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Post-verità o post-biblioteche?

Nell'editoriale del primo fascicolo dello scorso anno è stata pubblicata la traduzione di un post comparso sul Library policy and advocacy blog dell'IFLA1. Si intendeva in tal modo richiamare l'attenzione sulle numerose iniziative volte a contrastare il crescente fenomeno delle post-verità, termine che l'Oxford dictionary aveva eletto a Parola dell'anno 2016, e in particolare di quelle messe in atto dall'IFLA per consentire ai bibliotecari di offrire un servizio di qualità ai propri lettori, anche in frangenti tanto turbolenti. Il post accompagnava la pubblicazione di una infografica intitolata Riconoscere le false notizie, nella quale vengono evidenziati otto utili passi per verificare l'affidabilità di una notizia. L'infografica sintetizza i contenuti di un articolo con il medesimo titolo apparso sul sito FactCheck.org nel novembre 20162. Essa ha avuto un'ampia diffusione tanto da essere stata tradotta in 39 lingue, compreso l'italiano3.

L'espressione 'fake news' viene ampiamente utilizzata dai media, pur non rappresentando un fenomeno nuovo. Negli ultimi tempi l'utilizzo di questa espressione viene criticato come fuorviante, dal momento che essa appare aggregare situazioni tra loro assai diverse.
La storia è piena di episodi di falsificazione intenzionale di dati e avvenimenti volti a condizionare quella che oggi chiamiamo l''opinione pubblica'. Quelle che sono mutate rispetto al passato sono le caratteristiche specifiche dell'informazione digitale e l'evoluzione degli strumenti di rete, che fanno sì che in una discussione relativa a un fatto o una notizia si abbia l'impressione che la verità venga considerata una questione di secondaria importanza. Nella percezione della notizia e nella sua accettazione come vera da parte del pubblico, emozioni e sensazioni hanno la prevalenza sull'analisi della veridicità o meno dei fatti reali. In una discussione caratterizzata da post-verità, i fatti oggettivi, chiaramente accertati, appaiono spesso assai meno influenti e determinanti nel formare l'opinione pubblica rispetto ad appelli, a emozioni e convinzioni personali. La preoccupazione per l'impatto che la cultura della post-verità può determinare sulle politiche per l'istruzione, la ricerca e la sanità ha richiamato migliaia di partecipanti alla Marcia per la scienza, che si è tenuta in cinquecento città del mondo nel mese di aprile 2017 in occasione della Giornata della Terra.

In un primo tempo la reazione è stata quella di tentare di individuare e censurare una per una le fake news. Alcuni paesi, tra i quali l'Italia, hanno proposto l'introduzione di apposite disposizioni legislative, pur nella consapevolezza che le probabilità di riuscire nell'intento fossero assai scarse.
Quando le biblioteche, a loro volta, si sono poste l'obiettivo di adattare procedure e servizi all'esigenza di contrastare il fenomeno limitandone le conseguenze a beneficio dei propri utenti, è apparsa evidente la sproporzione tra l'entità delle notizie da controllare e l'esiguità delle risorse da mettere in campo. È apparso chiaro, al tempo stesso, il rischio che accusare una notizia di essere una fake news potrebbe nascondere il tentativo di limitare la libertà d'opinione.

Questa considerazione ha rilanciato con un certo vigore il dibattito sulle modalità di applicazione del criterio di imparzialità delle biblioteche nei confronti delle questioni che, diventando di pubblico interesse, sollecitano la predisposizione di strumenti e l'organizzazione di momenti di comunicazione. Storicamente il tema dell'imparzialità è stato al centro di accesi confronti, puntualmente registrati in letteratura. È tuttora ricordata la discussione che sollevò, tra il 1972 e il 1973, la pubblicazione su Library journal di un articolo di David Berninghausen sul tema della responsabilità sociale delle biblioteche. Sotto la spinta dei movimenti di protesta della seconda metà degli anni Sessanta, l'ALA aveva sottoposto a revisione il Library bill of rights, e favorito, a suo dire, il coinvolgimento dei bibliotecari su temi sociali non di ambito professionale. Berninghausen riteneva che così facendo i bibliotecari non avrebbero mantenuto fede all'impegno della libertà intellettuale, che poteva essere conseguita unicamente attraverso l'esercizio di un'assoluta neutralità. Così scriveva, infatti:

It is essential that librarians in their professional activities shall view such [social] issues as subordinate to the principle of intellectual freedom, for, unless men have access to all varieties of expression as to the facts, theories, and the alternative solutions to these problems, they will be unable to apply their powers of reason toward their resolution4.

La posizione di Berninghausen non è stata unanimamente accolta, se non altro perché il concetto di neutralità si presta a una varietà di declinazioni. Occorre chiedersi, ad esempio, se le biblioteche siano davvero neutrali, se debbano e possano esserlo quando negli acquisti dei libri la selezione tiene conto di criteri quali la disponibilità di risorse e la reputazione dell'autore o dell'editore.
Per tener fede alle responsabilità nei confronti della propria comunità di riferimento («Given libraries' mission to help all their users access and apply the information they need for personal and community development, this is an important part of the practice of librarianship»5), senza rischiare da un lato di imbarcarsi in una impresa non sostenibile e dall'altro lato di esporsi all'accusa di arrogare a se stessi il diritto di decidere quale delle opinioni sia più vera, più autentica delle altre, molti bibliotecari hanno individuato nell'information literacy, ossia lo sviluppo di competenze nella ricerca, nella valutazione, nella selezione, nell'organizzazione e nell'uso delle informazioni, il proprio ruolo cruciale. Altri, viceversa, pur non negando l'importanza di dotare gli utenti dell'armamentario critico e metodologico per utilizzare in modo ottimale gli strumenti e le fonti informative che la biblioteca rende disponibili nei diversi formati e canali, ritengono che la responsabilità sociale della biblioteca non possa esaurirsi in questo ruolo.
Man mano che il web diventa una componente fondamentale di tutte le nostre attività quotidiane, affermandosi come lo strumento principale delle interrelazioni personali e in grado di orientare l'opinione pubblica in modo assai più pervasivo e potente di quanto non siano stati nel tempo i libri, la radio e la televisione, la responsabilità sociale della biblioteca si accresce di una nuova missione. L'IFLA Statement on digital literacy dell'agosto 2017 punta al cuore della questione:

Furthermore, there is evidence of declining confidence in the Internet. Cybercrime and inadequate privacy protection give the impression that the Web is a dangerous place, leading users either to disconnect (or not connect at all), limit their activities, or seek out 'safe spaces'. The rise of 'fake news' and tales of anti-social behaviour online are used to justify calls for censorship by governments and others. IFLA both supports the right of all to sustainable, inclusive development and an open Internet that offers people the opportunity to improve their lives, and rejects censorship and unnecessary or disproportionate restrictions on access to information online. Enhancing individuals' capacity to access and get the most out of the Internet, and to do so with confidence, offers the best, most sustainable solution for realising the potential of the Internet6.

La post-verità non è soltanto conseguenza della disinformazione generata dalle fake news. Un secondo tipo di disinformazione è causata dal fenomeno noto come 'bolla di filtraggio', termine che si deve all'attivista internet Eli Pariser, che gli dedica un libro famoso7. Il concetto di 'bolla' richiama l'isolamento – culturale o ideologico – nel quale viene a trovarsi l'utente rispetto a informazioni che siano in contrasto con il suo pensiero o il suo punto di vista in conseguenza dell'uso che i siti, come Google o Facebook, fanno dei dati riguardanti il comportamento dell'utente stesso. Questi siti, infatti, utilizzano le informazioni disponibili, come la localizzazione, le ricerche effettuate in precedenza e i siti visitati, allo scopo di personalizzare i risultati della ricerca, selezionando tra tutte le risposte possibili quelle che prevedibilmente meglio si adatteranno al profilo dell'utente8. In seguito a questo filtraggio, una parte delle informazioni, quelle che potrebbero risultare apparentemente estranee, se non addirittura ostili, rispetto a ciò che l'algoritmo inferisce essere il punto di vista di chi sta effettuando la ricerca, vengono taciute, ossia omesse dalla lista dei risultati. Mentre viene amplificato il desiderio dell'utente di trovarsi in mezzo a cose che gli sono familiari, diminuisce progressivamente la possibilità che, dal confronto con punti di vista differenti, possa scaturire nuova conoscenza. In altre parole, l'utente viene auto-indottrinato. Riferendosi al modo in cui i gestori dei social trattano i dati dei loro inconsapevoli utilizzatori, Tim Berners-Lee non ha dubbi:

The web evolved into a powerful, ubiquitous tool because it was built on egalitarian principles. [...] The web as we know it, however, is being threatened in different ways. Some of its most successful inhabitants have begun to chip away at its principles.

E ancora: «The more you enter, the more you become locked in»9. Nomen omen, se pensiamo al significato originario del termine 'web'.
Perseguendo l'obiettivo di accrescere la consapevolezza informativa di chi le frequenta, ma anche aprendosi alla società, alle biblioteche viene offerta l'opportunità di riguadagnare posizioni e di sostenere con maggior vigore il proprio ruolo nelle campagne di advocacy.
È evidente, tuttavia, che le questioni in gioco, oltre a essere delicate dal punto di vista etico, presentano una grande varietà di declinazioni che richiedono un approccio multidisciplinare. Abbiamo ritenuto perciò opportuno chiedere ad alcuni specialisti di differente provenienza nazionale e disciplinare di produrre una riflessione sull'argomento. Questo fascicolo ospita gli interventi di Giorgio Antoniacomi, direttore della Biblioteca comunale di Trento e in precedenza direttore di Pergine spettacolo aperto e del Centro servizi culturali Santa Chiara di Trento, e di Gino Roncaglia, docente presso l'Università della Tuscia, nonché autore di libri e di testi di programmi televisivi sulle tecnologie della comunicazione.

Paul Gabriele Weston e Anna Galluzzi

NOTE

[1] Karolina Andersdotter, Fatti alternativi e fake news: la verificabilità nella società dell'informazione, «AIB studi», 57 (2017), n. 1, p. 5-6, http://aibstudi.aib.it/article/view/11618/10892 (titolo originale: Alternative facts and fake news: verifiability in the Information society, 27 gennaio 2017, https://blogs.ifla.org/lpa/2017/01/27/alternative-facts-and-fake-news-verifiability-in-the-information-society/.

[2] Eugene Kiely; Lori Robertson, How to spot fake news, 18 novembre 2016, https://www.factcheck.org/2016/11/how-to-spot-fake-news/.

[3] La versione originale e quelle tradotte sono disponibili all'url: https://www.ifla.org/publications/node/11174. La traduzione italiana è di Matilde Fontanin.

[4] David K. Berninghausen, Antithesis in librarianship: social responsibility vs. the Library bill of rights, «Library journal», 97 (1972), n. 20, p. 3675.

[5] International Federation of Library Associations and Institutions, Statement on digital literacy. 2017, p. 1, https://www.ifla.org/files/assets/faife/statements/ifla_digital_literacy_statement.pdf.

[6] International Federation of Library Associations and Institutions, Statement on digital literacy cit., p. 2.

[7] Eli Pariser, The filter bubble: what the Internet is hiding from you. New York: Penguin, 2011 (ed. italiana: Il filtro: quello che internet ci nasconde. Milano: Il Saggiatore, 2012).

[8] Al riguardo si veda Paola Castellucci, Formiche virtuali o virtuose? Verso un'etica dell'accesso, «AIB Studi», 57 (2017), n. 1, p. 51-62, http://aibstudi.aib.it/article/view/11555/10885.

[9] Josh Halliday; Tim Berners-Lee, Facebook could fragment web, «The guardian», 22 novembre 2010, https://www.theguardian.com/technology/2010/nov/22/tim-berners-lee-facebook.