Bibliotecari, bibliometria e valutazione della ricerca:
riscoprire una competenza per valorizzare una professione

di Luca Lanzillo

1. La valutazione della ricerca: dalla valutazione paritaria alla bibliometria

Quello della valutazione della ricerca è un tema che, negli ultimi anni, ha oramai assunto una notevole rilevanza anche nel nostro paese, dopo aver mosso i primi passi nel Regno Unito dalla metà degli anni Ottanta1. Il concetto fa riferimento alle procedure valutative messe in atto dagli ambienti politico-amministrativi per verificare la qualità della ricerca prodotta dai soggetti pubblici preposti (università e centri di ricerca), con l'obiettivo di individuare i centri di eccellenza e di desumere indicazioni per una più efficace ed efficiente distribuzione dei fondi. Non si entrerà qui nel merito della reale efficacia di tali procedure, ma si darà spazio a quegli strumenti valutativi mutuati dal mondo della ricerca e utilizzati oggi anche dalla classe dirigente per orientare le politiche di finanziamento della ricerca stessa.
La valutazione, infatti, non è una novità nella "repubblica della scienza": l'idea compare già nel XVII secolo, portata avanti dalle prime grandi riviste francesi e britanniche nate per «dar notizia dei libri veramente utili senza essere tratti in inganno da pubblicazioni effimere offerte al pubblico tramite altisonanti frontespizi»2. La produzione editoriale stava infatti crescendo enormemente a seguito dell'introduzione della stampa a caratteri mobili e chiunque poteva, potenzialmente, far circolare le proprie "scoperte" (reali o presunte tali). Sono questi gli esordi dello strumento valutativo che solo nel XVIII secolo giungerà a una sua concezione moderna3, la valutazione dei pari (peer-review).
La valutazione paritaria presuppone che il revisore sia un esperto del settore a cui la ricerca afferisce: dovrà conoscerne appieno i canoni, le corrette metodologie e prassi, ossia i criteri da seguire affinché una ricerca sia attendibile e rigorosa per la comunità scientifica di riferimento. Con la peer-review si mette in atto una valutazione di tipo qualitativo, che permette cioè di entrare effettivamente nel merito dei risultati di una ricerca4.
Fino alla metà dello scorso secolo, la peer-review è stato l'unico strumento utilizzato dai ricercatori per selezionare la produzione editoriale scientifica, nel tentativo di mettere un freno alla circolazione di studi di basso livello. Dagli anni Cinquanta cominciano però a diffondersi nuovi strumenti presentati come una soluzione più oggettiva e neutra rispetto alla precedente, in grado di risolvere la questione della discrezionalità che da sempre incombe sulla valutazione paritaria. La soluzione proposta è rappresentata da indicatori numerici elaborati tramite calcoli matematico-statistici, basati essenzialmente sull'analisi citazionale dei contributi scientifici: l'analisi citazionale poggia le proprie basi sulla convinzione che la citazione di un autore da parte di un altro ricercatore rappresenti un giudizio di qualità sul suo lavoro5. Per tale motivo, un autore molto citato è un autore di qualità.

Perché avviene questo passaggio da una valutazione qualitativa a una quantitativa? Dal secondo dopoguerra si assiste a una vera e propria esplosione del volume dell'informazione scientifica, cresciuto proporzionalmente a quello della ricerca prodotta: è sempre più difficile per gli studiosi seguire tutto ciò che avviene nella propria comunità e aumenta il rischio di imbattersi in materiale di bassa qualità. Il crescente numero di articoli sottoposti a revisione obbliga poi gli editori a reclutare ulteriori revisori, col rischio di accettare anche soggetti con meno esperienza e poco adatti a un ruolo così delicato, senza contare il costo già alto delle procedure di revisione6.
Gli indicatori basati sull'analisi citazionale sono introdotti da Eugene Garfield7 a metà degli anni Cinquanta e afferiscono alla disciplina conosciuta oggi con il nome di bibliometria, ossia «the application of statistical and mathematical methods arranged to define the processes of written communication and the nature and development of scientific disciplines counting techniques and analysis of such communication»8.
A dispetto della radice del termine, tali indicatori sono strettamente legati a quello che, già in quegli anni, è divenuto lo strumento principe della comunicazione scientifica (scholarly communication), l'articolo su rivista: la rivista è un mezzo di comunicazione agile e rapido che svolge oramai le funzioni di registrare la priorità di un contributo scientifico, di certificarne la qualità, di diffonderne il testo, conservandolo nel tempo9. Per calcolare gli indicatori bibliometrici è necessario che le riviste più prestigiose di ciascuna disciplina (core journals) siano indicizzate in enormi banche dati: al momento, un'attività sistematica di indicizzazione è realizzata dai due grandi editori internazionali Thomson Reuters (con Web of Science) e Elsevier (con Scopus), ai quali si sta affiancando sempre più prepotentemente anche Google (con Scholar)10.
Fino a quando le due tipologie di strumenti fossero rimaste nei confini delle comunità scientifiche, i loro difetti11 avrebbero influito forse in maniera marginale sull'intero sistema della ricerca: in qualsiasi caso, ciascun ricercatore ha sempre il dovere (professionale, etico e morale) di vagliare attentamente le proprie fonti, selezionandole in base al rigore scientifico sul quale esse poggiano. Ma nel momento in cui la classe dirigente, esterna al mondo accademico, decida di adottarli per orientare le politiche della ricerca, i loro limiti possono creare seri problemi (in particolare gli indicatori bibliometrici12). Valutare è importante, perché verificare il lavoro svolto permette di progettare adeguatamente il futuro: è però necessario che ci sia un confronto continuo e un dialogo sincero e corretto tra tutte le parti coinvolte.
Tra le diverse figure coinvolte nel confronto, rimane nell'ombra la figura del bibliotecario che, in verità, potrebbe svolgere un ruolo di supporto assai importante per via delle sue competenze e del suo peculiare rapporto con la produzione scritta.

2. Bibliotecari e bibliometria: una competenza da riscoprire

La letteratura biblioteconomica italiana ha cominciato solamente da pochi anni a prestare una certa attenzione alla bibliometria e alle sue caratteristiche13, a differenza di quanto avviene invece ormai da lungo tempo in quella statunitense ed europea (in particolare spagnola): prima di oggi, la bibliometria era riuscita a ritagliarsi uno spazio all'interno del panorama scientifico-professionale della nostra disciplina grazie ad alcuni contributi offerti da Alfredo Serrai14.
Questo interesse tardivo potrebbe anche rappresentare una delle ragioni per cui, nel contesto italiano, la biblioteconomia non riesca ancora a godere di un'adeguata attenzione da parte del "mondo esterno": quella straniera, dedicandosi anche allo sviluppo di strumenti e applicazioni utilizzabili al di fuori del raggio d'azione "classico" delle biblioteche, si è velocemente accreditata come disciplina che può ricoprire un importante ruolo strategico.
Qual è questo ruolo? I bibliotecari, nel nostro caso quelli delle università e dei centri di ricerca, sono quotidianamente coinvolti in procedure di valutazione: ogniqualvolta forniscano un servizio di reference, progettino una particolare iniziativa, attuino procedure di revisione delle collezioni, facciano nuove acquisizioni (per acquisto o dono) ecc. essi svolgono un'attività di valutazione. Se l'obiettivo è quello di offrire il miglior servizio possibile ai propri utenti, non si può prescindere dall'informazione migliore. Non per nulla, ciascuna delle cinque leggi di Ranganathan chiede al bibliotecario di mettere in pratica un continuo processo valutativo.
E lo stesso Ranganathan sottolinea l'importanza che le competenze statistiche possano ricoprire nell'ambito della professione bibliotecaria: è il 1948 quando, nel corso della conferenza dell'Aslib15 a Leamington Spa, conia il termine librametry per indicare la disciplina basata sull'impiego di calcoli matematico-statistici per ottimizzare diversi aspetti nell'ambito dei servizi bibliotecari16.
Ranganathan ritiene importanti le competenze di tipo statistico nel «day-to-day work»17 in biblioteca: dall'organizzazione dello staff nell'arco della giornata alla gestione degli spazi, dal posizionamento fisico delle collezioni alla programmazione dei loro spostamenti senza provocare disagi e disservizi agli utenti. In particolare, l'applicazione di calcoli statistici può contribuire a un potenziamento delle operazioni di selezione documentaria, di classificazione, di catalogazione: l'insegnamento degli elementi del calcolo statistico all'interno dei corsi universitari di biblioteconomia risulta perciò strategico nella formazione dei futuri bibliotecari.
Nel 1948 il termine bibliometrics non era ancora comparso nella letteratura di settore o, più esattamente, non era ancora comparso nella letteratura anglosassone: nel 1934, infatti, Paul Otlet utilizza il termine bibliométrie per indicare «la partie définie de la Bibliologie qui s'occupe de la measure ou quantité appliquée aux livres»18, dedicando ampio spazio all'argomento nel suo Traité de documentation. In questo caso, però, il discorso verte su pratiche di misurazione legate agli aspetti di natura bibliologica dello studio del libro, sebbene si accenni anche alla bibliosociométrie, ossia la misurazione della «action du livre et du document sur l'homme et la société»19.

Nonostante questo illustre precedente, il merito di aver introdotto la parola bibliometrics (e la sua definizione) è attribuito ad Alan Pritchard20 che, nel 1969, ritiene sia da preferire al termine statistical bibliography, usato fino a quel momento. L'accostamento delle parole 'statistica' e 'bibliografia' fa pensare ancora una volta al possibile collegamento tra le competenze bibliotecarie e quelle statistiche.
Dorothy Hertzel21 ripercorre la storia della bibliometria, dalle sue radici fino alla metà degli Ottanta, cercando di ricostruire anche l'origine di questo accostamento. Tra gli articoli seme (seminal papers, gli studi fondativi) della disciplina bibliometrica citati da Hertzel, i lavori di Edward Hulme22, dei coniugi Gross23 e di Charles Gosnell24 sono incentrati sulla biblioteca e mirano a fornire strumenti statistici utili per la gestione delle raccolte librarie: gli stessi Hulme e Gosnell sono stati due bibliotecari.
Così come è stato bibliotecario anche Samuel Bradford, autore di una delle tre 'leggi classiche' della bibliometria, quella della distribuzione degli articoli e della dispersione tematica25.
La bibliometria "classica", precedente a quella "moderna" di Eugene Garfield e dell'analisi citazionale, deve molto all'apporto della biblioteca e dei suoi professionisti: il suo scopo primario è l'analisi delle collezioni bibliografiche e dei servizi bibliografici tramite lo studio delle relazioni quantitative tra i documenti e i loro elementi. Nasce dunque come strumento per la valutazione a supporto alle attività bibliotecarie. E, come accennato a inizio paragrafo, anche il mondo biblioteconomico italiano sembra stia prendendo coscienza di questo legame esistente tra biblioteca e bibliometria: Ferruccio Diozzi definisce la disciplina come «applicazione di metodi matematici e statistici […] per impostare politiche biblioteconomiche di acquisizioni e di scarti»26, facendo propria la definizione già contenuta nel glossario dei bibliotecari Harrod's, dove la bibliometria è associata alle biblioteche e ai sistemi bibliotecari27.
La crescita della produzione editoriale, il flusso d'informazioni sempre maggiore accessibile dal Web, la ristrettezza di risorse finanziarie disponibili alle biblioteche, sono solamente alcune delle motivazioni che dovrebbero spingere i bibliotecari a interrogarsi di più sulla necessità di sviluppare competenze di questo tipo.
Approfondendo la conoscenza di tale disciplina, il bibliotecario potrebbe ottenere indicazioni più solide e rigorose nel momento in cui si debbano prendere decisioni in merito alla selezione, acquisizione e revisione delle collezioni.
Allo stesso modo, potrebbe mettere in gioco le proprie competenze nell'elaborazione di nuovi indicatori, basati sull'esperienza quotidiana, in supporto alle attività di valutazione della ricerca, specialmente in quei settori disciplinari che, al momento attuale, dalla bibliometria risultano fortemente danneggiati: si fa riferimento alle scienze sociali e umane che, tra l'altro, vedono nella biblioteca una delle fonti più preziose per la propria ricerca.
La bibliometria può perciò offrire opportunità importanti alla nostra professione, specialmente per chi opera nelle università e nei centri di ricerca: tra queste, c'è probabilmente quella di poter guadagnare un'autorevolezza che in altri paesi è stata acquisita già da molto tempo.

3. Bibliotecari e valutazione della ricerca: valorizzare una professione

Ricerca e biblioteca sono concetti strettamente collegati: con la prima si elabora la conoscenza esistente, producendone di nuova; la seconda è il mezzo attraverso cui immagazzinare, organizzare e condividere la conoscenza prodotta, rendendola disponibile ai ricercatori. Il bibliotecario ha dunque un duplice, fondamentale, ruolo: da un lato quello di vagliare la conoscenza a cui può accedere per soddisfare al meglio le esigenze informative dei propri utenti; dall'altro quello di elaborare il modo più efficace per condividere la conoscenza stessa.
L'importanza delle biblioteche per la ricerca è evidenziata anche da una recente consultazione pubblica28 indetta dal CUN al fine di individuare i «"requisiti minimi" idonei a identificare il carattere scientifico delle pubblicazioni e degli altri prodotti della ricerca»29, i cui risultati sono stati pubblicati nell'ottobre 2013: il 79% di 4.662 rispondenti (su un totale di 5.678 questionari sui quali è stata condotta l'analisi) dà molta importanza al ruolo delle biblioteche per un'adeguata diffusione di una qualsiasi pubblicazione scientifica30; in riferimento alle sole riviste scientifiche, il dato sale a 86,7% (su 5.678 osservazioni)31. Per questo motivo il CUN ha inserito, tra gli elementi caratterizzanti la scientificità di una pubblicazione, quello della sua presenza «nelle biblioteche universitarie italiane e/o nelle principali biblioteche universitarie internazionali»32.
Grazie alle competenze che può vantare e a quelle che sta acquisendo33, il bibliotecario potrebbe essere un valido supporto anche nel campo della valutazione della ricerca: gli studiosi e i professionisti della biblioteconomia, esperti nell'organizzazione e nella gestione dell'informazione, hanno tutte le carte in regola per elaborare criteri e strumenti rigorosi e affidabili da mettere a disposizione dei valutatori. La considerazione di cui godono nel mondo della ricerca dovrebbe essere una motivazione ulteriore per i bibliotecari, in particolare quelli universitari, a contribuire al miglioramento dei processi di valutazione.

Il loro punto di vista può essere considerato, verosimilmente, disinteressato e oggettivo, se non addirittura privilegiato, nel contesto della valutazione delle pubblicazioni (contesto nel quale è di primaria importanza l'oggettività e la terzietà, che rischiano di venir meno quando i giudici possono essere anche i giudicati). Questo è ancor più vero nel caso delle scienze umane e sociali, caratterizzate da un'estrema frammentarietà e dalla presenza di numerose scuole di pensiero anche nella stessa disciplina (spesso perfino contrastanti tra loro).
Le stesse scienze umane e sociali potrebbero trarre un notevole beneficio dall'apporto della biblioteconomia al processo di valutazione: il loro principale strumento di diffusione dei risultati scientifici non è l'articolo su rivista, bensì la monografia e il capitolo di libro. Ciò crea non poche difficoltà nell'applicare strumenti valutativi, costruiti per la ricerca nelle scienze dure, sulle discipline umanistico-sociali: il rischio è quello di ottenere giudizi ingannevoli e poco aderenti alla realtà.
Nel tempo la scienza biblioteconomica ha elaborato strumenti di valutazione delle raccolte, necessari affinché la biblioteca possa essere costantemente un organismo che cresce: i primi esempi stranieri in tal senso risalgono alla fine degli anni Settanta34, mentre in Italia l'argomento verrà affrontato solamente dai primi anni Novanta35. Gli studiosi e i professionisti del nostro settore potrebbero avere perciò l'opportunità di applicare le pratiche tipiche della propria attività anche "al di fuori" della biblioteca: questo ulteriore servizio potrebbe contribuire anche ad accrescere la visibilità "istituzionale" della biblioteca, strumento già di per sé insostituibile per i ricercatori.
In particolare, il bibliotecario può risultare decisivo nella progettazione e nello sviluppo di metriche di nuova generazione slegate dall'analisi citazionale, contribuendo a superare i limiti evidenti degli indicatori attuali, innovando e ampliando la stessa disciplina bibliometrica, studiando possibili applicazioni anche nel settore delle scienze umane e sociali36.
In quanto centro dell'attività di una biblioteca, l'utente è anche la fonte primaria da cui attingere indicazioni e suggerimenti: tornano perciò molto utili le tecniche di indagine sull'utenza. Grazie al contatto quotidiano con i ricercatori, si può monitorare e valutare l'apporto fornito dai documenti alla ricerca svolta. Gli studiosi rivolgono spesso richieste di desiderata: la necessità di acquistare un volume, di sottoscrivere l'abbonamento a un periodico, di richiedere il document delivery di un articolo o il prestito interbibliotecario di un libro, possono essere spia di un'importanza che il documento in questione ricopre in un ambito di ricerca. A stretto contatto con la didattica, i bibliotecari possono monitorare l'adozione delle pubblicazioni scientifiche nei programmi dei corsi universitari, soprattutto quelli di livello più alto. La comunità bibliotecaria, come quella accademica, ha una forte propensione al confronto interno e allo scambio di opinioni sui diversi aspetti della professione come, ad esempio, l'entità delle collezioni: lo scambio di idee e giudizi può offrire spunti interessanti sullo sviluppo della letteratura nelle varie aree di ricerca.
Ma è in alcune attività tipiche della professione che egli può dare un valore aggiunto. La prima è lo spoglio delle pubblicazioni (riviste, monografiche, miscellanee), per individuare i singoli "prodotti" della ricerca e favorirne un'indicizzazione completa: sono lavori lunghi e costosi in termini di risorse (umane e finanziarie) di cui, purtroppo, il settore delle biblioteche non dispone37. Lo spoglio è funzionale alla creazione di banche dati esaustive, utili sia per la valutazione, sia per la ricerca stessa.

La seconda attività è quella dello sviluppo degli archivi istituzionali d'ateneo. I bibliotecari possiedono le competenze e il modus operandi necessari per il loro trattamento e andrebbero coinvolti sin dalla progettazione, in collaborazione con gli informatici. «Proprio per le loro caratteristiche di collezioni di documenti e dati bibliografici questi strumenti sono stati considerati fin dalla nascita di stretta pertinenza delle biblioteche. Di fatto i bibliotecari hanno contribuito e contribuiscono allo sviluppo della loro architettura e alla validazione dei dati contenuti. Non è dunque raro che gli archivi vengano avviati dai sistemi bibliotecari»38.
Lo sviluppo dell'OPAC nel senso di una sua integrazione con tutte le risorse informative disponibili in un ateneo ha il vantaggio di renderlo il punto di accesso integrato (discovery tool)39 per tali risorse, dal quale si potrebbero poi estrarre statistiche relative al loro utilizzo. Senza contare che lo sviluppo degli OPAC possa aiutare anche nello sviluppo di nuove metriche, come quella della Library catalog analysis ipotizzata da Daniela Torres Salinas e Henk Moed40 per la valutazione dei libri: cosa sono i cataloghi delle biblioteche se non grandi basi di dati altamente strutturati, uniformati dal linguaggio e dalla sintassi della catalogazione e della soggettazione?
La terza attività, quella più importante, è quella del reference e dell'assistenza ai ricercatori: far conoscere gli strumenti della valutazione, illustrandone pregi e limiti, informando sulle nuove metriche e proponendo nuove modalità di diffusione dei risultati della ricerca per aumentarne l'impatto sulla comunità scientifica e sulla società. Il bibliotecario, esperto di metriche di valutazione e di ciclo della ricerca, dovrebbe lavorare in sinergia con gli uffici di supporto e consulenza per la partecipazione a finanziamenti nazionali ed europei, con i nuclei di valutazione d'ateneo41.
Per concludere sembra importante fare un riferimento alla giornata di studi organizzata dall'Anvur "Nuovi percorsi per la valutazione nelle aree umanistiche e sociali" (Roma, 20 gennaio 2014): fa riflettere il fatto che, parlando della realizzazione di una possibile banca dati per le riviste italiane di area umanistico-sociale, sia stato totalmente ignorato l'apporto potenziale delle biblioteche.
Riappropriandosi delle competenze bibliometriche e supportando le attività di valutazione, il bibliotecario ha una grande opportunità per ribadire con forza il ruolo chiave della biblioteca, luogo in cui "pulsa" l'attività di ricerca, e il proprio ruolo di professionista della conoscenza al servizio della comunità.

NOTE

[1] È infatti il governo di Margaret Thatcher ad avviare procedure valutative di questo genere, dando vita al RAE (Research assessment exercise, divenuto ora Research exellence framework, REF), modello di riferimento per gli esercizi nazionali di valutazione sviluppati in altri paesi.

[2] Giuseppina Monaco, Il Giornale de" letterati di Roma (1668-1681) sul modello francese, «Nuovi annali della Scuola speciale per archivisti e bibliotecari», 15 (2001), p. 81-100. La citazione è a p. 98.

[3]Cfr. David A. Kronick, Peer review in the 18th century scientific journalism, «Journal of the American medical association», 263 (1990), n. 10, p. 1321-1322; Maria Cassella, Social peer-review e scienze umane, ovvero "della qualità nella Repubblica della scienza", «JLIS.it», 1 (2010), n.1, p. 111-132, http://leo.cilea.it/index.php/jlis/article/download/30/35, DOI: 10.4403/jlis-30. Da una valutazione di tipo ex-post, successiva alla pubblicazione, si passa alla valutazione ex-ante, a essa precedente.

[4] Nonostante la sua storia secolare, la peer-review è ancora oggi un insieme di pratiche eterogenee e non standardizzate, non certo un sistema codificato (sempre che sia possibile formalizzarlo): i suoi meccanismi sono lasciati alla discrezione dei singoli comitati editoriali, per quanto stia crescendo il bisogno di una definizione chiara e il più possibile condivisa. Sulle diverse procedure esistenti cfr. M. Cassella, Social peer-review e scienze umane, cit.; Francesca Di Donato, Come si valuta la qualità nella Repubblica della scienza? Una riflessione sul concetto di peer review, «Bollettino telematico di filosofia politica», 2007, http://hdl.handle.net/10760/12602; Dario Taraborelli, Soft peer review: social software and distributed scientific evaluation, in Proceedings of the 8th International conference on the design of cooperative systems (COOP '08), Carry-Le-Rouet, May 20-23, 2008, http://nitens.org/docs/spr_coop08.pdf.

[5] In realtà, il processo di citazione è molto più complesso: riflette il contenuto dell'opera citata, ma è influenzato anche da fattori non strettamente "scientifici", dipendenti dall'autore citante, dall'istituzione a cui appartiene, dai rapporti accademici esistenti tra gli autori.

[6] Nel 2001 Stevan Harnad stimò che il costo medio per articolo pubblicato variasse dai 200 ai 500 dollari. Cfr. Stevan Harnad, The self-archiving iniziative, «Nature», 410 (2001), p. 1024-1025, http://www.nature.com/nature/debates/e-access/Articles/harnad.html.

[7] Per ricostruire la storia dell'analisi citazionale non vi &#Egrave; fonte più appropriata del sito web personale di Garfield http://www.garfield.library.upenn.edu/.

[8] Alan Pritchard, Statiscal bibliography or bibliometrics, «Journal of documentation», 25 (1969), n. 4, p. 348-349. La citazione &#Egrave; a p. 349.

[9] Cfr. Hans E. Roosendaal; Peter A. Th. M. Geurts, Forces and functions in scientific communication: an analysis of their interplay, in Proceedings of the Conference on co-operative research in information systems in physics, September 1-3 (1997), University of Oldenburg, Germany, http://purl.utwente.nl/publications/60395.

[10] Cfr. Ezio Tarantino, Troppo o troppo poco? Web of science, Scopus, Google scholar: tre database a confronto, «Bollettino AIB», 46 (2006), n. 1/2, p. 23-34, http://www.aib.it/aib/boll/2006/0601023.htm.

[11] Per una panoramica sui limiti di questi strumenti cfr. Alberto Baccini, Valutare la ricerca scientifica: uso e abuso degli indicatori bibliometrici. Bologna: Il Mulino, 2010. A titolo di esempio, sulle criticità della peer-review si veda Christian Seidl; Ulrich Schmidt; Peter Grösche, The performance of peer review and a beauty contest of referee process of economics journals, «Estudios de economia aplicada», 23 (2005), n. 3, p. 505-551, http://dialnet.unirioja.es/servlet/articulo?codigo=1394347; sulle criticità dell'impact factor, il più celebre indicatore bibliometrico, cfr. Per O. Seglen, Why the impact factor of journals should not be used for evaluating research, «BMJ», 314 (1997), n. 7079, p. 498-502, http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2126010/.

[12] Elaborati in base alle caratteristiche delle cosiddette hard sciences, essi presentano enormi difficoltà applicative nel campo delle scienze sociali e umane, strutturalmente differenti dalle prime sia nei comportamenti di ricerca, sia nelle forme di circolazione della conoscenza. Cfr. Chiara Faggiolani; Giovanni Solimine, La valutazione della ricerca, la bibliometria e l'albero di Bertoldo, «AIB studi», 52 (2012), n. 1, p. 57-63, http://aibstudi.aib.it/article/view/6290, DOI: 10.2426/aibstudi-6290; Paola Galimberti, Le citazioni nelle scienze sociali ed umane: qual È il problema?, «Roars», 30 dicembre 2011, http://www.roars.it/online/le-citazioni-nelle-scienze-sociali-ed-umane-qual-e-il-problema/; Diana Hicks, The four literatures for social science. In Handbook of quantitative science and technology research, a cura di Henk Moed, Wolfgang Glanzel, Ulrich Schmoch. Dordrecht: Kluwer Academic Publisher, 2004, p. 473-496, http://works.bepress.com/diana_hicks/16/.

[13] Per un elenco dei principali contributi sulla bibliometria da parte degli studiosi italiani di biblioteconomia si veda Nicola De Bellis, Bibliometrics and citation analysis: from the Science Citation Index to cybermetrics. Lanham-Toronto-Plymouth: The Scarecrow Press, 2009; Id., La citazione bibliografica nell'epoca della sua riproducibilità tecnica: bibliometria e analisi delle citazioni dallo Science Citation Index alla cybermetrica, 31 maggio 2005, http://www.bibliotecheoggi.it/content/CITAZIONE.pdf; C. Faggiolani; G. Solimine, La valutazione della ricerca, la bibliometria e l'albero di Bertoldo cit., p. 61; Riccardo Ridi, Bibliometria: una introduzione, «Bibliotime», 13 (2010), n. 19, http://www.aib.it/aib/sezioni/emr/bibtime/num-xiii-1/ridi.htm.

[14] Cfr. Alfredo Serrai, Dai "loci communes" alla bibliometria. Roma: Bulzoni, 1984, p. 199-229; Id., Validità e utilità delle descrizioni bibliometriche: la regola di Trueswell, «Il bibliotecario», 2 (1985), n. 6, p. 95-99.

[15] Association for Information Management, http://www.aslib.com/.

[16] Shiyali R. Ranganathan, Librametry and its scope, «International journal of scientometrics and informetrics», 1 (1995), n. 1, p. 15-21, http://issi-society.org/jissi/jissi_vol01_nr01.pdf.

[17] Ivi, p. 16.

[18] Paul Otlet, Traité de documentation: le livre sur le livre, théorie et pratique. Bruxelles: Mundaneum, 1934, p. 14, https://archive.org/details/OtletTraitDocumentationUgent.

[19] Ivi, p. 15.

[20] A. Pritchard, Statiscal bibliography or bibliometrics cit.

[21] Dorothy H. Hertzel, Bibliometrics: history of the development of ideas. In: Encyclopedia of library and information science, edited by Allen Kent. New York: M. Dekker, 1987, 42, p. 144-211.

[22] Edward W. Hulme, Statistical bibliography in relation to the growth of modern civilization. London: Grafton, 1923.

[23] Paul L. K. Gross; Elsie M. Gross, College libraries and chemical education, «Science», 66 (1927), n. 1713, p. 385-389.

[24] Charles F. Gosnell, Obsolescence of books in college libraries, «College & research libraries», 5 (1944), n. 2, p. 115-125, http://crl.acrl.org/content/5/2/115.full.pdf+html.

[25] Samuel C. Bradford, Sources of information on specific subjects, «Engineering», 137 (1934), p. 85-86.

[26] Ferruccio Diozzi, Glossario di biblioteconomia e scienza dell'informazione. Milano: Bibliografica, 2003, p. 21-22.

[27] Ray Prytherch, Harrod's librarians' glossary: 9.000 terms used in information management, library science, publishing, the book trades and archive management. Aldershot: Gower, 1995, p. 63.

[28] Consiglio universitario nazionale, Consultazione pubblica per l'istituzione dell'Anagrafe nazionale nominativa dei professori e dei ricercatori e delle pubblicazioni scientifiche (ANPRePS): rapporto sugli esiti. Ottobre 2013, http://www.cun.it/media/123073/rapporto_esiti_consultazione_pubblica_cun.pdf.

[29] Ivi, p. 3.

[30] Ivi, p. 24.

[31] Ivi, p. 27.

[32] Consiglio universitario nazionale, Criteri identificanti il carattere scientifico delle pubblicazioni e degli altri prodotti della ricerca. Ottobre 2013, p. 4, http://www.cun.it/media/123067/proposta_cun_criteri_scientificit%C3%A0.pdf.

[33] Cfr. Maria Cassella [et al.], Le professioni per le biblioteche accademiche di ricerca, «AIB studi», 53 (2013), n. 1, p. 63-100, DOI: 10.2426/aibstudi-8876.

[34] Uno dei primi esempi in tal senso sono gli studi portati avanti da Lancaster. Si veda Frederick W. Lancaster, The measurement and evaluation of library services. Arlington: Information resources press, 1977; Id., If you want to evaluate your library. Champaign: University of Illinois, 1993.

[35] Per una panoramica della letteratura sull'argomento cfr. Giovanni Solimine, Introduzione. In: Il metodo Conspectus, a cura di Mary Bushing; Burns Davis; Nancy Powell. Roma: Associazione italiana biblioteche, 2008, p. 13-16.

[36] La stessa Agenzia per la valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur) auspica la realizzazione di sperimentazioni per lo sviluppo di nuovi indicatori bibliometrici non citazionali per le aree umanistiche e sociali, come quelli legati all'uso dei documenti, alla disponibilità nei cataloghi, all'ambiente digitale, alla diffusione delle monografie. Cfr. Andrea Bonaccorsi, Potenzialità e limiti della analisi bibliometrica nelle aree umanistiche e sociali: verso un programma di lavoro, 7 marzo 2012, http://www.anvur.org/attachments/article/44/valutazione_aree_umanistiche_e_sociali.pdf; Paola Galimberti, Valutazione e scienze umane: limiti delle attuali metodologie e prospettive future, «Astrid Rassegna» 20 (2013), n. 191, http://eprints.rclis.org/20773/.

[37] Per un'analisi dei costi e della fattibilità di un processo di spoglio di riviste di ambito umanistico, la Biblioteca nazionale centrale di Firenze ha promosso il Progetto RES: Progetto RES: repertorio degli spogli dei periodici italiani: sintesi dello studio di fattibilità, a cura di Enrico Martellini. Maggio 2004, http://www.bncf.firenze.sbn.it/progetti/RES/index.html.

[38] Paola Galimberti, Verso un nuovo scenario per la valutazione della ricerca: potenzialità dell'open access e limiti imposti dal contesto, «JLIS.it», 1 (2010), n. 1, p. 87-110, http://leo.cilea.it/index/jlis/article/viewFile/16/23, DOI: 10.4403/jlis.it-16. La citazione è a p. 92. Sul legame tra biblioteche e archivi istituzionali si veda Association of Research Libraries, The research library's role in digital repository services: final report of the ARL digital repository issues task force. January 2009, http://www.arl.org/storage/documents/publications/repository-services-report-jan09.pdf.

[39] Cfr. Carlo Bianchini, Dagli OPAC ai library linked data, «AIB studi», 52 (2012), n. 3, p. 303-323, DOI: 10.2426/aibstudi-8597.

[40] Cfr. Daniel Torres Salinas; Henk F. Moed, Library catalog analysis as a tool in studies of social sciences and humanities: an exploratory study of published book titles in economics, «Journal of Informetrics», 3 (2009), n. 1, p. 9-26, http://eprints.rclis.org/12813/. Oltre a questo studio, sul tema della valutazione dei libri si veda Juan Gorraiz; Philip J. Purnell; Wolfgang Glänzel, Opportunities for and limitations of the Book citation index, «Journal of the American society for information science and technology», 64 (2013), n. 7, pp.1388-1398, DOI: 10.1002/asi.22875; Kayvan Kousha; Mike Thelwall, Google book search: citation analysis for social science and the humanities, «Journal of the American society for information science and technology», 60 (2009), n. 8, p. 1537-1549, DOI: 10.1002/asi.21085; Loet Leydesdorff; Ulrike Felt, Edited volumes, monographs, and book chapters in the Book citation index (BCI) and Science citation index (SCI, SoSCI, A&HCI), «Journal of scientometric research», 1 (2012), n. 1, p. 28-34, http://arxiv.org/ftp/arxiv/papers/1204/1204.3717.pdf.

[41] Cfr. Maria Cassella; Oriana Bozzarelli, Nuovi scenari per la valutazione della ricerca tra indicatori bibliometrici citazionali e metriche alternative nel contesto digitale, «Biblioteche oggi», 29 (2011), n. 2, p. 66-78, http://eprints.rclis.org/16553/.