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The library faith:
miti e realtà della public library americana

PRIMA PARTE

di Anna Galluzzi

Il dibattito attuale sulla biblioteca pubblica e le preoccupazioni sul suo futuro

Negli ultimi anni, la biblioteca pubblica è diventata oggetto di un ampio dibattito in tutto il mondo occidentale non solo all'interno della comunità bibliotecaria1, bensì anche da parte dell'opinione pubblica generale2. La molla che ha fatto scattare questo dibattito è duplice: da un lato la crisi economica, che a partire dal 2008 ha condizionato fortemente le economie occidentali e ha determinato grossi tagli alla spesa pubblica, dall'altro la rivoluzione tecnologica che progressivamente ha "liberato" i contenuti mettendo in crisi il concetto stesso di mediazione3.
Del resto, come amava ricordare Leslie Burger, già presidente dell'American Library Association (ALA), la biblioteca pubblica per sua stessa natura (ossia per le sue origini e per il suo ruolo) necessita di ridisegnare continuamente la propria organizzazione, le proprie raccolte, i propri servizi, seguendo i cambiamenti della società, del contesto in cui nasce e cresce. Per questo motivo essa attraversa periodicamente - e più di altre tipologie bibliotecarie - fasi di crisi di identità che spesso coincidono con la sua messa in discussione e con la ricerca di modelli e prospettive di cambiamento che ne valorizzino meglio le caratteristiche rispetto al contesto.
Tuttavia la crisi di questi ultimi anni - da quanto emerge nel dibattito interno ed esterno all'ambiente bibliotecario - sembrerebbe senza precedenti, e la scomparsa di questa istituzione sempre più spesso e da più parti viene considerata una prospettiva realistica nel medio-lungo termine.
Accade così che i politici facciano scivolare le biblioteche verso gli ultimi posti della loro agenda, mentre i bibliotecari si affannano nel disperato tentativo di accreditare le biblioteche pubbliche all'interno di un quadro in cui ruolo e funzioni siano almeno parzialmente rinnovati.
Inevitabilmente, però, in tutti si insinua il terribile dubbio che sia l'opinione pubblica - e dunque la società stessa - a non ritenere più necessarie le biblioteche, in particolare quelle pubbliche, anche perché questa sensazione è talvolta confermata da affermazioni come quella espressa da un lettore del Guardian nel marzo del 2010:

Chiudiamo questi mausolei ridondanti e obsoleti e utilizziamo il denaro per migliorare le strutture educative della nazione oppure ripaghiamo il nostro enorme debito. Internet ci ha dato accesso all'informazione a un livello inimmaginabile anche solo qualche decennio fa. È tempo che le biblioteche facciano la fine dei dinosauri4.

Vero è che, dall'altro lato, nel pubblico dei lettori c'è anche chi scrive - come John, sempre sul Guardian, nel gennaio 2011 - che «Le biblioteche non hanno solo a che fare con l'accesso ai libri. Esse sono centrali nella formazione lungo tutto l'arco della vita»5, e chi - come Isabel - così si esprime su El País (maggio 2012): «Mantenere spazi culturali che ci aiutano a crescere come individui è l'unica cosa che ci salverà da questa crisi»6.
È evidente che, come spesso accade nei periodi di crisi, si alternano e si sovrappongono punti di vista opposti rispetto al futuro della biblioteca, che però certamente contribuiscono a creare nell'ambiente bibliotecario e soprattutto nel settore delle biblioteche pubbliche quel clima di incertezza cui si accennava, e a dare la sensazione di un tunnel senza uscita.
Nelle pagine che seguono ci si concentrerà sulla letteratura americana, nella convinzione che i fattori principali che hanno fatto oscillare la percezione dell'ideologia della biblioteca pubblica negli Stati Uniti negli ultimi settant'anni possano essere rilevanti anche per il dibattito odierno sul servizio bibliotecario pubblico in generale e nello specifico nel nostro paese7.

La storia che ritorna e cosa possiamo imparare dal passato

Libraries will be under increasing pressures to justify their existence as public agencies, to defend their budgets, and to improve the efficiency with which they use their resources. The dilemmas and the contradictions of the public library are likely to receive greater exposure, and the old slogans, old myths, and old practices may no longer be adequate to deal with these problems. [...] In a time of slow economic growth and slow expansion (or even contraction) of real government spending, a public service that relies on voluntary use, that is used by a relatively small percentage of the population, that does not serve its users particularly well, that has many close substitutes [...], and that is not considered vital by most of the population is likely to find itself squeezed8.

Se non guardassimo la nota a piè pagina - che situa chiaramente la citazione proposta in un momento storico diverso dalla contemporaneità - credo che in molti saremmo pronti a scommettere che queste frasi appartengono al dibattito attualmente in corso. Le preoccupazioni e gli ammonimenti qui espressi non sono infatti dissimili da quelli contenuti in molta parte della letteratura contemporanea sull'argomento.
E invece il volume The public library in the 1980s: the problems of choice è stato pubblicato nel 1983 da un economista americano, Lawrence J. White, che - come si può facilmente verificare dal suo curriculum9 - si è occupato di molti temi relativi all'economia pubblica e privata e con questo libro ha fatto una isolata incursione nel mondo delle biblioteche.
La scelta di occuparsi di questo tema da parte di un economista non poteva che nascere in anni particolarmente caldi rispetto al dibattito sulla biblioteca pubblica e sulle risorse economiche da destinarle. White infatti scriveva a ridosso della crisi economica che colpì il mondo occidentale negli anni Settanta, che originò dalla crisi politica in Medioriente e dalla conseguente crisi energetica. Questa crisi, che inevitabilmente ebbe anche pesanti conseguenze sociali e sfociò - tra l'altro - nell'adozione di politiche neoliberiste sul piano economico, segnò la fine della lunga fase di espansione economica iniziata nel secondo dopoguerra.
Non è certamente una coincidenza che il dibattito sulla biblioteca pubblica si sia acceso in una fase storica in cui, in conseguenza della contrazione delle risorse pubbliche a disposizione, il sistema del welfare subiva delle forti pressioni finalizzate a un suo ridimensionamento. E in particolare in un paese come gli Stati Uniti, dove la crisi si era fatta sentire in maniera significativa e la public library esisteva da oltre un secolo come istituto aperto a tutti, gratuito e finanziato dalle comunità locali con il sistema della tassazione. Così come non è un caso che questa riflessione sia andata al di là dell'ambiente bibliotecario arrivando persino a interessare il mondo degli economisti, normalmente attratti da argomenti di maggiore rilievo nell'agenda politica e nel sentire comune.
In realtà, molti dei contributi americani che negli anni Settanta e Ottanta discutono della natura e del futuro della public library, fanno riferimento a rilevazioni, indagini e pubblicazioni dei decenni precedenti, in particolare degli anni successivi al secondo dopoguerra. È infatti in quegli anni che in America - e non solo10 - un'istituzione come la public library, data per scontata per quasi un secolo, torna a essere oggetto di studio, e le riflessioni che ne conseguono toccano fin da subito, almeno in parte, il suo rapporto con le politiche pubbliche.

Le riflessioni sulle origini e sul ruolo della public library nel secondo dopoguerra

Proprio negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale si occuparono delle origini e del ruolo della public library diversi studiosi11, tra i quali il sociologo Jesse H. Shera che nel 1949 pubblicò la prima edizione del volume Foundations of the public library12, destinato ad avere ampia circolazione e diverse altre edizioni successive fino agli anni Sessanta, e Sidney Ditzion, autore di Arsenals of democratic culture, pubblicato nel 194713.
Shera parte dal presupposto che, mentre le istituzioni sono primarie e di base, cioè definiscono gli obiettivi sociali e determinano il modello di società, le agenzie sono invece secondarie e derivate, ossia determinate da quel modello. In quest'ottica lo stato e la famiglia sono dunque istituzioni, laddove la scuola, le biblioteche, i musei sono agenzie, ossia strumenti al servizio dell'istituzione e mediante le quali viene esercitato il controllo sociale.
È all'interno di questo quadro teorico di riferimento che secondo lui va interpretata la nascita della public library, in quanto essa si configura come una delle agenzie al servizio di quell'insieme di valori che, nella seconda metà dell'Ottocento, le istituzioni pubbliche americane andavano sostenendo e che fondamentalmente ruotavano intorno all'importanza crescente attribuita al progresso individuale. Questo processo non fu il risultato di una spinta dal basso, bensì di un'azione dall'alto, spesso finanziata dalla filantropia, prima che venisse sancito il principio del sostegno collettivo attraverso la tassazione.
In questa nuova prospettiva il tradizionale modello della biblioteca come deposito del sapere non era più considerato sufficiente e adeguato per promuovere la partecipazione dell'individuo alla vita sociale, e si cominciò a immaginare un modello di biblioteca che potesse svolgere il ruolo di prolungamento del sistema della scuola e con contenuti pratici e utilitaristici.
Nell'ambito della battaglia per l'istruzione universale le public libraries vennero presentate come strumento per la self education e il sostegno alla crescita professionale, nel presupposto che la lettura è una cosa buona in sé e accresce la moralità dell'individuo e che la conoscenza è uno dei fondamenti della democrazia.
Rispetto alla scuola, considerata primaria per il raggiungimento dell'obiettivo dell'istruzione universale e dunque resa progressivamente obbligatoria, la public library si collocava in una posizione complementare e il suo utilizzo veniva lasciato alla libera scelta dei cittadini, sulla base dell'idea - tutta ottocentesca - secondo la quale l'individuo cui viene data l'opportunità di progredire coglierà certamente questa possibilità a vantaggio proprio e della società nel suo complesso. In realtà, il maggior supporto alla public library arrivò - secondo Shera - da coloro che riconoscevano di poterne ottenere dei benefici, e dunque da fasce di popolazione già in parte sensibilizzate, cosicché la biblioteca pubblica - per poter attirare altri gruppi sociali - dovette presto cedere alla letteratura popolare ed espandere le sue funzioni e attività.
Il volume di Ditzion prova a ricostruire le diverse - e talvolta contraddittorie - motivazioni che consentirono in America la transizione dalle subscription libraries alle free libraries, fino alla piena attuazione dell'identità della public library14.
Partendo da un'analisi del background culturale di alcuni dei padri fondatori della public library americana, in particolare Francis Wayland, Edward Everett e George Ticknor, Ditzion sottolinea come, pur in un'epoca caratterizzata da sistemi ideologici e di valori in parte in contraddizione tra di loro, l'elemento che accomuna tutti i singoli e i gruppi che a vario titolo contribuirono alla fondazione di questo nuovo istituto e alla creazione della sua identità fu la forte e diffusa richiesta, nell'America dell'Ottocento, di strumenti per il progresso della conoscenza allo scopo di rendere l'individuo il più possibile padrone del suo destino. Sotto questa idea-ombrello i diversi gruppi e le varie correnti di pensiero che parteciparono al dibattito proposero la loro personale interpretazione della public library, auspicandone specifiche finalità: da complemento della scuola a strumento di moralizzazione e pace sociale, da precondizione di una cittadinanza informata a occasione di apprendimento di conoscenze pratiche legate al lavoro e alla vita quotidiana, da strumento di lotta alla povertà e al crimine a facilitatore dei processi di americanizzazione degli immigrati. Tutte queste declinazioni e questi approcci trovarono il loro punto di contatto nella retorica già in uso per celebrare le istituzioni democratiche americane, cui la public library andava ad aggiungersi come fiore all'occhiello, ossia l'idea di una nazione che aspirava a una posizione di primo piano a livello internazionale attraverso l'elevazione culturale dei suoi cittadini.
L'autore del volume sottolinea più volte che la costruzione concettuale dell'identità e del ruolo della public library non sempre corrispose alla realtà effettiva dell'istituzione nella sua vita quotidiana e all'impatto da essa realmente esercitato sulla società. Ma di questa costruzione concettuale si appropriarono - strumentalmente, e anche convintamente - i bibliotecari, in particolare la loro associazione professionale, l'ALA, che nacque nel 1876 proprio per sostenere l'istituzione e darle basi ideali forti e durature nel tempo.
Poter fare appello al ruolo delle biblioteche pubbliche come «cornerstones of democracy» ovvero «arsenals of democracy» armava l'arco dei bibliotecari con una freccia di grande potenza e a lunga gittata, ch'essi hanno ampiamente utilizzato nei momenti di difficoltà e crisi dell'istituzione.

L'indagine sulle public libraries americane (Public library inquiry) degli anni Quaranta

Nel 1946 l'ALA commissionò al Social Science Research Council di condurre un approfondito ed estensivo studio sulla biblioteca pubblica americana15. Fu poi specificato che lo studio doveva valutare in termini sociologici, culturali e umani fino a che punto le biblioteche stessero raggiungendo i loro obiettivi e quale fosse il contributo attuale e potenziale della biblioteca pubblica alla società americana:

It is important to recognize that these concerns did not constitute a significant public issue. They were raised by librarians themselves in a process of self-examination. [...] This discourse constituted an exercise in identity creation that relied heavily on the role of the public library as a sustaining contributor to American democracy.
The effort by librarians to seek a legitimate role for themselves and the public library was twofold. They wanted to establish the library as a central institution of American democratic culture, and to define for themselves a coherent professional ideology whose values and understanding of the world would be accepted as meaningful by librarians and the public alike16.

Una volta che la proposta fu approvata e finanziata dalla Carnegie Corporation per 200.000 dollari, per condurre l'indagine - comunemente nota come Public library inquiry17 - fu costituito un team di scienziati sociali e altri ricercatori, guidato dal politologo ed economista Robert D. Leigh. La scelta nasceva dalla volontà di utilizzare i metodi più all'avanguardia nelle scienze sociali e di affidare lo studio a ricercatori esterni di varia provenienza disciplinare, il più possibile liberi da preconcetti rispetto alle biblioteche.
La ricerca si configurò come un grande studio socio-biblioteconomico i cui risultati furono pubblicati negli anni successivi in sette volumi per i tipi della Columbia University Press18.
Nei paragrafi che seguono ci soffermeremo in particolare su due dei rapporti finali dell'indagine, quello di Bernard Berelson, The library's public19, e quello del coordinatore del gruppo di ricerca, Robert D. Leigh, The public library in the United States20, il quale - facendo riferimento sul piano teorico in particolare al volume di Oliver Garceau, The public library in the political process21 - tira le fila dei risultati dell'indagine.

Il pubblico della biblioteca
Il volume a firma di Bernard Berelson, con la collaborazione di Lester Asheim22, fu pubblicato nel 1949. Il rapporto presenta i risultati dell'indagine sul pubblico delle public libraries americane e propone una sintesi di tutti gli studi sull'uso dei libri e sugli utenti delle biblioteche pubbliche realizzati negli Stati Uniti a partire dal 1930.
Prima di introdurre i contenuti di questo volume, è opportuno preliminarmente spendere qualche parola sul suo autore principale, Bernard Berelson, la cui formazione e il cui campo di ricerca si ampliarono progressivamente dal campo strettamente biblioteconomico a quello della ricerca sociale applicata e infine a quello delle scienze comportamentali, all'interno del quale si occupò di opinione pubblica, comunicazione di massa e teoria della democrazia23.
Berelson nel suo rapporto dell'indagine prende le mosse dalla seguente interpretazione delle origini e della funzione della public library:

The American public library is a social invention designed for the preservation and dissemination of certain cultural products of the nation and the community. In an age of widespread literacy, increased leisure time, and democratic responsibilities, the public library was conceived and developed to provide ready and free access to books for all the members of the community. The American society, extolling social progress and individual improvement, set up the public library as an agency to institutionalize opportunity for its citizens24.

Data questa concezione della public library, le domande di ricerca che stanno alla base della sua indagine sono: qual è il pubblico delle biblioteche pubbliche in America? Questo pubblico corrisponde alle intenzioni originarie che portarono a questa invenzione sociale?
Berelson inizia a tratteggiare questo quadro partendo innanzitutto dalla percentuale degli utenti che hanno frequentato le biblioteche pubbliche almeno una volta l'anno, che è intorno al 18% degli adulti (dall'età di 21 anni) e poco meno del 50% dei bambini e ragazzi. Fa inoltre notare che, se si considera il numero di coloro che hanno frequentato la biblioteca almeno una volta al mese, allora la percentuale degli adulti scende al 10% e quella dei bambini e ragazzi al 33%.
Una volta chiariti i numeri generali di riferimento, il rapporto fornisce una serie di evidenze sulla composizione del pubblico.
Per quanto riguarda le fasce di età, le uniche che usano regolarmente la biblioteca sono quelle dei ragazzi e bambini, soprattutto in età scolare, passata la quale si registra un crollo nei tassi di utilizzo.
In merito al livello di istruzione, gli utenti delle biblioteche sono mediamente molto scolarizzati: i curatori dell'indagine attribuiscono questo dato al fatto che chi ha studiato ha maggiore facilità di lettura ed è più abituato a fare affidamento sui libri come fonti informative e ricreative. A questa evidenza può essere ricondotto anche un altro dato, secondo cui coloro che hanno le collezioni più ampie a casa usano di più le biblioteche.
A livello di occupazione, gli studenti costituiscono il gruppo più ampio nell'utenza della biblioteca pubblica, seguiti da casalinghe, colletti bianchi, manager e professionisti e infine lavoratori più o meno professionalizzati; a livello di status economico, la maggioranza degli utenti proviene dalle classi a medio reddito: la biblioteca pubblica sembra non essere o essere poco utilizzata tanto dai ricchi quanto dai poveri.
Le regioni con livelli di benessere e istruzione complessivamente più elevati usano di più le biblioteche; ancora, gli abitanti delle città usano le biblioteche più di quelli delle aree rurali, anche se, tra le città, sono le più piccole che ne fanno un maggiore utilizzo. Infine, la distanza della biblioteca dal luogo in cui si vive è uno dei fattori più importanti nel determinare il maggiore o minore uso della stessa.
In generale, la biblioteca pesca tendenzialmente nell'area di maggiore prontezza culturale della comunità di riferimento, ossia i suoi utenti da un lato hanno un consumo più alto anche degli altri media e sono impegnati in numerose attività culturali, dall'altro sono politicamente (in senso ampio) più attivi e talvolta anche parte della leadership della società.
Nei capitoli successivi del rapporto, Berelson si sposta dal profilo dell'utenza all'analisi dell'uso. Da questa analisi emerge che, per quanto riguarda i servizi di circolazione, i libri per ragazzi contano per il 45% mentre la fiction pesa per il 65%, e nelle biblioteche più piccole quest'ultima percentuale cresce ancora di più. La circolazione di questi volumi cala rapidamente nel momento in cui i titoli non costituiscono più delle novità. A ciò si aggiunga che metà della circolazione riguarda quella che gli americani chiamano poor fiction. Sembrerebbe che gli utenti delle biblioteche si affidino alle loro collezioni di casa per i libri di qualità e alle biblioteche per i libri più "leggeri". Solo nel caso dei libri per bambini prevale tendenzialmente la circolazione di letteratura di qualità, fors'anche perché la selezione di questi libri in biblioteca si fa più attenta. La saggistica è presa in prestito maggiormente dagli utenti più istruiti e dai professionisti.
Confrontando i trend della circolazione con gli andamenti economici, sembra confermato che il numero dei prestiti diminuisce nelle fasi di prosperità e aumenta in quelle depressive; mentre, per quanto riguarda la distribuzione dell'uso, anche per le biblioteche - come accade nel caso di altri media - si registra tendenzialmente un fenomeno di concentrazione/dispersione, ossia un numero limitato di utenti le utilizza molto, mentre la restante parte ne fa un uso limitato e sporadico; si deve del resto osservare che il mondo dei libri risente particolarmente di questo fenomeno, come è dimostrato dal fatto che i lettori sono da un lato il più piccolo dei pubblici, dall'altro il più concentrato.
Passando ai servizi di reference, l'indagine mette in evidenza che la biblioteca pubblica non è utilizzata come fonte di informazione e in generale i componenti della comunità a questo scopo si rivolgono prima ad amici e a esperti che a qualunque media. Il servizio di reference è usato quasi esclusivamente da un'utenza più specializzata, oppure dall'utenza in età scolare per i compiti e le ricerche scolastiche. Parrebbe inoltre che i consigli dei bibliotecari influenzino poco le letture degli utenti, che si affidano maggiormente agli amici, alle recensioni, alla pubblicità.
Rispetto alla possibilità di ampliare l'utenza attivando nuovi servizi, sembrerebbe che gli stessi utenti che sono più attenti alle proposte culturali in generale e che già usano la biblioteca siano quelli che tendono a usare anche i nuovi servizi.
Un altro studio richiamato nel rapporto mette in evidenza che una percentuale significativa del pubblico, ossia il 23%, entra in biblioteca con finalità e motivazioni che non hanno nulla a che fare con le collezioni e i servizi, ad esempio utilizza la biblioteca come luogo di incontro o per usufruire del telefono.
Allargando lo sguardo alla comunità nel suo complesso, al di là degli utenti effettivi delle biblioteche pubbliche, dalle indagini condotte risulta che il pubblico generale sconta un elevato grado di ignoranza in merito alla biblioteca, anche a quella di riferimento sul piano territoriale, ossia non sa chi la finanzia, che servizi offre e talvolta nemmeno dove si trova. La gente pensa che la chiusura delle biblioteche danneggerebbe la comunità ma non loro in prima persona; dunque la biblioteca è considerata simbolicamente un'istituzione importante e necessaria, ma in buona parte è qualcosa che usano gli altri.
Nell'ultima parte del volume, il curatore dell'indagine propone qualche linea di ricerca per il futuro. In riferimento all'utenza delle biblioteche, consiglia innanzitutto di approfondire i rapporti tra la biblioteca e gli opinion leader, in secondo luogo di analizzare il problema del calo dell'utilizzo dopo l'età scolare e le caratteristiche del pubblico cosiddetto "deviante", ossia quella piccolissima minoranza che non corrisponde alle caratteristiche tipiche dell'utente medio (in particolare suggerisce di concentrarsi su coloro che pur con una scolarità bassa fanno un uso regolare e "serio" della biblioteca). In riferimento invece all'uso, suggerisce di condurre ricerche supplementari sul reference e sui servizi che sfuggono a qualunque forma di registrazione. Per quanto riguarda la gestione della biblioteca, ritiene necessari degli approfondimenti sul rapporto tra uso e distanza, per valutare ad esempio come sfruttare strategicamente e in maniera combinata il fatto che livelli alti di scolarizzazione e prossimità della biblioteca al luogo di residenza costituiscono forti incentivi all'uso. Un altro fronte che secondo l'autore è tutto da esplorare è quello del ruolo delle biblioteche come fattori di cambiamento politico e sociale.
Nelle conclusioni Berelson sintetizza i risultati dell'indagine ricordando che il pubblico delle biblioteche costituisce una minoranza auto-selezionata e accomunata da specifiche caratteristiche (sono più giovani, più istruiti, più attenti all'offerta culturale, appartengono alla middle class ecc.) e abbraccia l'idea che l'universalità sia un obiettivo impossibile da raggiungere per le biblioteche pubbliche, per quanto aggressive ed efficaci possano essere le loro politiche di promozione dei servizi. Il fatto che la public library occupi comunque un ruolo di rilievo tra le istituzioni pubbliche e sia sostenuta anche dalla maggioranza che non la utilizza dipende dall'aura positiva che tendenzialmente circonda le istituzioni educative e culturali.
L'autore constata che quella di fornire alla cittadinanza strumenti politici e critici non è una funzione realmente svolta da queste biblioteche, visto che la parte di popolazione che ne avrebbe necessità di fatto non le utilizza, e suggerisce che andrebbe valutata l'opzione di concentrarsi di più sulla minoranza che le usa, senza inseguire l'impossibile universalità. Poiché la biblioteca ha un problema di allocazione delle risorse, che sono inevitabilmente limitate in quanto a denaro, tempo, personale e facilities, è indispensabile che decida cosa vuole essere e per chi, perché non può essere tutto per tutti.
Per quanto riguarda il rapporto tra la public library e i mezzi di comunicazione di massa di tipo commerciale, quelli esistenti all'epoca (cinema, radio, giornali) sono considerati fortemente competitivi sul fronte ricreativo. Per questo la public library dovrebbe puntare, secondo Berelson, su una delle sue caratteristiche più peculiari, ossia l'accessibilità permanente dei materiali bibliografici, caratteristica che le consente di essere più indipendente dai gusti commerciali e di massa; su questo essa potrebbe dunque costruire il proprio vantaggio competitivo.
Al termine della lettura di questo volume, il primo pensiero che si affaccia alla mente è che il quadro descritto da Berelson non sia poi così diverso dalla realtà degli utenti delle biblioteche pubbliche italiane di oggi. A dire la verità, per la realtà italiana non abbiamo (a poco più di settant'anni dallo studio americano) molti studi paragonabili a quello appena descritto. Ma alcune delle più recenti ricerche a copertura nazionale25 nonché l'esperienza quotidiana dei bibliotecari che lavorano in queste strutture sembrerebbero confermare questa impressione. Sarebbe interessante verificare se questo significhi che il pubblico delle public libraries tende a presentare caratteristiche e comportamenti omogenei nel tempo e nello spazio in virtù di elementi strutturali propri e originari di questa istituzione, ovvero se le biblioteche pubbliche dell'Italia di oggi, nate oltre cento anni dopo quelle americane, riflettano questo ritardo anche nell'utenza e negli usi.

La library faith e le sue implicazioni
Tra i sette volumi pubblicati come esito della Public library inquiry, quello scritto dal coordinatore del gruppo di lavoro che condusse la ricerca, Robert D. Leigh, e pubblicato nel 195026, contiene il rapporto generale dell'indagine e dunque - anziché soffermarsi su aspetti specifici - propone una riflessione più complessiva sui presupposti e sui ruoli della public library, a partire dai risultati dei lavori di ricerca degli altri componenti del gruppo e di un'indagine aggiuntiva relativa all'adesione o meno dei bibliotecari americani agli obiettivi della public library dichiarati nei documenti ufficiali.
L'intento del volume è quello di discutere criticamente la corrispondenza tra il sistema di valori che i bibliotecari hanno elaborato nel tempo - e per il quale Leigh usa l'espressione library faith - e il quadro emerso dall'indagine. In realtà, tale espressione era stata utilizzata per la prima volta - sempre nell'ambito della Public library inquiry - nello studio di Oliver Garceau sul rapporto tra public library e processo politico27, cui Leigh si richiama. Garceau riconduce la library faith al riconosciuto potere del libro e della lettura e al ruolo svolto dalla public library nel mantenimento dell'assetto democratico:

It is a fundamental belief, so generally accepted as to be often left unsaid, in the virtue of the printed word, the reading of which is good in itself, and upon the preservation of which many basic values in our civilization rest. When culture is in question, the knowledge of books, the amount of reading, and the possession of a library - all become measures of value, not only of the individual but also of the community.
From its beginning the library has been closely connected with the American conception of democratic progress. It has offered opportunity [...] for everyone to increase his knowledge and therefore his position in the world. It has been considered a part of our technological resources, allowing the talented to perfect their skills and contribute to their own and the community's advancement. The library, among other purposes, was created as a source of knowledge for an informed citizenry, upon whose collective judgment the success or failure of responsible democracy rests28.

Anche Leigh ribadisce che questa "fede" affonda le sue radici nel valore attribuito alla cultura scritta e al libro:

In its more ambitious form as a belief in the power of books to transform common attitudes, to combat evils, or to raise the cultural level, the public librarian's faith has in it an element of magic in words as substitutes for realities. [...] in one way or another the tradition that books possess a precious ameliorative quality continues to provide the public librarian with a sense of significance in his daily work29.

La library faith si basa dunque da un lato sul riconoscimento del valore intrinseco della cultura scritta e del libro in particolare, dall'altro sull'idea dell'istruzione come diritto inalienabile dei cittadini, che viene reso effettivo grazie alla scuola e alle biblioteche pubbliche, definite anche people's universities. All'indomani della rivoluzione industriale e dei grandi processi migratori, dalle campagne verso le città e dall'Europa verso gli Stati Uniti, le biblioteche pubbliche furono concepite - all'interno delle più complessive politiche pubbliche finalizzate al mantenimento della pace sociale e al sostegno della working class - come strumento di sviluppo personale e di integrazione volto all'assimilazione dei nuovi arrivati nella cultura americana e al corretto esercizio dei diritti/doveri di cittadinanza30. In un contesto socio-culturale nel quale si riteneva che il cittadino informato fosse condizione necessaria per il buon funzionamento di un sistema democratico, la biblioteca pubblica fu considerata uno strumento essenziale per realizzare tale condizione.
Col passare del tempo la library faith diventò un tema ricorrente nel dibattito biblioteconomico americano riguardante il ruolo e le funzioni della biblioteca pubblica, ed anche la sua natura di bene pubblico; il legame tra biblioteche pubbliche e democrazia venne sempre più dato per scontato e questo argomento retorico si estese progressivamente a tutti i paesi nei quali il modello della public library - pur con le inevitabili varianti e differenze - si diffuse.
La Public library inquiry mette in discussione forse per la prima volta i presupposti della library faith, o quantomeno ne porta alla luce una serie di contraddizioni sia sul piano teorico-concettuale sia rispetto alla realtà quotidiana delle biblioteche che emerge dalla ricerca.
La riflessione di Leigh parte dalla considerazione che le biblioteche appartengono sia al mondo delle agenzie educative31 (e svolgono dunque un ruolo in questo ambito), sia al mondo della comunicazione pubblica, settore nel quale sono inevitabilmente in competizione con i media commerciali. È dunque rispetto a questi due contesti interpretativi di riferimento che va considerato il loro ruolo, e valutata la tenuta della library faith.
Rispetto all'ambito della comunicazione pubblica, Leigh osserva - come già Berelson - che la biblioteca, il cui uso richiede una forte motivazione e un'azione attiva da parte dell'utente, sconta un significativo svantaggio competitivo rispetto ad altri mezzi di comunicazione che si caratterizzano, oltre che per la straordinaria abbondanza di contenuti, per un'alta accessibilità che diventa a tratti intrusività. D'altra parte, se per i mass media è imprescindibile, per motivi commerciali, la necessità di raggiungere l'audience più ampia possibile e dunque di selezionare i contenuti in base ai gusti e alle richieste della maggioranza, nel caso delle biblioteche il posizionamento anche nel campo educativo consente - e anzi richiede - che esse rappresentino anche i contenuti meno popolari e più sperimentali.
L'autore si sofferma poi sul ruolo limitato esercitato dalla comunicazione pubblica, e in particolare dalle biblioteche, rispetto alla formazione delle opinioni, delle attitudini, dei gusti e delle motivazioni individuali. Gli studi condotti infatti sembrerebbero mettere in evidenza che sono primariamente la famiglia, la professione, la scuola e le amicizie a concorrere a formare le idee di un individuo e che queste idee, una volta costituitesi, tendono ad auto-rafforzarsi attraverso un processo di selezione che viene più o meno inconsciamente messo in atto. Uno dei presupposti della library faith, ossia il ruolo della biblioteca nella costruzione dell'opinione pubblica, ne esce dunque fortemente ridimensionato.
In secondo luogo, Leigh fa notare che imparare al di fuori della scuola dipende non solo dall'esistenza delle opportunità (come si credeva nell'Ottocento), ma anche dall'interesse, dalla volontà e dalla capacità, e non è noto in quale proporzione incidano questi elementi. Poiché l'uso della biblioteca non è obbligatorio, bensì lasciato alla libera scelta dei singoli, non è detto che l'opportunità di imparare e crescere, pur essendo offerta equamente a tutti, venga da tutti colta e sfruttata allo stesso grado. Questa constatazione spiegherebbe perché il pubblico delle biblioteche è il risultato di una auto-selezione e coincide quasi naturalmente con la minoranza di coloro che perseguono la crescita e l'arricchimento personale, come del resto l'indagine di Berelson aveva già chiaramente messo in evidenza. Aumentare le dimensioni di questa minoranza è un processo inevitabilmente lento, che non dipende solo dalla volontà delle biblioteche e che in ogni caso non può aspirare a raggiungere la totalità della comunità di riferimento. Queste considerazioni sembrano confermare che la public library, pur concorrendo al processo di crescita dei cittadini, tende a rivolgersi a quella parte della comunità che ha già sviluppato una sensibilità verso questo percorso, senza contribuire significativamente a un suo ampliamento.
Anche il concetto della decisione informata viene discusso criticamente e presentato come un'eredità del razionalismo settecentesco, che già negli anni Quaranta Leigh giudicava incompatibile con la complessità del reale:

Fortunately, the democratic process does not require a universal, equal acceptance of the burden of obtaining and digesting information and weighing ideas on current affairs. In the face of the impossible task of examining all the material and all the issues, most of us voluntarily delegate analysis and leadership in making decisions to people whom we trust. We choose these people freely, and we change our choices at will32.

A tutto questo si aggiunga che, nonostante le alte finalità delle istituzioni bibliotecarie e il loro impegno quotidiano ad offrire fonti di qualità, nonché contenuti e servizi per l'apprendimento e la crescita individuale, la realtà mostra che i bisogni degli utenti sono spesso ordinari e persino triviali, e che la maggior parte degli utenti cerca in biblioteca soprattutto occasioni di svago e intrattenimento, inficiando almeno in parte la funzione altamente educativa della biblioteca implicita nella library faith.
L'analisi impietosa di Leigh, che arrivava al termine della più imponente indagine sulle biblioteche pubbliche mai realizzata in America, potrebbe apparire demoralizzante per i bibliotecari. In realtà nelle intenzioni del coordinatore della ricerca rappresentava un passaggio necessario nella direzione di una strategia e di un'azione politica più realistiche da parte delle biblioteche pubbliche, ch'egli riassume così:

It would seem, then, that the public library's natural role as an agency of public communication is to serve the group of adults whose interest, will and ability lead them to seek personal enrichment and enlightenment. [...] adequate services to the existing and potential group of natural library users have a social value much greater that the gross number involved33.

In pratica, come già nelle conclusioni del volume di Berelson, anche Leigh giudica fallimentare il tentativo delle biblioteche pubbliche di voler raggiungere a tutti i costi l'interezza della comunità e ritiene invece ben più produttivo che le biblioteche offrano un servizio migliore a quello che l'autore chiama il loro "pubblico naturale", reale e potenziale.
A conferma dello spirito costruttivo che anima l'analisi di Leigh e dell'intera Public library inquiry, nell'ultima parte del volume lo studioso prova a riepilogare - sulla base delle questioni e dei rilievi emersi nelle pagine precedenti - alcune possibili direzioni di sviluppo che le biblioteche potrebbero provare a perseguire in modo più efficace, e che ancora oggi appaiono in buona parte convincenti. Innanzitutto, svolgere il ruolo di centro per la diffusione di informazioni affidabili. In secondo luogo, fornire opportunità e incoraggiamento alle persone di tutte le età per la formazione continua: in questo senso è certamente valida la concezione della biblioteca come people's university, ma nella consapevolezza che la biblioteca non può svolgere questo ruolo da sola, bensì in partnership con altri gruppi e soggetti che si occupano di educazione degli adulti.
Secondo Leigh la public library dovrebbe farsi interprete di un ruolo diverso da quello dei media commerciali (visto che nella competizione le biblioteche sarebbero inevitabilmente perdenti per limiti organizzativi, di offerta e di personale), e dunque fare proposte alternative rispetto al mainstream e non inseguire i desiderata della maggioranza.
Come osserverà Raber nel suo studio storico sui risultati della Public library inquiry34, quello proposto da Leigh è l'unico modo per spostarsi dal piano del servizio all'individuo a quello a servizio della comunità in funzione del suo progresso sociale, culturale e politico35. D'altra parte, non si può dimenticare che se da un lato le biblioteche pubbliche sono chiamate a offrire servizi alla comunità e a rispondere ai suoi interessi a lungo termine (presupposto necessario perché venga loro riconosciuto lo status di servizio pubblico), dall'altro si trovano a soddisfare primariamente interessi e bisogni individuali che spesso costituiscono la condizione per rimanere rilevanti e assicurarsi la sopravvivenza sul breve termine.
Inoltre, fa notare sempre Raber, il ruolo di pubblica utilità identificato per le biblioteche pubbliche dalla library faith, ossia il supporto alla vita democratica e a una cittadinanza informata, resta agli occhi delle comunità molto meno tangibile rispetto a quello di altri servizi pubblici, le cui finalità sono legate ad esempio alla salute o alla sicurezza individuale.

The threat of the collapse of democracy due to a lack of public information seems remote compared with the threat of loss of life or property, and neither elected officials nor voting citizens are beyond using the power of the state to alleviate their fears and satisfy their immediate needs36.

In definitiva, le biblioteche pubbliche sono inevitabilmente e continuamente alla ricerca di un equilibrio dinamico tra la necessità di rispondere alle richieste e agli interessi degli utenti "contemporanei" - per non dover rischiare l'irrilevanza sociale e il progressivo disinteresse delle comunità locali a investire nelle biblioteche - e il mantenimento di un alto profilo educativo e culturale con un orizzonte temporale più esteso, che legittimi il loro inserimento nei servizi finanziati pubblicamente.

Eredità e attualità della Public library inquiry
Da questa analisi di alcuni dei contributi prodotti dalla Public library inquiry risulta evidente che questo studio, pur risalendo a circa settant'anni fa, ha ancora molto da dire ai bibliotecari di oggi, sotto diversi punti di vista.
Gli ideatori e i curatori dell'indagine si ponevano infatti sostanzialmente gli stessi interrogativi di oggi in merito all'identità, alle finalità e alle strategie delle biblioteche pubbliche. In particolare, come fa notare Raber37, anche se alcuni dei contenuti sono stati superati dall'evoluzione della pratica quotidiana delle biblioteche, le questioni filosofiche e ideologiche da essa sollevati restano non solo vitali ma di assoluta attualità nel dibattito contemporaneo.
Colpisce innanzitutto la lungimiranza con cui l'ALA ritenne di dover affidare la ricerca a specialisti esterni al mondo delle biblioteche, e in particolare a un gruppo di scienziati sociali che potesse applicare i metodi - sia quantitativi che qualitativi - più all'avanguardia nella ricerca sociale dell'epoca, cosa che in tempi recenti è tornata di tutta attualità nel settore biblioteconomico38.
Inoltre, anche sul piano dei risultati dell'indagine, mi pare si possa affermare che il quadro delineato - nonostante il tempo trascorso - sia ricco di stimoli e riflessioni anche per il presente delle biblioteche pubbliche, e non solo americane. Considerato che gli scenari di contesto sono profondamente cambiati, ciò potrebbe significare che alcune evidenze emerse dall'indagine non siano l'espressione di una specifica realtà in un determinato momento storico, bensì il risultato di caratteristiche strutturali della biblioteca pubblica che si ripetono, con poche varianti, in ogni epoca e in ogni contesto.
Rimanendo sul piano dei risultati ma spostandoci al quadro concettuale di riferimento, il maggior contributo che la Public library inquiry ha lasciato in eredità ai decenni successivi consiste certamente nell'aver tracciato con contorni più precisi l'insieme dei valori e dei presupposti ideologici su cui la biblioteca pubblica è stata fondata e ha continuato a essere legittimata nel tempo come servizio pubblico, ossia la cosiddetta library faith. In particolare il merito dell'indagine è stato quello di non dare per scontata la library faith, ma da un lato di verificare il suo livello di radicamento nei valori della società nel suo complesso (e dunque la necessità di verificare la sua resistenza e tenuta con il passare del tempo), dall'altro di mettere in luce alcune contraddizioni interne originarie cui i bibliotecari hanno prestato poca attenzione (talvolta convinti profondamente e genuinamente della bontà dei suoi contenuti, talvolta bisognosi di uno strumento di propaganda di sicuro impatto e di ampia condivisione).
A questo proposito Oliver Garceau aveva fatto notare che i veri nemici della public library sono - in ogni epoca - l'apatia del pubblico e la almeno parziale imponderabilità del suo impatto sociale, fattori che se da un lato inevitabilmente ridimensionano la portata della visione politica rappresentata dalla library faith, dall'altro la rendono indispensabile come strumento retorico e di comunicazione:

No one opposes the library; almost everyone approves it. But with equal unanimity no one wants to pay much for it. What the librarians are working against is apathy within, as well as without the library. [...] the character of its influence is imponderable; it cannot be made clear and incontrovertible. Its value to the community can only be measured by its effect upon the minds of individuals and the growth of their personalities. It is an article that can be sold on the political market only by the eloquence with which it can explain the inexplicable39.

Ancora Garceau sottolineava che la biblioteca è chiamata a cercare un equilibrio dinamico tra la propria visione politica ideale e le realizzazioni concrete, in quanto continuare a riproporre alte finalità ideali per sostenere il valore sociale della biblioteca può trasformarsi in un'operazione di auto-giustificazione fine a sé stessa lì dove queste finalità restino lontane e sganciate da azioni e risultati.
Si consideri inoltre che nel dibattito biblioteconomico si oscilla continuamente tra un'idea della public library come agenzia sociale secondo l'interpretazione di Shera (ossia una struttura al servizio delle finalità sociali fissate delle istituzioni) e un'idea della biblioteca in generale e della public library in particolare come istituzione dotata di un bagaglio proprio di valori che vanno in qualche modo al di là delle contingenze sociali e che la biblioteca è chiamata diffondere all'interno della società.
Essere consapevoli di questa oscillazione permette di leggere più correttamente le vicende storiche che le public libraries hanno attraversato nel corso dei decenni e di indirizzare le strategie ch'esse possono adottare per rimanere rilevanti. Si tratta cioè di comprendere se le public libraries sono legate a doppio filo a un determinato insieme di valori e di presupposti ideologici, oppure possono declinarsi nel tempo per rispondere a modelli e obiettivi sociali diversi, o ancora si collocano da qualche parte a metà strada tra questi estremi.
Quello che si osserva è che, in momenti storici delicati sul piano economico e sociale, la spinta a ripensare l'identità della public library - se non addirittura a trasformarla in qualcosa di completamente diverso - emerge in maniera più forte sia all'interno della professione che all'esterno, fors'anche nella consapevolezza - ribadita da Shera - che l'esistenza della public library risiede nelle potenzialità economiche di una società e che senza risorse eccedenti la sussistenza nessuna comunità manterrebbe una biblioteca40.
In queste fasi le necessità quotidiane sembrano entrare in contraddizione con i presupposti ideologici della public library e si auspica una minore aderenza alle presunte finalità intrinseche e una maggiore rispondenza alle esigenze della comunità.
La Public library inquiry ha però contribuito a rendere manifesto che anche le finalità democratiche della biblioteca non sono e non possono essere definite e fissate in maniera permanente, in quanto sono parte dell'evoluzione nel tempo del concetto di bene pubblico e della continua lotta della democrazia per definire sé stessa:

In the process of examining the public library as an institution of democracy, the Inquiry reached two significant conclusions about the nature of American democracy in general: First, there is no universal definition of the public good. It cannot be defined outside the context of political struggle. The assumption that public library service is a public good is meaningless without specifying what service would be delivered to whom. Furthermore, such specifications must necessarily change as social, political, and cultural conditions change, and no permanent institutional purpose can be assumed. The legitimacy of public library service, and the concomitant legitimacy of a claim to a share of public funds, cannot be taken for granted. Rather, it must be established concretely and re-established as condition changed. [...] As public librarianship faces its current dilemmas concerning purpose, direction, and identity, it would do well to keep in mind that the nature of American democracy, and the relationship of librarianship to that democracy, cannot be taken for granted, but must instead be placed at the center of a search for its future41.

La library faith costituisce dunque una specie di patrimonio ideologico di fondo cui attingere alla bisogna, nonché un utile strumento politico di advocacy, che ha contribuito e contribuisce a strutturare il quadro culturale e sociale di riferimento per le biblioteche; d'altra parte, quando si tenta di applicarne i contenuti in maniera diretta e la si utilizza come misura di valutazione dei programmi bibliotecari, quasi inevitabilmente essa - che per sua natura è un'astrazione intellettuale - diventa una fonte di disillusione per i bibliotecari42:

A few people use the library and feel that they benefit greatly; society assumes that they are important and that their intellectual enlightenment is socially valuable, for in some inscrutable way knowledge is virtue and information is power. More precisely, the democratic society believes that, few though they be, the minority who can use books and do want them should have access to library resources. This has proved to be a substantial reality of our socially mobile democratic life. That this reality has not brought wealth and prosperity to libraries is a basic circumstance of library politics. Unless the public changes its character [...] or the library changes its function [...], the public library cannot expect more than a modest competence to live upon43.

In conclusione si può affermare che la Public library inquiry rappresenta un'importante tappa nella ricerca di legittimazione da parte delle biblioteche pubbliche, un processo mai concluso per una professione che sembra non riuscire a superare uno stato di crisi ideologica permanente44.
È forse anche per questo che, nonostante i suoi numerosi meriti e pur avendo influenzato significativamente la professione bibliotecaria, la Public library inquiry non fu ben compresa nei suoi risultati e nelle sue raccomandazioni, né tantomeno ben accolta. Qualcuno la definì «the obituary of the public library»45, in quanto distrusse la fiducia tradizionalmente presente nella comunità bibliotecaria in merito al proprio ruolo e lasciò i bibliotecari scioccati e demoralizzati. L'indagine rese impossibile per i bibliotecari continuare a parlare della biblioteca pubblica nel vecchio modo e secondo le antiche convinzioni, ma non offrì soddisfacenti soluzioni alternative e/o sostitutive.
Fu così che - dopo il dibattito sviluppatosi nei primi anni dall'uscita dei rapporti dell'indagine - la comunità bibliotecaria prima ne tentò una rilettura più favorevole, poi, approfittando di nuove sfide e stimoli provenienti dal contesto, "decise" di ignorarli:

If ignorance is the preferred and inevitable condition of the vast majority of the people, then American democratic theory may be seriously defective. A public discussion of the inquiry might easily venture into dangerous territory. It would not be surprising if librarians had no inclination to get involved in one. Librarians who believed, as the inquiry suggested, that the masses are content to be ignorant had no wish to say so. Librarians who believed otherwise had the imposing weight of the inquiry in the balance against them. Avoiding serious public discussion of the inquiry promised to be the most comfortable course of action for both groups46.

NOTE

Ultima consultazione siti web: 15 gennaio 2018.

[1] Per avere un'idea della vastità e complessità del dibattito in corso si può partire da: The identity of the contemporary public library: principles and methods of analysis, evaluation, interpretation, edited by Margarita Pérez Pulido, Maurizio Vivarelli. Milano: Ledizioni, 2016.

[2] Anna Galluzzi, Libraries and public perception: a comparative analysis of the European press. Oxford: Chandos Publishing, 2014.

[3] A questo proposito si veda l'articolo scritto da Alessandro Baricco all'indomani dell'elezione di Donald Trump a nuovo Presidente degli Stati Uniti: Alessandro Baricco, Baricco: ecco perché Trump ha iniziato a vincere quando abbiamo rinunciato alle mediazioni, «La Repubblica», 10 novembre 2016, http://www.repubblica.it/speciali/esteri/presidenziali-usa2016/2016/11/10/news/trump_baricco-151760532/?refresh_ce.

[4] Society: readers' response: balancing the books, «Guardian», 24 marzo 2010, p. 4.

[5] John Holford, Reply: letter: Mr Vaizey, in the library, with the axe, «Guardian», 11 gennaio 2011, p. 35.

[6] Isabel Casado Fariñas, Cierran nuestras bibliotecas. «El País», 11 maggio 2012, p. 34. Per una panoramica delle opinioni sulle biblioteche che emergono dalla stampa europea (in particolare in Francia, Gran Bretagna, Spagna e Italia) si veda: A. Galluzzi, Libraries and public perception cit.

[7] L'impianto metodologico di questo contributo (raccontare la public library americana attraverso il dibattito interno agli Stati Uniti e contemporaneo alla fase della sua storia che va dal secondo dopoguerra fino agli anni Duemila) costituisce un percorso complementare e, per certi versi, una conferma di quanto emerso da numerosi studi di grande spessore che sono stati condotti in diverse epoche e contesti culturali sulla storia istituzionale della public library. Ad esempio, guardando alla biblioteconomia italiana non si può dimenticare l'opera pioneristica di Paolo Traniello, che è stato tra i primi ad affrontare in modo critico e problematico il tema delle origini della public library e ad aver fatto emergere alcune delle dinamiche e dialettiche descritte in questo articolo in quanto già presenti nei dibattiti politici della metà dell'Ottocento; tra i suoi numerosi lavori dedicati a questo tema si ricordano qui (in ordine cronologico inverso): Biblioteche e società. Bologna: Il Mulino, 2005; Storia delle biblioteche in Italia: dall'Unità a oggi. Bologna: Il Mulino, 2002; La biblioteca pubblica: storia di un istituto nell'Europa contemporanea. Bologna: Il Mulino, 1997; Un istituto dell'autonomia locale: la biblioteca pubblica contemporanea nella sua genesi storica, «Bollettino AIB», 36 (1996), n. 3, p. 279-285.

[8] Lawrence J. White, The public library in the 1980s: the problems of choice. Lexington: Lexington Book, 1983, p. 3, 12.

[9] Cfr. http://people.stern.nyu.edu/lwhite/.

[10] Quello che accadeva in quegli anni in America non può essere considerato in alcun modo lontano o estraneo rispetto all'Europa e all'Italia, visto che nell'immediato secondo dopoguerra la temperie culturale accomunava molta parte dei paesi occidentali; non a caso, la Public library inquiry statunitense di cui si parlerà nei paragrafi che seguono è quasi contemporanea alla prima elaborazione del Public libraries manifesto dell'Unesco (documento approvato nel 1949), e un'analoga analisi del modello ed elaborazione concettuale sul ruolo e gli scopi della public library era stata avviata in quello stesso periodo in Gran Bretagna con il cosiddetto McColvin report, pubblicato qualche anno prima, nel 1942.

[11] Sull'argomento ha scritto recentemente Andrea Capaccioni in Le origini della biblioteca contemporanea: un istituto in cerca di identità tra vecchio e nuovo continente (secoli XVII-XIX). Milano: Editrice bibliografica, 2017. Si veda in particolare il primo capitolo, La via atlantica: biblioteche, libri e lettori tra Regno Unito e Stati Uniti, p. 29-70.

[12] Jesse H. Shera, Foundations of the public library: the origins of the public library movement in New England 1629-1855. Chicago: The shoe string press, 1965.

[13] Sidney Ditzion, Arsenals of a democratic culture: a social history of the American public library movement in New England and the Middle States from 1850 to 1900. Chicago: American Library Association, 1947.

[14] Una rilettura del volume è proposta da Frederick Stielow, Reconsidering arsenals of a democratic culture: balancing symbol and practice. In: Libraries & democracy: the cornerstones of liberty, [edited by] Nancy Kranich. Chicago-London: American Library Association, 2001, p. 3-14.

[15] La storia e i contenuti di questa indagine sono raccontati analiticamente e discussi in Douglas Raber, Librarianship and legitimacy: the ideology of the Public library inquiry. Westport-London: Greenwood Press, 1997.

[16] Ivi, p. 3.

[17] I documenti d'archivio sono consultabili su: http://www.columbia.edu/cu/lweb/archival/collections/ldpd_4079555/.

[18] I sette volumi (in ordine alfabetico di autore) sono: Bernard Berelson, The library's public (1949); Alice I. Bryan, The public librarian (1952); Oliver Garceau, The public library in the political process (1949); Robert D. Leigh, The public library in the United States (1950); James L. McCamy, Government publications for the citizen (1949); William Miller, The book industry (1949); Gloria Waldren, The information film (1949). Furono pubblicati anche altri report, più brevi, su alcuni temi specifici.

[19] Bernard Berelson, The library's public: a report of the Public library inquiry, with the assistance of Lester Asheim. New York: Columbia University Press, 1949.

[20] Robert D. Leigh, The public library in the United States: the general report of the Public library inquiry. New York: Columbia University Press, 1950.

[21] Oliver Garceau, The public library in the political process. New York: Columbia University Press, 1949.

[22] B. Berelson, The library's public cit.

[23] Cfr. https://en.wikipedia.org/wiki/Bernard_Berelson.

[24] B. Berelson, The library's public cit., p. 4-5.

[25] Si vedano in particolare le indagini statistiche sulle biblioteche di pubblica lettura degli enti territoriali italiani, realizzate per iniziativa di Cepell (Centro per il libro e la lettura) e AIB (Associazione italiana biblioteche), con la partecipazione dell'ANCI (Associazione nazionale comuni italiani), dell'ICCU (Istituto centrale per il catalogo unico) e della Direzione centrale per le statistiche sociali e ambientali dell'Istat. Le indagini possono essere consultate e scaricate qui: http://www.cepell.it/it/report/.

[26] R. D. Leigh, The public library in the United States cit.

[27] O. Garceau, The public library in the political process cit.

[28] Ivi, p. 50-51.

[29] R. D. Leigh, The public library in the United States cit., p. 14.

[30] Verna Leah Pungitore, Innovation and the library: the adoption of new ideas in public libraries. Westport: Greenwood Press, 1995, p. 4.

[31] Leigh usa il termine "agenzia" nell'accezione utilizzata da J. H. Shera nei suoi studi anche in riferimento alle biblioteche; si veda ad esempio in J. H. Shera, Foundations of the public library cit.

[32] R. D. Leigh, The public library in the United States cit., p. 49.

[33] Ivi, p. 48.

[34] D. Raber, Librarianship and legitimacy cit.

[35] Ivi, p. 61.

[36] Ivi, p. 73.

[37] Ivi, p. x.

[38] Vedi Alison J. Pickard, La ricerca in biblioteca: come migliorare i servizi attraverso gli studi sull'utenza, introduzione, traduzione e cura di Elena Corradini, prefazione di Anna Maria Tammaro. Milano: Editrice bibliografica, 2010 e Chiara Faggiolani, La ricerca qualitativa per le biblioteche: verso la biblioteconomia sociale. Milano: Editrice bibliografica, 2012.

[39] O. Garceau, The public library in the political process cit., p. 111, 136.

[40] J. H. Shera, Foundations of the public library cit.

[41] D. Raber, Librarianship and legitimacy cit., p. 139, 152.

[42] O. Garceau, The public library in the political process cit., p. 144-148.

[43] Ivi, p. 149.

[44] D. Raber, Librarianship and legitimacy cit., p. 18.

[45] Così si espresse Ralph Munn, direttore della Carnegie Library di Pittsburgh citato in Patrick Williams, The American public library and the problem of purpose. New York [etc.]: Greenwood Press, 1988, p. 72.

[46] Ivi, p. 80.