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Riviste open access in Italia: stato dell'arte

di Ilaria Fava

Open access in Italia: qualche cenno

È trascorso poco più di un decennio dalla prima dichiarazione di principi degli atenei italiani in materia di accesso aperto, che risale al novembre 2004 ed è nota come Dichiarazione di Messina1, rielaborazione in chiave nazionale della Berlin declaration on open access to knowledge in the sciences and humanities2, e che è stata aggiornata lo scorso novembre 2014 con una road map 2014-20183.
In questi anni il movimento per l'accesso aperto alla conoscenza scientifica ha conosciuto in Italia periodi di alterne fortune e favori da parte dell'attenzione sia dei bibliotecari e ricercatori, i primi a essere direttamente coinvolti in questo new deal della comunicazione scientifica, sia dall'opinione pubblica.
Qualche tempo dopo la Dichiarazione di Messina la CRUI ha costituto, in seno alla Commissione biblioteche, un Gruppo di lavoro sull'open access4 che ha elaborato alcuni preziosi documenti e linee guida per lo sviluppo e l'applicazione dell'accesso aperto negli atenei italiani, dalle indicazioni sulla realizzazione di archivi istituzionali e riviste OA, strumenti indispensabili per le nuove modalità di comunicazione della scienza previste dall'accesso aperto, alle linee guida sulla redazione di policy e regolamenti in materia di OA. Grazie all'impulso dato dalla Commissione europea con un progetto pilota sull'open access all'interno del Settimo programma quadro, l'Italia ha contribuito allo sviluppo e al successo di alcuni importanti progetti europei sull'accesso aperto, da quelli dedicati alle infrastrutture di ricerca come OpenAIRE (Open access infrastructure for research in Europe) a quelli focalizzati sullo sviluppo di politiche nazionali allineate in tutta Europa come MedOANet (Mediterranean open access network) e Pasteru4OA (Open access policy alignment strategies for European Union research). Le ricadute complessive di questi progetti non sono ancora pienamente valutabili, ma si può affermare con un certo grado di sicurezza che questi hanno contribuito a rendere il mondo della ricerca italiana maggiormente ricettivo nei confronti delle tematiche e del movimento per l'accesso aperto5.

Chi va piano va sano e va lontano

Nei primi anni di vita del movimento per l'accesso aperto alla letteratura scientifica si è assistito a un proliferare di dichiarazioni sull'open access che ne sono ancora oggi i capisaldi: si ricordano in particolare la Budapest open access initiative6, che identifica le due strategie (green e gold road) attraverso le quali una pubblicazione può dirsi a pieno titolo ad accesso aperto, e la già citata Berlin declaration, che invece si concentra maggiormente sugli aspetti tecnologici, come l'interoperabilità. Più recentemente è stata identificata anche una terza strategia, o modello di business, dell'accesso aperto, che sembra essere diventata preponderante tra gli editori: la cosiddetta via rossa. «Una tipologia che si è imposta negli ultimi anni è la via rossa [...] [nell'ambito della quale] l'autore paga cifre anche molto elevate per pubblicare in accesso aperto presso un editore commerciale, che poi vende la rivista in abbonamento a un prezzo ugualmente molto elevato. L'OA da una parte fa tendenza e spesso questo fa sorgere ambiguità controproducenti, dall'altra attira forme di business talvolta poco trasparenti. In particolare uno dei problemi emergenti e legato al mondo dell'editoria scientifica è quello di determinare se un editore sia realmente OA o se piuttosto operi attraverso forme di spam o addirittura scam»7.

Questo decennio ha dunque visto un lento ma costante affermarsi dell'interesse generale per l'OA anche in Italia, con un'importante differenza, tuttavia, nel sostegno alle due vie previste dalla BOAI. Dal (sintetico) resoconto sullo stato dell'arte dell'accesso aperto in Italia presentato poco sopra emerge come le riviste, con l'eccezione di un unico documento CRUI che vi fa esplicito riferimento, siano state considerate con minore attenzione rispetto agli archivi aperti, anche per una serie di ragioni storiche proprie del movimento OA8. È probabile che la minore enfasi sulle riviste rispetto agli archivi vada ricercata in una serie di ragioni9. Tra queste, ad esempio la presenza nel mercato dell'editoria scientifica di una serie di attori tradizionali, dalla posizione forte e consolidata, motivo per cui è spesso difficile l'affermarsi di riviste nuove; oppure la sostenibilità economica, che è la motivazione per cui di frequente viene chiesto agli autori il pagamento di costi di pubblicazione su riviste OA, non avendo a sostenerle il meccanismo degli abbonamenti. Questi elementi, insieme a molti altri, possono essere sufficienti a un'istituzione per decidere di mantenere un atteggiamento cauto riguardo la pubblicazione di riviste in generale, e soprattutto di riviste ad accesso aperto, mentre la creazione di un archivio istituzionale, in particolare se collegato a pratiche di valutazione dei prodotti della ricerca, può essere intrapreso con maggiore sicurezza all'interno della propria mission istituzionale.
L'obiettivo di questo contributo è quello di esaminare la presenza di riviste italiane ad accesso aperto nei repertori internazionali, prendendo in considerazione alcuni aspetti in particolare, quali: i dati sulla crescita delle riviste, il tipo di software utilizzato per la gestione delle stesse, e infine la tipologia di editori che pubblicano riviste ad accesso aperto. Per quanto riguarda gli editori italiani, viene analizzato il loro inserimento nel maggiore repertorio internazionale che censisce le politiche editoriali rispetto all'accesso aperto. Viene infine indagata la rilevanza delle riviste ad accesso aperto nella valutazione della ricerca, con specifico riferimento alla VQR 2004-2010.

La Directory of open access journals e le riviste italiane

La DOAJ (Directory of open access journals)10 è il maggiore repertorio internazionale di riviste open access, il cui obiettivo è quello di aumentare la visibilità delle riviste scientifiche ad accesso aperto promuovendone allo stesso tempo l'utilizzo e l'impatto. Istituita nel 2003 presso l'Università di Lund, dopo poco più di un anno contava già oltre 1300 riviste inserite11. Dopo un primo periodo in cui era relativamente semplice suggerire una rivista per l'inclusione (ad esempio, era sufficiente che la rivista fosse ad accesso aperto e poco altro)12, nel 2014 i criteri di inserimento delle riviste nella DOAJ sono diventati piuttosto stringenti13. Le riviste, infatti, devono rispettare una serie di requisiti, garantendo ad esempio di: essere dotate di ISSN corrispondente al titolo della rivista; pubblicare la lista dei componenti dell'editorial board sul sito della rivista; rendere disponibili gli articoli a testo pieno gratuitamente e senza periodo di embargo; avere una politica chiara e facilmente reperibile sull'accesso aperto ai contenuti; condurre un controllo sulla qualità dei contenuti, che sia peer-review in senso tradizionale o meno, descritto in maniera esaustiva sul sito della rivista; rispettare la definizione di rivista ad accesso aperto secondo la BOAI; nel caso in cui la rivista richieda il pagamento di qualsiasi tipo di costo di pubblicazione (siano article processing charge o article submission charge), dichiarare questa politica in maniera chiara e immediatamente riconoscibile; infine, indicare il tipo di licenza di riuso applicata ai contenuti14.
Questi nuovi criteri fanno sì che da un lato sia quantomeno più impegnativo proporre una rivista alla DOAJ, e dall'altro che gli utenti del repertorio abbiano una garanzia aggiuntiva del fatto che le riviste contenute sono di qualità verificata (dove con qualità si intende il rispetto di requisiti espliciti). In particolare, appare significativo che una delle nuove condizioni, indispensabili per l'inserimento, sia la presenza della peer-review, che pur con alcuni limiti rimane ad oggi lo strumento fondamentale per una prima verifica sui contenuti15. La DOAJ si sta inoltre impegnando a controllare che tutte le riviste accettate in passato per l'inserimento rispettino i nuovi criteri, apponendo un sigillo con la data di verifica.
Dalla DOAJ risulta che la prima rivista ad accesso aperto italiana è stata aggiunta al repertorio nel 2003. Al momento della stesura del presente contributo le riviste di provenienza italiana sono 307, di cui 301 aggiunte nel periodo 2003-2014. Pur se il dato sulla crescita annuale non rispecchia la data di effettiva creazione e pubblicazione delle riviste, poiché nella DOAJ si prende in considerazione la data di inserimento del titolo nel repertorio, questo rimane comunque interessante e mostra come l'aumento del numero delle riviste sia graduale e, probabilmente, destinato a mantenersi tale.


Figura 1 - Dati sulla crescita delle riviste italiane nella Directoy of open access journals

Software utilizzati nella gestione di riviste open access

Una breve analisi dei software utilizzati per la gestione delle riviste italiane contenute nella DOAJ mostra una fortissima prevalenza di strumenti specializzati e largamente utilizzati anche dalla comunità internazionale. Questo dato può risultare significativo del fatto che gli editori investono in software in grado di assicurare la gestione complessiva del ciclo di vita della rivista (come OJS, che è un applicativo open source sviluppato all'interno del mondo OA e quindi ben conosciuto16), anche se questi possono non risultare di utilizzo immediato. L'adozione di un software come OJS, sviluppato per rispondere alle precise esigenze della gestione completa di una rivista in ottica OA, ha il pregio di fornire una serie di strumenti indispensabili nel mondo dell'open, come l'uscita OAI-PMH attraverso la quale è possibile, per chiunque lo voglia, avere accesso ai metadati degli articoli e riusarli secondo il tipo di licenza applicata dall'editore.
La presenza nell'elenco di altri software come WordPress, Joomla e Drupal fa pensare invece a una derivazione dal CMS utilizzato per la gestione del sito web dell'editore/istituzione. Anche nel mondo dei CMS cominciano ormai ad affacciarsi soluzioni efficaci per la gestione di riviste, in particolare per le attività di back-office. Le pubblicazioni realizzate con tali software, tuttavia, pur risultando aperte perché i contenuti sono liberamente accessibili in rete, potrebbero non rispettare le condizioni di interoperabilità tecnica17 indicate nella Berlin declaration.
Un numero significativo di riviste utilizza invece software sviluppati ad hoc, spesso con risultati poco convincenti dal punto di vista dell'accessibilità delle informazioni18.

Software utilizzato     Quantità
OJS     166
WordPress     8
Joomla     10
Drupal     3
DSpace     2
altri software     93

Figura 2 - Software utilizzato per la pubblicazione di riviste OA


Figura 3 - Numero di riviste per tipologia di software utilizzato

Infine, si vuole mettere in evidenza il fatto che due riviste, edite rispettivamente dall'Università degli studi di Bergamo e dall'Università degli studi di Trieste19, utilizzano l'archivio istituzionale di ateneo per la pubblicazione dei propri contenuti. La soluzione è rispettosa sul piano dell'interoperabilità e dell'osservanza degli standard, per quanto possa sembrare singolare dal momento che l'archivio istituzionale è generalmente dedicato a raccogliere contributi già pubblicati altrove.
Va tenuto presente, in ogni caso, che lo spaccato delle riviste italiane presenti nella DOAJ fotografa un sottoinsieme delle stesse e non è la rappresentazione fedele dello stato dell'arte delle riviste italiane liberamente accessibili in rete, che sono certamente un numero di molto superiore a 300; mostra tuttavia un quadro almeno attendibile delle riviste ad accesso aperto, che conoscono la DOAJ e che riconoscono il vantaggio, in termini di ricercabilità e visibilità, di essere presenti nel repertorio. Questo elemento potrebbe spiegare anche l'alto numero, in quel novero, di utilizzatori di OJS.

Editori che pubblicano riviste ad accesso aperto

L'analisi degli editori le cui riviste sono inserite nella DOAJ mostra una buona presenza di atenei, istituzioni di ricerca o pubbliche amministrazioni in generale che completano l'offerta ai propri ricercatori mettendo loro a disposizione gli strumenti con i quali possono creare e gestire riviste scientifiche in maniera quasi autonoma. In genere questo servizio viene offerto centralmente, a livello di ateneo, ed è l'ateneo stesso a indicare i criteri indispensabili20 per poter avviare una nuova rivista. In alcuni casi si è verificata la transizione dal cartaceo all'online di riviste storicamente edite dall'istituzione (dipartimento, istituto ecc.). Le university press sono ancora poco rappresentate nella DOAJ, probabilmente per il fatto che le pubblicazioni ad accesso aperto21 non sono la maggioranza della loro produzione editoriale. Gli editori commerciali nella DOAJ sono invece un numero abbastanza significativo; come per le university press, salvo alcuni casi in cui l'accesso aperto è una strategia commerciale dichiarata, le riviste OA rappresentano solo una parte dell'offerta editoriale, che si mantiene tradizionale. Esiste poi un certo numero di editori di altra tipologia (dalle società scientifiche alle associazioni culturali) che preso nel suo insieme rappresenta il maggior numero di editori nella DOAJ.

Tipologia editore     Quantità
università/ istituzioni di ricerca/ altre PA     54
university press     5
società scientifiche     8
associazioni culturali/fondazioni     8
associazioni scientifiche/professionali     12
editori commerciali     34
altro     43

Figura 4 - Tipologia di editori nella DOAJ

Analizzando il numero di riviste pubblicate per ciascun editore, però, emerge come la maggior parte di questi ultimi pubblichi una sola rivista (solo 26 editori su 164 pubblicano più di due riviste). I dati sembrano mostrare, in conclusione, che nella DOAJ siano inclusi per lo più editori medio-piccoli oppure molto piccoli.


Figura 5 - Numero di riviste pubblicate per editore, presenti nella DOAJ

Editori italiani in SHERPA/RoMEO

Sempre in materia di editori, si è voluta verificare la presenza italiana in un altro repertorio internazionale, SHERPA/RoMEO22: questa lista censisce le politiche degli editori rispetto ai temi dell'accesso aperto e della possibilità per l'autore di riusare gli articoli pubblicati, dove con riuso si intende, ad esempio, la possibilità di utilizzare l'articolo, dopo la pubblicazione, per il deposito nell'archivio istituzionale, per la pubblicazione del PDF sul proprio sito web o blog, per la distribuzione a colleghi o studenti. L'inserimento nel repertorio avviene su base volontaria e, a seconda delle politiche dichiarate in fase di inserimento, gli editori classificati divisi per "colore". Partendo dal grado di apertura maggiore fino ad arrivare al minore, il verde indica che l'editore consente all'autore di depositare in un archivio istituzionale il pre-print, il post-print oppure la versione PDF dell'editore; il blu indica che l'editore autorizza l'archiviazione del post-print o del PDF dell'editore23; il giallo permette l'archiviazione del solo pre-print; il bianco, infine, sta a significare che l'archiviazione non è supportata dallo specifico editore.
In SHERPA/RoMEO sono presenti 34 editori italiani che dichiarano pubblicamente le proprie policy rispetto all'open access.
Di questi 34, 18 sono elencati anche nella DOAJ: possono quindi essere considerati a pieno titolo e concretamente editori di pubblicazioni ad accesso aperto.
Di questi 18, 10 permettono l'archiviazione di qualsiasi versione dell'articolo, mentre altri 5 presenti nella DOAJ consentono l'utilizzo del post-print e del PDF dell'editore.


Figura 6 - Numero di editori italiani in SHERPA/RoMEO per tipo di politica


Figura 7 - Rapporto tra editori italiani presenti in SHERPA/RoMEO e in DOAJ

Per migliorare la presenza italiana in SHERPA/RoMEO gli editori, sia che decidano di applicare politiche favorevoli all'accesso aperto che in caso contrario, dovrebbero proporre il proprio inserimento in questo repertorio. Questo sia per allineare il dato con la DOAJ che per restituire un aggiornamento attendibile dello stato dell'arte: nel caso del progetto MedOANet, infatti, SHERPA/RoMEO è stato utilizzato come fonte dati per le politiche degli editori sull'accesso aperto24, e la scarsa presenza degli editori italiani non ha consentito di avere un quadro esaustivo delle politiche sull'accesso aperto dell'editoria nel nostro paese.

Riviste OA e valutazione della ricerca

Un'ultima analisi è stata condotta sulle riviste italiane ad accesso aperto inserite dall'Anvur, l'Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, nelle liste di riviste di fascia A, la fascia di merito più elevata. Preliminarmente alla realizzazione della valutazione della qualità (VQR) 2004-2010, sono state individuate 14 aree di ricerca, coincidenti con quelle del Consiglio universitario nazionale (CUN). Per ciascuna di queste aree un Gruppo di esperti della valutazione (GEV) si è occupato di redigere i criteri per la valutazione dei prodotti della ricerca, selezionando le riviste ammesse per fascia di merito25.
L'area selezionata per l'esame, dato l'argomento del presente contributo, è la biblioteconomia, inserita nell'area 11, scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche, e identificata come 11/A4; l'analisi è stata effettuata sulle riviste di fascia A indicate per quel settore26.
Le riviste italiane inserite in fascia A nell'area 11/A4 sono 29 su un totale di 59 ammesse per la disciplina. Dei 29 titoli italiani, 13 sono indicizzati da Scopus, e di questi solo 4 compaiono anche in Web of science. Il dato sull'accesso aperto indica che solo 2 riviste27 sono ad accesso aperto e inserite nella DOAJ28.
Sulla presenza delle riviste italiane, non necessariamente ad accesso aperto ma anche e soprattutto tradizionali, appartenenti ai cosiddetti settori non bibliometrici all'interno dei repertori bibliografici citazionali, si è scritto molto proprio grazie alla VQR 2004-201029.
La questione della qualità delle riviste ad accesso aperto non è in discussione in questa sede: si evidenzia, come discusso ampiamente dalla letteratura internazionale30 in merito, che spesso le riviste OA non trovano spazio nei repertori citazionali, per ragioni che variano dal pubblicare prevalentemente in lingue diverse dall'inglese, dall'essere di recente costituzione, ancora dal non aver raggiunto il "giusto" prestigio nella comunità scientifica di riferimento, o ancora dal non avere impact factor, ritenuto ancora un discrimine importante per gli autori nella scelta della rivista a cui proporre i propri articoli.

Conclusioni

Lo scenario che emerge dall'analisi condotta sulle riviste ad accesso aperto in Italia e sulla loro presenza internazionale sembra positivo e confortante nonostante qualche ombra. Le riviste hanno un tasso di crescita costante, come dimostrato dai dati elaborati dalla DOAJ, che sarà probabilmente destinato ad aumentare nel corso degli anni in linea con la tendenza in atto a livello globale31. È però indispensabile migliorare la presenza di questi contenuti nei repertori internazionali, utilizzando questi ultimi per aumentare la diffusione della letteratura italiana ad accesso aperto. L'affermazione del modello open, accanto a quelli dell'editoria tradizionale, deve essere promossa dalle istituzioni che già perseguono l'obiettivo di rendere più aperti i risultati della ricerca, studiando ed elaborando modalità efficaci di sostenibilità economica dell'accesso aperto32.

NOTE

Ultima consultazione siti web: 9 maggio 2015.

[1] La Dichiarazione di Messina è stata sottoscritta dagli atenei partecipanti al convegno "Gli atenei italiani per l'open access: verso l'accesso aperto alla letteratura di ricerca", (Messina, 4-5 novembre 2004), http://www.aepic.it/conf/Messina041/index981f.html.

[2] La Berlin declaration risale al 22 ottobre 2003, circa un anno prima della Dichiarazione di Messina, http://openaccess.mpg.de/Berlin-Declaration.

[3] Il testo della road map 2014-2018 è disponibile sul sito del decennale della Dichiarazione di Messina, http://decennale.unime.it/?page_id=1766.

[4] La storia e gli obiettivi del gruppo di lavoro per l'OA della CRUI sono descritti alla pagina https://www.crui.it/HomePage.aspx?ref=894. Dalla stessa pagina è possibile accedere ai documenti prodotti dal gruppo.

[5] Esempi di maggiore sensibilità all'argomento sono dati dall'introduzione, negli statuti universitari emanati a seguito della l. 30/12/2010, n. 240, di una menzione sull'importanza dell'accesso pieno e aperto alla letteratura scientifica, dall'emanazione del d.l. 8/8/2013, n. 91, che riporta precisi riferimenti all'accesso aperto, dalla pubblicazione del primo bando del MIUR nel programma SIR (Scientific independence of young researchers), in cui ciascun principal investigator deve garantire l'accesso aperto (accesso gratuito online per qualsiasi utente) a tutte le pubblicazioni scientifiche peer-reviewed relative ai risultati ottenuti nell'ambito del progetto. Per una panoramica esauriente sull'argomento si rimanda al testo di Maria Cassella Open access e comunicazione scientifica: verso un modello di disseminazione della conoscenza. Milano: Editrice Bibliografica, 2012. Per i dati aggiornati sull'argomento, invece, si rimanda al wiki sull'open access in Italia, in particolare alle edizioni annuali della rubrica Dati e cifre curata dall'autrice http://wiki.openarchives.it/index.php/Dati_e_cifre_sull%27Open_Access_in_Italia_-_2014.

[6] http://www.budapestopenaccessinitiative.org/read.

[7] Antonella De Robbio, Accesso aperto 2012: la vie en rose, «AIB Studi», 52 (2012), n. 1, p. 24. Un repertorio dettagliato degli editori definiti predatory, proprio con riferimento alla via rossa dell'accesso aperto identificata da Antonella De Robbio, è raccolto e aggiornato da Jeffrey Beall nel suo blog «Scholarly open access» http://scholarlyoa.com/publishers/.

[8] Il riferimento specifico è al fatto che nella Budapest open access initiative (2002) le riviste vengono considerate il secondo mezzo attraverso cui diffondere i risultati della conoscenza scientifica.

[9] Al riguardo si veda anche Peter Suber, Ten challenges for open access journals, «SPARC open access newsletter», n. 138, 2 ottobre 2009, http://legacy.earlham.edu/~peters/fos/newsletter/10-02-09.htm e Maria Cassella, Costi e modelli economici dell'open access, «Biblioteche oggi», 30 (2012), n. 10, p. 7-9.

[10] https://doaj.org. Ad oggi indicizza oltre 10500 riviste.

[11] http://web.archive.org/web/20041215054732/http://www.doaj.org/.

[12] http://web.archive.org/web/20120414223306/ http://www.doaj.org/doaj?func=suggest&uiLanguage=en.

[13] I nuovi criteri di suggerimento di una rivista alla DOAJ sono disponibili sul sito del repertorio alla pagina https://doaj.org/application/new.

[14] Prima della modifica dei requisiti di inclusione nel repertorio, la DOAJ non applicava alcuna distinzione tra riviste libere e riviste ad accesso aperto, argomento che invece trova terreno di fertile dibattito nel mondo anglosassone. A proposito della distinzione tra gratis e libre si veda Peter Suber, Gratis and libre open access, «SOAN newsletter», n. 164, 6 giugno 2008, http://www.sparc.arl.org/resource/gratis-and-libre-open-access.

[15] Il tema della peer review e delle altre pratiche di revisione (ex-ante ed ex-post) è al centro di un vivace dibattito. A tal proposito si segnala una rassegna di Nature in 22 articoli http://www.nature.com/nature/peerreview/debate/.

[16] Il Public knowledge project (PKP) è il progetto, avviato nel 1998, che ha sviluppato il software open source Open journal system, https://pkp.sfu.ca/ojs/.

[17] In particolare: «A complete version of the work and all supplemental materials, including a copy of the permission as stated above, in an 'appropriate standard electronic format' is deposited (and thus published) in at least one online repository using suitable technical standards (such as the open archive definitions)», v. http://openaccess.mpg.de/Berlin-Declaration cit.

[18] Tra le riviste con software sviluppato per le esigenze specifiche si segnala la presenza di un titolo edito da Springer, che utilizza il software Editorial manager: http://www.springer.com/gp/partners/society-zone-issues/editorial-manager/4402.

[19] Si veda https://aisberg.unibg.it/handle/10446/6133 e http://www.openstarts.units.it/dspace/handle/10077/8309.

[20] Si vedano ad esempio http://riviste.unimi.it/index.php/index/about, http://www.sba.unina.it/index.php?it/215/serena-requisiti-per-la-pubblicazione.

[21] Anche se nel caso della FUP Firenze University press si conta un buon numero (oltre 300) di monografie e riviste ad accesso aperto http://www.fupress.com/openaccess.

[22] http://www.sherpa.ac.uk/romeo/search.php.

[23] Per una definizione esaustiva delle varie versioni di un articolo utilizzate in SHERPA/RoMEO si veda Journal article versions (JAV): recommendations of the NISO/ALPSP JAV Technical Working Group, 2008, http://www.niso.org/publications/rp/RP-8-2008.pdf.

[24] In particolare per la creazione dell'Open access tracker http://www.medoanet.eu/open-access-tracker-information.

[25] Maggiori informazioni sui criteri utilizzati dai GEV dell'area 11 alla pagina http://www.anvur.org/attachments/article/90/gev11_criteri.pdf.

[26] Ai fini di questo articolo si è condotto solo uno studio a campione, sulle riviste del settore 11/A4 definite di fascia A da Anvur secondo la lista aggiornata al 18 febbraio 2014 e disponibile all'indirizzo http://www.anvur.org/attachments/article/254/Area11_Classe_A_24_03.pdf; i dati raccolti nella lista esaminata non sono aperti, ma disponibili solo all'interno di file PDF e senza licenze di riuso.

[27] Reti medievali rivista e Scrineum.

[28] La verifica della presenza in uno o più repertori è stata effettuata utilizzando lo strumento Information matrix for the analysis of journals, in linea alla pagina http://miar.ub.edu/.

[29] Si veda ad esempio Andrea Capaccioni; Giovanna Spina, La presenza delle riviste italiane di area umanistica e sociale nel Journal citation reports (JCR) e nello SCImago journal rank (SJR): dati e prime analisi, «JLIS.it», 3 (2012), n. 1, DOI: 10.4403/jlis.it-4787; Paola Galimberti, Qualità e quantità: stato dell'arte della valutazione della ricerca nelle scienze umane in Italia, «JLIS.it», 3 (2012), n. 1, DOI: 10.4403/jlis.it-5617.

[30] Si rimanda per esempio a Peter Suber, SPARC open access newsletter, issue #125, «SOAN newsletter», 2 settembre 2008, http://www.earlham.edu/~peters/fos/newsletter/09-02-08.htm e Richard Poynder, Open access: the question of quality, «Open and shut?», 21 novembre 2008 http://poynder.blogspot.it/2008/11/open-access-question-of-quality_21.html.

[31] La serie Dramatic growth of open access http://poeticeconomics.blogspot.it/2006/08/dramatic-growth-of-open-access-series.html curata da Heather Morrison riporta i dati di crescita dell'accesso aperto a livello globale.

[32] Un esempio è il modello rappresentato da Scoap3 (Sponsoring Consortium for Open Access Publishing in Particle Physics): trasformare le riviste peer-reviewed nella disciplina fisica delle particelle (HEP) da tradizionali ad accesso aperto, attraverso la costituzione di un consorzio di utenti (costituito dalle istituzioni che acquistavano in abbonamento le stesse riviste) che retribuisce gli editori centralmente, direttamente e limitatamente ai servizi di peer-reviewing ed editing; i contenuti vengono rilasciati con una licenza aperta e il diritto d'autore o il copyright restano agli autori.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Abadal Ernest, Retos de las revistas en acceso abierto: cantidad, calidad y sostenibilidad económica, «Hipertext.net», 10 (2012), http://www.upf.edu/hipertextnet/en/numero-10/challenges-for-open-access-journals-quantity-quality-and-economic-sustainability.html.

[2] Beaubien Sarah; Eckard Max, Addressing faculty publishing concerns with open access journal quality indicators, «Journal of librarianship and scholarly communication», 2 (2014), n. 2, DOI: 10.7710/2162-3309.1133.

[3] Berlin declaration on open access to knowledge in the sciences and humanities, 2003, http://openaccess.mpg.de/Berlin-Declaration.

[4] Capaccioni Andrea; Spina Giovanna, La presenza delle riviste italiane di area umanistica e sociale nel Journal citation reports (JCR) e nello SCImago journal rank (SJR): dati e prime analisi, «JLIS.it», 3, (2012) n. 1, DOI:10.4403/jlis.it-4787.

[5] Cassella Maria, Costi e modelli economici dell'open access, «Biblioteche oggi», 30 (2012), n. 10, DOI: 10.3302/0392-8586-201210-003-1.

[6] De Robbio Antonella, Accesso aperto 2012: la vie en rose, «AIB studi», 52 (2012), n. 1.

[7] Directory of open access journals, http://www.doaj.org.

[8] Galimberti Paola, Qualità e quantità: stato dell'arte della valutazione della ricerca nelle scienze umane in Italia, «JLIS.it», 3 (2012), n. 2, DOI: 10.4403/jlis.it-5617.

[9] Gli atenei italiani verso l'accesso aperto, 2004, http://www.aepic.it/conf/Messina041/index981f.html.

[10] Green, gold, gratis and libre open access: brief overview for beginners, «Open science», 4 dicembre 2013, http://openscience.com/green-gold-gratis-and-libre-open-access-brief-overview-for-beginners/.

[11] Murray Rust Peter, Green and gold open access? Libre and gratis. Reasons why readers and re-users matter, «Petermr's blog», 19 luglio 2011, http://blogs.ch.cam.ac.uk/pmr/2011/07/19/green-and-gold-open-access-libre-and-gratis-reasons-why-readers-and-re-users-matter/.

[12] Poynder Richard, Open access: the question of quality, «Open and shut?», 21 novembre 2008, http://poynder.blogspot.it/2008/11/open-access-question-of-quality_21.html.

[13] Pringle James, Do open access journals have impact?, «Nature web focus. Access to literature», 2004, http://www.nature.com/nature/focus/accessdebate/19.html.

[14] Suber Peter, Open access. Cambridge (MA): MIT Press, 2012.

[15] Suber Peter, SPARC open access newsletter, issue #125, «SOAN newsletter», 2 settembre 2008, http://www.earlham.edu/~peters/fos/newsletter/09-02-08.htm.

[16] Suber Peter, Ten challenges for open access journals, «SOAN newsletter», n. 138, 2 ottobre 2009, http://legacy.earlham.edu/~peters/fos/newsletter/10-02-09.htm.

[17] Wiki sull'open access in Italia http://wiki.openarchives.it/index.php/Pagina_principale.