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L'audacia e la lentezza

di Franco Neri

Questa conversazione1 ruota intorno a un tema, quello del tempo o - per meglio dire - dei tempi e delle età delle biblioteche. Argomento solo apparentemente laterale, perché in realtà prossimo al cuore della vita delle nostre istituzioni. Ci accompagneranno le parole di grandi poeti e storici, di sociologi, bibliografi e biblioteconomi del Novecento: l'orizzonte scelto non può essere esplorato con sguardo univoco e interno alle sole discipline bibliografiche, ma con il ricorso ai linguaggi dell'arte e delle scienze umane.

«All our knowledge brings us nearer to our ignorance»2

Nel 1969 nel volume 22 di «Studies in bibliography», esce - come primo contributo del volume - un saggio di Donald McKenzie dal titolo Printers of the mind (Stampatori della mente), ma il cui sottotitolo è ancora più emblematico - some notes on bibliographical theories and printing-house practices (alcune note su teorie bibliografiche e pratiche tipografiche) - in quanto, proprio a partire dall'esame di processi e realtà specifiche della produzione tipografica, viene proposto, oltre l'ortodossia dominante e certezze consolidate, un profondo riesame dell'adeguatezza dello statuto delle discipline bibliografiche.
Printers of the mind inizia con un riconoscimento alla grande tradizione bibliografica inglese, alle acquisizioni metodologiche e scientifiche, ma «[...] scientific bibliography [...] has become a new orthodoxy». La citazione da Eliot, immediatamente dopo, prepara al confronto con possibili scenari nuovi e imprevedibili: «Yet, as T. S. Eliot puts it, all our knowledge brings us nearer to our ignorance».
Soffermiamoci sulla citazione, che si presta a molteplici letture. Eliot è, d'altra parte, poeta molto amato da McKenzie3, non casualmente amato. È citazione esatta da un testo fra i più noti e controversi di Eliot, i Choruses from the Rock4. Rileggiamo questi splendidi versi nella traduzione di Roberto Sanesi:

Il ciclo senza fine dell'idea e dell'azione,
l'invenzione infinita, l'esperimento infinito,
portano conoscenza del moto, non dell'immobilità;
conoscenza del linguaggio, ma non del silenzio;
conoscenza delle parole, ma non del Verbo.
tutta la nostra conoscenza ci porta più vicini alla nostra ignoranza,
tutta la nostra ignoranza ci porta più vicino alla morte.

Una esattezza, una corrispondenza citazionaria non casuale, ma che, forse, non si esaurisce in quell'unico passo e rimanda, attraverso trame meno esplicite, ma con nessi forse più profondi, ad altri testi eliotiani. Rimanda, innanzitutto, ai Quattro quartetti, a quel meraviglioso intrico tematico e stilistico in cui stagioni e tempi umani e individuali, solitudine e percezione della dolcezza, ricerca degli echi e di un punto di origine, senso del sapere e del limite alla conoscenza, si fondono in uno dei capolavori della poesia novecentesca. La meditazione sul tempo è uno dei fili conduttori, scandita e ripresa in quattro luoghi (Burnt Norton, East Coker, Dry Salvages, Little Gidding) a un tempo fisici e metafisici, con una sapiente orchestrazione interna di opposizioni e conciliazioni, di prosa e linguaggio alto-meditativo, di lirismo e poesia filosofica.
E così in East Coker, dopo un primo tempo segnato dal ritmo delle stagioni e dall'alternanza ciclica dei tempi umani («c'è un tempo per costruire | e un tempo per vivere e per generare [...]»)5, emerge il tema della conoscenza e della trama. E qui le connessioni emergono con una densità più forte. Leggiamo nella traduzione di Filippo Donini:

La conoscenza impone una trama, e falsifica,
perché la trama in ogni momento è nuova,
e ogni momento è nuova e sconcertante
valutazione di tutto ciò che siamo stati [...]6.

E oltre, con una accentuazione del carattere religioso-ascetico del percorso di conoscenza:

[...] Per arrivare là,
per arrivare dove voi siete, per andar via da dove non siete,
dovete fare una strada nella quale non c'è estasi,
per arrivare a ciò che non sapete
dovete fare una strada che è quella dell'ignoranza7.

In questo nostro contesto di riflessioni interessa porre in risalto il nesso fra «Yet, as T. S. Eliot puts [...]» e le metafore della trama e della conoscenza.
Robert Darnton, nel saggio The importance of being bibliographical, apparso originariamente nel 2003 con il titolo The heresies of bibliography8, recensione alla raccolta di saggi di McKenzie dal titolo Making meaning: printers of the mind and other essays, dedica ampie e partecipi pagine alla figura del bibliografo neozelandese («il Martin Lutero della bibliografia») e al suo magistero scientifico, intellettuale e metodologico9.
Ma dove è il vizio di origine di questa ortodossia (di questa come di molte altre ortodossie) denunciata da McKenzie? In un vizio, potremmo dire, di autosufficienza disciplinare e di autolimitazione entro confini dati. E qui, per converso, sta il fascino, conoscitivo e di stile esperienziale, della metafora della trama. Cerchiamo di esplicitarlo attraverso un'altra citazione da McKenzie, da uno straordinario e più tardo saggio: La fiala infranta: i testi non-libri. È la seconda delle Panizzi lectures di McKenzie, forse la più celebre, quella in cui, partendo da un passo dell'Aeropagitica di Milton («i libri [...] preservano come in una fiala la quintessenza e l'efficacia più pura di quell'intelletto vivente che li ha nutriti [...]») si procede dall'esame delle forme consolidate e bibliograficamente acquisite dei testi-libri per affrontare l'orizzonte dei testi non-libri e con essi le prospettive di una bibliografia non esclusiva e autolimitante(si)10. Qui seguiamo il grande bibliografo in una inattesa esplorazione del territorio degli Arunta, tribù aborigena dell'Australia: il territorio in sé (non il territorio rappresentato dalle carte geografiche) come testo11. In una regione tutta punteggiata di rocce speciali, grotte, alberi, ruscelli, questi oggetti hanno una duplice valenza, sacra e testuale. Essi hanno una «specifica funzione narrativa». Le implicazioni sono radicali:

L'idea che una roccia nel territorio degli Arunta sia un testo soggetto a studio bibliografico è assurda solo per chi pensa di catalogarla su di uno scaffale mettendole un'etichetta di identificazione. La vera assurdità è stata quella di importare nella regione degli Arunta l'ossessione univoca per la forma libro, che affonda le sue radici nel terreno del tutto relativo della storia europea degli ultimi secoli12.

Ma ricostruire una trama significa sapere individuare le tracce e i segni, cogliere le correlazioni e i rapporti, individuare connessioni non trasparenti, fare emergere in filigrana processi. Con quali bussole?

L'età delle biblioteche

Ho la fortuna di avere diretto per molti e lunghi anni la Biblioteca comunale Lazzerini di Prato, ora Istituto culturale e di documentazione Lazzerini, dopo il trasferimento nell'ex Cimatoria Campolmi, fabbrica tessile otto-novecentesca nel centro storico della città.
In questa splendida struttura, resa ancora più affascinante da un restauro conservativo che ne ha evidenziato le complessità e le varietà costruttive, e in cui si è giocata sino in fondo la scommessa delle relazioni fra antologie architettoniche e antologie documentarie, c'è un'ampia vetrata al primo piano della sala della creatività, spazio dedicato alla lettura, ricerca, visione, ascolto di quanto, tecnicamente, appartiene all'ambito della classe 700 della CDD: le belle arti, la musica, il cinema, il teatro e lo spettacolo. Da quella vetrata si vedono le mura medievali, la terza cerchia di mura tardo-trecentesca e si gode, al tempo stesso, la vista della grande hall di ingresso, l'ultimo aggregato alla fabbrica, l'ex tintoria costruita nel 1950. Nella hall, abbellita da prestiti di opere d'arte del Centro per l'arte contemporanea Pecci, un continuo mutare di volti e presenze. È la rappresentazione viva di una biblioteca abitata dalla città, microcosmo vissuto della sua complessa composizione sociale: un paesaggio che cambia al mutare delle persone e, con esse, il senso e la percezione degli spazi.
Non è - quella vetrata - il luogo segreto del direttore, anzi, è luogo eminentemente pubblico. Perché è il luogo simbolico dell'incontro, in uno spazio pubblico, fra i tempi diversi di una città e la contemporaneità dei soggetti che quei luoghi abitano. È la dimostrazione, se mai ve ne fosse bisogno, di come una istituzione culturale non possa mai rinunciare a quella dialettica necessaria fra sincronia e diacronia.
Ma quale è l'età delle biblioteche e, più in generale, di una istituzione culturale?
Discussione non peregrina, si guardi, perché indirettamente tocca il cuore dei possibili modelli interpretativi dei nostri istituti.
Per talune di esse ci si può interrogare se l'origine debba datarsi dalla disponibilità al pubblico dei primi nuclei documentari, oppure dal momento della definizione istituzionale.
Così, per esemplificare su una istituzione antica a me cara, la Biblioteca R. Fucini di Empoli, la prima da me diretta, la sua disponibilità data dal 1819, la qualificazione di comunale dal 1833. Ed è evidente che, se si assume come definizione di biblioteca un insieme di raccolte e informazioni organizzate per l'uso da parte di una comunità, la sua età cronologica inizia con il 1819.
Ma è solo questa l'età delle biblioteche? Oppure in esse si intersecano e si stratificano età diverse, date innanzitutto dalla tipologia di testi e documenti conservati, dalle relazioni che le biblioteche hanno e ricercano con la comunità di riferimento? Non vi è forse nell'età delle biblioteche quella necessaria co-presenza di due stili diversi: quello dell'audacia, dell'apertura disciplinare, della lotta contro l'arroganza dell'autosufficienza, dell'ascolto e rielaborazione dei bisogni culturali di una comunità, e la lentezza nel senso di paziente umiltà della sintesi?
Ma questo, è, da un'altra e complementare prospettiva, il problema dei tempi posto all'inizio. Affrontarlo con consapevolezza dei dislivelli tematici ci permetterà, forse, di collocare l'audacia e la lentezza in una dimensione non oppositiva.

Un anno felice

Il biennio 1958-1959 rappresenta, per molti versi, un momento di svolta simbolico per la storiografia contemporanea. Un anno di svolta, un po' come è stato il 1876 per la catalogazione.
Fernand Braudel pubblica quattro saggi, che - nelle loro interrelazioni reciproche, ed editi in contesti diversi (due nelle Annales, due in volumi collettanei) - rappresentano il punto di approdo di una riflessione e di una pratica storiografia tesa a individuare nuovi orizzonti per le discipline storiche a partire da un riesame dei tempi della storia e da un dialogo con le altre possibili discipline consorelle.
In ordine di apparizione, i due saggi sulle Annales: Histoire et sciences sociales: la longue durée13; Dans le Brésil bahianais: le present explique le passé14; e, successivi, due importanti contributi in opere collettanee: il primo, dal titolo Histoire et sociologie15; il secondo (1959), che idealmente continua il tema del saggio Dans le Brésil bahianais, è il capitolo 5 del volume 20 (Le monde en devenir [...]) della Encyclopédie française. Il sottititolo è eloquente: le passé explique le present.
Due temi prevalgono su tutti: da un lato una rivisitazione complessiva dei tempi della storia, andando oltre la tripartizione già accennata nella celebre prefazione (1946) alla prima edizione di Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II (1949); dall'altro il tema di un approccio sempre più globale e interdisciplinare. La tripartizione dei tempi è così tradotta nella struttura tripartita dell'opera: 1) «tempo quasi immobile quello dell'uomo nei suoi rapporti con l'ambiente»; 2) «[...] al di sopra di questa storia immobile, una storia lentamente ritmata [...]»; 3) «la terza parte è quella della storia tradizionale [...] la storia tradizione16. E nella prefazione essa è sinteticamente descritta - come è tratto peculiare nel grande storico - per essere non teorizzata, ma raccontata successivamente, resa viva e concreta nel concreto dipanarsi dei diversi livelli di narrazione ed analisi storica.
Ma, forse, altrettanto importante nella prefazione del 1946 è la sottolineatura della necessità del dialogo interdisciplinare: «nostri parenti di lavoro» definisce «etnografi, geografi, botanici, tecnologi»17. Se la storia non può non essere letta se non decomposta in piani sovrapposti in cui interagiscono un tempo geografico, un tempo sociale, un tempo individuale, saranno necessarie nuove e diverse modalità narrative.
Il tema è ripreso nel 1958 e - aspetto tanto più notevole - la discussione prende sempre l'avvio dall'analisi concreta, nella forma di un dialogo fitto con storici, antropologi, sociologi, di ricerche su temi e situazioni specifiche. Come dirà Braudel stesso nel saggio più famoso18, dall'emergere di nuovi tempi della storia e dal superamento di una prospettiva appiattita sull'événementiel, sul tempo drammatico e clamoroso dell'evento, sorgono necessariamente nuovi recitativi dei tempi storici.
Proprio all'interno di questo fitto dialogo con altre discipline, emerge ricorrente la preoccupazione che l'événementiel possa essere assunto come strategia interpretativa anche all'interno di altri campi disciplinari come la sociologia, con un appiattimento sull'analisi del tempo breve.
Sono orizzonti teorici che hanno implicazioni tutt'altro che indifferenti anche per i nostri campi disciplinari.

Fra Luhmann e Ranganathan

Abbiamo di fronte processi di cambiamento e di trasformazione profondi ed estesi: essi, investendo le biblioteche, necessariamente investono la biblioteconomia, i suoi canoni, la sua rete di relazioni e confini disciplinari. Molto probabilmente la ricchezza delle esperienze delle biblioteche è assai più densa di quanto non sia riconosciuta nei paradigmi e nei modelli teorici prevalenti.
Quante definizioni di questi anni hanno avuto le caratteristiche della brevità e della semplificazione eccessiva, nate ed appiattite su una analisi dei tempi brevi frettolosamente conclusa, incapaci quindi di cogliere il senso di direzione dentro i labirinti delle differenze e delle contraddizioni.
Forse dovremmo dire, con una citazione dall'Amleto: «Vi sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la tua filosofia»19.
Nei momenti di crisi e di trasformazione è sempre più necessario elevare il livello di elaborazione teorica, ma questa, se non vuole essere arrogante, deve:
- considerare la multiformità delle esperienze come la prima ricchezza da elaborare. La biblioteca come «organismo che cresce» è tale - leggiamo la quinta legge alla luce delle precisazioni di Ranganathan stesso nel capitolo 8 della seconda edizione del 1957 - se, nel suo processo di crescita, realizza la «crescita dell'adulto». E questa è fatta di un sistema articolato e vitale di relazioni con l'esterno: una economia degli scambi in cui l'elemento dell'osmosi è accompagnato da un processo di selezione. È la biblioteca capace di ascolto: la metafora del compagno di viaggio vale per il bibliotecario e per l'istituzione;
- ricercare il confronto con le altre discipline consorelle al livello più alto possibile. Quindi, alle fonti teoriche - antiche e nuove - di discipline in trasformazione, sapendo che il campo delle parentele è molto più ricco di quanto possiamo ipotizzare. Sono relazioni e contiguità in cambiamento, ma dobbiamo sapere che non possiamo interpretare né le nostre istituzioni né i quadri teorici senza lo sguardo non episodico né epidermico di altre competenze. Per questo la curiosità profonda, vera, partecipe ad altri linguaggi, ad altre categorie è assolutamente necessaria;
- accettare sino in fondo, vivendola, la sfida di nuovi recitativi sia teorici che di narrazione delle esperienze. Non a caso questa relazione è iniziata con Eliot, con uno dei grandi poeti novecenteschi in cui il sistema della citazione (la Bibbia e Dante, Shakespeare, i metafisici inglese e il Thomas Grey dell'Elegy written in a country churchyard, i simbolisti francesi ecc.) viene completamente trasformato in una sintesi poetica in cui profonda è la percezione della novità del linguaggio nei richiami di parole antiche.
È una via lunga, ma affascinante.

Con riferimento a categorie luhmaniane20, se l'enorme complessità dell'ambiente rispetto al sistema richiede da parte di questo strategie di semplificazione della complessità del primo per poterlo affrontare con possibilità di successo, l'eccessivo livello di semplificazione riduce e rende inefficaci e di corto respiro le risposte del sistema e - naturalmente - le nostre capacità di comprensione. Evitare o contenere questo rischio richiede innanzitutto l'umiltà dell'ascolto, la consapevolezza dei tempi lunghi e della provvisorietà e parzialità delle sintesi, la sperimentazione delle contaminazioni e di identità mobili. E d'altra parte la biblioteconomia, in quanto disciplina sociale, è storicamente determinata; lo è nella propria percezione della varietà di tematiche e fenomeni che intende ricondurre a unità. Non è disciplina applicativa.
Pensiamo al titolo dell'opera più famosa di Ranganathan, The five laws of library science. Sono le leggi fondamentali, i principi e le fondamenta di un linguaggio profondo che unisce la diversità delle biblioteche. È la biblioteca in quanto istituto essenziale nella promozione dello spirito universale dell'educazione, cioè nell'accesso alla conoscenza come ricchezza e bene comune.
Il riconoscimento di questo linguaggio profondo oltre le differenze significa muoversi su di un filo inevitabilmente complesso, forse instabile, ma in cui le identità dei diversi istituti diventano identità condivise, partecipate.
In questo modo nella storia della singola biblioteca, ma anche della rete dei cooperanti, si riflettono le appartenenze altrui come ricchezze per la comunità. In ciascuno vi sono echi e tracce visibili dell'altro, vi sono elementi di un sapere comune, come nelle nostre biblioteche vi sono e saranno sempre più echi e tracce dei pubblici che le frequentano e le trasformano.
È l'orizzonte di un sapere sociale che appartiene innanzitutto alla sfera della condivisione e dell'accesso alla conoscenza come bene comune dei cittadini, ma che non può non investire la condivisione delle competenze stesse fra le biblioteche e gli altri luoghi della cultura.

Conclusione

McKenzie ci ha lungamente accompagnato in questa conversazione. E la sua analisi dei segni, e dei sistemi di ricezione (e ricreazione) dei testi, la sociologia dei testi ci può accompagnare alla conclusione.
Nei nuclei librari delle biblioteche, nelle donazioni (di libri e di risorse), si riflette sempre non solo la cultura dei secoli, ma anche il formarsi di gruppi ed élite intellettuali, l'evolversi di sensibilità, la risposta a bisogni di conoscenza e sapere.
Così l'evolversi delle biblioteche può essere percepito come un tutt'uno con l'evolversi della città e con il suo maturare attraverso la ricerca, lo studio, il confronto culturale, la consapevolezza della lettura e dell'informazione come risorse della vita collettiva e associata.
Nel formarsi e stratificarsi delle raccolte si incontrano distinti livelli di stratificazione (e destratificazione), espressivi di legami e reti di relazioni che vanno colte nella loro diversità. I segni dei donatori o possessori, o i segni preesistenti al possessore e donatore, certamente. Ma anche i segni della nuova vita che quel testo conoscerà nel diverso contesto della biblioteca: i segni dei lettori, le azioni di valorizzazione, la ricezione culturale e didattica.
Ogni nuovo testo modifica insiemi dati, come ogni nuova relazione modifica i confini ed il senso dell'insieme.
Si legge all'inizio di Burnt Norton21:

Time present and time past
are both perhaps present in time future
and time future contained in time past

e, come traduce Raffaele La Capria:

Il tempo presente e il tempo futuro
sono forse entrambi presenti nel tempo futuro
e il tempo futuro è già compreso nel tempo passato
Ma tutto questo non è metafora della biblioteca tutta?

È necessario pensare le biblioteche, nella duplice dimensioni di collezioni (risorse) e servizi su un tempo non piatto, in cui queste si sviluppano anche attraverso picchi di cui si ricostruiscono le peculiarità, i tentativi di risposta a bisogni complessi di conoscenza, la nascita da nuovi dialoghi con altre istituzioni culturali o con i cittadini.
È una storia affascinante come affascinante è la vita di una istituzione culturale che, al tempo stesso, appartiene alla città e al mondo.
Questa conversazione ha tentato, con l'aiuto delle parole dei poeti e di altri grandi intellettuali di campi tematici apparentemente remoti l'uno dall'altro, di individuare connessioni fra due modalità relazionali che ritengo necessarie per affrontare cambiamenti profondi, l'audacia e la lentezza. Molti di questi cambiamenti sono sotto i nostri occhi, ne abbiamo nella letteratura una rappresentazione diffusa, sia pure spesso superficiale, di altri percepiamo l'avvio ma ci sfuggono ancora le correlazioni.
Ma la forza di una corda - in questo senso metafora di sintesi teorica acquisita - è tale se, al tempo, sono forti sia i singoli fili che i loro legami.
Torniamo all'immagine della vetrata che apre la vista sulle mura e sulla hall: nel duplice sguardo dell'osservatore ci sono i lettori, i pubblici che abitano quello spazio e che ogni giorno lo rendono diverso; ma, nelle grandi vetrate della hall, c'è il cielo.
Una vista bellissima, l'immagine di un sapere aperto al futuro.

NOTE

[1] Testo rielaborato della prolusione tenuta il 13 novembre 2015 presso la Biblioteca apostolica vaticana in occasione della cerimonia di consegna dei diplomi. Si è volutamente mantenuto lo stile di conversazione.

[2] Thomas Stearns Eliot, Choruses from the Rock, 1934, I, v. 11.

[3] Per Eliot, poeta «non casualmente caro» a McKenzie, si veda, da altra prospettiva, Renato Pasta, Ciò che è passato è il prologo. In: Donald F. McKenzie, Bibliografia e sociologia dei testi. Milano: Bonnard, 1999, p. 85-97. La citazione da Pasta (Eliot, «autore non casualmente caro a McKenzie») è a p. 97.

[4] Thomas Stearns Eliot, Choruses from the Rock cit., I, v. 6-12.

[5] Thomas Stearns Eliot, East Coker, 1940, I, v. 9-10.

[6] Ivi, II, v. 34-37.

[7] Ivi, III, v. 36-40.

[8] Robert Darnton, The heresies of bibliography, «New York review of books», 29 maggio 2003, p. 43-45.

[9] Pubblicato successivamente in Robert Darnton, The case for books: past, present and future. New York: NY Public Affairs, 2009. Edizione italiana: Robert Darnton, Il futuro del libro, traduzione di Adriana Bottini. Milano: Adelphi, 2011, con titolo fuorviante rispetto al nucleo tematico del volume («in difesa dei libri»). D'altra parte il complemento del titolo dell'edizione originale è nettamente eliotiano: past, present and future. La struttura dell'opera procede, con una organizzazione tripartita, dal futuro al passato, ma l'esame di ciascun tempo tiene conto - in un sapientissimo gioco di specchi e scambi reciproci - degli altri.

[10] Donald F. McKenzie, Bibliography and the sociology of texts: the Panizzi lectures. London: The British Library, 1986. Edizione italiana con ampliamenti Bibliografia e sociologia dei testi. Milano: Bonnard, 1998.

[11] Ivi, p. 45-47.

[12] Ivi, p. 47.

[13] Fernand Braudel, Histoire et sciences sociales: la longue durée, «Annales», 1958, n. 4, p. 725-753.

[14] Fernand Braudel, Dans le Brésil bahianais: le present explique le passé, «Annales», 1959, n. 2, p. 325-336.

[15] Apparso nel primo volume del Traité de sociologie, diretto da Georges Gurvitch. Paris: PUF, 1958-1960.

[16] Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II. Torino: Einaudi, 1986, p. XXVI-XXVII.

[17] Ivi, p. XXIV.

[18] Fernand Braudel, Histoire et sciences sociales cit.

[19] William Shakespeare, Amlet, I, sc. V, v. 166-167.

[20] Cfr. Niklas Luhmann, Sistemi sociali: fondamenti di una teoria generale. Bologna: Il mulino, 1990 (edizione originale 1984).

[21] Thomas Stearns Eliot, Burnt Norton, v. 1-3.