Paul Otlet: una vita per la documentazione

di Elena Ranfa

«La nostra epoca, più di ogni altra, è caratterizzata dalle seguenti tendenze generali: organizzazione e razionalizzazione dei metodi e dei processi, meccanizzazione, cooperazione, internazionalizzazione, notevole sviluppo delle scienze e delle tecniche che mira ad applicarne i risultati al progresso delle società, ampliamento dell'istruzione a tutti i livelli, aspirazione e volontà latente di dare a tutta la civiltà le più ampie conoscenze intellettuali, di orientarla attraverso dei programmi»1.
Questa affermazione ci presenta il quadro di un'epoca che niente ci vieta di pensare possa essere quella attuale. In realtà un'analisi tanto lucida quanto carica di speranza nel futuro altro non è che la premessa dell'opera fondamentale (Le traité de documentation: le livre sur le livre, théorie et pratique, pubblicata nel 1934) di colui che da molti è considerato uno dei più autorevoli rappresentanti della biblioteconomia moderna: Paul Otlet.
Fiducia nella scienza, nel progresso messo al servizio della società per il raggiungimento del bene comune: questa la convinzione che animò tutta la vita del bibliografo belga, che concentrò il suo lavoro nella ricerca e nel perfezionamento di una scienza, la documentazione2, che garantisse un accesso il più trasversale possibile all'informazione e alla conoscenza. Un precursore Otlet, per molti un visionario, che nacque e si formò nel XIX secolo, ma, motivato dalle tendenze filosofiche dell'epoca, riuscì a guardare avanti, ad avanzare proposte innovative non solo nel campo della documentazione, ma anche per quel che concerne gli aspetti sociali e politici di una società che, in un periodo caratterizzato da due conflitti mondiali, stava cambiando rapidamente volto.
Forse proprio questa sua personalità eclettica, la sensibilità profonda, la lungimiranza perspicace, la tenacia di inseguire ideali non sempre condivisi, condizionarono la vita di Otlet, intellettuale rimasto spesso inascoltato nel suo tempo e non sempre giustamente valorizzato nel nostro.

La vita

Paul Marie Ghislain Otlet nacque a Bruxelles il 23 agosto 1868 da un'agiata famiglia belga. Il padre, Edouard, fu un uomo d'affari dedito alla politica del suo paese, mentre la madre Maria, che morì quando Otlet aveva solo tre anni, apparteneva alla famiglia Van Mons, considerata una delle più abbienti della borghesia belga. La morte prematura della madre segnerà inevitabilmente non solo la vita del piccolo Otlet ma anche il suo percorso di formazione che lo vide, all'età 11 anni, iscritto presso un collegio di Gesuiti a Parigi, luogo nel quale iniziò a coltivare abitudini improntate al rigore e al lavoro costante.
Dopo che la famiglia si era risollevata dal dissesto finanziario che lo aveva portato nella capitale francese, rientrò a Bruxelles dove frequentò la scuola diurna3.Qui visse un periodo di grande solitudine, dedicandosi alla lettura e alla riflessione: secondo il diario personale di Otlet, scritto fra gli undici e i ventisette anni4], sembra che l'unico suo amico fosse il fratello Maurizio. «I due fratelli si divertivano con passatempi piuttosto precoci come quello di redigere in maniera dettagliata e formale gli statuti di una Compagnia limitata per la conoscenza utile»5, a dimostrare come sin dalla giovane età fosse incline a ricercare un "ordine" in ogni campo dello scibile.
Otlet trascorse l'infanzia circondato da un ambiente rigido e austero; ciò nonostante, i primi anni della sua vita furono anche costellati di occasioni stimolanti come i viaggi di affari del padre Édouard che lo portarono in Italia, Francia, Russia e l'acquisto nel 1880 da parte dello stesso dell'Isola del Levante6. Questo ambiente, nel quale il giovane era libero di gestire il suo tempo, contribuì alla nascita dell'amore di Paul per l'urbanistica, il collezionismo, i libri e la scrittura. Non a caso, fu proprio qui che Otlet, spinto anche dall'esempio del nonno Victor Guillon (appassionato scrittore), scrisse il suo primo manoscritto: L'Île du Levant. Pur avendo un impianto apparentemente narrativo, l'opera era in realtà una sorta di vero e proprio inventario dell'isola7.

A quattordici anni ottenne una borsa di studio presso il collegio gesuita di Saint-Michel, a Bruxelles. Qui con alcuni compagni fondò la Société particulière des collectionneurs réunis, che perseguiva l'obiettivo di aumentare, classificare e denominare le collezioni private dei suoi membri: l'amore per la documentazione e la classificazione è quindi già sbocciata8.
Sfruttò la sua permanenza nel collegio dedicandosi alla lettura, a uno studio attento e rigoroso e alla ricerca affannosa di una vocazione, preoccupandosi con una sensibilità quasi morbosa, di dare una direzione precisa alla sua esistenza: Otlet infatti, fin da giovanissimo, percepì forte la necessità di fare della sua vita un'impresa utile e di beneficio per l'umanità. «A diciassette anni dichiarò che aveva deciso che, per compiere il suo dovere di cittadino e di uomo, avrebbe studiato legge per diventare avvocato»9.
Dopo essersi diplomato presso il collegio gesuita nell'agosto del 1886, all'età di diciotto anni e dopo aver abbandonato, in modo quasi impulsivo ma non per questo meno sofferto10, il cammino del sacerdozio per dedicarsi alla ricerca della conoscenza scientifica, si iscrisse presso la facoltà di legge di un'altra roccaforte gesuitica, l'Università di Lovanio, presso la quale intrecciò fin da subito un legame di profonda amicizia con Armand Thiéry, già conosciuto al collège Saint-Michel; insieme i due amici discutevano di molte questioni, che spaziavano dall'esistenza di Dio alla supremazia della scienza sulla religione11. All'interno di questo nuovo contesto Otlet iniziò ad avere maggiori difficoltà: la sua lotta interiore nella scelta fra il cammino di fede o la ricerca di una verità al di fuori della metafisica tradizionale insieme all'inquietudine e alla profonda insoddisfazione per una scelta non autentica, lo obbligarono a interrogarsi continuamente sul suo futuro e lo portarono alla decisione di abbandonare l'Università gesuitica e di trasferirsi a Parigi12. Nella capitale francese iniziò a frequentare circoli letterari di prestigio e non disdegnò la vita mondana; questo però non lo distolse dal suo lavoro13 e dai suoi studi, orientati in particolare verso «la sociologia, la legge, l'economia e la storia»14.

Nell'ambiente parigino si avvicinò alla filosofia positivista, tanto da dichiarare al suo rientro: «Credo nei grandi principi del positivismo e dell'evoluzione: la formazione delle cose grazie all'evoluzione [...] il relativismo della conoscenza e la formazione storica dei concetti»15. In Belgio si iscrisse alla Libera Università di Bruxelles, frequentata per la maggior parte da intellettuali laici: l'adesione al positivismo è ormai compiuta. Otlet aveva infatti trovato nella sociologia di Auguste Comte e di Herbert Spencer una nuova chiave per leggere il mondo e le vicende umane e aveva compreso quale ruolo centrale potesse avere la scienza come strumento di realizzazione del bene comune16.
Nell'ottobre del 1890 ottenne il dottorato in diritto17 e nel dicembre dello stesso anno si sposò con Fernande Gloner (una cugina che aveva conosciuto in occasione della sua prima comunione e della quale si innamorò profondamente), dalla quale avrebbe avuto due figli, Marcel e Jean18.
Quasi subito dopo il suo matrimonio con Fernande, Otlet iniziò a lavorare in tribunale come stagista presso l'avvocato Edmond Picard. L'ambiente gli permise di accrescere le sue amicizie, che lo portarono a essere uno dei membri del prestigioso Cercle du Jeune Barreau di Bruxelles, nella cui rivista «Palis» iniziò a pubblicare vari articoli19.
Nel 1891 Picard gli assegnò il compito di redigere un sommario di tutti gli articoli di diritto apparsi nelle riviste di tutto il mondo20. Intento nella ricerca di un consulente che lo potesse aiutare a far fronte all'ingente mole di lavoro, Otlet venne a sapere che un altro avvocato era impegnato in un lavoro di catalogazione che, pur riguardando l'ambito delle scienze sociali anziché quello giuridico, era perfettamente assimilabile al suo. Nel 1892 incontrò così per la prima volta Henri La Fontaine21 al quale, da quel momento in poi, sarà sempre legato da una profonda amicizia basata sull'amore comune per l'organizzazione del lavoro intellettuale22.

Grazie a La Fontaine, Otlet si avvicinò alla Société des études sociales et politiques (che in seguito venne ribattezzata Office international de bibliographie), all'interno della quale Henri La Fontaine dirigeva la Sezione di bibliografia. Otlet avvertì immediatamente una forte empatia per il lavoro del collega, che si tradusse in breve tempo nella pubblicazione a due mani di Bibliographia sociologica, che comprendeva due volumi editi in precedenza: il Sommaire méthodique des traités, monographies et revues de sociologie e il Sommaire méthodique des traités, monographies et revues de droit. Si trattava di un'opera estremamente importante in cui, per la prima volta, gli articoli delle riviste venivano classificati secondo la Classificazione decimale di Melvil Dewey (1894), della quale Otlet ottenne una copia nel 1895 e subito, insieme al collega, iniziò a curane la traduzione nelle sue principali divisioni e sottodivisioni23.
L'entusiasmo di Otlet e La Fontaine per la Classificazione decimale si tradusse rapidamente nella convocazione della I Conférence international de bibliographie (2 settembre 1895), che aveva tra gli obiettivi quelli di far conoscere il metodo di classificazione elaborato da Dewey e proporlo come alternativa universale per l'organizzazione della conoscenza, di favorire la fondazione de l'Institut international de bibliographie24 , il cui fine ultimo era quello di perfezionare e standardizzare i metodi di compilazione bibliografica, e di creare un Repertorio bibliografico universale come strumento per l'organizzazione sistematica di tutte le bibliografie esistenti. Il progetto che Otlet e La Fontaine avevano in mente, e che in breve tempo si dimostrò realizzabile e ottenne un inaspettato successo, prevedeva la collaborazione da parte di tutti i membri de l'Institut international de bibliographie, affinché cooperassero nella realizzazione e nel continuo aggiornamento del Repertorio bibliografico universale, presentato in occasione della prima Conferenza. Nel 1897 a Bruxelles si tenne la seconda Conferenza internazionale di bibliografia, mentre la terza ebbe luogo nel 1900, durante l'Esposizione universale di Parigi25. Fu proprio in questa occasione che Otlet e La Fontaine iniziarono a riflettere sulla possibilità di apportare alcune modifiche alla Classificazione decimale e qualche anno dopo, con il consenso di Dewey, introdussero nuovi segni di punteggiatura per trasformare ogni codice in una sorta di traduzione sintetica del contenuto di un'opera. Tali segni trasformarono il procedimento elaborato da Dewey in un nuovo metodo di classificazione, la Classificazione decimale universale, sancito e reso noto nel 1905 dalla pubblicazione del Manuel du Répertoire bibliographique universel, edito da l'Institut international de bibliographie26.

Tra il 1906 e il 1907 Paul Otlet fu eletto membro della Libre académie di Bruxelles e sempre nel 1906 fondò il Musée du livre, che poté contare sull'adesione di numerose associazioni impegnate a vario titolo nel settore dell'editoria27. Il Musée du livre rispecchiava perfettamente una delle idee portanti del pensiero otletiano, che evidenziava l'importanza di analizzare il libro da tutte le angolazioni possibili. Il Museo infatti si distinse per essere luogo di riunione e dibattito tra tutti i professionisti del libro, dagli artigiani, agli artisti, fino agli editori e gli scrittori, motivati da un unico obiettivo: la diffusione del libro e della lettura.
Nel 1908 Otlet fu eletto presidente dell'Union de la presse périodique che, oltre a pubblicare un bollettino professionale, difendeva le prerogative dei propri membri, spingendo questi ultimi a migliorare le loro pubblicazioni e organizzando occasioni di confronto come congressi a livello nazionale e internazionale. A seguito dell'esperienza maturata in seno all'Union de la presse périodique, Otlet decise di creare un Musée international de la presse con l'intento di raccogliere esemplari di giornali e riviste di tutto il mondo28.
Le attività legate al libro e alla stampa a cui egli si dedicava lo spinsero a sviluppare, in collaborazione con l'ingegnere Robert Goldschmidt, il Bibliophote o "libro da proiettare", vero e proprio antesignano del cosiddetto micro-film29. In questo strumento Otlet vedeva un mezzo per consentire a tutti di consultare copie di documenti, libri, manoscritti, articoli di giornale.
Nel 1908 a Bruxelles si tenne la quarta Conferenza internazionale di bibliografia, organizzata dallo stesso Otlet, il cui nome venne ampliato in Conferenza internazionale di bibliografia e di documentazione. I partecipanti alla conferenza discussero sulla possibilità di creare, con la collaborazione dei rispettivi governi nazionali, un'Union internationale pour la bibliographie et la documentation, incaricata tra l'altro di standardizzare le regole di compilazione bibliografica e di tutelare la proprietà intellettuale delle opere.

In occasione dell'Esposizione universale di Bruxelles del 1910, Otlet fu incaricato di organizzare il primo Congresso mondiale delle Associazioni internazionali30. Una tra le poche risoluzioni concrete raggiunte dal primo Congresso riguardò la creazione di un centro internazionale chiamato Union des Associations internationales, con sede a Bruxelles, che puntava a favorire relazioni di scambio e cooperazione tra le varie associazioni internazionali e che riuniva sotto un unico tetto un'«umanità unita al di là dei confini nazionali»31.
Il 5 giugno del 1912, si sposò in seconde nozze con Cato van Nederhasselt, una quarantenne olandese conosciuta otto anni prima32.
Con lo scoppio del primo conflitto mondiale, Otlet si rifugiò nella scrittura e nel 1914 pubblicò La Fin de la guerre in cui auspicava, battendo ancora una volta tutti sul tempo, la creazione di una Società delle Nazioni; il libro si presentava infatti come un vero e proprio trattato di pace incentrato su una carta mondiale dei diritti dell'uomo. Se nella prima parte della carta venivano evidenziati i diritti fondamentali dell'uomo, delle nazioni, delle razze, delle religioni e degli Stati, nella seconda parte veniva teorizzata la creazione di una Confederazione di Stati che vigilasse sul rispetto di tali diritti. Quest'opera costituì il primo di una lunga serie di scritti, conferenze e convegni in cui Otlet sostenne la necessità di redigere una carta mondiale dei diritti dell'uomo.
Accanto a questi propositi, Otlet ne coltivò uno ben più ambizioso: quello di costituire un centro di documentazione a carattere universale che si facesse promotore del dialogo interculturale e che fosse vero e proprio tempio della conoscenza, strumento di promozione di cultura e di pace. Tale sogno si concretizzò il 20 settembre 1919 33 quando, alla presenza di numerosi rappresentanti governativi e delegati delle associazioni internazionali, venne inaugurato, nel parco del Cinquantenaire di Bruxelles, il Palais mondial, la cui vita però non fu affatto semplice, costellata da chiusure, trasferimenti e dispersioni. Questo tuttavia non fece demordere Otlet e La Fontaine, che non solo si impegnarono nell'assicurare un futuro al Palais mondial, ma anche nell'ampliare questo progetto in uno ben più ambizioso, ovvero la creazione di un Centre intellectuel international, che fungesse da Museo internazionale, Biblioteca internazionale e Università internazionale. Esso doveva quindi essere una sorta di summa del mondo o Mundaneum, preludio della tanto sognata Cité mondiale34, ossia una città che, riunendo le principali istituzioni politiche e culturali internazionali, fosse capace di irradiare conoscenza al resto del mondo e creasse le premesse per l'esistenza di relazioni pacifiche tra gli Stati35.

Malgrado le innumerevoli difficoltà incontrate nel perseguire i suoi obiettivi, nel 1934 il bibliografo belga pubblicò a Bruxelles quella che è universalmente riconosciuta come la sua opera principale: Le traité de documentation: le livre sur le livre, théorie et pratique.
L'anno successivo, nel 1935, pubblicò Monde, che cercava di tradurre in parole l'esperienza di una vita dedicata all'osservazione e alla riflessione filosofica. L'opera, che si presenta come un saggio sull'universalismo nonché come un'esposizione sintetica sul nostro atteggiamento di fronte alla totalità delle cose, prende in esame tre concetti principali: la conoscenza del mondo, il sentimento del mondo e, per finire, l'azione organizzata e il piano del mondo. Si tratta di uno dei testi più innovativi scritti dal bibliografo belga, che, nel capitolo intitolato L'expression: la documentation, parlando del problema ultimo della documentazione, evoca un «essere divenuto onnisciente come Dio», concetto che sembra rimandare direttamente all'idea di Internet e del suo flusso infinito di informazioni36.
Nel giugno del 1937 a Parigi si tenne il primo Congresso mondiale della documentazione universale. Otlet e La Fontaine presero la parola per sottolineare gli enormi progressi compiuti dall'umanità in campo intellettuale; il consenso e la stima dimostrati loro, confermarono come entrambi erano ormai internazionalmente riconosciuti come padri della documentazione37.
Il 28 maggio 1943 Otlet vide morire l'amico e collaboratore di una vita: Henri La Fontaine. Un anno più tardi, durante la notte del 10 dicembre 1944, «messo con le spalle al muro dalla realtà, depredato dei suoi ultimi sogni, spogliato delle sue ali», Paul Otlet si spense, all'età di 76 anni38.

La documentazione come scienza: il Repertorio bibliografico universale, la Classificazione decimale universale e Le traité de documentation.
Sul concetto di libro o documento

Nel suo lavoro di bibliografo Otlet ha sempre percepito quella che definisce come una necessità, ovvero gettare le basi per la creazione di una nuova scienza, quella del libro o del documento.
Già intorno agli anni Novanta dell'Ottocento Otlet pubblicò nella rivista «Palis», edita dal Cercle du Jeune Barreau di Bruxelles, quello che può essere considerato il suo primo articolo sulla bibliografia dal titolo Un peu du bibliographie, nel quale, in linea con il pensiero positivista, dichiarava: «I risultati delle scienze naturali sono integrati da milioni di fatti accuratamente osservati, analizzati e catalogati. Questi eventi sono stati integrati successivamente, all'interno di sequenze e combinazioni che naturalmente consentono l'enunciazione di leggi, dapprima in modo parziale, e poi in modo generale; laddove la sintesi più potente e indistruttibile, mai è stata creata, ora sembra possibile39». Otlet fissò in questo articolo uno dei punti chiave di tutto il suo lavoro futuro, ovvero la necessità delle scienze sociali di imitare le scienze pure, e della bibliografia di rappresentare la formula sintetica necessaria a colmare il gap tra discipline così distanti.
Non a caso, fin dai primi passi di quello che a ragione può essere definito il suo testamento filosofico, il Trattato di documentazione, il bibliografo belga evidenzia quale sia stata l'intenzione non solo della sua opera ma di tutto il suo percorso professionale e intellettuale. «Esistono una lingua comune, una logica comune, una matematica comune. Si rende necessario creare una bibliologia comune: arte di scrivere, pubblicare e diffondere i dati della scienza. Oggi abbiamo bisogno non più solo della bibliografia, descrizione dei libri, ma della bibliologia, ovvero di una scienza e di una tecnica generale del documento. Le conoscenze relative al libro, all'informazione e alla documentazione sono rimaste per troppo tempo allo stato in cui si trovava la biologia un secolo fa; all'epoca infatti, esistevano numerose scienze senza che vi fosse alcun collegamento tra loro, ma il cui soggetto di studio erano gli esseri viventi e la vita (anatomia, fisiologia, botanica, zoologia). La biologia ha fatto convergere e ha coordinato tutte queste scienze particolari in una scienza generale. Per il libro, noi possediamo fin da ora dei trattati di retorica, di biblioteconomia, di bibliografia, di stampa. Ma non abbiamo dato vita alla bibliologia, ovvero a una scienza generale che abbracci l'insieme sistematico e classificato dei dati relativi alla produzione, conservazione, circolazione e uso degli scritti e dei documenti di qualsiasi specie. Questa scienza porterebbe a una riflessione più profonda sulle basi stesse che servono da fondamento alle diverse discipline particolari del libro; essa consentirebbe di realizzare nuovi passi avanti, grazie a definizioni più generali e più approfondite, all'espressione di più ampie esigenze e alla padronanza di una tecnica in grado di risolvere problemi nuovi»40.

Dare vita quindi a una scienza generale che abbia come oggetto di indagine il libro o documento41, obiettivo che in Otlet si carica di un nuovo valore e acquista caratteristiche specifiche.
«Per fissare l'oggetto proprio della documentazione come scienza del documento, Otlet si interroga sulle proprietà specifiche di questo. Ogni documento ha a) una realtà oggettiva; b) un pensiero soggettivo per il confronto fra io e realtà; c) un pensiero obiettivo, risultato della riflessione sui dati fino a diventare scienza; d) un linguaggio o strumento di espressione del pensiero. Gli elementi ora citati non costituiscono da soli il documento, posto che possono essere dissociati e, di conseguenza, essere oggetto di altre scienze. Ciò che è proprio del documento - dice Otlet - è il quinto elemento (assente precedentemente), il pensiero già fissato dalla scrittura delle parole o dall'immagine, segni visibili, fissati in un supporto materiale. Pertanto, i segni e i supporti - i documenti, in definitiva - sono l'oggetto proprio della documentazione, e devono essere studiati in tutti i loro aspetti, come le interrelazioni fra idee, parole e immagini, e come le realizzazioni della documentazione nell'insieme delle conoscenze, stabilendo relazioni con a) le scienze, b) le tecniche e c) i diversi piani di organizzazione»42.
Il documento, nella riflessione otletiana, assume quindi un valore universale: «Il libro è il principio e la fine di ogni ricerca. All'inizio, il libro fa uso di tutto ciò che è stato detto e realizzato dai nostri predecessori e così fa anche uso di tutto ciò che la nostra civiltà protegge. Alla fine della ricerca le conclusioni si ampliano, le opinioni formate e le soluzioni proposte si presentano in un nuovo libro»43.

Oltre a essere frutto della ricerca scientifica, il libro ne è allo stesso tempo veicolo di trasmissione, strumento di conoscenza e di informazione, in ogni campo e riguardo qualsiasi disciplina, qualsiasi scienza: è quello che si può definire come il «[...] problema che contempla la scienza della scienza e, soprattutto, una scienza specifica che studia l'atto di documentare ovvero di informare sulle fonti di ricerca: la scienza della documentazione»44.
Come scienza (metascienza), la documentazione, necessita di un alto obiettivo, il Repertorio bibliografico universale, di un metodo, la Classificazione decimale universale, e di una summa teorica che esponga in maniera chiara le «nozioni relative al libro e al documento, nonché l'uso ragionato degli elementi che costituiscono la documentazione»45: Le traité de documentation: le livre sur le livre, théorie et pratique.

Il Repertorio bibliografico universale

Uno dei risultati più significativi che la I Conférence international de bibliographie del 1895 ottenne, fu la creazione del Repertorio bibliografico universale. Tra le intenzioni prioritarie della Conferenza c'era del resto quella di riunire intellettuali che a diverso titolo si impegnassero nell'arduo compito della formazione di tale repertorio, i cui requisiti minimi furono fissati in maniera chiara ed esaustiva proprio in questa occasione:

  1. «Deve essere completo. Deve contenere la bibliografia del passato e del presente. Deve inoltre integrarsi facilmente con le produzioni future. Il suo obiettivo deve essere la totalità della conoscenza umana.
  2. Deve essere ordinato per nome e per tema, cioè, deve poter fornire informazioni in maniera rapida e semplice sui lavori di un autore il cui nome è conosciuto, e sui lavori che riguardano un tema in particolare anche se i suoi autori non sono ancora famosi.
  3. Il Repertorio bibliografico universale deve avere molteplici copie. È uno strumento di studio e ricerca del quale non deve essere privato alcun centro intellettuale.
  4. Deve essere corretto e conciso, tanto nell'informazione che propone quanto nel modo in cui la classifica.
  5. Deve essere creato con l'idea di renderlo utile in modo veloce ai ricercatori, che lo hanno richiesto per vari anni.
  6. Deve includere una lista degli indirizzi delle biblioteche.
  7. Deve diventare la base delle statistiche intellettuali.
  8. Infine, il Repertorio deve essere in grado di diventare una base sicura per la protezione legale dei lavori intellettuali di tipo individuale»46.

Otlet vedeva nell'impianto del Repertorio bibliografico la concretizzazione dei suoi ideali, che grazie alla sistematizzazione di corpo bibliografico così ampio e trasversale, consentivano immediatamente una diffusione della scienza a livello mondiale, rispondendo all'ambizione dell'intellettuale belga di dare al suo lavoro un carattere universale. Non a caso la prima definizione che Otlet diede del Repertorio in occasione della I Conferenza, metteva chiaramente in evidenza questa connotazione: «Il Repertorio bibliografico universale è l'unione di tutte le notizie bibliografiche relative a libri e articoli di rivista, pubblicati nei diversi paesi»47.
Da una parte Otlet e La Fontaine lavorarono duramente per delinearne l'impianto iniziale e l'ordinamento generale, dall'altra la sua implementazione fu a carico dei membri dell'Istituto iternazionale di bbliografia delle diverse associazioni a esso legate: la collaborazione e il lavoro minuzioso e costante furono i motori essenziali del rapido accrescimento del Repertorio che nel 1897 annoverava già 1,5 milioni di archiviazioni bibliografiche48. Alla luce del successo ottenuto, Otlet comprese pienamente le straordinarie potenzialità del Repertorio come strumento (tra l'altro senza precedenti) di studio e formazione intellettuale; potenzialità che sancì durante la II Conférence international de bibliographie (1897) definendolo «come l'inventario di tutto ciò che è stato scritto in ogni epoca, in tutte le lingue e su qualsiasi tematica»49.
In pochi anni quindi, il Repertorio bibliografico universale divenne quello che può essere considerato il prototipo ideale di una Bibliographia universalis, così come la definì Otlet, ovvero una bibliografia «formata da una serie di bibliografie che seguono un piano uniforme, ben posto dall'Istituto o da specialisti che applicano i suoi metodi» tanto da arrivare ad annoverare già nel 1912 «più di un centinaio di diversi contributi, alcuni dei quali apparivano periodicamente; aveva anche prodotto circa 1.293.652 annotazioni per l'RBU (Repertorio bibliografico universale)»50.

Ma lo sviluppo del Repertorio vide un momento di forte crescita quando Otlet ne fece menzione nel suo Traité de documentation; nell'aprile del 1934, anno della pubblicazione, contava infatti «15.646.346 schede, oltre ad aver editato 142 pubblicazioni con mezzo milione di rassegne bibliografiche con gli indici della Classificazione decimale universale»51. Tale metodo di classificazione (la cui adozione fu resa necessaria proprio per una più funzionale gestione del repertorio), come già evidenziato, rispondeva pienamente alle necessità di organizzazione dell'informazione pianificate negli obiettivi del Repertorio bibliografico universale e garantiva la possibilità di localizzare le schede il cui numero aumentava rapidamente e in maniera esponenziale.
Le schede, a ognuna delle quali era assegnato un numero identificativo unico e univoco, avevano un formato standard (75x125 mm) che da un lato permise una registrazione più esatta dei vari materiali del Repertorio, dall'altro favorì uniformità nello scambio di informazioni, plasmando i dati essenziali dei documenti, in registri uniformi. In sintesi, questi i benefici che fornì l'utilizzo delle schede: «Rimpiazzano gli opuscoli, i quaderni, i libri, i grandi registri ecc., e presentano i loro vantaggi: la possibilità di integrare giorno per giorno le nuove informazioni; i repertori possono essere sviluppati improvvisamente e senza alcun inconveniente, poiché sono espandibili all'infinito; cambiamenti nel testo possono essere effettuati con facilità, poiché le schede da modificare possono essere ritirate e rimpiazzate se necessario; un "lavoro" attraverso le schede è possibile molto prima del suo completamento e un gran numero di persone possono parteciparvi separatamente; la classificazione forse cambierà spesso, ma le schede si mantengono con la stessa facilità di un gioco di carte fra amici»52.
L'utilizzo delle schede comportò l'organizzazione di grandi schedari sistematici, i quali per grandezza e flessibilità possono essere considerati, in un'accezione attuale, come l'"hardware" della documentazione otletiana (ne deriva che la Classificazione decimale universale può essere riletta come "software" utilizzato dall'Istitut international de bibliographie nella realizzazione del Repertorio bibliografico universale)53.
Il Repertorio bibliografico universale può essere quindi considerato non solo come uno strumento capace di organizzare l'informazione con un'efficacia senza precedenti, ma anche come la prima "macchina" moderna di recupero dati, divenendo così uno degli elementi più rappresentativi e paradigmatici del pensiero otletiano.

La Classificazione decimale universale

Come sottolineato in precedenza, Otlet riconobbe prontamente nella Classificazione decimale di Melvin Dewey lo strumento pratico-cognitivo indispensabile per il suo lavoro, e gli attribuì i seguenti vantaggi: «Al di sopra di ogni considerazione fornisce una nomenclatura per la conoscenza umana, fissandola, universalizzandola, permettendo la sua espressione in un linguaggio universale [...] quello dei numeri. Propone unità di metodo nella classificazione di tutte le bibliografie. Facilita un illimitato sistema di divisione e suddivisione di discipline, nel quale si relazionano tutte le sue parti e si raggruppano le une con le altre»54.
Da subito a Otlet fu chiaro come questo metodo di classificazione avrebbe portato con sé il fondamento scientifico della documentazione e «[...] un linguaggio realmente universale, una rappresentazione completa della scienza, capace di donare ai lavori intellettuali [...] la possibilità infinita di essere classificati senza alcuna ripetizione»55.
Malgrado questa entusiastica adesione, Otlet e La Fontaine ben presto si accorsero di alcuni limiti che il procedimento elaborato da Dewey aveva per soddisfare le esigenze del loro lavoro; introdussero così nuovi segni di punteggiatura elaborando un metodo di classificazione ribattezzato Classificazione decimale universale (CDU).
La creazione della Classificazione decimale universale da parte dell'Institut international de bibliographie, come una nuova proposta di classificazione della conoscenza, rispose all'esigenza di ordinare qualsiasi tipo di materiale, che fossero libri, bibliografie, schede bibliografiche o catalografiche, articoli di ricerca ecc.: in questo caso la Classificazione decimale universale cessava di essere una classificazione prettamente bibliotecaria per dare spazio a una classificazione che contemplava qualsiasi tipo di documento. Da qui che il suo nome si completò con l'aggettivo "universale".

Immediatamente la Classificazione decimale universale fu considerata come un immenso quadro sinottico, una vera e propria «vasta tavola sistematica di materie, nella quale tutti i temi della conoscenza sono ripartiti in classi, sottoclassi e divisioni, passando dal generale al particolare, dal tutto alla parte, dal generico allo specifico»56.
La sua applicazione nel Repertorio bibliografico universale57 le valse l'epiteto di "grande struttura", poiché varie idee potevano essere subordinate ad altre in maniera diversa per diversi percorsi di conoscenza, come un linguaggio universale, rappresentato attraverso segni numerici direttamente relazionati alle conoscenze e alle idee dei materiali che classificava.
La deduzione dalla quale muoveva il suo sistema e l'ordine matematico che presentava nella sua struttura, facevano della Classificazione decimale universale un'unità logica concettuale nel senso più ampio della parola, la quale cercava di determinare l'ordine tematico e astratto dei materiali utilizzando l'infinità dei numeri e la loro capacità di crescita senza limite. Tutte queste caratteristiche furono enumerate da Otlet nel suo Trattato di documentazione:
«La Classificazione decimale è definita dalle 10 caratteristiche che seguono:

  1. classificazione sistematica nella sua disposizione ed enciclopedica nel suo contenuto;
  2. notazione decimale, i cui numeri si combinano tra loro secondo determinate funzioni corrispondenti agli aspetti fondamentali dei documenti;
  3. classificazione esposta nelle tavole a doppia entrata: metodica e alfabetica;
  4. permette sia una classificazione sommaria che una classificazione dettagliata;
  5. la sua applicazione è universale, per qualunque tipo di documento e oggetto;
  6. per tutte le collezioni o parti di un organico documentale;
  7. adattata alle necessità della scienza speculativa e a quelle dell'attività pratica;
  8. a volte suscettibile al non variare o a uno sviluppo senza limiti;
  9. strumento che fa parte dell'Ufficio internazionale di documentazione;
  10. documentazione concepita in se stessa come base dell'Organizzazione mondiale del lavoro intellettuale»58.

Il metodo di classificazione elaborato da Otlet e La Fontaine, pur rimanendo a oggi uno strumento teorico-pratico largamente utilizzato (in particolare nei centri di documentazione e nelle biblioteche specializzate), per la sua capacità di organizzare e diffondere ogni tipo di materiale con il supporto delle scienze matematiche e con una chiara unità di metodo, è stato negli anni oggetto di studio per una sua ridefinizione che ne consentisse un utilizzo quanto più trasversale ed efficace.
La CDU si è trovata «al centro di una vasta serie d'indagini tese a valutarne non solo l'adeguatezza terminologica, ma le possibilità di trasformazione in uno schema a faccette o in una struttura thesaurica, o il suo impiego come strumento di traduzione fra diversi linguaggi documentari»59. In questo senso «[...] la Classificazione decimale universale si è venuta configurando come una sorta di schema-modello, di grande laboratorio sperimentale, avente in sé i presupposti per l'elaborazione di strutture documentarie nuove e interessanti»60.
Partendo da queste premesse, tante sono state le revisioni e le proposte di modifiche, l'introduzione di elementi nuovi e la ristrutturazione di quelli esistenti, un susseguirsi di studi tesi ad assicurare alla Classificazione decimale universale un ruolo ancora incisivo nell'organizzazione della conoscenza. «[...] la Classificazione decimale universale si presenta oggi sulla scena dell'informazione mondiale con un'organizzazione in grado di sostenere sempre meglio le provocatorie sfide tecnologiche e l'ampliamento dei confini del sapere, e con la rinnovata consapevolezza di poter giocare un ruolo da protagonista sullo scenario internazionale»61.

Il Trattato di documentazione

Nel 1934 Otlet pubblicò a Bruxelles quello che può essere considerato il suo testamento filosofico, che raccoglie gli elementi più importanti e innovativi del suo pensiero: Le traité de documentation: le livre sur le livre, théorie et pratique.
Il trattato ha come scopo, così segnala il suo autore, l'esposizione delle «nozioni relative al libro e al documento» e «l'utilizzo ragionato degli elementi che costituiscono la documentazione» e «mira innanzitutto a cogliere fatti, principi, regole generali e a dimostrare attraverso quali modalità ottenere il coordinamento e l'unità»62.
L'opera si rivolge a tutti i professionisti del libro: artigiani, tipografi e rilegatori, che possono trovarvi risposte a domande di carattere tecnico (in questo senso può essere letto come un vero e proprio manuale), a scrittori, giornalisti ed editori a caccia di consigli o informazioni, ma soprattutto si presenta come il primo trattato di metodologia bibliografica per documentalisti e bibliotecari.
Ci troviamo davanti a un testo dal taglio enciclopedico, con un vocabolario ampio, il cui intento principale è dare appoggio teorico a una nascente disciplina (o meglio "scienza"): la documentazione, i cui obiettivi sono espressi da Otlet attraverso una calzante allegoria, quella della metallurgia della documentazione: «È necessario ordinare "montagne" di fogli. È altrettanto necessario creare una "metallurgia del foglio", scavare gallerie di approssimazione a queste montagne, piene di tesori, estrarre buon minerale per separare in seguito il metallo puro dalla ganga. Una volta eliminato il materiale di scarto, il ferro si trova tra un 40% e un 65% del totale. Nel caso del rame, solamente tra un 7 e un 8%. Per estrarre pochi milligrammi di radio sono necessarie tonnellate di minerale grezzo»63. Allo stesso modo della metallurgia, le tecniche di documentazione saranno utili solo quando si riuscirà a separare le «montagne di fogli» dai materiali che più sono utili allo sviluppo del lavoro intellettuale.

All'interno dell'opera, inoltre, Otlet si sofferma ampiamente su quelli che egli chiama «substituts du livre»: cinema, televisione e tecniche audio (libro ascoltato/udibile). I suddetti sostituti sono visti dal bibliografo belga come veri e propri strumenti di conoscenza. Il trattato contiene alcune pagine estremamente innovative, in cui Otlet, dimostrando di essere un vero e proprio precursore dell'era di Internet64, avanza per la prima volta l'idea di una biblioteca virtuale consultabile a distanza. «[...] Una rete che collega centri di produzione, distribuzione e gestione, di qualunque specie e di qualunque luogo. La grande biblioteca è dotata di schermi e permette di leggere in casa propria libri esposti nella sala "televideo" delle grandi biblioteche. [...] Nessun libro sul tavolo da lavoro; al suo posto uno schermo e un telefono. Tutti i libri e le informazioni stanno laggiù, lontano, in un immenso edificio [...] Da là si farà apparire sullo schermo la pagina da leggere per conoscere la risposta alle domande poste al telefono, con o senza fili»65.
La chiarezza con cui Paul Otlet enumera e distingue ognuna delle parti del suo trattato testimonia la conoscenza profonda dello sviluppo di ogni tema e consente di ripercorrere storicamente lo sviluppo scientifico stesso della documentazione. Il Trattato è infatti diviso in 6 grandi titoli, dai quali si diramano una serie di microaree di approfondimento. Si apre con il capitolo 0, Fondamenti, nel quale vengono espresse le finalità della documentazione, seguito dal primo capitolo dal titolo La bibliologia o documentologia, dove, oltre a essere fornita una definizione di documentazione, se ne evidenziano le caratteristiche, il metodo, l'organizzazione, l'evoluzione storica e i problemi pratici e teorici a essa legati.
I due capitoli successivi sono dedicati all'oggetto d'indagine della documentologia otletiana: il libro o documento; nel secondo capitolo, Il libro e il documento, si distinguono le caratteristiche, la storia, gli elementi, i tipi, la distribuzione e l'organizzazione dei libri e dei documenti, mentre nel terzo, I libri e i documenti, si analizza il libro da una prospettiva storico-sociale, non trascurando gli aspetti tecnici.
Nel quarto capitolo, Organizzazione razionale del libro e del documento, vengono espresse le varie forme di organizzazione per i documenti, a partire dalle differenti entità bibliografiche a cui appartengono (per esempio i repertori e le bibliografie); nel quinto, Sintesi bibliografica, si enunciano le leggi bibliografiche e si preannunciano probabili concezioni future circa il libro e la documentazione.

Il Trattato di documentazione è il prodotto conclusivo di molti anni di lavoro di Paul Otlet, e per questo raccoglie tutte le sue inquietudini visionarie di carattere pratico, logico e scientifico. Ci mostra un uomo creativo, la cui principale proposta in questa sua opera, come sottolineano in molti, fu proprio quella di non lasciare nulla all'immaginazione, ma di presentare al lettore ogni singolo passaggio, ogni intuizione in maniera chiara e argomentata, non tralasciando, però, momenti di letterarietà che rendono l'opera piacevole alla lettura e il personaggio Otlet interessante da scoprire. «Dei libri [...] si può dire tutto e il contrario di tutto. Di essi, come della pioggia che cade dal cielo, si può dire che possono provocare l'inondazione e il diluvio, oppure diffondersi in un'irrigazione benefica»66.

Dopo Otlet

Prima di morire Paul Otlet aveva espresso il desiderio che le sue carte e i suoi documenti personali (che secondo l'opinione del bibliografo belga costituivano un tutto unitario o, come egli stesso sosteneva, un «mundus mundaneum» o ancora «uno strumento progettato per la conoscenza del mondo») venissero conservati67. A questo appello rispose la famiglia con la creazione dell'Otletaneum, Fondation Otlet - van Nederhasselt, che persegue l'obiettivo di salvaguardare i documenti e i manoscritti personali di Otlet e di pubblicare alcune sue opere postume oltre a rieditare quelle passate68.
Per quanto riguarda invece l'eredità intellettuale lasciata da Otlet e il desiderio rimasto in sospeso di vedere la realizzazione compiuta di un luogo definito dove ospitare i documenti e le collezioni del Palais mondial, l'impegno fu preso dai suoi assistenti e discepoli, in particolare da Georges Lorphèvre, i quali riuniti nell'associazione Les amis du Palais mondial (fondata nel 1924), oltre alla gestione del Mundaneum non abbandonarono, almeno nei primi anni successivi alla scomparsa del maestro, l'idea della costruzione della Cité mondiale. Ma le ambizioni dell'associazione furono presto spente dal disinteresse del governo e dall'esiguità dei finanziamenti messi a disposizione, che portarono (dal 1972) il Mundaneum a continui trasferimenti di sede causando la perdita di numerosi documenti69.
Un altro momento significativo nella diffusione del pensiero otletiano va di certo collocato nel 1968, anno in cui un giovane studente di storia della bibliografia formatosi in Australia e negli Stati Uniti, William Boyd Rayward, arrivò a Bruxelles per studiare il sistema di classificazione decimale universale e, ben presto, scoprì con entusiasmo l'opera e il genio di Otlet. Grazie alla pubblicazione di The universe of information: the work of Paul Otlet for documentation and international organization del 1975, egli diede nuovo lustro al lavoro del bibliografo belga, sottraendolo all'oblio nel quale da qualche anno era ingiustamente caduto, e riaprì la strada allo studio di un autore così affascinante ma allo stesso tempo controverso.

Nel panorama europeo, gli studiosi spagnoli furono tra i primi (e per certi aspetti ancora gli unici), a percepire e valorizzare le intuizioni di Paul Otlet, a riconoscerlo come il padre della documentazione, tanto da considerare il 1934, anno della pubblicazione del Trattato di documentazione, la data di inizio dello sviluppo della documentazione come scienza. Tra i pionieri in Spagna degli studi sulla documentazione, e pertanto anche tra i primi a riflettere sul pensiero otletiano, si distinse Javier Lasso de la Vega la cui opera fondamentale, il Manual de documentación del 1969, primo trattato sistematico di documentazione pubblicato in Spagna, sollecitò un acceso dibattito, intorno alla figura di Otlet, tra molti studiosi spagnoli.
Tra questi ricordiamo il più volte citato Jose Lopez Yepes che non a caso, nel suo libro La documentacion como disciplina: teoria e historia, mise in evidenza il ruolo della Spagna nella diffusione del pensiero di Otlet: «Ho avuto la fortuna di conoscere il lavoro di Otelt attraverso D. Javier Lasso de la Vega e sono stati proprio gli autori spagnoli coloro che hanno trasmesso alla comunità scientifica internazionale il messaggio della viva attualità di Otlet e la necessità di studiare la sua vita e la sua opera [...]»70.
Del resto tutto il percorso attraverso il quale Yepes arriva a definire il concetto di documentazione (tra scienza della documentazione e scienza dell'informazione), muove proprio dalla costruzione scientifica otletiana, seconda la quale «[...] si può affermare che la documentazione è una scienza che si occupa dei documenti, cioè, dei veicoli attraverso i quali si trasmettono le scienze, dotando così il sapere documentale di un carattere generale [...]»71.

Per quanto riguarda l'Italia, l'opera di Otlet ha avuto un'eco certamente più circoscritta: tra coloro che, però, fin da subito riconobbero nel bibliografo belga il padre fondatore della documentazione e che si fecero interpreti del suo pensiero, va ricordato Paolo Bisogno, che, come precisa Paola Castellucci, «[...] in tutta la sua attività di ricerca ha sempre sottolineato la valenza anche politica di una disciplina che era stata fondata da un premio Nobel (Henri La Fontaine) e nel solco di nuove prospettive internazionaliste negli studi economici e giuridici e nel metodo di trattamento dei documenti scientifico-tecnici (Paul Otlet)»72. Del resto con Teoria della documentazione 73del 1980, Bisogno fa un esplicito richiamo all'opera del 1934 del bibliografo belga e, anche rispetto al termine "documentazione"74, «riconosce una linea diretta di eredità rispetto a Paul Otlet»75.
Quanto detto fino a questo momento dimostra come l'opera di Paul Otlet, anche se con tempi e modalità differenti, sia stata, ma soprattutto possa ancora essere, non solo motivo di riflessione e approfondimento ma anche strumento di lettura per le nuove sfide che discipline come la documentazione, la biblioteconomia, la scienza dell'informazione si trovano a dover affrontare nel nostro tempo. Gli elementi emersi nella ricostruzione del pensiero otletiano che abbiamo cercato di ripercorrere, dimostrano non solo il carattere intuitivo e lungimirante dell'intellettuale belga, ma fanno della sua opera uno dei pilastri della documentazione più completi del XX secolo.

NOTE

[1] Paul Otet, Le traité de documentation: le livre sur le livre, théorie et pratique, Bruxelles: Editiones Mundaneum, 1934, p. 3.

[2] Sul concetto di documentazione in relazione a quelli di bibliografia e biblioteconomia, ci soffermiamo su quanto sostenuto da Giovanni Solimine quando afferma che non esiste una differenza, dal punto di vista teorico, tra le tre discipline, dal momento che rappresentano diversi aspetti della medesima attività: «La bibliografia si occupa di una raccolta ideale di libri e documenti, mentre la biblioteconomia si occupa di una raccolta concreta di libri e documenti» e «la documentazione è nata essenzialmente allo scopo di occuparsi di alcuni materiali che la biblioteconomia trascurava». Tutte e tre gravitano all'interno della scienza dell'informazione, intesa come «insieme di discipline che si occupano di tutti gli aspetti relativi al trattamento delle informazioni». (Introduzione allo studio della biblioteconomia: riflessioni e documenti, Roma: Vecchiarelli, 1999, p. 46-49). La definizione che il bibliografo belga dà del concetto di libro/documento, sulla quale più avanti torneremo, e la concezione della biblioteca intesa come grande centro di documentazione, permettono di affermare come Otlet avesse già alla fine dell'Ottocento percepito la complementarietà esistente tra le tre discipline.

[3] Françoise Levie, L'homme qui voulait classer le monde: Paul Otlet et le Mondaneum, Bruxelles: Les impressions nouvelles, 2006, p. 15-21.

[4] José López Yepes, La documentación como disciplina: teoria e historia. 2 ed. Pamplona: Eunsa, 1995, p. 61.

[5] W. Boyd Rayward, The universe of information: the work of Paul Otlet for documentation and international organization, Moscow: published for FID by VINITI , 1975, p. 10.

[6] Françoise Levie, L'homme qui voulait classer le monde cit., p. 23.

[7] Ivi, p. 30.

[8] Ivi, p. 31-32.

[9] W. Boyd Rayward, The universe of information cit., p. 12.

[10] «La mia vita si chiude sempre più in se stessa. Sento che non riesco a sopportare la vanità della parola. Desidero condurre una vita dedita esclusivamente alle astrazioni della scienza. Parimenti c'è un grande vuoto nel mio cuore tanto che allo stesso tempo desidero colmarlo. Solo Dio è capace di farlo ed è questo che a Lui chiedo. Per perfezionare la mia vita [...] è per questo che desidero vivere e per cui devo lottare contro me stesso e la mia naturale debolezza. La più bella virtù che io possa mai acquisire è la rassegnazione al divino desiderio di Dio». W. Boyd Rayward, The universe of information cit., p. 7.

[11] Françoise Levie, L'homme qui voulait classer le monde cit. p. 39.

[12] Prima di partire per la capitale francese, Otlet riordinò tutti i suoi esemplari botanici e geologici. Classificare e riclassificare era ormai un'abitudine acquisita, che presto si sarebbe trasformata in una parte integrante del suo lavoro. Otlet prendeva regolarmente delle note: «Prendendo nota degli autori, uno ha l'indubitabile vantaggio di fare un riassunto, cioè, un trattato delimitato che contiene passaggi importanti e utili per uso proprio [...]. Per guadagnare tempo, al posto di sviluppare un pensiero subito dopo aver letto, si fa una semplice annotazione in un pezzetto di carta e si mette in una cartella. Nei sabato, per esempio, si possono esaminare questi foglietti uno a uno per una loro classificazione o per ampliarli se fosse necessario [...]. Ancora più efficace di classificare fogli sparsi dello stesso formato ogni settimana, è scrivere tutti i temi nello stesso quaderno, stando attenti ad assegnare una pagina completa a ogni nuovo tema. Una volta che il quaderno può essere considerato completo, i fogli possono essere tagliati e classificati. Tuttavia, molte cose sono difficili da classificare e queste vengono riunite ad hoc in un altro quaderno, senza poi tornare a copiarle». W. Boyd Rayward, The universe of information cit., p. 17.

[13] Pubblicò infatti nello stesso periodo (1988) L'Afrique aux noirs, un opuscolo dal contenuto audace e utopistico in cui Otlet sosteneva la tesi del ritorno dei neri d'America in Africa, affinché vi trapiantassero le conoscenze e i valori acquisiti nel Nuovo Mondo. Françoise Levie, L'homme qui voulait classer le monde cit., p. 39.

[14] José López Yepes, La documentación como disciplina cit., p. 61.

[15] Ivi, p. 62.

[16] Otlet, aderendo al positivismo, recuperò una filosofia che aveva avuto origine nel secolo precedente, per poi applicarla al XX secolo, nel quale le idee si mostravano in vertiginoso e incontrollabile aumento. Per tale ragione, il pensiero otletiano, proponendo un nuovo sistema di relazioni fra chi produce la conoscenza, la utilizza e la diffonde, traccia nuovi parametri per garantire una possibilità per la divulgazione delle idee e dello sviluppo della conoscenza umana, attraverso l'elaborazione bibliografica.

[17] José López Yepes, La documentación como disciplina cit., p. 62.

[18] Françoise Levie, L'homme qui voulait classer le monde cit., p. 44.

[19] W. Boyd Rayward, The universe of information cit., p. 30.

[20] Françoise Levie, L'homme qui voulait classer le monde cit., p. 51.

[21] Henri Marie La Fontaine (1854-1943) fu professore di diritto internazionale, senatore socialista del governo belga dal 1895 al 1936 e stimato bibliografo. Dall'inizio degli anni Ottanta fu membro attivo del movimento pacifista, nel 1889 fu eletto segretario generale della Société belge de l'arbitrage et de la paix e nel 1907 presidente del Bureau international permanent de la paix con sede a Berna. Insignito del premio Nobel per la pace nel 1913, decise di destinare i proventi al progetto del Mundaneum, ideato con Otlet alla fine dell'Ottocento.

[22] «Era chiaro che la nascita dell'amicizia con La Fontaine nel 1892 e 1893 ebbe grande importanza per Otlet, poiché gli fornì, per la maggior parte della vita, quell'intima amicizia intellettuale di cui spesso aveva lamentato la mancanza nel suo diario». W. Boyd Rayward, The universe of information cit., p. 29.

[23] Françoise Levie, L'homme qui voulait classer le monde cit., p. 67.

[24] Nel 1895 vennero inoltre stabilite le modalità pratiche di funzionamento dell'Office international de bibliographie, che divenne un ufficio semigovernativo. A differenza di quest'ultimo, l'Institut international de bibliographie, era un organismo più snello e internazionale, anche se in realtà il suo raggio d'azione era molto simile a quello dell'Ufficio. L'Institut international de bibliographie nacque soprattutto per volere di Otlet, che desiderava mantenere una certa indipendenza. Nel 1931 cambiò la sua denominazione Institut international de documentation e ancora, nel 1938, in Federation international de documentation, la cui sede fu trasferita da quel momento all'Aja, in Olanda.

[25] Françoise Levie, L'homme qui voulait classer le monde cit., p. 80.

[26] Ivi, p. 68.

[27] Ivi, p. 105-106.

[28] Ivi, p. 107.

[29] Si trattava di uno strumento composto di due parti ben distinte: un registratore che, attraverso il procedimento fotografico, rimpiccioliva le immagini fissandole su una pellicola fotografica e un apparecchio che, dopo aver ricevuto le suddette immagini, le ingrandiva proiettandole su una superficie di lettura.

[30] Otlet era stato nel 1907 tra i fondatori dell'Office central des Associations internationales, che puntava al rafforzamento dei legami pacifici tra i paesi e alla creazione di servizi internazionali comuni.

[31] Françoise Levie, L'homme qui voulait classer le monde cit., p. 121.

[32] Ivi, p. 144.

[33] Ivi, p. 185.

[34] Otlet entrò in contatto con il noto architetto franco-svizzero Le Corbusier, con il quale realizzò i due progetti del Mundaneum e della Cité mondiale.

[35] Françoise Levie, L'homme qui voulait classer le monde cit., p. 223.

[36] Ivi, p. 280.

[37] Ivi, p. 284.

[38] Ivi, p. 308.

[39] Paul Otlet, Something about bibliography, in: International organisation and dissemitation of knowledge: selected essays of Paul Otlet, translated and edited with an introduction by W. Boyd Rayward, Amsterdam: Elsevier, 1990, p. 11.

[40] Paul Otlet, Le traité de documentation cit., p. 9.

[41] I termini libro e documento nell'opera di Otlet sono sinonimi. Egli stesso dichiara: «Libro (biblion o documento o gramma) è il termine convenzionale utilizzato nel presente trattato per esprimere qualsiasi specie di documento. Esso comprende non solo il libro propriamente detto, manoscritto o stampato, ma anche riviste, giornali, scritti e riproduzioni grafiche di qualsiasi natura, disegni, incisioni, carte, schemi, diagrammi, fotografie ecc.». Paul Otlet, Le traité de documentation cit., p. 9.

[42] José López Yepes, La documentación como disciplina cit., p. 79.

[43]Paul Otlet, The International organization of bibliography and documentation, in: International organisation and dissemitation of knowledge cit., p. 183.

[44] José López Yepes, Investigación cientifica, ciencia de la documentación y análisis documental, «Arbor», 381-382. (1977), p. 90.

[45] Paul Otlet, Le traité de documentation cit., p. 3.

[46] Henri La Fontaine - Paul Otlet, Creation of a Universal bibliographic repertory: a preliminary note, in: International organisation and dissemitation of knowledge cit., p. 25-26.

[47] Institut international de bibliographie: notice sommaire, «Bulletin de l'Istitut international de bibliographie», 14 (1909), 80-82, p. 2.

[48] Al Repertorio bibliografico universale andarono presto a sommarsi vari lavori bibliografici: inizialmente furono aggiunte tutte le opere di Otlet e La Fontaine, come il Sommaire metodique des traités, Monographies et reuves de droit e il Sommaire de sociologie. In seguito, come frutto dell'accordo raggiunto durante la I Conférence international de bibliographie, furono inviati gli esemplari di tutte le bibliografie al Concilium bibliographicum di Zurigo a Bruxelles, perché fossero aggiunte al Repertorio. Nel 1899 vantava già diverse produzioni bibliografiche, fra le quali, oltre al Concilium bibliographicum, ricordiamo la Bibliographie fémenine, la Bibliographie de Belgique, gli indici dei giornali, un catalogo dei libri in italiano e i cataloghi delle biblioteche pubbliche di Belgio e Inghilterra.

[49] W. Boyd Rayward, The universe of information cit., p. 114.

[50] Ivi, p. 116.

[51] Paul Otlet. Le traité de documentation cit., p. 405.

[52] Institut international de bibliographie cit., p. 5-6. Per la sua semplicità di utilizzo, il Repertorio bibliografico universale presenta molti elementi di similitudine con le moderne tecnologie: la simultaneità di azione, nonostante la diversità del lavoro; la capacità di integrazione dell'informazione, per l'uso di un solo formato; l'ipertestualità, per la facile gestione del testo (informazione) contenuto nelle schede.

[53] W. Boyd Rayward, Visions of Xanadu: Paul Otlet (1868-1944) and hypertext, «Journal of the American society for information science», 45 (1994), p. 235-250.

[54] W. Boyd Rayward, The universe of information cit., p. 42.

[55] Ivi, p.43.

[56] Institut international de bibliographie cit., p. 7.

[57] Otlet sviluppò la Classificazione decimale universale proprio perché le necessità del Repertorio bibliografico universale non potevano più essere soddisfatte dal metodo di classificazione elaborato da Dewey.

[58] Paul Otlet, Le traité de documentation cit., p. 381.

[59] Michele Santoro, Ripensare la CDU: per una riflessione sulla storia, il ruolo e le prospettive della Classificazione decimale universale, «Biblioteche oggi», 8 (1995), p. 48-57; la citazione è a p. 48.

[60] Ivi, p. 49.

[61] Ivi, p. 57.

[62] Paul Otlet, Le traité de documentation cit., p. 3-4.

[63] Ivi, p. 373, 373bis.

[64] Si veda W. Boyd Rayward, Visions of Xanadu cit.

[65] Paul Otlet, Le traité de documentation cit., p. 216 e seguenti.

[66] Ivi, p. 3.

[67] Françoise Levie, L'homme qui voulait classer le monde cit., p. 312.

[68] La fondazione risulta a oggi attiva, con se sede a Bruxelles.

[69] Il Mundaneum, riprendendo le parole del bibliotecario e umanista André Canonne, divenne «l'ebreo errante della documentazione universale». Françoise Levie, L'homme qui voulait classer le monde cit., p. 316. Oggi la sua sede si trova a Mons, in Belgio, e dal 1998 è dotato di un grande spazio espositivo, dove si svolgono regolarmente eventi, mostre, conferenze ecc. Dal 2012, inoltre, è iniziata una stretta collaborazione con Google che proprio nel progetto del Mundaneum ha riconosciuto il più autorevole predecessore: «Google de papier». Si veda <http://www.mundaneum.org/> (ultima consultazione: 18 aprile 2013).

[70] José López Yepes, La documentación como disciplina cit., p. 281. Si veda anche José López Yepes, Il concetto di documentazione e il suo riflesso nella formazione di professionisti e ricercatori in Spagna, «Bollettino AIB», 45 (2005), n. 3, p. 277-294.

[71] José López Yepes, Il concetto di documentazione cit., p. 284.

[72] Paola Castellucci, Dall'ipertesto al Web: storia culturale dell'informatica, Bari: Laterza, 2009, p. VIII.

[73] Paolo Bisogno, Teoria della documentazione, Milano: Franco Angeli, 1980.

[74] Rispetto alla definizione del concetto di documentazione, Paola Castellucci precisa come «la definizione fornita da Bisogno si richiama e perfino amplia quella data dal padre fondatore Paul Otlet»; e ancora « rispetto alla definizione di Otlet, quella di Bisogno non si riferisce tanto alla specifica professionalità del documentarista e mira piuttosto a inquadrare la disciplina dal punto di vista epistemologico». Paola Castellucci, Paolo Bisogno: la precoce fondazione della disciplina della documentazione, «AIDA informazioni», 21 (2003), n. 3, p. 59-70; la citazione è a p. 66.

[75] Paola Castellucci, Eredità e prospettive per la documentazione in Italia, «Bollettino AIB», 47 (2007), n.3, p. 239-255; la citazione è a p. 245.