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Validità e limiti della library catalog analysis
per la valutazione della ricerca nelle scienze umane e sociali

di Maria Teresa Biagetti

Nell'ambito del dibattito internazionale sviluppatosi intorno al delicato tema della valutazione della ricerca scientifica e dell'uso degli indicatori bibliometrici per misurare i risultati ottenuti dagli studiosi, dalle università e dagli enti di ricerca pubblici1, negli ultimi anni è emerso con particolare forza il tema della valutazione dei lavori scientifici degli autori che coltivano le discipline umanistiche e sociali, tradizionalmente valutate con l'impiego della 'revisione dei pari'.
L'interesse per la costruzione e l'utilizzo di indicatori bibliometrici ha ricevuto in Italia un notevole impulso proprio grazie al dibattito sulla valutazione della ricerca scientifica. In realtà, la bibliometria è un settore di studio sorto indipendentemente dalle necessità di valutazione, e si è sviluppato nel corso di almeno un secolo. La bibliometria costituisce l'avanzamento disciplinare degli studi di statistical bibliography, nei quali i metodi matematici e statistici sono stati applicati allo studio dei libri e degli altri mezzi di comunicazione scientifica, come gli articoli pubblicati sulle riviste scientifiche. Nel 1969 Alan Pritchard2 propose di modificarne il nome in bibliometrics. La bibliografia statistica si era presentata alla ribalta scientifica con lo studio della storia comparata dell'anatomia di Francis Joseph Cole e Nellie B. Eales, The history of comparative anatomy3; successivamente, tra i lavori che hanno inciso profondamente su questo percorso, si ricordano quello di Edward Wyndham Hulme, Statistical bibliography in relation to the growth of modern civilization lectures (London, Grafton, 1923) e la tesi di dottorato di Charles Gosnell, contenente un'indagine statistica volta a scoprire linee di tendenza o curve di distribuzione dei libri che permettessero di esprimere il livello di obsolescenza con formule matematiche4.
La bibliometria come campo d'indagine scientifica e applicativa in seguito si sviluppa anche attraverso la teorizzazione degli indici citazionali come specifica misura bibliometrica da parte di Eugene Garfield, fondatore, come è noto, nel 1958 a Philadelphia dell'Institute for Scientific Information. Procede nei decenni successivi con la definizione di altre misure fondate sulla citazione, come bibliographic coupling da parte di Maxwell Mirton Kessler5 e co-citation, definita nel 1973 da Henry Small6 come misura della frequenza con cui due autori sono citati insieme da altri, anche se i due autori non si citano l'un l'altro. I legami tra citazioni e analisi delle co-citazioni permettono di definire clusters di autori, mappe disciplinari e costellazioni di articoli semanticamente legati, di rappresentare un campo disciplinare, una scuola di pensiero o di ricerca, e analizzare all'interno di ciascun cluster quanto sono frequentemente citati gli autori, o gli articoli, e monitorare i cambiamenti nel tempo7.
La pubblicazione degli indici citazionali è stata intrapresa da Eugene Garfield a partire dal 1963. Viene pubblicato per primo il bollettino cartaceo Science citation index, in seguito il Social science citation index, e infine Art & humanities citation index. Gli indici in versione cartacea erano suddivisi in tre parti: Sources index, l'Indice delle fonti, forniva l'elenco dei documenti citanti, cioè degli articoli pubblicati nell'arco temporale coperto dall'indice; Citation index, l'Indice delle citazioni, presentava i nomi degli autori citati in tutti gli articoli, disposti in ordine alfabetico, con i riferimenti agli articoli o alle opere citate e l'elenco degli autori che li hanno citati; Permuterm subject index, da usare qualora si volesse ricercare in un ambito scientifico senza conoscere il nome di un autore, offriva l'elenco delle parole chiave dei titoli presenti nel Sources index. Gli indici di ISI furono trasformati in basi di dati interrogabili a pagamento nel 1990 e negli anni successivi, come è noto, furono acquisiti dalla Thomson Reuters. Dal 1997 sono gestiti nel portale Web of science, insieme ad altri strumenti per la ricerca bibliometrica8.
L'analisi citazionale considera le citazioni che gli autori fanno nei loro articoli scientifici per collegarli con quelli citati. Si presume che gli articoli 'citanti' e gli articoli 'citati' siano naturalmente legati dal punto di vista semantico, trattino cioè di argomenti affini pur appartenendo a discipline diverse. Gli indici citazionali permettono di costituire bibliografie in modo automatico, e intendono fornire un servizio di ricerca di tipo semantico senza passare attraverso le fasi complesse dell'analisi contenutistica dei documenti realizzata da un indicizzatore.
Convinto che gli indici semantici tradizionali allestiti dalle biblioteche, compresi i sistemi di classificazione, fossero in grado di fornire solo una tra le possibili prospettive di ricerca, quella cioè definita dall'indicizzatore e quindi viziata da un'osservazione soggettiva, Garfield nel 1955 aveva proposto un sistema di ricerca semantica della letteratura scientifica innovativo, basato sulle associazioni concettuali evidenziate attraverso le citazioni bibliografiche9.

La citazione da parte di un autore del lavoro di un altro autore equivale, secondo Garfield, ad una indicizzazione semantica realizzata secondo il punto di vista personale dell'autore citante: «for every time an author makes a reference he is in effect indexing that work from his point of view»10. Questo intreccio di prospettive può contribuire ad arricchire notevolmente i risultati del processo di ricerca documentaria. Garfield si era ispirato allo Shepard's citations, uno strumento di ricerca per la professione legale attivo dal 1873, che presentava per ogni caso giudiziario l'elenco delle pubblicazioni che lo avevano citato.
I nuovi indici citazionali per la scienza sarebbero stati in grado di restituire al ricercatore, anche nel campo storico, quale fosse l'importanza e il 'fattore d'impatto' che ogni pubblicazione, e ogni autore, avevano ricevuto nel tempo, e avrebbero potuto permettere di risalire agevolmente all'origine di una teoria scientifica e di seguirne l'evoluzione. Le mappe citazionali così realizzate possono far emergere quelle relazioni semantiche tra i documenti che non affiorano attraverso la lettura del testo, e permettono ai ricercatori di reperire documenti rilevanti per le loro ricerche grazie al legame semantico istituito dagli autori dei lavori scientifici. Naturalmente, il legame è valido solo nel caso in cui gli autori citino esclusivamente fonti rilevanti e non siano fuorviati da una visione parziale dei fenomeni analizzati11.
Si evidenziano differenze significative tra le strategie per la ricerca bibliografica che si avvalgono dei meccanismi citazionali, e le modalità adottate nelle bibliografie tradizionali. Queste ultime devono osservare criteri rigidi per l'inclusione dei lavori e si trovano, in alcuni casi, a dover limitare la massa di potenziali riferimenti concettuali a quelli che soddisfano esattamente i criteri stabiliti: lingua, estensione del contributo, contenuti considerati in senso stretto; le citazioni istituite dagli autori di monografie che affrontano temi trasversali a diversi campi disciplinari, invece, offrono collegamenti e interpretazioni personali e suggestive, e possono apportare una ricchezza significativa alla ricerca, suggerendo fonti e prospettive che vanno oltre i singoli campi disciplinari. Seguire la trama delle citazioni che offrono gli articoli e i saggi risulta allora la migliore strategia per la ricerca bibliografica. Un elemento di debolezza, tuttavia, è costituito dal fatto che gli autori generalmente seguono un preciso paradigma scientifico, e quindi citano i lavori che fanno riferimento a quel modello, e nel momento in cui si determinano cambi di paradigma nella disciplina, la letteratura citata risulta meno significativa, in quanto si riferisce ad un modello scientifico ritenuto valido nel passato12.
Grazie alle possibilità che offrivano di contare velocemente le citazioni ricevute dagli autori, oltre alla funzione di strumenti per la ricerca bibliografica, gli indici citazionali per le discipline scientifiche assunsero presto anche quella di congegno utilizzabile per la valutazione dei gruppi di ricerca e dei singoli ricercatori. Come ricorda anche Nicola De Bellis13, gli indici prodotti da ISI - e in particolare lo Science Citation Index - assursero alla ribalta della scientometria grazie all'uso che il National Science Board della National Science Foundation ne fece negli USA per redigere lo Science indicators 197214, il primo dei rapporti dedicati alla valutazione della ricerca di base e applicata negli Stati Uniti, nel quale furono impiegati gli indicatori quantitativi basati sulle citazioni ricevute dagli autori.
L'impostazione di matrice bibliografico-indicale e la concezione ideale della citazione bibliografica mostrata da Garfield nel primo periodo della sua attività si attenuano notevolmente negli anni successivi e Garfield, alla fine degli anni Settanta del Novecento, presenta chiaramente gli indici citazionali come uno strumento che permette di misurare obiettivamente i progressi e i risultati delle ricerche, individuali o di gruppo, e prendere anche le decisioni per distribuire i finanziamenti15. Egli stesso era comunque consapevole dei limiti manifestati dagli indici che stava producendo, ad esempio del fatto che in molti casi le citazioni potevano avere una valenza negativa, dell'inevitabile presenza delle autocitazioni, e della difficoltà a reperire i lavori di un autore non presentato come primo in un gruppo di co-autori, dal momento che gli indici citazionali indicizzavano solo il primo autore: «[...] the Citation Index of SCI and SSCI lists cited items only by the first author»16.

Valutazione della ricerca scientifica e analisi citazionale

L'analisi citazionale è stata utilizzata in diversi settori, e nel corso del Novecento è stato rilevante il suo impiego per lo studio del sistema della scienza e della tecnologia.
Lo storico e sociologo della scienza Derek J. de Solla Price, fondatore della scientometrics, per distinguere il campo della scienza da quello della non-scienza propone di valutare il ruolo sociale affidato alle discipline (alcune rivolte alla education, altre dedicate al training), e in questa prospettiva ha considerato anche la funzione svolta dalle citazioni. La letteratura e l'informazione scientifica hanno un ruolo sociale che le distingue dalla letteratura non scientifica, e proprio le citazioni fanno emergere i legami sociali esistenti tra gli autori; sono i documenti scientifici stessi a rendere evidenti le relazioni esistenti tra gli studiosi, attraverso l'uso della citazione, e a rendere così manifesti gli invisible colleges17.
Secondo Price si possono individuare due distinti raggruppamenti di lavori citabili, che in parte però si sovrappongono: l'archivio completo di tutta la letteratura disponibile, da un lato, e dall'altro quello costituito dalla letteratura recentissima, prodotta sul fronte avanzato della ricerca e che gode dell'immediacy effect. L'effetto-immediatezza comporta l'uso diffuso e quasi esagerato dei lavori pubblicati negli ultimi anni. Considerando la media dei valori presentati dall'insieme delle discipline, secondo le stime di Price i lavori pubblicati da due anni vengono citati sei volte di più del normale tasso di citazione della letteratura più vecchia; quelli pubblicati da tre anni vengono citati cinque volte di più, e così via18. Price suggerisce una stima approssimativa: circa la metà delle citazioni bibliografiche presenti in un lavoro scientifico riguardano lavori abbastanza recenti e l'altra metà presentano come fonte tutti i lavori prodotti nel tempo. I lavori più citati sono molto più recenti di quelli che ricevono un numero minore di citazioni19. Egli introduce così il concetto di half-life, cioè la misura dell'età mediana delle citazioni presenti nella letteratura scientifica.
Tra gli altri importanti filoni d'indagine, quello dedicato ad analizzare i diversi campi scientifici e seguirne l'evoluzione nel tempo con l'impiego, ad esempio, della co-citation analysis degli autori, e quello volto a studiare i processi d'interazione tra scienza e tecnologia tramite l'esame della letteratura scientifica citata nei brevetti industriali. Tuttavia, è l'impiego dell'analisi citazionale nell'attività di valutazione della produzione dei singoli ricercatori, dei gruppi di ricerca o di interi dipartimenti universitari, ad aver attratto l'interesse di tutti i ricercatori e dei bibliometristi di professione.
Le potenzialità e i limiti dell'analisi citazionale come strumento utilizzabile nel contesto della valutazione scientifica sono stati messi in luce da Henk F. Moed20, il quale considera gli indicatori bibliometrici solo uno strumento nelle mani del valutatore. Dal momento che l'analisi citazionale di per sé non è in grado di valutare il lavoro scientifico, il valutatore stabilisce quali lavori sono valutabili e può utilizzare gli indicatori bibliometrici come strumento aggiuntivo nel processo di peer review.
In diversi studi che hanno analizzato le difficoltà incontrate nell'impiego anche nel campo delle scienze umane e sociali dei computi bibliometrici basati sulle analisi citazionali, rilevabili ad esempio attraverso strumenti come Web of science di Thomson Reuters21 o Scopus di Elsevier22, è stato messo in luce, in primo luogo, quanto siano determinanti sia la composizione degli indici su cui si basano gli strumenti per il computo dell'attività citazionale, sia il livello di copertura delle riviste scientifiche offerto alle diverse discipline. Secondo le analisi di Moed, ad esempio, l'adeguatezza della copertura offerta da ISI-Thomson risulta eccellente nei settori delle scienze biomediche, della fisica e della chimica, buona per l'ingegneria, l'economia, le geoscienze ecc., ma appare moderata, cioè inferiore al 40%, per le scienze umane e sociali23. Recentemente il sociologo della scienza Yves Gingras24 ha ribadito che la qualità delle basi di dati è cruciale per poter utilizzare gli indici citazionali, e che la modesta copertura presentata per alcuni settori disciplinari sia da Web of science che da Scopus è un limite oggettivo all'uso dell'analisi citazionale nella valutazione della ricerca. Gingras ha sottolineato la necessità di tenere conto, nell'impiego degli indicatori citazionali, della specificità delle discipline. Bisogna evitare di applicare, ad esempio, l'indicatore relativo alla 'collaborazione internazionale' indiscriminatamente a tutti i settori disciplinari perché si rischia di penalizzare quei campi, come quello storico o quello filosofico, in cui gli autori lavorano prevalentemente in modo autonomo.

Henk Moed ha definito quattro diverse metodologie applicabili nella valutazione dei lavori scientifici: la prima è l'analisi citazionale 'standard', basata sulla presenza nelle riviste gestite dagli indici ISI-Thomson sia degli articoli-fonte (citanti) sia degli articoli target (citati), e in base alla quale non vengono considerati articoli-fonte estranei agli indici ISI; la seconda metodologia, denominata target expanded, prevede l'utilizzo degli articoli-fonte (citanti) presenti negli indici ISI, ma ammette la possibilità di computare come citati anche i lavori in riviste non comprese negli indici ISI e le monografie; source expanded è la terza metodologia, con la quale si ampliano sia le fonti (citanti) che i lavori citati, accogliendo nell'uno e nell'altro caso pubblicazioni ISI e non-ISI; infine, l'ultima ipotesi riguarda l'analisi di fonti scelte sulla base di interviste e questionari rivolte a gruppi di studiosi nelle diverse discipline, ponendosi al di fuori delle metodologie bibliometriche25.
L'analisi citazionale 'standard' è utilizzabile con successo in particolare nel caso delle discipline che possono vantare una copertura buona o eccellente negli indici ISI-Thomson; nel caso delle scienze sociali (che, oltre a sociologia e scienza politica, comprendono scienze dell'educazione e antropologia) e delle scienze umane e artistiche (che includono anche linguistica e scienze giuridiche), invece, sarebbe preferibile adottare la metodologia source expanded, che permette di ampliare il bacino delle fonti (citanti) e dei lavori citati alle pubblicazioni ISI e non-ISI e, tenendo conto dell'incidenza del fattore linguistico e della minore propensione all'internazionalizzazione in questi settori, consente di includere anche le rilevanti fonti nazionali26.
L'ampliamento delle fonti e l'inclusione delle monografie tra le tipologie dei lavori citati sono fattori particolarmente rilevanti nelle scienze umane, dove la monografia è ancora la tipologia di pubblicazione più diffusa. Per permettere di analizzare anche le citazioni ricevute dalle monografie, Web of science core collection dal 2011 ha aggiunto ai propri indici il Book citation index (BKCI), che permette di fare ricerche relative a libri e capitoli di libri. Attualmente il Book citation index ha indicizzato 60.000 libri selezionati in scienze, scienze sociali e umane, dal 2005 ad oggi, e aggiunge ogni anno 10.000 libri. In base ai dati del 2014, il 61% è costituito da monografie dei settori delle scienze sociali, arte e scienze umane e il 39% delle scienze naturali. La copertura delle scienze sociali è più ampia di quella delle scienze umane e arte. Il BKCI accoglie soltanto monografie scientifiche di ricerca, rassegne della letteratura scientifica, manuali arricchiti di riferimenti bibliografici, libri editi in serie editoriali, tesi pubblicate da editori di rilievo, traduzioni da lingue diverse dalla lingua inglese27.
Tra gli elementi critici del nuovo strumento, i criteri seguiti per l'inclusione dei libri nel BKCI. Vengono infatti privilegiati i libri editi all'interno di serie che hanno ricevuto un alto numero di citazioni, il libro deve essere in commercio e la data di copyright deve risalire al massimo a cinque anni prima dell'anno d'inserimento e a sette anni per i libri nel settore delle scienze umane e sociali, le citazioni bibliografiche devono essere complete e le informazioni che riguardano gli autori devono essere reperibili. Thomson-Reuters individua le citazioni delle monografie presenti negli articoli delle riviste e negli atti dei congressi, sceglie quelle che hanno un alto numero di citazioni e le inserisce nel BKCI.
Un'analisi della consistenza del BKCI realizzata a maggio 201228, ha rilevato 29.618 libri (di cui 162 privi di ISBN) e 379.082 capitoli di libri, per un totale di 408.700 record. L'esame della copertura disciplinare sulla base della presenza degli editori ha messo in evidenza il fatto che 33 editori, ciascuno con almeno 100 libri nel BKCI, coprono il 90% del totale, con una spiccata presenza nelle SSH (scienze umane e sociali), che rappresentano più della metà dei libri nell'indice, e con la massiccia partecipazione degli editori dell'area anglosassone. La stessa indagine, tuttavia, ha evidenziato gli elementi critici del BKCI. In particolare, i problemi che derivano dalla copertura temporale e che rendono impossibile computare le edizioni della stessa opera precedenti il 2005, e quelli di natura concettuale, nello specifico il fatto che un libro e i capitoli che lo compongono siano indicizzati in record separati. Questo procedimento provoca la dispersione delle citazioni e impedisce di computare il numero complessivo delle citazioni ricevute da un libro, e dai suoi capitoli, nel caso di una monografia di un solo autore29. Una precedente ricerca, focalizzata sull'analisi dei soli capitoli di libri indicizzati dal BKCI, aveva rilevato che l'area delle scienze riceveva la maggior parte delle citazioni (85%) mentre le scienze umane e arte raggiungevano appena il 3%30.
Infine, bisogna ricordare che per gli autori del settore umanistico e delle scienze sociali l'uso della citazione bibliografica è molto più legato all'appartenenza a scuole di pensiero e a paradigmi scientifici particolari di quanto non lo sia per gli autori appartenenti al settore delle scienze tecnico-scientifiche e biomediche. Come è noto, nell'ambito delle humanities la motivazione alla citazione è spesso dettata dalla volontà di rendere omaggio ai maestri. Elemento che differenzia ulteriormente gli autori dei due settori è la propensione che si nota nell'ambito delle scienze umane e sociali a pubblicare i risultati delle ricerche più frequentemente in monografie. Gli autori sono infatti restii a pubblicare in articoli sulle riviste scientifiche i risultati parziali delle loro ricerche, durante la loro realizzazione, e questo determina il fatto che risulti minore la frequenza della citazione da parte di altri studiosi, rispetto a quanto avvenga per i cultori delle scienze 'dure', che prediligono questa forma di pubblicazione31.

La presenza delle monografie nelle biblioteche come indicatore di impatto scientifico

Nell'intento di definire indicatori quantitativi utilizzabili nella valutazione delle ricerche scientifiche svolte nelle scienze umane e sociali, Howard D. White32 e Adrianus J. M. Linmans33, indipendentemente l'uno dall'altro, hanno proposto di affiancare all'uso dell'analisi citazionale dei lavori scientifici pubblicati sulle riviste, il computo delle presenze delle monografie possedute dalle biblioteche, attraverso la verifica dei cataloghi online. È importante rilevare che entrambi hanno proposto la quantificazione delle presenze dei libri nelle biblioteche come complemento sia dell'analisi citazionale, sia, soprattutto, della valutazione dei pari, e hanno messo in evidenza il fatto che la rilevazione della disponibilità all'interno delle raccolte bibliotecarie non possa in alcun caso sostituirsi al peer review.
Allo scopo di offrire una strategia innovativa nella valutazione della ricerca nelle aree disciplinari nelle quali le monografie costituiscono la tipologia di pubblicazione più diffusa, White ha infatti proposto l'uso di una nuova misura, libcitation count, basata sul computo delle presenze delle monografie nelle raccolte bibliotecarie, accertabili attraverso i cataloghi collettivi nazionali o internazionali. Alle monografie vengono aggiunti anche i capitoli di libri editi in volumi miscellanei. White, pur riconoscendo la similarità della nuova misura proposta con l'analisi delle citazioni ricevute dagli articoli da parte di altri autori, ne rimarca anche con fermezza la natura particolare: la decisione delle biblioteche di acquistare libri viene infatti considerata alla stregua degli indicatori di merito e di stima (indicators of esteem), e risulta affiancabile piuttosto all'invito a far parte del comitato scientifico di una rivista scientifica o all'invito a partecipare come keynote speaker ad un convegno. Tuttavia, in mancanza di altri indicatori bibliometrici accettabili per la produzione monografica, la libcitation viene indicata da White come uno strumento utilizzabile con successo nella valutazione del merito scientifico.
Nell'articolo pubblicato nel 2010, Linmans rifiuta la possibilità di adottare per le scienze umane metriche più soft e si dichiara sostenitore dell'applicazione delle metriche hard anche in questo settore34. Facendo riferimento ad un rapporto preliminare sull'argomento da lui stesso curato nel 2008 per il Centre for Science and Technology Studies (CWTS, Leiden), propone quindi la combinazione di tre indicatori: la misura dell'impatto citazionale dell'intera opera degli autori; library holdings analysis, cioè il rilevamento delle presenze delle monografie nelle raccolte di biblioteche ritenute rappresentative; la misura della produttività degli autori attraverso il computo del numero delle pagine pubblicate per anno.
Per quanto riguarda il primo indicatore, consapevole del fatto che la modesta copertura delle riviste scientifiche nel campo delle scienze umane e delle scienze sociali negli indici di Web of science può determinare una altrettanto modesta massa di citazioni, Linmans ha adottato la metodologia target expanded, e ha usato Web of science (e in particolare Art & humanities citation index e Social science citation index) come fonte delle citazioni, ma ha potuto computare opere pubblicate anche in riviste non presenti negli indici ISI-Thomson e le monografie, con l'espansione quindi del bacino delle pubblicazioni e degli autori citati. L'analisi citazionale tradizionale, come rilevato da Moed, si basa sulla presenza sia dei citanti che dei citati nel nucleo di riviste presenti negli indici di Web of science; la copertura del database ISI-Thomson determina quindi l'entità delle citazioni ricevute dai lavori prodotti in un ambito disciplinare, e nel settore delle scienze umane gran parte delle citazioni riguardano monografie o riviste che non sono presenti negli indici ISI, che quindi non sono contate. Questo determina una contrazione delle citazioni rispetto, ad esempio, al settore delle discipline tecnico-scientifiche e mediche, e di conseguenza una distorsione nell'attività di valutazione. Adottando il metodo target expanded, invece, i citati possono avere pubblicato i loro lavori ovunque, e vengono computati.
Ma è la library holdings analysis, cioè il computo delle presenze delle monografie nelle raccolte bibliotecarie, realizzato utilizzando, ovviamente, i cataloghi bibliotecari, e proposta come complemento dell'analisi citazionale e della definizione dell'indicatore della produttività degli autori, a costituire l'elemento innovativo nella valutazione della ricerca scientifica nelle scienze umane. Linmans afferma di averlo adottato soprattutto perché permette di correggere il bias a favore del mondo anglosassone, la distorsione causata dalla massiccia presenza di riviste in lingua inglese, che si determina nel caso dell'adozione della sola analisi citazionale, sia tradizionale che expanded.
Daniel Torres-Salinas e Henk F. Moed35 collocano apertamente la metodologia da loro proposta, la library catalog analysis (LCA), all'interno delle analisi bibliometriche. Definiscono infatti la LCA come un nuovo tipo di indagine bibliometrica che riguarda le monografie, con l'applicazione delle tecniche bibliometriche ad un insieme di cataloghi librari, e ne dichiarano esplicitamente l'analogia con l'analisi citazionale degli articoli scientifici. Le raccolte librarie sono scandagliabili attraverso i cataloghi elettronici liberamente disponibili - i quali offrono una massa di dati bibliografici controllati e attendibili - e costituiscono la base di dati da analizzare. La LCA offre la possibilità di esperire una nuova tipologia di indagine bibliometrica, e il suo obiettivo principale è permettere di descrivere agevolmente la struttura dei campi disciplinari nelle scienze umane e sociali, attraverso appunto l'analisi della presenza dei libri nelle biblioteche con l'esame dei dati offerti dai loro cataloghi. Il rilevamento di questi dati - affermano gli autori - permette di compiere indagini che riguardano, ad esempio, la quantificazione delle differenze della distribuzione dei libri tra l'Europa e gli USA, o la distribuzione delle pubblicazioni secondo le lingue e, infine, consente di seguire lo sviluppo dell'attività produttiva degli editori e distribuirli in elenchi secondo la produttività. Una delle tecniche adottate in quest'ultimo caso è la co-word analysis, applicata alle intestazioni per soggetto presenti nei cataloghi online, per determinare facilmente gli argomenti delle monografie e creare mappe tematiche.
Sulla base dell'analogia istituita tra il numero di citazioni bibliografiche ricevute dagli articoli scientifici - citation analysis - e la presenza delle monografie nelle raccolte bibliotecarie, in quanto misura soprattutto dell'utilità di una pubblicazione in particolare in una comunità accademica, i due autori affermano che la LCA presenta una potenziale utilizzazione anche nella valutazione dell'attività dei gruppi di ricerca o dei dipartimenti universitari, o dei singoli ricercatori, ponendosi quindi almeno in parte sulla scia della libcitation proposta da White e della library holdings analysis avanzata da Linmans, ma non si spingono a proporre con decisione l'utilizzazione di questi dati per stabilire una corrispondenza tra la presenza dei libri nelle biblioteche, la validità e la rilevanza dei lavori dei singoli autori o il prestigio scientifico di una università. Come case study viene presentata l'analisi della produzione di monografie e di capitoli di libri del Dipartimento di economia dell'Università di Navarra, attraverso la quale si dimostra la distribuzione di quelle monografie nell'insieme delle biblioteche, spagnole, statunitensi, canadesi e del Regno Unito, utilizzate come campione.

Per quanto riguarda la metodologia usata per la loro analisi, bisogna rilevare che Torres-Salinas e Moed perseguivano l'intento di valutare la presenza dei libri di economia, e conseguentemente hanno scelto solo biblioteche accademiche che risultavano specializzate in quella scienza, selezionandone 42 in 7 paesi. Le biblioteche specializzate in una singola disciplina in realtà dovrebbero possedere sostanzialmente tutto ciò che di significativo viene pubblicato in quel settore scientifico, e perciò la presenza delle monografie scientificamente rilevanti dovrebbe essere quasi scontata. Altro limite, per altro dichiarato dagli stessi autori, riguarda il fatto che nella scelta delle biblioteche essi hanno privilegiato il mondo anglosassone: il 70% delle biblioteche da loro esaminate si trovano in USA, UK, Canada e Australia e questo ha prodotto l'Anglo-Saxon bias, una visione squilibrata causata dalla prevalenza delle biblioteche presenti nel mondo anglosassone. Sarebbe stato preferibile selezionare le biblioteche in modo più equilibrato, dando spazio a realtà socio-culturali differenti.
Un altro elemento da mettere in luce rispetto alle ricerche presentate negli articoli qui esaminati, è la tendenza ad adottare una fonte unitaria attraverso la quale reperire il dato complessivo della presenza dei libri nelle biblioteche di una o più nazioni. Per quanto concerne la scelta delle biblioteche nelle quali verificare la presenza dei libri, Linmans per la sua indagine ha utilizzato come fonte il catalogo unitario WorldCat, attraverso il quale ha reperito i dati complessivi delle biblioteche degli USA, del Regno Unito e dell'Olanda; invece White si è servito dell'Australian national bibliographic database, di COPAC e in parte di WorldCat. In entrambi i casi sono state utilizzate fonti unitarie, cataloghi unitari dai quali estrarre un dato complessivo o dati relativi a ciascuna nazione, e questa scelta ha impedito di presentare un ventaglio di risultati più sfaccettati, ad esempio articolando l'analisi secondo le tipologie bibliotecarie. Nel caso delle analisi di White, inoltre, la normalizzazione dei dati della libcitation rispetto alla media delle presenze nelle biblioteche dei libri appartenenti alla stessa classe disciplinare, attraverso l'elaborazione del Class normalized libcitation score (CNLS), non aggiunge alcun approfondimento rispetto alle diverse tipologie delle biblioteche, in quanto normalizza il dato complessivo derivato dall'Australian national bibliographic database.
Torres-Salinas e Moed, invece, hanno selezionato 42 biblioteche universitarie in 7 nazioni, dagli USA all'Europa. È certamente quest'ultima la metodologia preferibile, in quanto assicura la rappresentatività di realtà nazionali diverse; tuttavia, per far assumere a questo tipo di indagini un rilievo qualitativo, oltre che una significatività quantitativa, sarebbe preferibile aggiungere alle biblioteche accademiche anche altre tipologie bibliotecarie, ad esempio ampliando l'analisi alle biblioteche nazionali. Questo permetterebbe di valutare meglio se la presenza e la diffusione delle monografie sia un indicatore significativo.
Per verificare la presenza delle monografie nelle biblioteche, gli autori di questi studi hanno adottato strategie diverse. Linmans ha selezionato un corpus di docenti, scelti tra i membri della facoltà di scienze umanistiche della Università di Leiden (Nederland), del quale ha utilizzato un campione di 80 autori (e 1.135 libri), White si è valso di un pool di docenti di 6 dipartimenti universitari australiani. Entrambi sono risaliti dagli autori alle opere monografiche, utilizzando una procedura certamente corretta. Torres-Salinas e Moed hanno invece estratto direttamente le monografie dai cataloghi delle biblioteche selezionate, attraverso la ricerca del termine 'economia', utilizzando il troncamento, nelle intestazioni per soggetto; gli autori stessi hanno in verità riconosciuto la debolezza di questo metodo, che impedisce di reperire le monografie che rientrano della disciplina 'economia', se queste sono state indicizzate sotto uno degli argomenti che ne fanno parte, ad esempio 'finanza'.
La misura libcitation proposta da Howard D. White è stata recentemente utilizzata come misura di altmetric per verificare quale fosse la relazione tra le citazioni ricevute dai libri, in un periodo temporale definito, nelle riviste di storia e di letteratura coperte da Scopus, e la presenza di quei libri nelle raccolte delle biblioteche di ricerca e non, interrogate tramite WorldCat36. Sono stati presi in considerazione i libri editi tra 2001 e 2006, citati tra 2007 e 2011 nelle riviste coperte da Scopus, ed entrati a far parte delle raccolte delle biblioteche considerate fino al 2012. L'esame delle relazioni tra le citazioni dei libri nelle riviste coperte da Scopus e il conteggio delle presenze nelle biblioteche tramite WorldCat ha permesso di rilevare che esiste una correlazione significativa, seppure non particolarmente forte, tra libcitation e citazioni ricevute. Gli autori dello studio evidenziano che una considerevole porzione di libri altamente presente in molte biblioteche ha invece ricevuto poche citazioni, mentre è meno frequente il contrario, cioè un alto livello di citazioni accompagnato da una scarsa presenza dei libri nelle biblioteche. Analizzando la composizione libraria rilevano però che una quota significativa dei libri citati pochissimo, ma molto presenti nelle biblioteche, in realtà è costituita da dizionari e da repertori bibliografici.
Queste analisi hanno dimostrato che le citazioni e le presenze dei libri nelle biblioteche appartengono a due realtà in parte diverse e difficilmente raffrontabili, e che sono necessarie ulteriori analisi in altri campi delle scienze umane e sociali e su data set più ampi. Una verifica su un corpus più vasto, di 100.000 libri, reperiti utilizzando sempre Scopus come fonte per le citazioni e WorldCat come catalogo unificato per riscontrare le presenze nelle biblioteche, ha permesso successivamente di confermare di nuovo l'esistenza di una correlazione, che permane anche quando si distribuiscono i libri nelle classi disciplinari della Dewey decimal classification, tra le due realtà37.

Osservazioni conclusive

Le misure proposte - libcitation e library catalog analysis - hanno suscitato un notevole interesse in ambito bibliotecario, ed è necessario quindi esaminarle criticamente per tentare di valutarne le potenzialità e metterne in luce i limiti prendendo in considerazione la realtà bibliotecaria e le sue procedure.
È necessario in primo luogo affrontare il tema della composizione delle raccolte e del loro sviluppo. Diversi fattori influiscono sulla disponibilità delle monografie nelle raccolte bibliotecarie e a seconda della tipologia della biblioteca le decisioni relative all'incremento della raccolta possono essere determinate da elementi contingenti, come nel caso, ad esempio, delle biblioteche delle università, che devono assicurare la disponibilità di più copie delle monografie che fanno parte di un programma d'esame di un corso di studi. Un altro elemento che deve essere tenuto in considerazione nel momento in cui si computano le presenze delle monografie scientifiche nelle singole biblioteche, è il fatto che questi istituti, almeno negli anni passati, hanno proceduto spesso all'acquisto di tutte le monografie pubblicate all'interno delle collane editoriali dei maggiori editori, rilevanti per le loro raccolte.
In secondo luogo, è opportuno sottolineare che l'efficacia della verifica delle presenze delle monografie nelle raccolte librarie è influenzata anche dalla qualità dei dati catalografici. Cataloghi online non accurati e non di alta qualità non permettono, infatti, di verificare in modo certo la presenza degli autori e delle opere e potrebbero fornire false indicazioni, con un grave danno per gli individui e per le istituzioni sottoposti a valutazione. È indispensabile invece poter utilizzare cataloghi online dotati di strumenti per l'authority control dei nomi degli autori e dei titoli delle opere, che permettano di disambiguare gli omonimi, offrano le descrizioni delle diverse edizioni di un'opera e nei quali le ristampe inalterate siano chiaramente distinte dalle nuove edizioni.
Infine, a mio avviso, partendo dal presupposto che gli acquisti da parte delle biblioteche sono da considerare - come ha affermato White - sostanzialmente una dichiarazione di 'stima', per poter valutare esattamente la diffusione dei libri nelle raccolte bibliotecarie, sarebbe necessario verificare in modo esaustivo quale sia la quota di monografie ricevute per dono da ciascuna biblioteca rispetto al numero totale delle copie reperite attraverso l'esame dei cataloghi online. I docenti e i ricercatori universitari, autori di pubblicazioni scientifiche, donano spesso una copia delle loro pubblicazioni alla biblioteca del dipartimento cui afferiscono, ma possono donare anche altre copie, in particolare alle biblioteche specializzate nella disciplina oggetto di studio. Inoltre, bisognerebbe considerare anche il dono fatto ad una biblioteca di una intera raccolta privata, che comprenda monografie scientifiche di valore.
Le biblioteche hanno la facoltà di accettare i doni se le monografie si presentano congruenti con le tematiche e lo spessore scientifico o culturale delle loro raccolte; in molte biblioteche la procedura dell'accettazione dei doni è regolamentata da precisi protocolli, 'carte delle collezioni' che offrono anche i criteri per la valutazione dei libri in caso di dono. La decisione in merito all'acquisto delle monografie scientifiche presuppone invece una valutazione positiva del livello di scientificità, dell'interesse e della novità delle monografie stesse, e quindi si può ritenere che solo le monografie effettivamente scelte e acquistate siano state ritenute indispensabili alla raccolta.
Nessuno degli autori i cui lavori sono stati qui analizzati, Torres-Salinas e Moed, Linmans, White, che hanno proposto l'analisi delle raccolte bibliotecarie come indicatore della diffusione e della scientificità delle monografie, ha considerato il fattore dono come rilevante e ha tenuto conto dell'impatto che possono avere i doni sul numero delle presenze delle monografie in biblioteca.
D'altra parte, bisogna rilevare che non è possibile reperire le informazioni relative agli acquisti e ai doni attraverso i dati disponibili pubblicamente sugli OPAC italiani e sulla maggior parte di quelli stranieri. La Library of Congress dispone a libero accesso nei campi MARC 925 e 955 (che riguardano gli usi locali) i dati relativi all'acquisto della singola monografia, ma nella stragrande maggioranza le biblioteche non valorizzano questi dati nei loro OPAC.
Per l'accertamento dei doni, quindi, sarebbe indispensabile la collaborazione delle biblioteche. In ogni caso, non sarebbe comunque possibile individuare l'intero corpus di monografie donate alla singola biblioteca. Nel caso in cui una biblioteca effettui il recupero dei dati catalografici pregressi, infatti, le notizie relative ai doni ricevuti e i dati riguardanti le acquisizioni delle monografie (o dei periodici) non vengono trasferiti nella notizia bibliografica, e quindi non si può più riconoscere la provenienza dell'acquisizione: acquisto, dono, scambio o deposito legale. Un'altra situazione critica potrebbe verificarsi nel momento in cui una biblioteca modificasse il proprio sistema gestionale, perché in quel caso il riversamento dei dati catalografici potrebbe non comprendere i dati relativi ai doni.
Le difficoltà che si incontrano nell'accertamento e nella verifica degli acquisti e dei doni - poiché in quest'ultimo caso i dati non sono desumibili attraverso le interfacce OPAC messe a disposizione dell'utenza - rende il rilevamento del possesso da parte delle biblioteche delle monografie degli autori sottoposti alle valutazioni un'attività complessa e non fondata su certezze e richiede particolare attenzione nelle verifiche, data la delicatezza dell'obiettivo dei riscontri effettuati.

Un altro elemento di perplessità è costituito dal fatto che alcune biblioteche adottano approval plans, procedure semiautomatiche per gli acquisti e per le eventuali restituzioni delle pubblicazioni tra biblioteche ed editori: le biblioteche decidono i criteri di selezione in base al loro profilo scientifico, spesso indicando le classi disciplinari della Dewey decimal classification all'interno delle quali automaticamente i fornitori selezionano le pubblicazioni. Sebbene Howard White ritenga che, nonostante l'uso diffuso negli USA di metodi automatici di approval plans38, le composizioni delle raccolte bibliotecarie siano comunque sempre riconducibili alle scelte dei bibliotecari, l'automatismo nell'acquisto in qualche modo può ridurre l'autonomia della scelta dei bibliotecari, dal momento che, a seguito dell'invio automatico di tutte le monografie che soddisfano i requisiti, la biblioteca ha facoltà, in genere, di restituirne solo un certo numero, stabilito attraverso gli accordi con gli editori e i distributori.
Recentemente la misura libcitation è stata di nuovo portata all'attenzione internazionale da White, che l'ha inquadrata in una cornice più ampia per favorire una migliore comprensione della realtà che questa permette di analizzare e differenziarla maggiormente dalle metriche citazionali. A differenza delle citazioni ricevute dagli studiosi, che possono fornire la misura dell'uso reale delle monografie da parte di una comunità di ricercatori, il computo della presenza nelle raccolte bibliotecarie viene considerato ora un indicatore dell'uso potenziale di una monografia. Oltre a questo, viene messo in evidenza il fatto che la libcitation, rispetto alle citazioni, offre la possibilità di valutare l'impatto culturale da una prospettiva più ampia, quella costituita dall'insieme degli autori, dei referee, degli editori e dei distributori, e della quale i bibliotecari che decidono gli acquisti sono in realtà solo l'ultimo anello della catena. La libcitation viene quindi inquadrata ora piuttosto come una misura di mercato, che permette di valutare, attraverso il computo delle vendite, l'impatto culturale di un autore meglio di quanto non si possa realizzare attraverso le citazioni, che possono cogliere solo la prospettiva degli studiosi39.
Nonostante la recente proposta, che sembrerebbe aprire nuove prospettive, l'utilizzo del computo delle presenze delle monografie nelle raccolte bibliotecarie come indicatore per la valutazione della ricerca, sulla base dell'analogia istituita tra citazioni bibliografiche degli articoli e presenza delle monografie nelle biblioteche, deve essere considerato con molta cautela, vagliando tutti gli elementi potenzialmente critici qui evidenziati.
Ritengo infatti che sia necessario distinguere nettamente i due fronti d'indagine resi possibili dall'uso dei dati catalografici prodotti nei cataloghi bibliotecari di alta qualità. I dati catalografici relativi alle raccolte bibliotecarie possono sicuramente essere utilizzati come fonti bibliografiche qualificate e controllate per realizzare indagini di tipo bibliometrico volte a mettere in evidenza, ad esempio, la distribuzione delle edizioni secondo le lingue o rispetto ai diversi paesi, o l'analisi della produzione degli editori, seguendo il modello offerto dal lavoro di Torres-Salinas e Moed, qui analizzato, e che offre una metodologia del tutto condivisibile. Certamente i cataloghi online pubblici costituiscono una fonte attendibile e insostituibile di dati per questo tipo di analisi bibliometriche. Non a caso i due autori parlano infatti di library catalog analysis, cioè di analisi dei dati catalografici, su questi incentrano le loro indagini e solo alla fine citano la possibilità di usare la stessa metodologia anche per la valutazione delle ricerche degli autori.
D'altra parte, il computo delle presenze delle monografie nelle raccolte bibliotecarie - library holding analysis, secondo la definizione di Linmans - può rappresentare solo un contributo che si aggiunge ad una valutazione basata, per le scienze umane e sociali, inevitabilmente sul peer review, così come gli stessi Linmans e White sostanzialmente affermano, e può essere adottata solo come elemento rafforzativo di un giudizio che sia già stato espresso. Inoltre, la presenza di elementi critici, qui analizzati, che possono incrinare l'efficacia e l'attendibilità dei dati catalografici prodotti dalle biblioteche, e l'esistenza di copie di monografie ricevute per dono o in virtù dell'istituto del deposito legale, per quelle biblioteche che sono coinvolte, rafforzano la convinzione che sia inopportuno affidare alla diffusione delle monografie nelle biblioteche il ruolo delicato di indicatore utilizzabile nella valutazione della qualità dei contributi della ricerca.

NOTE

Ultima consultazione siti web: 30 gennaio 2017.

[1] La letteratura internazionale relativa alla valutazione della ricerca scientifica è molto vasta e non è possibile citarla in questa sede. Per un approfondimento, rinvio a due importanti monografie edite in Italia sull'argomento, utili anche per i riferimenti bibliografici: Alberto Baccini, Valutare la ricerca scientifica: uso e abuso degli indicatori bibliometrici. Bologna: Il Mulino, 2010; Andrea Bonaccorsi, La valutazione possibile: teoria e pratica nel mondo della ricerca. Bologna: Il Mulino, 2015. Per la valutazione della ricerca nelle scienze umane in particolare, si può consultare la bibliografia AHRABi. Arts and humanities research assessment bibliography, collegata al progetto di ricerca Bibliometric evaluation of research performance and the humanities, di cui è responsabile scientifico Anton Nederhof, presso la ETH Zürich Universität, https://www1.ethz.ch/psh/crus/bibliography/index_EN.

[2] Alan Pritchard, Statistical bibliography or Bibliometrics?, «Journal of Documentation», 25 (1969), n. 4, p. 348-349.

[3] Francis J. Cole; Nellie B. Eales, The history of comparative anatomy. Part. I: a statistical analysis of the literature, «Science Progress», 11 (1917), p. 578-596.

[4] La nascita e lo sviluppo della bibliometria dalla bibliografia statistica sono presentati con particolare efficacia nel fondamentale articolo di Dorothy H. Hertzel, Bibliometrics: history of the development of ideas. In: Encyclopaedia of Library and information science, Allen Kent (Ed.). New York: Marcel Dekker, 1987, vol. 42, suppl. n. 7, p. 144-219 (ripubblicato nella seconda edizione di ELIS, a cura di Miriam A. Drake. New York: Marcel Dekker, 2003) nel quale sono analizzati tutti i lavori pionieristici e della maturità disciplinare citati nel testo, insieme ad un excursus storico della statistica come disciplina. Il primo in Italia ad occuparsi di bibliometria è stato Alfredo Serrai, nel capitolo La validità delle distribuzioni bibliometriche, edito nel suo volume Dai 'loci communes' alla bibliometria. Roma: Bulzoni, 1984, p. 199-223. Tra i lavori successivi di autori italiani dedicati sia alla bibliometria come disciplina che all'impiego degli indici bibliometrici per la valutazione della ricerca, si segnalano: Nicola De Bellis, Bibliometrics and citation analysis: from the Science citation index to the cybermetrics. Lanham (MD): The Scarecrow Press, 2009; Nicola De Bellis, Introduzione alla bibliometria: dalla teoria alla pratica. Roma: Associazione italiana biblioteche, 2014; Chiara Faggiolani, La bibliometria. Roma: Carocci, 2015; Antonella De Robbio, Analisi citazionale e indicatori bibliometrici nel modello Open access, «Bollettino AIB», 47 (2007), n. 3, p. 257-289; Maria Cassella; Oriana Bozzarelli, Nuovi scenari per la valutazione della ricerca tra indicatori bibliometrici citazionali e metriche alternative nel contesto digitale, «Biblioteche oggi», 2 (2011), p. 66-78. Sulle misure di altmetrics: Simona Turbanti, La visibilità – e l'impatto? – nel Web ai tempi dei social: i principali strumenti di altmetrics, «AIB studi», 56 (2016), n. 1, p. 41-58, DOI: 10.2426/aibstudi-11410. Una recentissima guida all'uso degli indicatori bibliometrici, corredata di definizioni, formule e relative dimostrazioni, e ricca di riferimenti bibliografici, è stata pubblicata da due autori italiani: Roberto Todeschini; Alberto Baccini, Handbook of bibliometric indicators: quantitative tools for studying and evaluating research. Weinheim: Wiley-VCH, 2016. In ambito internazionale, il punto di riferimento sull'uso di indicatori bibliometrici nella valutazione della ricerca rimane ancora Henk F. Moed, Citation analysis in research evaluation. Dordrecht: Springer, 2005.

[5] Kessler pubblica il rapporto per l'MIT Bibliographic coupling between scientific papers nel 1961.

[6] Henry Small, Co-citation in the scientific literature: a new measure of the relationship between two documents, «Journal of the American Society for Information Science», 24 (1973), n. 4, p. 265-269.

[7] Un esempio di analisi di un settore disciplinare basata sulla co-citazione applicata al campo scientifico della scienza dell'informazione in Howard D. White; Katherine W. McCain, Visualizing a discipline: an author co-citation analysis of information science, 1972-1995, «Journal of the American Society for Information Science», 49 (1998), n. 4, p. 327-355. Diversi tipi di mappe co-citazionali sono presentati nel recente lavoro di Howard D. White, Co-cited author retrieval and relevance theory: examples from the humanities, «Scientometrics» 102 (2015), n. 3, p 2275-2299, https://www.researchgate.net/publication/273515078_Co-cited_author_retrieval_and_relevance_theory_examples_from_the_humanities, DOI: 10.1007/s11192-014-1483-4.

[8] Attualmente Web of science core collection permette di consultare: Science citation index expanded, con 14.900 riviste in 150 discipline, dal 1900; Social sciences citation index, che copre 4.900 riviste in 55 discipline delle scienze sociali, e anche argomenti specifici scelti in 14.920 riviste di discipline scientifiche e tecniche, dal 1900; Arts & humanities citation index, con 2.500 riviste e specifici argomenti in 18.800 riviste di scienza e tecnica, disponibile dal 1975; Conference proceedings citation index, che copre 160.000 riviste e proceedings in scienze, scienze sociali e umane, in 256 discipline, dal 1990 a oggi; Current chemical reactions e Index chemicus, http://wokinfo.com/products_tools/multidisciplinary/bookcitationindex/#tab3.

[9] Scrive Garfield nel 1955: «This paper considers the possible utility of a citation index that offers a new approach to subject control of the literature of science. By virtue of its different construction, it tends to bring together material that would never be collated by the usual subject indexing. It is best described as an association-of-ideas index, and it gives the reader as much leeway as he requires. Suggestiveness through association-of-ideas is offered by conventional subject indexes but only within the limits of a particular subject heading», Eugene Garfield, Citation indexes for science: a new dimension in documentation through association of ideas, «Science», 122 (1955), n. 3159, p. 108-111: p. 108, http://garfield.library.upenn.edu/papers/science1955.pdf.

[10] Ivi, p. 110.

[11] Per quest'ultimo aspetto si veda Birger Hjørland, Fundamentals of knowledge organization, «Knowledge organization», 30 (2003), n. 2, p. 87-111.

[12] Su questo aspetto si vedano gli importanti saggi di Rebecca Green, Locating sources in Humanities scholarship: the efficacy of following bibliographic references, «Library quarterly», 70 (2000), p. 201-229; e di Birger Hjørland; Lykke Kyllesbech Nielsen, Subject access points in electronic retrieval, «Annual review of Information science and technology», 35 (2001), p. 249-298, in particolare le p. 272-276.

[13] Nicola De Bellis, Introduzione alla bibliometria: dalla teoria alla pratica cit., p. 30-33.

[14] Si può leggere il report Science indicators 1972. Washington (DC): National Science Foundation, National Science Board, 1973, https://eric.ed.gov/?id=ED084150.

[15] Il brano più significativo è il seguente: «If the literature of science reflects the activities of science, a comprehensive, multidisciplinary citation index can provide an interesting view of these activities. This view can shed some useful light on both the structure of science and the process of scientific development. In this regard, the SCI data base is being used to do such things as evaluate the research role of individual journals, scientists, organizations, and communities; define the relationship between journals and between journals and fields of study; measure the impact of current research: provide early warnings of important, new interdisciplinary relationships; spot fields of study whose rate of progress suddenly begins accelerating; and define the sequence of developments that led to major scientific advances», Eugene Garfield, Citation indexing: its theory and application in Science, Technology, and Humanities. New York: Wiley, 1979, reprinted by ISI Press, Philadelphia, 1983, p. 62, http://garfield.library.upenn.edu/ci/contents.pdf.

[16] Ivi, p. 242.

[17] Derek J. de Solla Price, Citation measures of hard science, soft science, technology, and nonscience. In: Communication among scientists and engineers, edited by Carnot E. Nelson, Donald Pollack. Lexington (MA): Lexington Books, 1970, p. 3-22. Riedito in: Derek J. de Solla Price, Little science, big science… and beyond. New York: Columbia University Press, 1986, p. 155-179: p. 160-161, http://www.andreasaltelli.eu/file/repository/Little_science_big_science_and_beyond.pdf.

[18] Ivi, p. 164-165.

[19] Derek J. de Solla Price, Networks of scientific papers, «Science», 149 (1965), n. 3683, p. 510-515, http://garfield.library.upenn.edu/papers/pricenetworks1965.pdf.

[20] H. F. Moed, Citation analysis in research evaluation cit.

[21] http://wokinfo.com/products_tools/multidisciplinary/webofscience/.

[22] http://www.elsevier.com/online-tools/scopus.

[23] H. F. Moed, Citation analysis in research evaluation cit., p. 138.

[24] Yves Gingras, Les dérives de l'évaluation de la recherche: du bon usage de la bibliométrie. Paris: Raisons d'agir éditions, 2014, in particolare le p. 85-88.

[25] H. F. Moed, Citation analysis in research evaluation cit., p. 140.

[26] H. F. Moed, Citation analysis in research evaluation cit., p. 142. Per un'analisi dell'incidenza dell'uso di lingue diverse dall'inglese nella pubblicazione di lavori scientifici nell'ambito delle scienze umane, si può vedere Daphne van Weijen, Publication languages in the Arts & humanities, «Research trends», 32 (2013), https://www.researchtrends.com/issue-32-march-2013/publication-languages-in-the-arts-humanities-2/. Dall'indagine basata su dati Scopus emerge che proprio nel settore delle scienze umane una quota significativa di lavori (23%) è pubblicata in lingue diverse dall'inglese, tra le quali spiccano il francese, il tedesco e lo spagnolo. La ricerca dimostra che le lingue nazionali rivestono un ruolo più importante nelle scienze umane che in altri settori disciplinari. Altri dettagli in Daphne van Weijen, The language of (future) scientific communication, «Research trends», 31 (2012), https://www.researchtrends.com/issue-31-november-2012/the-language-of-future-scientific-communication/.

[27] http://wokinfo.com/products_tools/multidisciplinary/bookcitationindex/.

[28] Daniel Torres-Salinas [et al.], Coverage, field specialization and the impact of scientific publishers indexed in the Book citation index, «Online information review», 38 (2014), n. 1, p. 24-42: p. 29.

[29] Ivi, p. 36. Gli autori del lavoro evidenziano che a causa di alcuni errori nel trattamento dei dati il BKCI fornisca risultati molto differenti da quelli offerti dalla funzione Cited reference search di Web of science.

[30] Daniel Torres-Salinas [et al.], Mapping citation patterns of book chapters in the Book citation index, «Journal of informetrics», 7 (2013), p. 412-424: p. 414.

[31] H. F. Moed, Citation analysis in research evaluation cit.

[32] Howard D. White [et al.], Libcitations: a measure for comparative assessment of book publications in the Humanities and social sciences, «Journal of the American Society for Information Science and Technology», 60 (2009), n. 6, p. 1083-1096.

[33] Adrianus J. M. Linmans, Why with bibliometrics the Humanities does not need to be the weakest link: indicators for research evaluation based on citations, library holdings, and productivity measures, «Scientometrics», 83 (2010), n. 2, p. 337-354.

[34] Ivi, p. 338.

[35] Daniel Torres-Salinas; Henk F. Moed, Library catalog analysis as a tool in studies of Social sciences and humanities: an exploratory study of published book titles in economics, «Journal of informetrics», 3 (2009), p. 9-26.

[36] Alesia Zuccala; Raf Guns, Comparing book citations in Humanities journals to library holdings: scholarly use versus “perceived cultural benefit”. In: Proceedings of ISSI 2013 Vienna: 14th International Society of Scientometrics and Informetrics Conference, Vienna, Austria, 15th to 20th July 2013, editors Juan Gorraiz [et al.]. Vienna: Austrian Institute of Technology GmbH, 2013, vol. I, p. 353-360.

[37] Alesia Zuccala; Howard D. White, Correlating libcitations and citations in the Humanities with WorldCat and Scopus data. In: Proceedings of ISSI 2015 Istanbul: 15th International Society of Scientometrics and Informetrics Conference, Istanbul, Turkey, 29th June to 4th July 2015, editors Albert Ali Salah [et al.]. Istanbul: Boðaziçi University Printhouse, 2015, p. 305-316.

[38] Per maggiori informazioni si possono vedere Robert F. Nardini, Approval plans. In: Encyclopedia of Library and information Science, edited by Miriam A. Drake. New York: Marcel Dekker, 2003, vol. 1, p. 133-138, DOI: 10.1081/E-ELIS 120008874; Rossana Morriello, Acquisizioni tramite approval plan: outsourcing o nuova opportunità per i bibliotecari?, «Biblioteche oggi», 1 (2006), p. 22-31; Maria Chiara Iorio, L'approval plan: origini, contesti e prospettive di un caso italiano: Casalini libri, «JLIS.it», 6 (2015), n. 1, p. 121-146, http://leo.cineca.it/index.php/jlis/article/view/9088/9283, DOI: , DOI: 10.4403/jlis.it-9088.

[39] Alesia Zuccala; Howard D. White, Correlating libcitations and citations in the Humanities with WorldCat and Scopus data cit, p. 315.