri e biblioteche in questi ultimi due paesi (Panel 2: Italian and Spanish books). In ogni caso, i dieci lavori pubblicati, suddivisi in tre sezioni tematiche – Theory (2 saggi), Culture (3 saggi), e Histories (3 saggi) – precedute da un capitolo introduttivo e uno conclusivo, offrono una panoramica ricca e variegata, di indubbio interesse per storici e bibliografi.
Nella parte introduttiva (Introduction: the problems and perspectives of seventeenth-century libraries), affidata a Robyn Adams e Jacqueline Glomski dell’University College London, vengono sottolineate la frammentarietà e le disconnessioni finora esistenti negli studi europei di storia delle biblioteche, a cui l’iniziativa scientifica assunta dal CELL londinese cerca di sopperire almeno in parte.
La prima parte, incentrata sugli aspetti teorici, si apre con lo studio di Jacqueline Glomski (Après Naudé: seventeenth-century notions of the scholarly library) dedicato a Gabriel Naudé e ai trattati di biblioteconomia di alcuni dei suoi successori, in particolare: Musei sive bibliothecae tam privatae quam publicae extructio, instructio, cura, usus (1635) di Claude Clément (1596-1642), De Bibliotheca Augusta (1661) di Hermann Conring (1606-1681), Bibliothecarius quadripartitus (1664) di Johann Heinrich Hottinger (1620-1667) e il monumentale Polyhistor (1688-1692) di Daniel Georg Morhof (1639-1691). Segue il contributo di Richard Foster del Winchester College, Placing and disposing: subject classification in English institutional libraries, c.1600-1670. Qui lo studioso, dopo aver osservato come nel XVII secolo il prevalere dell’ordinamento delle biblioteche per discipline e argomenti rispetto ad altri criteri di organizzazione delle raccolte segni l’avvenuto compimento di una fase di passaggio dalla biblioteca intesa come repository of information alla biblioteca esperita come instrument of discovery, mette a confronto cataloghi e inventari seicenteschi di cinque biblioteche appartenenti a importanti istituzioni accademiche inglesi (Emmanuel College, Cambridge; Trinity College, Cambridge; New College, Oxford; Magdalen Hall, Oxford e il Winchester College).
La seconda parte, riguardante le questioni culturali, è introdotta dal saggio Books, booklists, and materiality in the early modern Parisian household: evidence from the Minutier Central, 1580-1620 di Shanti Graheli, dell’University of Glasgow. La studiosa, muovendosi entro una prospettiva metodologica che può essere definita di ‘archeologia documentaria’, ha esaminato un ampio spettro di inventari testamentari (un centinaio circa, databili tra il 1580 e il 1620) conservati nel fondo notarile degli Archives nationales di Parigi, discutendo la consuetudine della prisée des livres da parte dei librai appositamente accreditati e pagati allo scopo e offrendo, proprio sulla scorta delle diverse pratiche legate alle fonti d’informazione (cataloghi e inventari), importanti considerazioni sull’approccio storiografico da adottare nello studio delle biblioteche personali in rapporto al contesto culturale dell’epoca. In proposito Graheli fa notare come anche la corrispondenza tra eruditi/bibliofili, ad esempio Nicolas-Claude Fabri de Peiresc e i fratelli Dupuy, esibisca l’impiego delle liste di libri come strumento privilegiato per il collezionismo privato. A seguire, Jaap Geraerts del Leibniz Institute of European History (Priests’ libraries in the seventeenth-century Dutch Republic) approfondisce il ruolo delle biblioteche private formate dal clero olandese nel quadro storico della Missio Hollandica, il cui contenuto va visto in stretto rapporto alle controversie teologiche interne al cattolicesimo europeo. Chiude la sezione Robyn Adams (Networks of influence: donations to the Bodleian Library in the early seventeenth century) con una puntuale ricostruzione della rete filantropica che, muovendosi originariamente intorno all’iniziativa individuale di Thomas Bodley, nell’arco di pochi anni dopo la rifondazione permise alla biblioteca ossoniense di poter contare stabilmente su un supporto istituzionale vero e proprio, ponendo le basi definitive per la continuità dello sviluppo delle raccolte bibliografiche all’University of Oxford, in una prospettiva di ampia apertura culturale alla città.
La terza parte del volume, dedicata alle ‘storie’, inizia con il contributo Tracking a Burgundian scattered library: the mourning bindings of the Vireys of Chalon-sur-Saône di Dominique Varry dell’École nationale supérieure des sciences de l'information et des bibliothèques (ENSSIB) di Lione, interessante racconto delle ricerche intorno a una biblioteca familiare di circa quattromila volumi costruita, nell’arco di due generazioni, per opera dei nobili Claude-Enoch Virey e Jean-Christofle Virey (suo figlio), forse con il concorso della vedova di Claude-Enoch, Bonne Galoys, appassionata lettrice, e successivamente dispersa tra Chalon-sur- Saône, Lione e altrove (in appendice al saggio, una lista di settanta esemplari della biblioteca Virey identificati grazie all’ex libris armoriale). Nel capitolo successivo (Small-format books and portable sets: the context of the travelling library of Charles I), Francesca Galligan, bibliotecaria alle Bodleian Libraries, affronta il curioso fenomeno delle travelling libraries di età moderna, raccolte di ‘libri da viaggio’ di piccolissimo formato conservati in contenitori di legno, alloggiati ciascuno in un proprio compartimento e sontuosamente rivestiti con lussuose legature a colori; più in particolare Galligan si sofferma su una piccola ‘biblioteca portatile’ donata nei primi anni del Seicento al principe Carlo I (futuro re d’Inghilterra), oggi conservata a Oxford. La sezione si conclude con lo studio di Elizabeth Wells, archivista della Westminster School di Londra (‘All My Best bookes’: the libraries of dr Richard Busby and dr John Pell) che esaminata la ricchissima raccolta privata del preside del prestigioso istituto scolastico londinese Richard Busby (1606-1695), specchio dei suoi vasti interessi culturali e della sua ampia erudizione (matematica, scienze naturali, teologia, lingue, incluso latino, greco, arabo ed ebraico), che lo avevano spinto tra l’altro ad acquistare in blocco anche la biblioteca personale del suo collega John Pell (1611-1685), la quale pertanto presenta connotati materiali ben distinti.
Nella postfazione del libro (Afterword: mapping seventeenth-century libraries, digitally) David Pearson e Clodagh Murphy fanno il punto sui numerosi progetti e sulle piattaforme digitali che in ambito internazionale supportano le ricerche degli studiosi su libri antichi, biblioteche storiche, fondi personali, con riferimento al XVII secolo e non solo. Strumenti come Book owners online, il Provenance online project, l’Annotated Books Online e i repertori bibliografici come lo Short-title catalogue of English books, o il Library hub discover di JISC, oppure l’Universal short title catalogue, o il database Heritage of the printed book del CERL: strumenti che costituiscono ormai consolidati punti di riferimento per gli storici del libro in tutto il mondo.
Cospicuo e interessante l’apparato illustrativo, approfondita la bibliografia finale, non esaustivo ma molto utile l’indice cumulativo di nomi e argomenti.
Per concludere, possiamo auspicare che prosegua a buon ritmo, anche sul solco tracciato da questo volume, l’attività dell’editoria scientifica internazionale dedicata agli studi di storia delle biblioteche, possibilmente evitando che vengano troppo sacrificati gli apporti che le culture del libro espresse in lingue diverse dall’inglese mainstream, a cominciare da quella italiana, sono in grado di conferire al dibattito intorno ai molteplici temi in gioco. Considerazione che, in una prospettiva rovesciata, implica senz’altro la necessità di un maggiore impegno da parte degli studiosi italiani (ma anche spagnoli e di altri paesi) ad affacciarsi con ancor più insistenza nei contesti editoriali continentali, per offrire la ricchissima casistica di studio di cui disponiamo e fare apprezzare il nostro contributo di metodo e di contenuto sul piano internazionale.

Domenico Ciccarello
Università degli studi di Palermo

Claudio Calveri, Metaversi culturali: nuove frontiere digitali per le imprese e la cultura. Milano: Editrice bibliografica, 2023. 188 p. (Geografie culturali). ISBN 978889357527 (cartaceo); 9788893575751 (e-book: EPUB).

Indagare e descrivere gli elementi strutturali che caratterizzano il nuovo ecosistema digitale del ‘metaverso’ è l’obiettivo che Claudio Calveri, esperto di strategie digitali, progettazione culturale e comunicazione integrata, si prefigge attraverso questa pubblicazione rivolta a un pubblico di non specialisti. L’autore riesce bene nel suo intento, consentendo al lettore di familiarizzare con quei termini e concetti che sono alla base della rivoluzione tecnologica, ma anche culturale, che sta caratterizzando questi ultimi anni e sta portando alla nascita di un nuovo universo virtuale, in cui mondo fisico e digitale interagiscono tra loro.
Il volume è strutturato in tre parti: la prima è dedicata alle infrastrutture del metaverso, la seconda agli strumenti e infine la terza ai principi di design e progettazione del metaverso stesso. Ma prima di addentrarsi nella discussione l’autore, già a partire dall’introduzione, affronta un tema che al metaverso è strettamente legato, ovvero quello del Web 3.0. Spesso confuso con il metaverso, esso rappresenta una modalità di costruzione della nuova architettura digitale, il cui scopo principale è fornire soluzioni in grado di aumentare le possibilità di contatto e interazione tra esseri umani, oltre che la decentralizzazione e la flessibilità. Naturale sviluppo del Web 2.0, che aveva aperto il world wide web alla partecipazione grazie alla diffusione di piattaforme costruite per recepire in maniera dinamica i contributi degli utenti, questa sua evoluzione è caratterizzata da una matrice sostanzialmente finanziaria poiché, a differenza di quanto lo ha preceduto, è in grado di creare risorse economiche e rappresenta il fertile terreno per la nuova creator economy.
Nella prima parte del volume, dunque, vengono analizzate le infrastrutture tecnologiche che sono alla base del metaverso e che sono protagoniste della rivoluzione in atto, cioè i big data e gli algoritmi, per poi estendere il discorso più in generale all’intelligenza artificiale (AI) e alle varie tipologie di extended reality (XR). Nel caso dei big data il Web 3.0 non si limita più soltanto alla gestione e interpretazione di immense quantità di dati sempre più dettagliati, ma cerca di associare alla dimensione quantitativa anche una dimensione qualitativa, costituita dai thick data, che a loro volta consentono di fornire informazioni sugli utenti, sui loro sentimenti e reazioni. È poi dedicato ampio spazio al tema dell’intelligenza artificiale e alle dinamiche di apprendimento automatico delle macchine, concentrando la riflessione anche su recenti impieghi in ambito culturale in archivi e musei. Infine, per aiutare il lettore a comprendere la differenza tra metaverso e realtà virtuale con cui spesso è confuso, si fornisce una chiara distinzione tra le varie tipologie di realtà estesa, che si suddivide in aumentata (augmented reality), mista (mixed reality) e virtuale (virtual reality), per poi riportare anche in questo caso le più recenti esperienze culturali in virtuale.
La seconda parte prende in esame gli strumenti impiegati dal metaverso, rendendo comprensibili al lettore argomenti più tecnici quali le caratteristiche e il funzionamento della blockchain e dei non fungible tokens (NFT). La prima si caratterizza per essere un database a prova di manomissioni, che consente transazioni sicure (come, ad esempio, i bitcoin che ne sono il caso più famoso di applicazione) grazie ai quattro pilastri su cui si fonda e che sono i contratti intelligenti (smart contracts), la crittografia a chiave pubblica, gli algoritmi di consenso e il networking peer-to-peer. Gli NFT, invece, fondandosi anch’essi sulla tecnologia blockchain, garantiscono legittimità del possesso, autenticità, identità e permanenza degli oggetti digitali, e pertanto stanno trovando rapida diffusione nel mondo della cultura, delle arti e del commercio. A questi strumenti si aggiungono le DAO, organizzazioni autonome che giocheranno un ruolo fondamentale nella gestione delle reti decentralizzate caratteristiche del metaverso. Anche in questa sezione non mancano gli esempi di prove e applicazioni nel settore culturale e creativo, come la nascita di DAO museali (ovvero musei curati, gestiti e finanziati dalla comunità di utenti) oppure i primi esperimento di utilizzo degli NFT del mondo dell’arte e del teatro.
Nell’ultima parte, infine, l’autore descrive l’impatto che l’impiego concreto di queste tecnologie sta già avendo, e avrà nell’immediato futuro, in ambiti disparati, a cominciare da commercio, educazione, sanità, intrattenimento e sport, architettura, edilizia, industria immobiliare e dell’accoglienza, lasciando spazio a numerosi esempi di usi possibili nella quotidianità.
Di ognuno degli elementi analizzati Calveri cerca di sviscerare in maniera oggettiva pro e contro, senza abbandonarsi a troppo facili entusiasmi, ma mettendo in luce anche le diverse implicazioni legali (vista l’attuale mancanza di una chiara legislazione a livello internazionale), etiche o legate alla salute e alla sicurezza degli individui, con cui è urgente confrontarsi vista la rapidità di diffusione e di sviluppo del metaverso.

Elda Merenda
Biblioteca nazionale centrale di Roma

Lucio Coco, Biblioteche perdute: il destino dei libri di F. Dostoevskij, O. Mandel’štam e I. Brodskij, prefazione di Enrico Freda, a cura di Ludovica Gatta. Macerata: Biblohaus, 2023, 138 p. ISBN 9791281214026.

Mai come in questo caso la definizione ‘biblioteche d’autore’ appare opportuna per designare i volumi che furono posseduti da Dostoevskij, Mandel’štam e Brodskij, oggetto dello studio di Lucio Coco, che nel 2021 aveva già dato alle stampe un libro uscito per Olschki intitolato La biblioteca di Dostoevskij: la storia e il catalogo. E mai come in questo caso il destino di questi fondi librari è strettamente legato alla biografia dei loro possessori. Si tratta di biblioteche che soffrono a causa dell’esilio, del vagabondare, – «cambiando più spesso paese che scarpe», come avrebbe detto Brecht – testimoni di sofferenze, dell’affannosa ricerca di una sistemazione duratura, ansiose di riempire scaffali sui quali trovare pace e condannate, invece, si direbbe in maniera ineluttabile, a venire smembrate, ad assottigliarsi, a perdersi. 
Dei libri di Dostoevskij scrive Coco: «Stando ai cataloghi stilati in vita e in morte dello scrittore dalla moglie Anna Grigor’evna si tratta di circa 600 volumi di cui oggi quasi nulla è rimasto se si fa eccezione per una trentina di essi e per alcuni frontespizi conservatisi solo perché contenevano una dedica di mano dell’autore o del donatore» (p. 15). L’autore ripercorre le vicende anche della prima biblioteca di Dostoevskij, venduta almeno in parte dal figliastro, e servendosi dei taccuini dello scrittore ricompone il mosaico delle sue possibili letture, le quali ci forniscono degli spunti interessanti anche al fine di ricostruire l’ambito in cui compose alcune sue opere. Inevitabilmente la storia vince sulla cronaca: la prima guerra mondiale e la rivoluzione contribuiranno alla dispersione definitiva della biblioteca, ma fortunosamente si è salvato il prezioso Vangelo di Tobol’sk, il libro sacro che aveva accompagnato lo scrittore per tutta la vita, oggi conservato come una reliquia nella Biblioteca di Stato russa a Mosca.
Passando a Osip Mandel’štam, Coco sottolinea come l’attenzione per l’oggetto libro del poeta non era quella di un collezionista bensì di un appassionato della lettura, ma di una lettura attiva, dialogica, che non vuole avere quale scopo ultimo quello di memorizzare, bensì di rievocare, confrontando costantemente il proprio pensiero con quello dell’autore: «[...] la biblioteca di Mandel’štam era perfettamente modellata sul suo proprietario, sui suoi gusti, sulle sue inclinazioni, sul grado in cui era riuscito a entrare in relazione con il libro. Era rimasto fino in fondo “lettore di un solo libro”, non aveva mai ceduto al “demone della lettura”. Nella sua etica della lettura era il lettore a scegliere, a “rievocare” non a “ricordare”» (p. 62).
Iosif Brodskij infine, il più vicino a noi, testimone di un’altra Russia, quella della stagnazione bre┼żneviana. I suoi libri «formano un piccolo catalogo e al contempo orientano il lettore sull’epoca, sui desideri, sulle relazioni, sulle emozioni, sulle speranze e sulle delusioni che animavano e turbavano quella generazione di poeti e scrittori» (p. 75-76). È un lettore insaziabile il poeta costretto nel 1972 all’esilio. Coco si sofferma sui libri con dedica presenti sugli scaffali della sua libreria, prova concreta di un tessuto di rapporti interpersonali, a cominciare da quello con Anna Achmativa, che ci racconta di un desiderio di trovare compagni di viaggio alla ricerca di una libertà non solo espressiva, soffocata da un regime che risulta ancora più oppressivo, proprio perché si proclama migliore di altri. Perduta la sua biblioteca russa di Leningrado, Brodskij ne avrebbe creata un’altra nell’esilio americano; e non si sarebbe sottratto a suggerire biblioteche ideali, consigliando la lettura di autori che non dovrebbero mancare nel bagaglio culturale di ciascuno di noi.
Chiudono il volume due appendici, la prima relativa al catalogo dei libri superstiti di Mandel’štam e la seconda relativa a quelli di Brodskij.
L’itinerario di Coco attraverso le raccolte librarie possedute e perdute da questi tre straordinari scrittori è affascinante, ricco di stimoli e foriero di molte riflessioni: sull’importanza del libro, sulla necessità della sua conservazione, sul significato stesso della letteratura e, di conseguenza, sul destino degli uomini.
Nella Prefazione Enrico Freda sottolinea che questo volume: «È anche uno spiraglio sulle suggestioni letterarie che ne hanno nutrito la vita, l’animo, la scrittura. E ancora, una testimonianza della funzione formativa dei libri, una riflessione sulla loro importanza come strumento di trasmissione del pensiero. E oltre, una rivelazione della loro potestà taumaturgica» (p. 8). Viene in mente Vince Corso, il ‘biblioterapeuta’ protagonista dei romanzi di Fabio Stassi, perché le biblioteche, anche se perdute, mantengono la loro forza evocativa, favoriscono possibili guarigioni e ci invitano a sconfiggere la letale malattia dell’indifferenza.

Gabriele Mazzitelli
Biblioteca Area biomedica “Paolo M. Fasella”, Università degli studi di Roma Tor Vergata

Carteggio Croce-De Marinis, a cura di Giancarlo Petrella. Bologna: Il mulino, 2023. CXXXIII, 399 p. ISBN 9788815383730.

«Vi sono al mondo, certamente, biblioteche più numerose di questa, più ricche di questa; ma certamente non v’è biblioteca più letta: intendo letta dallo stesso uomo. Non v’è, in queste sette o otto camere, in questa interminabile scaffalatura, non v’è libro, opuscolo, documento, che non abbia la sua ragione per esservi; ossia che non abbia servito al suo proprietario per accrescere di una briciola ancora la sconfinata ricchezza della sua dottrina o non abbia offerto una cagione nuova al suo inesausto meditare». Questo brano da La Biblioteca di Benedetto Croce di Gino Doria – uno degli articoli mito-bibliografici che compongono Del colore locale, Laterza, 1930, p. 110 – è l’‘apriti sesamo che condurrà il lettore a immaginare quel mondo composto dalle 'sette o otto camere' della biblioteca di Palazzo Filomarino, nella quale il filosofo legge, studia, controlla e scrive libri. Sono proprio questi ultimi l’oggetto fondamentale di questo ampio carteggio, pubblicato a cura di Giancarlo Petrella. Il corpus epistolare del grande filosofo Benedetto Croce e del noto libraio umanista Tammaro De Marinis si compone di quattrocentoquindici missive: trecentosessantacinque inviate da De Marinis a Croce e solo cinquanta da Croce a De Marinis. Mancano oltre un centinaio di lettere di Croce, perché il vasto archivio De Marinis subì purtroppo una grave quanto inspiegabile dispersione. Si tratta di uno dei carteggi più ricchi e duraturi (1898-1952) tra i tanti tenuti dal filosofo, contraddistinto dal parlar di libri e dalle straordinarie avventure storico-bibliografiche con l’affiorare continuo di sollecitazioni del presente come del passato.
Petrella – docente di Bibliografia e biblioteconomia, di Storia del libro e di Storia della conservazione del patrimonio librario all’Università degli studi Federico II di Napoli – riesce a illustrare e chiarire, grazie alla sua straordinaria competenza e all’incommensurabile passione bibliografica, passi e fatti altrimenti di non facile comprensione. La sua avvincente Introduzione racconta dei tantissimi libri, di incontri e di eventi che sono anch’essi oggetto del carteggio; le lettere sono tutte accompagnate da un fitto corredo di note bibliografiche, storiche e biografiche fondamentali. Leggendo il volume si comprende il grandissimo lavoro del curatore: andare dalle missive agli scaffali di Croce; l’impegno a localizzare i tanti esemplari menzionati; cercare nelle maggiori biblioteche italiane le rare edizioni citate; controllare nei registri le acquisizioni; infine rilevare la munificenza di De Marinis per le importanti donazioni con le quali arricchisce le collezioni di alcune biblioteche di preziosi e rari documenti, probabilmente mosso anche dall’interesse personale.
Tammaro De Marinis (1878-1969) muove infatti i primi passi da libraio a Napoli alla Libreria Marghieri, dal 1898 al 1901 circa. Si tratta di una grande e storica libreria-editrice, situata presso Galleria Umberto I al numero 77, che alla vendita di libri nuovi e di antiquariato associava quella della casa editrice. Sono pressappoco gli stessi anni in cui collabora come libraio anche l’intellettuale Riccardo Ricciardi, poi ‘editore rinascimentale’, amico per la vita di entrambi i corrispondenti. Nel 1902 De Marinis viene assunto dalla prestigiosa libreria di Leo S. Olschki a Firenze, dove lavorò poco più di due anni, per poi aprire la propria Librarie Ancienne T. De Marinis & Co. Firenze era allora una città cosmopolita e ‘novecentista’ animata dalla ‘ventura delle riviste’ e dalla presenza di istituzioni e importanti librerie, italiane e straniere, da tanti intellettuali e bibliofili (si pensi all'esemplare colonia anglo-fiorentina). De Marinis è un libraio coltissimo e intraprendente, bravissimo nel tessere relazioni: tutte capacità che gli permisero in poco tempo di far affermare la sua attività come una delle più importanti d’Europa e di raggiungere l’indiscusso successo che lo porterà a diventare uno dei protagonisti del Novecento, ricevendo numerosi attestati e onorificenze. In vent’anni acquista e vende biblioteche, a volte principesche, e libri rarissimi e di pregio in tutto il mondo. La vendita è affidata a famosi cataloghi di libri di antiquariato di pregio e rari con esemplari unici (di alcuni non si conoscono altre copie), con i quali si rivolge alle biblioteche pubbliche, ai grandi collezionisti, agli studiosi, alcuni dei quali sono i bibliografi e bibliofili incontrati nei primi anni di apprendistato napoletano.
Le acquisizioni di biblioteche dovevano essere state davvero tante se una parte di esse, la meno preziosa, come era consuetudine libraria, la rivendeva anche a colleghi. Sono famosi i suoi pacchi di libri inviati alla libreria di Umberto Saba a Trieste. Nel 1924 De Marinis chiuse l’attività vendendo tutte le copie alla libreria Hoepli di Milano, che le mise in vendita in tre aste pubbliche e stampò quattordici ricchi cataloghi e nove bollettini; infine pubblicò un importante grande catalogo (in quarto e con tavole alcune delle quali a colori) dal titolo Anciens livres à figure italiens contenente oltre duecento volumi, tra i quali una ventina di libri unici, che erano parte della collezione privata della biblioteca di Clelia e Tammaro De Marinis. Il grande libraio merita di essere ricordato anche per il suo contributo all’Enciclopedia italiana Treccani per la quale diresse la sezione editoriale scrivendo di propria mano voci fondamentali di grande competenza bibliografica.
Benedetto Croce ha dodici anni in più di De Marinis, e quando i due si conoscono è già il grande filosofo conosciuto a livello mondiale. Croce intuisce la capacità del promettente libraio e avvia la corrispondenza nel segno della disponibilità verso il giovane. Si rivolge all’amico usando il ‘voi’ dei galantuomini meridionali; ne nasce un rapporto prima formale, col tempo sempre più confidenziale; dopo oltre trent’anni di amichevole corrispondenza e frequentazione anche De Marinis sostituisce il deferente ‘lei’ con il più intimo e affettuoso ‘voi’. De Marinis è un attento conoscitore dell’opera di Croce e spesso gli propone libri rari che potrebbero interessare gli studi che ha svolto e sta svolgendo; il più delle volte si tratta di volumi che invierà in dono. Croce è il grande studioso che conosciamo, che accresce ogni giorno le sue ricerche senza però abbandonare gli studi svolti in passato, che ama aggiornare e rettificare, come ben sa De Marinis. Croce è un grande appassionato di libri; non ama, però, il semplice possesso né è interessato ad essi come ornamento o prezioso oggetto di vacua bibliofilia, piuttosto al loro contenuto: i libri devono servire prima di tutto per studiare. Tutte le occasioni sono un buon motivo per De Marinis per frequentare e scrivere a colui che aveva confessato alla moglie Clelia essere il suo ‘idolo’, e invitarlo insieme a familiari e amici nella sua villa a Montalto. Ci sono richieste di opere, di qualche autografo e qualche fotografia, come pure di un biglietto di presentazione, un consiglio, una sollecitazione.
Le lettere raccontano pure alcuni retroscena e soprattutto del merito di De Marinis nell’aver reso possibile il rientro della Bibbia di Borso d’Este in Italia con tenacia e passione, probabilmente sacrificando parte del suo guadagno. Petrella ricostruisce efficacemente come era stata portata via: «il pregevolissimo manufatto, uno dei capolavori della miniatura italiana del Rinascimento, era rimasto nelle collezioni ducali sino alla fine del XVIII secolo, per poi andare incontro a una serie di spostamenti coatti ed essere infine condotto a Vienna nel 1859 da Francesco V d’Asburgo-Este […]. La Bibbia, riconosciuta di legittima proprietà della casa Asburgo, rimase invece a Vienna fino alla fine della prima guerra mondiale, quando, nonostante il trattato di Saint-Germain stipulato nel settembre 1919 ne intimasse la restituzione all’Italia, seguì nell’esilio in Svizzera l’ultimo suo proprietario, l’imperatore Carlo I d’Austria. Alla sua morte la vedova Zita di Borbone-Parma (1892-1989) si era decisa, nella primavera del 1923, a metterla in vendita tramite il libraio parigino Gilbert Romeuf» (p. CXX-CXXI). Qui entrano in gioco le straordinarie relazioni internazionali dell’intraprendente libraio De Marinis, che aveva ricevuto l’opzione sulla vendita dal libraio Romeuf, «prezzo per l’Italia 4 milioni di franchi, e sempre per me, se collocavo in altri paesi, 4 milioni e mezzo. Termine fine aprile!» (p. 52), come scriverà a Croce in una delle lettere di queste concitate giornate. De Marinis tornato da Parigi scrive, sabato 14 aprile 1923, una prima accorata e partecipata lettera a Croce: «Illustre Senatore ed Amico s’Ella mi potesse aiutare a far ritornare in Italia la Bibbia di Borso d’Este! È il monumento più insigne che esista della miniatura italiana: 2 volumi in folio, 1400 pagine tutte interamente miniate da Taddeo Crivelli, Marco Russi [sic! anziché Franco de’ Russi, lapsus dovuto probabilmente alla foga, prontamente rilevato da Petrella], Giorgio d’Alemagna, Marco Avogaro e… Matteo dei Pasti […] Sono come ubriaco. A Parigi stetti cinque ore per sfogliarlo e volarono. Ogni pagina il più bel quadro del Rinascimento» (p. 47-48). Il giorno seguente, domenica sera del 15 aprile, con un’altra lettera, aggiorna Croce dei febbrili incontri con il ministro Giovanni Gentile e il grande studioso Adolfo Venturi e vi aggiunge la richiesta: «Mi aiuti Senatore: senza energia e rapidità questo meraviglioso tesoro italiano fra poco scappa in America!» (p. 49). Croce scrive a De Marinis, il 16 aprile, che si è dato subito da fare, infatti ha scritto «consigliando al Gentile di portar la questione al Presidente del Consiglio [il Duce], perché è cosa che ha importanza nazionale» e dando la sua esplicita adesione, suggerendo a De Marinis «di far uso del mio nome, perché sono con voi nello sforzo che fate per non lasciare priva l’Italia di un vero tesoro» (p. 50). Il 18 aprile De Marinis aggiorna Croce dei colloqui avuti («credo che la cosa sarà fatta a mezzo del Presidente del Consiglio») e chiude con l’augurio «Io sono in uno stato di mezza incoscienza… e, forse infantilmente, penso che l’ingresso in Italia di questo immenso monumento dell’Arte nostra sarà per l’Italia nostra di gran lieto auspicio. La Fortuna che entra in Casa!» (p. 51). Il 27 aprile De Marinis fa sapere a Croce: «Illustre Senatore ed Amico parto ora per Parigi; il Ministro Gentile ha indotto un ricco industriale, giunto da Milano, a fare questo acquisto. Questo Signore, comm. Giovanni Treccani, persona assai simpatica…» (p. 53). Il 1° maggio da Parigi spedisce a Croce il telegramma: «ANNUNCIO CON GIOIA BIBBIA ASSICURATA - DE MARINIS» (p. 54).
Nell’immediato dopoguerra troviamo questa lezione su come reclutare dirigenti onesti e capaci. De Marinis scrive a Croce, da Firenze, 19 marzo 1945: «… questa lettera è un S.O.S.» (p.201). Il tenente americano Friderick Hart, dell’Ufficio belle arti per la Toscana – con l’assenso dell’ambasciatore d’America Alexader C. Kirk – lo sollecita a chiedere il parere del filosofo per la delicata nomina del nuovo Direttore generale dei beni archeologici; gli americani vorrebbero proporre Ranuccio Bianchi Bandinelli che considerano un ottimo ‘tecnico’. Croce il 2 aprile, da Napoli – città vittima di tanti bombardamenti, con i lavori in casa per i danni subiti e la biblioteca da risistemare trasferita in luogo sicuro – risponde con la sua saggezza, che è una formidabile lezione nella fondamentale azione del reclutamento di persone oneste e competenti: «Qualche obiezione ci sarà da qualche parte per la sua recente conversione al bolscevismo; ma l’Arangio [Vincenzo Arangio Ruiz, Ministro della pubblica istruzione], come me, non dà importanza a simili obiezioni. Quel che importa è mettere al posto un uomo che sia onesto e competente» (p. 206).
In apertura di questa nota siamo stati assistiti da Gino Doria, grande amico e profondo conoscitore di Benedetto Croce, e con un altro suo meraviglioso brano tratto da Croce tra libri e librai (apparso in «Rivista abruzzese», 19 (1996), n. 1-2, p. 24) chiudiamo: «E ora vi dirò qualche cosa su quello che fu, in Croce, l’affetto costante, l’amore e diciamo pure la mania o il vizio: il libro. Non dico i libri ch’egli scriveva, ma quelli che raccoglieva e curava (e, naturalmente leggeva). E se dico “curava” voglio proprio dire che li restaurava, li medicava, li ricomponeva proprio come voi, cerusico, fate con gli arti umani. Talvolta quelli che acquistava erano libercoli polverosi, scuciti, con legature guaste e cuciture imputridite. Tali esemplari, scavati negli umidi antri e nelle sporte di libraiuocoli del Corpo di Napoli, egli metteva da parte, e poi, in un suo momento di riposo e di svago, fra un pensamento e una ricerca, si divertiva a rimettere a posto quei disiecta membra. Aveva, in un cassettino, pezzetti di pergamena, spezzoni di carta Varese, lembi di tela o di seta, filo e aghi, colori da acquerello e pennellini. E stava lì. Intento, a incollare fogli staccati, a pulire pergamene annerite da migliaia di ditate, a colorire dorsi e piatti, ad applicare tassellino di carta con il titolo da lui tracciato a penna, e pertanto il più delle volte indecifrabile. Non dico che quei restauri fossero un capolavoro, e anzi dirò che erano piuttosto brutti; ma averne uno equivarrebbe al possesso di una legatura grolieriana».

Raimondo di Maio
Napoli

Elena Ranfa, Sguardi sulla lettura: percorsi tra le dimensioni del leggere, prefazione di Giovanni Solimine. Manziana: Vecchiarelli, 2023. 203 p. (Bibliografia, bibliologia e biblioteconomia. Studi; 23). ISBN 9788882474928.

La comprensione profonda di un fenomeno sociale esige una ‘postura epistemologica’ accorta, uno sguardo attento, un piglio interlocutorio che possa considerare il modo in cui vengono alla ribalta i suoi significati e gli orizzonti di senso entro i quali si staglia. Richiede il rifiuto di ogni tentazione di essenzializzazione e la decostruzione dell’ovvietà in cui alcuni dati fenomenici sono invischiati, per intercettare le ragioni sociali che il dato per scontato riesce abilmente a obliare. La pratica della lettura si inserisce a pieno titolo nel 'rumore di fondo' dell’ordinario e dell’ovvio, seppur la sua centralità viene da più parti rilevata: altamente simbolica, storicamente posizionata all’interno di relazioni di potere, soggetta a trasformare e trasformarsi insieme alle strutture sociali entro la quale viene a manifestarsi. Proprio da questo punto di vista il libro di Elena Ranfa risulta molto valido, riunendo abilmente diverse prospettive adatte a intraprendere i diversi percorsi tra le ‘dimensioni del leggere’, alludendo sin dal titolo che la pratica della lettura non è riducibile a un'unica visione ma si presta alle più disparate ottiche, come del resto complessità reclama. In questo senso gli sguardi proposti dall’autrice vanno a comporre un caleidoscopio di teorie «particolarmente utile in questo momento, in cui la rivoluzione digitale sta modificando tutti i connotati dell’ecosistema in cui si realizzano le dinamiche di produzione culturale, la circolazione di questi prodotti, le relazioni tra le persone e questi prodotti» (p. 8), come sottolinea Giovanni Solimine nella prefazione.
Non è un caso infatti che il volume – articolato in un'introduzione e sei capitoli – si apra recuperando alcuni classici che permettono di pensare ai mutamenti socio-culturali delle pratiche di lettura in forme storiche determinate e nell’interstizio dei ‘passaggi’: dall’oralità alla scrittura, riflettendo con Walter Ong, alla potenza pervasiva dei media riprendendo Marshall McLuhan, che nella sua nota concezione del ‘villaggio globale’ preconizzava «la condizione che vede il singolo individuo proiettato in una dimensione senza confini spaziali (internet)» (p. 35). La parola scritta risulta quindi una cartina di tornasole entro cui indagare significati altri e non immediatamente percepibili, rivelatrice dei cambiamenti storici che non presentano sempre il carattere repentino della rivoluzione, come osserva uno dei molteplici nomi incontrati, Eric Havelock: «la Musa dell’oralità, che usa cantare, recitare, mandare a memoria, sta imparando a leggere e scrivere – ma nello stesso tempo a cantare» (p. 54). Il tempo lento del mutamento passa dalla conoscenza scritta che talvolta lo determina, intrattenendo un rapporto ambivalente con il potere, nel suo essere una «tecnologia dell’intelletto» per mezzo di cui il libro diviene una via «nell’indirizzare le coscienze degli individui» (p. 67), come ha insegnato l’antropologo Jack Goody. Non è peregrino che si introduca quindi l’oggetto principe della conoscenza scritta, il libro, nella sua configurazione gutenberghiana che la trasformazione digitale costantemente minaccia. È utile pensare congiuntamente la parola scritta e la storia dei suoi supporti per mezzo della quale Ranfa costruisce uno dei suoi passaggi da una lente interpretativa all’altra: dalla parola parlata a quella scritta, dal testo a chi lo legge, evocando le teorie della ricezione e la Scuola di Costanza, che eleggono a snodo centrale di riflessione le ricezioni creative e variabili della comunità di lettori, per dirla con Roger Chartier. Oltre i determinismi del testo è impossibile trascurare il rapporto dialettico che esso intrattiene con occhi e mente mentre lo si legge: se Hans Robert Jauss introduce il concetto di ‘orizzonte di attesa’, spostando l’attenzione sulla effettiva esperienza di lettura nella sua dimensione storica e collettiva, Wolfgang Iser tratteggia la figura di un ‘lettore implicito’ attraverso il quale si instaura un tentativo di comprensione su come lavorino le minute percezioni e l’immaginazione mobilitata nel processo di lettura, mentre Stanley Fish colloca questo comprendere entro l’unica condizione di possibilità individuabile, le comunità interpretative.
Le teorie della ricezione sono fondamentali per comprendere i micro-mutamenti quotidiani che innesca la pratica della lettura, maggiormente intelligibili alla luce dei contributi pionieristici di Nikolai Rubakin e Douglas Waples, inseriti nella trama intrecciata dall’autrice insieme a molte altre figure che non è possibile richiamare in questa sede. I capitoli conclusivi collocano la lettura su un piano di riflessione che privilegia la ‘dimensione sociale’, riflettendo sottotraccia sulla sua valenza concreta e variabile. Da questo punto di vista, il dialogo di gadameriana memoria permette di soffermarsi sulla sua inclinazione trasformativa perché è pur sempre ravvisabile «un valore di verità insito nell’opera d’arte, definendo ogni incontro con l’opera stessa una vera e propria esperienza che trasforma in maniera significativa colui che ne è partecipe» (p. 127). Laddove l’interpretazione filosofica non è sufficiente, necessitando di altri sguardi, l’autrice guarda agli impercettibili e invisibili cambiamenti che avvengono a livello neuro-cerebrale e che la neuroscienziata Marianne Wolf ha efficacemente mostrato. Infatti, come ricorda Ranfa con le sue parole, «non siamo nati per leggere» (p. 144) e proprio perché nulla di naturale è dato nella lettura, continuare a interrogarsi sulle implicazioni, i meccanismi e le condizioni di possibilità opache affinché essa sia resa possibile, è ineludibile. Riunendo storie e prospettive, la monografia restituisce un panorama eterogeneo, dove i percorsi esplorati compongono un mosaico osservabile a distanza nel suo insieme o focalizzandosi sui dettagli, con le sue tessere che saranno utili a chiunque voglia continuare a chiedersi con quali sguardi osservare e tentare di comprendere, di volta in volta, la pratica della lettura.

Michela Donatelli
Università degli studi Roma Tre