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Appunti per un'agenda delle biblioteche italiane

Stefano Parise

Vedo le nostre istituzioni brillare di una luce simile a quella delle costellazioni che gli astronomi ci dicono morte da molto tempo.
Michel Serres

Old librarians like books. New librarians like data. Good librarians like people1.

Al termine dell'ampio e stimolante intervento di Giovanni Di Domenico nel primo fascicolo del 2013 di AIB studi2 l'autore esorta a guardare verso una "politica di settore" la quale «non può affermarsi senza l'impegno convinto e le competenze professionali dei bibliotecari e senza la loro capacità di rinnovare sul campo strutture e servizi e radicarli nella vita delle comunità e dei cittadini». Il richiamo alla responsabilità dei professionisti del settore è più che mai necessario, soprattutto in un periodo di grandi difficoltà come l'attuale, dove lo sforzo per mantenere le posizioni faticosamente raggiunte - o il tentativo di non arretrare rovinosamente - può apparire compito al di fuori della portata di una categoria in affanno. L'appello, tuttavia, appare condizione necessaria ma non sufficiente, poiché sono molte le componenti che concorrono a legittimare un'agenda di settore che non voglia connotarsi come autoreferenziale e quindi velleitaria. E il quadro di riferimento, inutile dirlo, è tutt'altro che roseo.
In primo luogo è evidente che non può esistere un'agenda di settore senza il coinvolgimento dei vari livelli istituzionali che concorrono (o dovrebbero concorrere) a determinare le politiche bibliotecarie a livello nazionale e locale: la spinta dal basso, quand'anche abbia forza e numeri per orientare le decisioni, nulla può senza una precisa assunzione di responsabilità da parte degli enti titolari per quanto attiene il finanziamento, l'assegnazione di personale e la definizione del ruolo assegnato alle biblioteche nel quadro delle politiche pubbliche di promozione della cultura.
A essere onesti, si tratta di un fronte dove negli ultimi dodici mesi si è registrata una vera e propria Caporetto, inimmaginabile solo qualche anno fa. A livello nazionale, l'atteggiamento del Governo non pare assolutamente in linea con le aspettative del comparto: la riforma del MiBACT emanata dal ministro Franceschini3 è semplicemente umiliante per il comparto delle biblioteche pubbliche statali, utilizzato come bancomat per prelevare le poltrone dirigenziali necessarie al bando per l'assunzione di venti direttori-manager da porre alla guida dei principali musei nazionali. Il ministro ha deciso di puntare sul sistema museale a scapito degli altri istituti del patrimonio, senza nemmeno curarsi di cogliere l'occasione per operare quei pochi e minuti interventi di carattere organizzativo che, senza costo alcuno, avrebbero consentito di dare risposte a problemi antichi. Mi riferisco, ad esempio, alla creazione dei poli bibliotecari storici di Roma e Firenze, che nelle ipotesi formulate solo un anno fa dal predecessore di Franceschini, avrebbero dovuto accorpare - sotto la regia di un direttore dedicato a ciascun polo - l'attività delle biblioteche statali delle due città. Le conseguenze della sono esiziali: paralisi in molti istituti, disservizi generalizzati, mancanza assoluta di prospettive, ricorso a soluzioni estemporanee4. Insomma, ci si arrabatta, in attesa del colpo di grazia. Franceschini ha recentemente dichiarato che «il 2015 sarà l'anno delle biblioteche». Visti i precedenti, non resta che incrociare le dita.
Non se la cavano meglio gli enti territoriali, attanagliati dalle ristrettezze di bilancio e dalle riforme incombenti (ieri il federalismo, oggi il titolo V della Costituzione e la revisione delle funzioni delle province, domani chissà), che stanno mettendo in seria difficoltà il funzionamento di molte biblioteche e sistemi bibliotecari territoriali da nord a sud del paese. Da questo punto di vista una piccola svolta potrebbe venire dall'approvazione della proposta di legge Giordano sulla promozione della lettura, anche se il testo attualmente all'attenzione del comitato ristretto istituito in seno alla VII Commissione permanente della Camera dei deputati, che dovrebbe recare indicazioni sul funzionamento del sistema bibliotecario nazionale, sta subendo trasformazioni che potrebbero ridurne la portata.
Al primo punto dell'agenda per le biblioteche italiane, quindi, dovrebbero esserci - mi si scuserà il bisticcio - le biblioteche nell'agenda della politica, come frutto di una riflessione matura sul loro ruolo e sulla funzione che possono svolgere nei riguardi dell'emergenza nazionale dei nostri tempi, l'inadeguatezza abissale delle competenze della popolazione adulta italiana.

Ma i vari livelli di governo potrebbero mostrarsi più sensibili alle esigenze del settore bibliotecario se solo si sentissero pressati dall'opinione pubblica, dalle comunità locali, dagli utilizzatori dei nostri servizi; se avvertissero il peso di una richiesta diffusa, che - diciamolo francamente - nel nostro paese non è mai esistita. Le ragioni sono molte, tutte note e mai veramente affrontate, e verrebbe da chiedersi se esistono comunità disposte a rispecchiarsi, a riconoscersi e ad affidarsi alle loro biblioteche.
L'assenza di consenso da parte dei cittadini è certamente una variabile dipendente dell'utilità prodotta dalla biblioteca nei loro confronti: laddove essa è stata scarsa non è stato possibile creare un senso di appartenenza, di fidelizzazione, né consolidare nell'immaginario della comunità l'idea che la biblioteca- con il suo complesso di valori - rappresenti un elemento essenziale dell'identità collettiva. Molto scalpore ha fatto la mobilitazione di alcuni scrittori inglesi di notorietà internazionale contro la chiusura di molte public libraries in Gran Bretagna, così come la circostanza - riportata da David Lankes nella relazione tenuta al 57° Congresso nazionale dell'AIB5 che la biblioteca di Alessandria, durante i tumulti scoppiati nel 2011 nel corso della cosiddetta "primavera araba", sarebbe stata protetta da una moltitudine di manifestanti, mobilitatisi contro il pericolo di saccheggi e devastazioni.
Un'agenda di settore non potrà certamente eludere la seguente questione: cosa può spingere i cittadini di un determinato quartiere, o paese, o città, a considerare la biblioteca come una risorsa comune, fino al punto di ritenere una minaccia la sua sottrazione? Questa domanda, che forse può sembrare ovvia, in realtà è cruciale: capire le dinamiche della creazione di valore nell'immaginario collettivo significa poter collocare la biblioteca all'interno di una dimensione di senso che ne legittima l'esistenza; significa connetterla a un sistema di valori riconosciuto e condiviso e porla al riparo dal rischio di essere immolata sull'altare di un malinteso senso della modernità.

È questo il passaggio decisivo, che non è frutto di automatismi né un a priori: la biblioteca non è un " valore" in sé, come spesso noi bibliotecari tendiamo a pensare. Essa va piuttosto considerata per la sua valenza strumentale, per il contributo che può recare alla realizzazione di ciò che in un dato contesto storico e ambito socio-culturale si definisce come prioritario; essa va valutata per il beneficio diretto e indiretto che è in grado di produrre sull'esistenza delle persone che vi si avvicinano. Tale beneficio si può misurare con approcci molteplici. Nella pratica biblioteconomica siamo passati a ricercare il valore della biblioteca dapprima nella misurazione degli stock (sedi, raccolte, bilancio, personale), poi dell'uso (le performances di servizio, gli utenti e la loro soddisfazione); abbiamo quindi cercato di stimare il valore economico di tale attività e il suo impatto con le varie pratiche di rendicontazione sociale.
Questi approcci, nel complesso, non sembrano sufficienti a restituire una dimensione simbolica fondamentale, che è il presupposto per l'attribuzione di valore da parte della comunità: la reputazione, che è la risultante di fattori quali l'affidabilità, la continuità - di presenza, di servizio, di prestazioni - e la corrispondenza ai bisogni individuali, ed esprime il gradiente della considerazione di cui gode la biblioteca all'interno di un certo contesto sociale, sentita come misura della sua qualità6.
La reputazione è un moltiplicatore che consente anche a chi non conosce direttamente il servizio di apprezzarne le qualità e di sviluppare un sentimento di orgoglio, di soddisfazione (analogo a quello che ci rende fieri nel sapere che un personaggio noto origina dal proprio paese). Essa è il fattore che più di ogni altro può favorire l'inclusione della biblioteca nel cantiere della costruzione dell'identità locale.
La questione non è oziosa e forse può essere chiarita con un'altra domanda, ancora più semplice: perché una comunità dovrebbe investire tempo e denaro in attività non percepite come socialmente rilevanti?
Ecco lo snodo decisivo per la costruzione della nostra agenda: costruire la reputazione delle biblioteche pubblichecome elemento trainante di una diversa percezione sociale, la quale a sua volta può fungere da volano per una maggiore attenzione da parte dei decisori politici.

Il tema della "reputazione" è strettamente intrecciato a quello della funzione della biblioteca pubblica all'interno di un contesto sociale e culturale in divenire, e quindi al dibattito sul futuro della biblioteca pubblica, che in Italia è monopolizzato dal paradigma della sua crisi. Crisi di identità e di funzioni, a cui si cerca di far fronte scandagliando tutte le possibilità, interpretando ogni indizio per elaborare ipotesi che tendono a rimodellarne la missione nel tentativo di riposizionarla alla luce di nuovi bisogni sociali. La biblioteca come servizio sociale e la biblioteca partecipativa rappresentano le ipotesi che, negli ultimi anni, hanno guadagnato maggior credito fra gli addetti ai lavori.
Secondo una riflessione che ha dato recentemente vita a un filone autonomo di ricerca biblioteconomica7, la biblioteca pubblica in quanto servizio di accesso alla conoscenza dovrebbe essere considerato «una "prestazione sociale" essenziale per creare pari opportunità fra i cittadini per l'accesso alla conoscenza»8, poiché quest'ultima è oggi il principale strumento di crescita, e quindi anche di discriminazione fra inclusione e marginalità, fra ricchezza e povertà, fra cittadinanza attiva ed esclusione dalla vita associata. Compito della biblioteca pubblica del terzo millennio, secondo questa visione, sarebbe quello di «aiutare le persone a vivere meglio e aumentare il livello di benessere sociale offrendo ogni giorno gli strumenti per conoscere e comprendere la società»9. Di qui a considerarla una parte del sistema del welfare locale, il passo è breve: «la biblioteca di ente locale, non caratterizzata come semplice "servizio culturale" ma come "istituto del welfare", inteso come sistema diretto a promuovere lo sviluppo socio-economico degli individui e la qualità della vita, può affiancare alle funzioni tradizionali di promozione della lettura e supporto allo studio altre attività»10.
La biblioteca sociale, o welfaristica, prima che un luogo è una funzione sociale orientata a modificare gli stati di vivibilità delle persone e in particolare a favorirne l'acculturazione, per le ragione poc'anzi dette, attraverso il sostegno a percorsi di aggiornamento e di sviluppo continui delle proprie conoscenze. L'approccio welfaristico, evidentemente, non mira a inserire la biblioteca nell'ambito delle misure di protezione sociale degli individui o di sostegno al reddito, che rappresentano le dimensioni classiche e prevalenti del sistema di welfare italiano, bensì a orientare la sua attività al raggiungimento di livelli di benessere degli individui, in ambiti non legati alla sussistenza bensì alla sfera della soddisfazione, realizzazione, qualità della vita.
Una biblioteca con vocazione sociale aspira a coinvolgere la comunità e il territorio nell'attività della biblioteca11. Ed è qui che la dimensione della "biblioteca sociale" si intreccia con l'altro modello che ha catalizzato l'interesse dei bibliotecari di tutto il mondo: quello della " biblioteca partecipata", elaborata da David Lankes e illustrata nel suo Atlante della biblioteconomia moderna12. Lo studioso statunitense ritiene che le biblioteche intese come contenitori di manufatti siano giunte al capolinea e che i bibliotecari siano chiamati ad abbracciare una nuova missione, quella di «migliorare la società facilitando la creazione di nuova conoscenza nelle comunità di riferimento». Visione moralistica, che poggia sulla teoria della conoscenza come conversazione elaborata da Gordon Pask e vede nella biblioteca la nursery per l'elaborazione di nuove idee da parte della comunità e nel bibliotecario la levatrice di questo processo. I manufatti - libri, altri documenti, sistemi di classificazione, spazi - in questa visione sono utili solo in quanto strumentali alla produzione di conoscenza, non sono valori in sé, e questo sposta il nucleo del lavoro dei bibliotecari dai manufatti al processo di apprendimento, e quello della biblioteconomia dalla valutazione dei risultati a quella dell'impattosulla comunità e sui suoi membri: «pensate solo alla conoscenza della comunità. Quella è la vostra collezione!»13.
Entrambi i modelli tendono a riconnettere in maniera prioritaria l'attività della biblioteca pubblica alla questione del deficit di competenze, che affligge la popolazione italiana,e a disconnetterla dalla sfera dell'entertainment nella quale è intrappolata da decenni: l'enfasi sui programmi di information literacy, che caratterizza la biblioteconomia sociale, non è poi molto lontana dalla centralità della funzione di accompagnamento e sostegno alla produzione di nuova conoscenza che connota la biblioteca partecipativa.
Forse bisognerebbe finalmente riconoscere, al di là delle etichette e delle definizioni, che la biblioteca pubblica sta ritornando a essere alla luce del sole (ovvero senza doversene vergognare e senza doversi giustificare) ciò che in fondo è sempre stata: un ambiente di apprendimento le cui forme sono destinate a mutare, le cui dinamiche devono forse essere ripensate radicalmente, ma che rimane palestra di formazione e di aggiornamento, di potenziamento delle competenze individuali e sociali. Una biblioteca paideutica, nella quale il bibliotecario "educatore" (il termine è utilizzato da Lankes14) non è il garante di un sistema di valori riconosciuto e immutabile ma di «un processo continuo, mai compiuto, che impegna tutto l'uomo, ma attraverso il quale questi realizza pienamente sé stesso come soggetto autonomo, consapevole di sé e in armonia con il mondo»15.

Piuttosto, ciò che è il caso di rimarcare è che, curiosamente, sia la biblioteca sociale sia la biblioteca partecipativa fanno riferimento a due entità - il welfare da un lato, la comunità dall'altro - che per ragioni diversissime sono attraversate da una crisi di identità e prospettive che rendono quanto meno problematico pensare di potergli affidare i destini della biblioteca pubblica. Sara Chiessi ha già opportunamente ricordato che il sistema del welfare italiano - stretto fra la necessità di far fronte a un numero sensibilmente più ampio di prestazioni e la riduzione di risorse economiche, dovuta alla crisi economica e a quella dei bilanci pubblici - non è esattamente il terreno di gioco ideale per ricollocare la biblioteca pubblica:

pensare di uscire da un sistema in crisi per collocarsi in un sistema ancora più in crisi ha tutta l'aria di essere una missione suicida. Il welfare, paradossalmente, è in crisi perché le economie nazionali sono in crisi, e una delle priorità condivise da molti governi è quella di tagliare la spesa pubblica. E senza spesa pubblica non può esserci welfare. Quindi perché è proprio lì che vogliamo andare?16

Ma anche la comunità non se la passa meglio: tralasciando il fatto che questo concetto nel lavoro di Lankes è definito in termini teorici in maniera piuttosto superficiale, viene da chiedersi per quale ragione ci si dovrebbe affidare a una collettività astratta che il sociologo Baumann definisce «il realizzarsi di un sogno per marinai perduti in un mare procelloso di costante, imprevedibile e confuso cambiamento»17, tanto invocata proprio nel momento in cui le comunità nel senso sociologico del termine diventano sempre più difficili da trovare nella vita reale. La comunità in questa accezione è, in effetti, l'esatto contrario della identità, che è l'obiettivo di qualsiasi paideutica.
La prospettiva che mi sembra utile suggerire per la definizione di un'agenda di settore passa inevitabilmente dalla messa al centro delle persone: non soltanto nelle loro aggregazioni astratte - le comunità, i gruppi, i pubblici - ma soprattutto come individui. Del resto, la comunità è comunità di individui e il welfare per essere efficace deve dare risposte individualizzate ai bisogni, non istituzionali. Se la biblioteca ha funzione paideutica per gli individui, dovremmo chiederci, ad esempio, quali saranno le competenze sociali richieste ai cittadini del 2020 oppure domandarci quali abilità professionali saranno necessarie per lavorare nel prossimo decennio, come ha fatto l'Institut for the Future dell'Università di Phoenix18. L'aporia può forse essere ricomposta, ma serve un cambio di paradigma.

Benché ci siano elementi effettivi di interesse per il lavoro dei bibliotecari in ciascuno dei due ambiti, a ben vedere, il rischio che welfare e comunità diventino feticci del cambiamento agitati per esorcizzare la paura del nuovo è reale. Un'agenda del comparto bibliotecario dovrebbe quindi legare la costruzione della reputazione della biblioteca pubblica all'approfondimento del concetto di "innovazione" nel quadro del contesto mutevole nel quale ci muoviamo. L'IFLA, attraverso il Trend report (2013)19 ha cercato di tracciare i contorni di alcuni fattori di cambiamento globale, per cercare di comprendere in che modo essi impatteranno sull'attività delle biblioteche pubbliche.
Una chiave di lettura interessante è offerta dall'epistemologo francese Michel Serres, secondo il quale viviamo immersi in uno «spazio topologico di vicinanza»20 che ha annullato la tradizionale distanza fra chi possiede la conoscenza e i destinatari della sua trasmissione. Oggi la conoscenza non scorre più dall'alto in basso ma è disponibile e accessibile a chiunque, ovunque e in ogni istante. Se cambiano le modalità del trasferimento di conoscenza, anche i luoghi in cui questo processo è sempre avvenuto devono subire una metamorfosi radicale: un sapere oggettivato, disponibile, diffuso, non può essere trasmesso da istituzioni connotate come spazi di concentrazione della conoscenza.
Dobbiamo quindi cambiare paradigma, pensare biblioteche che oggi non riusciamo ancora a immaginare. L'attivazione della massa di informazioni che ci sta attorno passa attraverso la capacità di abitare un ambiente di scoperta, dove le risorse non sono semplicemente messe a disposizione ma servono a generare valore cognitivo aggiunto: «di fronte all'offerta crescente di sapere su scala immensa, accessibile sempre e dappertutto, un'offerta puntuale e singolare diventa risibile»21. Anche se non sappiamo ancora come, dobbiamo pensare, progettare costruire biblioteche e servizi radicalmente diversi dagli attuali. Ed è del tutto lecito chiedersi se questo processo di reinvenzione della biblioteca possa essere portato a termine da una compagine professionale fiaccata dal mancato ricambio generazionale, o se piuttosto non si debba riconoscere, con onestà, che solo una massiccia inoculazione di energie nuove e sguardi non contaminati possano riuscire laddove noi rischiamo di perderci perché ormai incapaci di immaginare un mondo (bibliotecario) diverso da quello che abbiamo contribuito a creare. Mi si perdonerà l'autocitazione, ma in occasione del Convegno delle Stelline del 2012, dedicato ai nuovi alfabeti della biblioteca, avevo scritto che:

I nuovi alfabeti della biblioteca chiedono, per essere organizzati in nuovi linguaggi e in nuovi servizi, biblioteche di nuova concezione. Non si tratta soltanto di qualità spaziali o edilizie o strumentali ma della possibilità di concepirle in modo nuovo, come ambienti orientati alla produzione culturale più che alla mera fruizione di contenuti. [...] L'accesso alla conoscenza, in un mondo che ne ha dilatato enormemente la disponibilità, è fortemente condizionato dalle competenze di ricerca. Accedere a un documento non significa realmente possederlo. Il ritorno al futuro, cioè all'idea di possesso intesa come padronanza, come capacità di introiettare, metabolizzare l'informazione, di interpretare testi e contesti, pone l'enfasi sul processo di ricerca e di interpretazione e sulla produzione di senso connessa all'accesso alla conoscenza che la biblioteca rende possibile. [...] I nuovi alfabeti della biblioteca richiedono nuove competenze nei bibliotecari ma anche - e con maggior forza e priorità - nuovi bibliotecari competenti22.

Dobbiamo richiedere in maniera pressante di inserire colleghi e professionisti giovani, con competenze culturali, linguistiche e tecnologiche adeguate, con una visione e una sensibilità naturalmente sintonizzata sulle necessità del tempo presente, con l'apertura mentale, l'energia e l'entusiasmo che da sempre è garanzia di continuità e di sviluppo. Senza di loro anche i nuovi paradigmi di cui discettiamo sulle pagine di questa rivista rischiano di restare, fatalmente, lettera morta.

NOTE

Ultima consultazione siti web: 4 marzo 2015.

[1] Jakob@nichtich, https://twitter.com/nichtich/status/438186931139383296.

[2] Giovanni Di Domenico, Conoscenza, cittadinanza, sviluppo: appunti sulla biblioteca pubblica come servizio sociale, «AIB studi», 53 (2013), n. 1, p. 13-25, http://aibstudi.aib.it/article/view/8875.

[3] D.p.c.m. 29/08/2014, n. 171, Regolamento di organizzazione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, degli uffici della diretta collaborazione del Ministro e dell'Organismo indipendente di valutazione della performance, a norma dell'articolo 16, comma 4, del decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 giugno 2014, n. 89.

[4] Le difficoltà non mancano anche negli istituti non interessati dal taglio delle direzioni: è il caso, ad esempio, della Biblioteca nazionale centrale di Firenze, dove il funzionamento di alcuni servizi al pubblico dipende ormai dalla presenza strutturale di volontari e tirocinanti, e il loro venir meno può determinare la sospensione di servizi al pubblico fondamentali, come la distribuzione dei materiali richiesti dall'utenza.

[5] David Lankes,A new librarianship for a new age, 18 novembre 2011, http://quartz.syr.edu/rdlankes/Presentations/2011/RomeEN.html. È disponibile il testo in italiano:Id.,La conoscenza come conversazione, non come catalogo. Per una nuova biblioteconomia, «Il sole 24 ore», 20 novembre 2011, http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-11-18/conoscenza-come-conversazione-come-133501.shtml?uuid=AalFJdME.

[6] Un contributo importante in questa direzione è stato fornito da Anna Galluzzi, che ha indagatol'immagine pubblica della biblioteca così come viene restituita dai media. Si veda Anna Galluzzi, Libraries and public perception: a comparative analysis of the European press. Oxford: Chandos, 2014.

[7] Chiara Faggiolani; Giovanni Solimine, Biblioteche moltiplicatrici di welfare, «Biblioteche oggi», 31 (2013), n. 3, p. 15-19.

[8] Giovanni Solimine, Nuovi appunti sulla interpretazione della biblioteca pubblica, «AIB studi»,53 (2013), n. 3, p. 265-266, http://aibstudi.aib.it/article/view/9132.

[9] Chiara Faggiolani; Giovanni Solimine, Biblioteche moltiplicatrici di welfare cit.

[10] Associazione italiana biblioteche, Rilanciare le biblioteche pubbliche italiane: documento programmatico, settembre 2011, http://www.aib.it/attivita/campagne/2012/12818-rilanciare-le-biblioteche-pubbliche-italiane-documento-programmatico/.

[11] Sara Chiessi, Il welfare è morto viva il welfare! Biblioteche pubbliche tra welfare e valore sociale, «AIB studi»,53 (2013), n. 3, p.281, http://aibstudi.aib.it/article/view/9146.

[12] R. David Lankes, L'atlante della biblioteconomia moderna.Milano: Bibliografica, 2014.

[13] Ivi, p. 50.

[14] Ivi, p. 71.

[15] Paideia, in: Treccani.it l'enciclopedia italiana, 2009, http://www.treccani.it/enciclopedia/paideia_(Dizionario-di-filosofia)/.

[16] Sara Chiessi, Il welfare è morto viva il welfare! cit., p. 283.

[17] Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Roma-Bari: Laterza, 2007, p. 199-200.

[18] Institute for the Future for University of Phoenix Research Institute, Future work skills 2020. 2011, http://www.iftf.org/uploads/media/SR-1382A_UPRI_future_work_skills_sm.pdf.

[19] IFLATrend Report, http://trends.ifla.org/.

[20] Michel Serres, Non è un mondo per vecchi. Perché i ragazzi rivoluzionano il sapere. Torino: Bollati Boringhieri, 2013, p. 14.

[21] Ivi, p. 33.

[22] Stefano Parise, Saluto introduttivo,in:I nuovi alfabeti della biblioteca. Viaggio al centro di un'istituzione della conoscenza nell'era dei bit: dal cambiamento di paradigma al linguaggio del cambiamento, Milano, 15-16 marzo 2012.