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Fake news e verità post fattuale:
davvero noi siamo 'solo' bibliotecari?

di Giorgio Antoniacomi

Se Dio tenesse nella mano destra tutta la verità
e nella sinistra il modo di scoprirla,
io sceglierei la sinistra.
(Gotthold Ephraim Lessing)

Introduzione

Evidenze tratte da episodi di cronaca, dinamiche caratteristiche delle reti sociali e comportamenti apertamente irrazionali confermano che quella in cui viviamo può legittimamente essere definita come l'epoca della post-verità: non solo per ragioni legate alla definizione stessa di verità, che in ogni caso dev'essere precisata e sottratta all'ambiguità di un uso prevalente e conformista, ma anche perché le scelte individuali e collettive sono sempre più condizionate da fattori emozionali, dai quali consegue la caduta di credibilità dei fatti, della loro ricostruzione, della loro interpretazione su basi razionali e della stessa autorità della scienza. In parte confermando e in parte rettificando tesi precedentemente sostenute1, sono discusse in questo contributo le ragioni del mutamento di paradigma in atto e viene riproposto il ruolo non delegabile che le biblioteche possono assumere per riportare su un piano argomentativo il dibattito pubblico relativo a questioni rilevanti e oggetto di valorizzazioni discordanti.

Rimettere la verità al centro

«Il tutto è falso, il falso è tutto»: così Giorgio Gaber, nell'album Io non mi sento italiano uscito postumo nel 2003. Profetico e poetico, esprimeva – tredici anni prima che l'Oxford English dictionary designasse il termine di post-verità come parola dell'anno2 – il disorientamento di fronte a quelle che definiva le illusioni che ci piacciono, lo spaesamento davanti alla difficoltà ad afferrare un presente nel quale, diceva, «se tolgo ciò che è falso non resta più niente».
Vi è un ampio consenso nel discorso pubblico sulla problematicità della nozione di post-verità o di verità post-fattuale. La criticità non è importante solo dal punto di vista filosofico – anche se è appena il caso di rilevare la crescita pronunciata degli studi sul concetto di verità negli ultimi decenni – ma, con una presa di posizione che può sembrare paradossale, lo è in quanto minaccia per la stessa democrazia, al punto che qualche autore non si è limitato a sostenere che il mondo attuale ha un problema con la verità, ma si è spinto fino a parlare apertamente di una emergenza-verità3. Nel dibattito disciplinare più recente e più autorevole sulle ragioni, la natura e gli esiti di questo costrutto, lo spettro di analisi si è ampliato e differenziato, integrando apporti derivati dagli studi sociali, dalle scienze dell'informazione, dalla politologia, dalla storia, dalla psicologia sociale e cognitiva, dalle neuroscienze4. Da un punto di vista filosofico, il concetto di verità è sempre stato, e rimane, insidioso. Lo è perché, nell'accezione comune, viene identificato tout court con un'idea di certezza assoluta e incontrovertibile, che invece appartiene a una sua interpretazione ingenua e manifestamente indifendibile; questa accezione, d'altra parte, non è solo banale ma pericolosa, poiché genera conseguenze molto impegnative: la certezza assoluta ha infatti la malaugurata tendenza a trasformarsi in dogma e il dogma ha una propria fastidiosa e inaccettabile unilateralità, incompatibile con un mondo che si vorrebbe aperto e plurale. Ma è un concetto scivoloso anche perché, a partire dalla definizione classica del termine (la verità intesa nel senso de 'le cose come stanno'), uno slittamento semantico tende a confondere funzione e contenuto. Latini e greci avevano due termini che esprimevano compiutamente questa distinzione e questa distanza: il termine latino veritas sta a indicare 'ciò che è così', potremmo dire la verità di fatto. Il significato con il quale ci si accosta all'idea di verità in questo contributo fa proprio, invece, il concetto greco di aletheia, nel quale l'alfa privativo richiama, etimologicamente, il dis-velamento, lo scoprire ciò che è nascosto: riporta, in altre parole, all'assunto secondo il quale le cose non sono come sembrano; a un significato, in ultima analisi, letteralmente scettico, che rinvia a un'idea di verità come ricerca (skepsis): un'idea che è alla base della filosofia stessa, la cui origine poggia (come ci veniva spesso ricordato al liceo) sul dubbio, sul sospetto, sulla meraviglia; non è solo un bisogno estremo di conoscere, ma un pensiero che sente l'urgenza di interrogarsi su di sé, sui propri presupposti e sulle proprie condizioni di validità. Per questo parleremo spesso non di verità, ma di funzione-verità (abbreviata in 'funzione V') per richiamare un elemento critico e, in qualche modo, dissidente, senza il quale il pensiero non può ritenersi tale.

Questa premessa pare opportuna sia per una ragione di carattere generale (dal momento che il concetto di verità ha una natura bifronte, ponendosi in una dimensione che appartiene simultaneamente alla sfera gnoseologica e a quella etica, rispetto alle quali non vi può essere reciproca indifferenza), sia per una ragione di carattere più specifico, per contestualizzare le riflessioni che seguono e per ricondurle a un intorno preciso e situato. Evocato in questo contesto, ogni accenno all'idea di verità nella gestione delle collezioni e, più in generale, del ruolo stesso delle biblioteche solleva, per una reazione quasi pavloviana, due ordini di obiezioni fallaci, che possiamo, schematicamente, ricondurre ad altrettanti paradigmi: uno è quello che possiamo definire dell'intimidazione; l'altro è quello della censura.
Il primo enfatizza il rischio di connotare le scelte bibliografiche esclusivamente sulla base del criterio di ciò che è ritenuto vero dalla scienza attuale e ufficiale. Le obiezioni sono note: anche la scienza sbaglia e deve rivedere le proprie posizioni; gli stessi scienziati spesso sono in disaccordo fra loro; ci sono interessi enormi dietro la ricerca scientifica; la tecnocrazia è lontana dai bisogni delle persone ed è al servizio di un potere inaccessibile e opaco. Tutte obiezioni in sé più che accettabili, pur con qualche precisazione: la scienza segue in ogni caso metodi codificati e i suoi enunciati sono per definizione falsificabili, cioè confutabili5; il confronto avviene sulla base di una discussione pubblica; il sapere esperto ha natura incrementale ed è esente da improvvisazioni; lo scienziato opera, di norma, in una prospettiva di terzietà. Obiezioni accettabili, si diceva, a condizione però di non dimenticare il 'distinguo' dal quale abbiamo preso le mosse: ciò che è in discussione non è il contenuto di verità di un documento acquisito e reso disponibile da una biblioteca (che appartenga o meno alle sue collezioni), ma la funzione V svolta dalla biblioteca: la sua capacità di esercitare una funzione scettica; di saper cercare, orientandosi in un mondo plurale, disordinato e contraddittorio; di procedere per controlli e confutazioni; di tutelare, in altre parole, il diritto dei suoi utenti di sapere che c'è buona e c'è cattiva informazione e di essere capacitati, cioè messi in grado di poterla distinguere. Poi, come è giusto che sia, ognuno fa quello che vuole.
Questa considerazione ci porta al secondo ordine di questioni: quello della censura. Esercitare la censura significa impedire a una notizia di trapelare, a un'opinione di essere espressa e condivisa, a un fatto di emergere: è censura nascondere dossier sulle stragi di Stato, ostacolare l'acquisto di un libro nel quale un bambino si traveste da sirena, vietare una manifestazione di dissenso, oscurare o manipolare i fatti. Potrebbe essere oggetto di confronto – nella convinzione che, alla fine, si resterebbe comunque su posizioni estranee a ogni possibile convergenza – portare argomenti a favore o contro l'efficacia dell'urinoterapia o dei clisteri di caffè (nel catalogo libri del genere se ne trovano), perché da alcune parti verrebbe obiettato che queste non sono personali convinzioni, ma fatti definitivamente smentiti dalle scienze biomediche e farmacologiche, mentre da altre parti si sosterrebbe l'irriducibilità del diritto di opinione, anche se controfattuale, oppure si porterebbero 'evidenze', o presunte tali, a smentita delle verità cosiddette ufficiali. In questo caso, fermarsi a discutere è tempo sprecato; come ci suggerisce il rasoio di Occam, è del tutto inutile che una biblioteca pubblica si interroghi sul contenuto di verità delle proprie pubblicazioni, dal momento che, se un utente cerca esclusivamente conferme alle proprie convinzioni, le troverà probabilmente in un'altra biblioteca e, in ogni caso, le troverà in rete. E, se non le trova, ci crede lo stesso. Questo costituisce uno snodo drammatico per le biblioteche, perché ne revoca in dubbio la stessa ragion d'essere e, comunque, le obbliga a ripensare radicalmente il proprio ruolo: perché – se biblioteca significa mediazione tra un documento e un lettore regolata da un professionista – la rete significa disintermediazione. Quest'ultima affermazione va circostanziata, nel senso che la rete ha un carattere ambivalente: da un lato, abbassa significativamente la soglia per produrre informazioni, per farle circolare e per accedervi (quindi ha in sé un evidente, straordinario potenziale democratico); dall'altro lato, garantisce pluralità (cioè molteplicità) di informazioni, ma questo non significa pluralismo, il quale ha invece una natura anche qualitativa e presuppone che fra le diverse fonti vi sia una relazione, anche conflittuale, ma pur sempre una relazione, mentre ciò che viene governato dagli algoritmi della rete e dai suoi reindirizzamenti è spesso un reciproco rafforzamento di convinzioni fra conspecifici, cioè fra persone che la pensano – se di pensiero si può ormai parlare – allo stesso modo6.

Rete versus biblioteche. Ma non solo

L'inimicizia, o il rapporto irrisolto, fra la realtà e la verità risale ai primordi della storia del pensiero, essendogli coessenziale, e sembra diventare molto sfavorevole alla verità in alcune filosofie del secolo scorso, con buona pace di chi – con ottime ragioni – ne ha ribadito la natura ineludibile. Il suo riscatto, ampiamente documentabile a partire dal dibattito filosofico di fine Novecento, non interessa in questa sede per questioni di natura epistemica, alle quali basta qui fare un cenno, ma per il mutare del suo valore d'uso e per il suo smarrirsi dopo la rivoluzione digitale. Sul punto vanno documentate almeno due posizioni differenti.
Alcuni autori7 parlano di un declino della verità (letteralmente, mutuando una metafora fisica, di un suo decadimento), da mettere in relazione, più che al solo relativismo della cultura dopo-moderna, alla progressiva democratizzazione della conoscenza prodotta dalla rivoluzione digitale.
La rete – questa la tesi che si intende argomentare in questa sede, poiché riguarda l'applicabilità della funzione V in una prospettiva biblioteconomica – produce una mutazione genetica nelle forme di produzione, diffusione, recupero, accreditamento delle conoscenze. Le ragioni sono molteplici ed evidenziano tutte e ciascuna l'intrinseca ambivalenza dell'ecosistema digitale.
In primo luogo, molta della conoscenza prodotta attualmente si trova soltanto in rete. Al netto dei documenti digitali che possono essere ottenuti solo a pagamento, questa circostanza realizza il grande sogno del Manifesto IFLA/Unesco8: quello di «rendere prontamente disponibile ogni tipo di conoscenza e di informazione». Il risveglio da questo sogno, come sappiamo, è costituito dallo scarto incolmabile tra i documenti pubblicati e le risorse per acquisirli, fra le nuove accessioni e gli spazi per conservarli e metterli a disposizione del pubblico, fra i nostri criteri di scelta (cioè di selezione) e la scala ordinale che ci costringe a decidere non solo quali documenti acquisire, ma anche a stabilire su quale livello di questa scala ci possiamo porre: molto, abbastanza, poco o per niente? È del tutto evidente che il principio teorico, una volta ricondotto all'esame di realtà, sconta un'applicabilità solo tendenziale. La rete, peraltro, gode di numerosi altri vantaggi competitivi che rendono sfavorevole il confronto con una biblioteca intesa in senso tradizionale: non ha un orario di apertura, non fissa limiti per il prestito di documenti o termini per la loro restituzione, ha modalità di ricerca incomparabilmente più agevoli, rapide ed efficaci rispetto a una consultazione a catalogo.
In secondo luogo, l'ampliamento della platea degli attori abilitati a inserire contenuti in rete comporta l'inevitabile caduta di qualità dei contenuti stessi, secondo un continuum che va dagli estremi dell'impreparazione e dell'inesperienza fino alla manipolazione e all'inganno intenzionali. Ciò abilita chiunque a trovare la conferma a qualunque tesi o alla tesi contraria, indifferentemente, mentre le carte delle collezioni pongono in termini perentori e non negoziabili (a prescindere da ogni considerazione sulla pluralità dei punti di vista) un'esigenza di coerenza delle raccolte, di rilevanza dei documenti, di accuratezza e affidabilità anche derivata da recensioni, giudizi critici e bibliografie, di autorevolezza di autori ed editori.

Un terzo, duplice, elemento caratteristico della rete, che distingue i suoi contenuti da quelli posseduti da una biblioteca, riguarda l'accessibilità delle informazioni in tempo reale, cioè senza la fase di latenza che separa il momento in cui un documento cartaceo viene ideato e formato da quello nel quale viene reso materialmente disponibile; non solo, ma questa immediatezza, accompagnata da contenuti multimediali, tende a far emergere e a favorire un approccio emozionale, sottraendo tempo e presupposto ad analisi meditate. La rete, ancora, sviluppando uno scambio di comunicazione «da molti (produttori di contenuti) a molti (destinatari)», genera un meccanismo di amplificazione e di replicazione delle informazioni di natura virale nella quale la funzione di controllo passa in secondo piano e l'obiettività può essere semplicemente abbandonata come un vuoto a perdere o una perdita di tempo. La rete in definitiva (recte: le reti sociali), tende a polarizzare, a creare e a riprodurre situazioni divisive, dove l'informazione viene selezionata sulla base della corrispondenza a convinzioni letteralmente pre-giudiziali e non a metterle in discussione. Entrambe queste circostanze fanno sì che vi sia un progressivo arretramento delle rappresentazioni imparziali, cioè neutrali, dei fatti sociali, delle evidenze, della realtà simpliciter e si venga affermando una sorta di mobilitazione permanente, di continua 'attivazione neuronale'. D'altra parte, il concetto stesso di neutralità implicito nella dichiarata intenzione di rendere prontamente disponibile ogni tipo di informazione e conoscenza è meno scontato di quanto non appaia. La neutralità è imparzialità, ma non equidistanza geometrica da un medesimo punto: somiglia molto di più a un moto vettoriale, cioè al compromesso tra due vettori; come ha rilevato Karen Coyle (lo riassumiamo qui con un paradosso), il concetto di neutralità non è nemmeno neutrale. E aggiunge: «Il primo passo è mettere in discussione l'idea di 'neutralità'»9.
Parlavamo di due posizioni differenti. Problematizzando questa circostanza, D'Agostini e Ferrera ribadiscono che il punto-chiave «non riguarda tanto il dilagare del falso o la difficoltà di controllare il vero [...]. Il vero problema è la sopravvivenza [...] di un modo di considerare la verità [...] che oggi non funziona più [...]. Ciò che sta decadendo, precisamente, è l'uso corretto de predicati 'vero' e 'falso', la nostra capacità di riconoscere la loro differenza e il loro fondamento. [Questo problema] non riguarda solo la comunicazione esplosa nel web e nei social media. Sono infatti gradualmente aumentati i disaccordi epistemici fra esperti e fra diverse discipline e istituzioni scientifiche»10. Quest'ultima considerazione ci porta a documentare una tesi molto più articolata e più radicale11, che teorizza la crisi della fiducia nelle competenze specialistiche, nei saperi esperti, nella possibilità stessa di un punto di vista terzo e autorevole sulla realtà: quel punto di vista che è nato e si è affermato nel corso del XVII secolo con la nascita della scienza in senso moderno. Non si tratta solo, né soprattutto, di quelli che Borges chiamava «gli incerti labirinti della ragione». Né della tendenza dell'Illuminismo, teorizzata da Adorno e Horkheimer12, a pervertirsi nel proprio opposto fino a sfociare nell'aperta barbarie. Secondo taluni autori13, è in discussione la stessa alterità fra un soggetto conoscente e una realtà conosciuta, che esiste 'là fuori' indipendentemente da noi. La quotidianità ci aiuta. Così Milena Gabanelli e Luigi Offeddu: «stando ai numeri siamo diventati uno dei Paesi più sicuri dell'Unione Europea. Omicidi volontari: 611 denunciati nel 2008, 368 nel 2017 (con una diminuzione del 39,8%); rapine: 45.857 denunciate nel 2008, 30.564 nel 2017, con un calo del 33,3% (fonte: Censis su dati Ministero dell'Interno). Ad incidere di più sulla sfera personale sono i furti in casa, perché diffondono insicurezza: meno l'8,5%, nel 2017 rispetto al 2016 […]. Eppure cresce la percezione di insicurezza, cioè la paura, favorita da politica e media: nel 2017 il tema «criminalità» è comparso nel 17,2% dei programmi della principale TV francese, nel 26,3% di quella britannica, nel 18,2% di quella tedesca e nel 36,4% dei 5 principali telegiornali italiani. Il 78% degli intervistati in un'indagine degli stessi mesi ritiene che la criminalità in Italia sia cresciuta rispetto a cinque anni prima [...]. E il 39% della popolazione (nel 2015 era il 26%) chiede che sia più facile acquistare un'arma per difesa personale (fonte: Fondazione Unipolis su dati Censis)»14.
Anche questa posizione va chiarita in quanto, presa alla lettera, è del tutto ingenua: l'attore informato, razionale, imparziale, asettico non esiste. Perché la nostra razionalità è sempre limitata e condizionata da valori, aspettative, asimmetrie informative, bias cognitivi; ed è limitata, va detto, anche la razionalità degli esperti. Restando sul piano del confronto fra paradigmi, è il caso di registrare le teorie che si basano su una visione sostanzialmente pessimistica dell'opinione pubblica, definite realistiche, e le teorie definite prescrittive, che tendono ad avvicinare il più possibile l'essere e il dover essere. Fra le prime sono classiche le teorie di Max Weber e di Joseph Schumpeter; fra le seconde, quella di Jürgen Habermas, cosiddetta dialogica, che si riconosce nell'esigenza ma anche nella possibilità di trovare forme di consenso e di decisione basate su modalità razionali15. Una possibilità, aggiungiamo, che non può essere consegnata alle pur meritorie attività di fact checking per la malaugurata tendenza di molti esseri umani ad accettare soltanto conferme alle proprie convinzioni e a considerare le smentite, paradossalmente, come conferme a contrario16. La nostra convinzione è che una visione pessimistica, validata da numerosissime ricerche empiriche17, possa essere compatibile e alternativa rispetto a una visione non rassegnata e, in qualche modo, militante. In ultima analisi, se la verità ha uno statuto fragile e provvisorio, è un fatto che, come spesso ricorda Franca D'Agostini, rimane un costrutto ineludibile e la falsità, sia essa attivamente veicolata o prodotta per autoinganno o dovuta a informazioni parziali, ce la troviamo comunque fra i piedi.

In termini esemplificativi e pre-operativi, ma concreti (questa è la petizione di principio da parte di chi è convinto che la conoscenza non serva solo per comprendere il mondo, ma anche per cambiarlo), possiamo ricordare iniziative messe in atto dell'Università di Trento sulla debating society18 e dall'Iprase19 – Istituto per la ricerca e la sperimentazione educativa della Provincia autonoma di Trento nelle scuole superiori. L'iniziativa si richiama a esperienze consolidate in ambiente britannico e fa riferimento a quanto sviluppato nel nostro Paese da Debate Italia20. Gli studenti si preparano cercando le fonti e sviluppando gli argomenti (sempre legati all'attualità); poi si sfidano sostenendo argomentazioni opposte. Devono, quindi, conoscere bene l'argomento prima di sostenere una o l'altra parte. Nel corso della sfida, espongono gli argomenti e i controargomenti e poi hanno una ventina di minuti, da soli e senza insegnanti e senza fonti, per preparare insieme le controargomentazioni. L'aspetto più solido del progetto è proprio la ricerca di fonti di informazione sugli argomenti di dibattito, e la biblioteca ci sta tutta. La stessa Biblioteca comunale di Trento sviluppa progetti di information literacy nelle scuole. Come diceva Gene Wilder in Frankenstein junior, «si-può-fare!»21.
In conclusione, un luogo che «rende prontamente disponibile ogni tipo di conoscenza e di informazione» – vale a dire un luogo che coltiva la democrazia come valore e come progetto e, dunque, la libertà delle coscienze – non può accogliere come se fosse un dato di fatto immodificabile la corrente e prevalente crisi dell'affidabilità, della credibilità, nell'autorevolezza degli esperti (siano essi il sistema della ricerca, il sistema educativo, la stampa). Deve invece essere luogo di resistenza attiva, e non di acquiescenza, di fronte a una più profonda caduta di legittimazione, forse alla perdita di senso, della stessa idea di fiducia che pare ormai avvelenare la nostra società22.

Che differenza c'è tra una biblioteca e un distributore automatico di libri?

Anche nella discussione biblioteconomica più recente, il tema del vero – inteso come controllo dell'attendibilità delle informazioni, verifica della credibilità delle fonti, comparazione fra differenti orientamenti – si è prestato ad alcuni malintesi23.
Il primo malinteso, del quale si è detto, è quello di confondere la verità in quanto contenuto con la verità in senso scettico.
Un secondo malinteso, che muove dal presupposto dell'esistenza di molteplici piani di realtà e, dunque, di verità, rischia di portare – proprio perché fa riferimento a un concetto plurimo e problematico – a numerose obiezioni e a qualche paradosso. A essi è il caso di dedicare una maggiore attenzione. Per una biblioteca, affrontare il tema della funzione V, e farsene carico, non significa escludere dalle proprie collezioni opere di narrativa24, il Codice degli appalti, documenti autobiografici, classici religiosi, la musica: in questi casi, il problema della veridicità semplicemente non si pone, a meno che non si voglia sfidare l'indicibile affermando che esiste una musica vera e una musica falsa o ricordando al lettore che Madame Bovary non è mai esistita, ma che è stato Flaubert che l'ha disegnata così. Un libro di medicina non più attuale dev'essere assoggettato alle procedure di revisione e scarto – a meno che non si tratti di una biblioteca specialistica, che ha il dovere di documentare l'evoluzione storica di teorie, terapie e protocolli – anche perché questa procedura costituisce per i bibliotecari un preciso obbligo fissato dalle carte delle collezioni. La stessa cosa la si può dire a proposito di un manuale sugli appalti degli anni Novanta, perché, se un malcapitato studente lo usasse per affrontare un esame, verrebbe inesorabilmente cacciato (se lo adottasse un funzionario per impostare una procedura di gara rischierebbe molto di più...). La stessa cosa si può dire delle guide turistiche meno recenti, perché, prendendole alla lettera, ci porterebbero a cercare un ristorante che non c'è più. Le opere di Bacone o di Galileo sono un'altra cosa: non sono più scientificamente vere, ma certo appartengono alla dimensione classica del pensiero.
Un terzo malinteso riguarda il diritto di opinione, cui corrisponde, per le biblioteche, il dovere di renderlo effettivo. In questo senso, per stare su un esempio immediatamente comprensibile, è difficile sostenere con argomentazioni non pretestuose che una biblioteca pubblica non possa e non debba avere libri favorevoli e libri contrari all'eutanasia. Ma è altrettanto difficile affermare una scelta che volesse acquisire testi che sostengano tesi contrarie ai valori fondativi della Costituzione o dei diritti umani. Almeno finché, nel nostro Paese, l'apologia del Fascismo è considerata un reato.
Mettendo in conto un'accusa di paternalismo, possiamo sostenere che è il nostro mestiere che ci porta a chiederci per quali meccanismi mentali, per quali ragioni (che ci paiono imperscrutabili) molte persone tendano a fidarsi meno della scienza 'ufficiale' che di sé stesse, specie quando vediamo (e ce lo confermano i titoli dei libri che prestiamo e l'incrocio con le variabili socio-anagrafiche degli utenti) che si tratta soprattutto di persone in possesso di livelli di scolarità e di reddito molto elevati. C'è, ad esempio, una correlazione diretta e insospettata, o comunque sorprendente, fra il livello di istruzione e di reddito e la tendenza ad avvalersi di cure della medicina non convenzionale, di farmaci 'alternativi', che smentiscono l'ipotesi di lavoro secondo la quale le persone che hanno studiato meno sarebbero le più facili da manipolare25.
In questa prospettiva, la scelta di campo della biblioteca non è quella di censurare, ma quella di aiutare a comprendere. E aiutare a comprendere significa anche, certamente, assumere un atteggiamento meno intransigente di quello di certa scienza, o di taluni scienziati, che forse produce l'effetto perverso di radicalizzare le posizioni e di ampliare, anziché ricomporre, le distanze, specie negli ambiti – l'economia, la psicologia, la politica – nei quali il metodo sperimentale non è applicabile. Aiutare a comprendere è possibile. Basti accennare, in un settore circoscritto ma esemplare per i fini di queste riflessioni, a come le più avanzate esperienze internazionali di promozione della salute pubblica vedano le biblioteche come principali partner, proprio per la loro vicinanza alle comunità. I programmi di public health literacy delle biblioteche statunitensi, pur nel contesto di servizio sanitario molto differente rispetto a quello italiano, pongono in capo alle biblioteche il compito di lavorare con personale sanitario in molteplici direzioni: organizzando iniziative di formazione di base rivolte alla comunità sulla salute e il benessere; fornendo supporto nell'accesso a internet, finalizzato al recupero di informazioni sulla salute; indirizzando gli utenti verso i presidi locali di salute pubblica; distribuendo e diffondendo materiale informativo anche con i propri mezzi di comunicazione. Il personale delle biblioteche, inoltre, segue programmi aggiuntivi di formazione per rispondere in modo appropriato ai bisogni informativi degli utenti in ambito sanitario.
L'esigibilità del diritto al perseguimento della verità ha natura di bene pubblico; l'autorevolezza delle istanze che possono renderlo effettivo passa per la loro terzietà rispetto ai 'luoghi' nei quali le informazioni vengono prodotte o diffuse. Terzietà che appartiene alle biblioteche e le coinvolge in quanto garanti dei princìpi di laicità e pluralismo, dell'approccio critico, consapevole e responsabile alle informazioni, i quali appartengono ai valori fondativi della loro missione di strutture pubbliche26. Se, come qualcuno ha sostenuto, ci troviamo nel mezzo di una guerra informativa, dobbiamo scegliere da qualche parte stare27. Questa scelta deve peraltro fare i conti con il rischio, sempre presente, di una disconnessione, o di una dissociazione, fra la necessità di dare un senso alla realtà (soprattutto se questa realtà non ci piace e la vogliamo cambiare) e l'illusione di poterla controllare28. La realtà, lo sappiamo, fa quello che vuole. Questo non vuol dire che non si possa intervenire per cambiarla, ma non vuol dire nemmeno che i bibliotecari abbiano una formula magica. Il cambiamento è un processo che va costruito, a partire, come una psicoterapia, dalla consapevolezza di avere un problema. Se questa consapevolezza non c'è, è inutile parlarne. Ciò non significa, d'altra parte, riconoscersi in una visione naïf dell'utente mediano, che certo non si alza la mattina per andare in biblioteca e sottoporre a verifica le proprie convinzioni.

Conclusioni

Il concetto di verità, insomma, sembra fatto apposta per dare fastidio. Taluni, richiamandosi a una sorta di 'diritto consuetudinario', sostengono che sia necessario e sufficiente richiamarsi ai criteri fondativi che sono alla base della composizione delle collezioni: autorevolezza, completezza, affidabilità, valore dell'opera in sé, valore dell'opera nel tempo. È il caso di chiedersi che cosa siano questi valori canonici se non il richiamo, forte, a evitare che venga acquistato 'laqualunque'. Questa interpretazione – ribadita, sancita e variamente declinata nelle carte delle collezioni – si pone esattamente nella prospettiva che abbiamo cercato di delineare ed è, dunque, condivisibile, ma irrimediabilmente parziale, non nel senso che sia di parte, ma nel senso di incompleta. Da almeno tre punti di vista. È incompleta perché, alla domanda che pongono spesso alcuni colleghi, «chi siamo noi per decidere la validità scientifica di un testo?», dovremmo rispondere: «siamo dei bibliotecari», cioè delle persone che hanno degli strumenti per sapere se l'autore di un testo è un Nobel o un imbianchino con la passione per l'omeopatia; che si confrontano fra loro; che leggono recensioni e riviste specializzate. Dunque, anche limitandosi a questo punto di vista, il tema della qualità delle collezioni e della responsabilità che appartiene a chi esercita un ruolo di intermediazione fra un documento e un lettore non può essere eluso. D'altra parte, verrebbe da dire, per essere un buon fantino non è necessario essere stati un buon cavallo. È incompleta perché, qualunque sia il grado di competenza relativa di chi provvede agli acquisti, in ogni caso qualcosa, alla fine, si compra e, perciò, dare una risposta troppo prudente a questa domanda significa, implicitamente ma necessariamente, affermare che compriamo in maniera poco attenta (o, viceversa, che queste valutazioni le facciamo davvero, ma allora siamo in una contraddizione in termini). È incompleta perché, secondo quanto è dato scorgere da alcune originali esperienze in atto, le figure dei bibliotecari possono essere opportunamente affiancate alle figure di professionisti in diversi ambiti di competenza. È qui il caso di accennare a due esperienze concretamente avviate dalla Biblioteca comunale di Trento con altrettanti protocolli d'intesa: con la Fondazione Bruno Kessler – FBK / Progetto FBK per la salute, l'Ordine dei medici e degli odontoiatri della Provincia di Trento e l'associazione Open Wet Lab (cui stanno per aggregarsi altri soggetti) e, rispettivamente, con l'associazione Periscopio. Il primo è un progetto di public health literacy (PHL), mentre il secondo è rivolto ai bisogni educativi speciali e, in particolare, ai bambini e ai ragazzi con dislessia e alle loro famiglie. In entrambi i casi, la relazione formalizza un rapporto di reciprocità fra bibliotecari e professionisti specializzati nei rispettivi settori di interesse, che si concretizza nella selezione e nella messa a disposizione di conoscenze che vanno molto al di là della dimensione strettamente bibliografica29. È incompleta, infine, nel senso che può essere resa più completa, considerando che la materia del contendere non è fatta solo di libri né solo di carta. Il paradigma dei diritti aletici si spinge oltre e assume un punto di vista più articolato, che non riguarda solo il nodo delle collezioni e dei criteri che stanno alla base della loro formazione, ma interpella il ruolo professionale dei bibliotecari30. Le possibilità di un approccio più evoluto, più maturo, più attento costituisce un atto di speranza nei confronti di un'idea di biblioteca che non voglia accontentarsi di una sua fondazione novecentesca e un atto di fiducia nei confronti di una professione bibliotecaria che voglia e sappia interpretare, e non subire, il proprio tempo. Ma ciò significa, professionalmente, saper sfidare le ortodossie, saper mettere in discussione e adeguare il profilo professionale del bibliotecario, accettare che non è possibile procedere lungo percorsi consuetudinari, al più per adattamenti incrementali, riconoscere la 'tossicità' del discorso pubblico corrente e prevalente o di quelli che Andrea Zanotti definisce «il regno di Babele»31.
Di fronte al corrente e prevalente anti-intellettualismo, che forse non è la cifra dominante solo del nostro tempo se già Isaac Asimov la riassumeva nel 1980, ne Un culto dell'ignoranza, nell'espressione «la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza», la risposta non può essere tanto, e solo, quella della rilegittimazione di un sapere esperto, quanto quella della rifondazione di un sapere critico, che necessariamente richiede 'luoghi' e figure di intermediazione e una assunzione di responsabilità che è etica e civile prima ancora che professionale32.

Postfazione

Nella notte tra il 15 e 16 giugno 1988 moriva a Montepulciano Andrea Pazienza (Paz), uno dei più grandi disegnatori e fumettisti italiani di sempre, enigmatica e aliena figura di artista sempre controcorrente. Fra i personaggi ai quali dà vita, Pazienza ne contrappone due: il cinico Zanardi, l'uomo senza sentimenti che realizza il suo narcisismo scarnificando le vittime innocenti, e Pert, il mitico partigiano Pertini. Zanardi è privo di morale e rappresenta la realtà cruda di un mondo desertificato di sentimenti. Il suo alter ego è Pert, l'indomito partigiano che lotta per la libertà, dalla morale antica che combatte un nemico visibile e invisibile al tempo stesso: l'indifferenza morale. In molti hanno sostenuto la tesi secondo la quale Pazienza riteneva che gli Zanardi fossero la realtà e i Pert la possibilità, illusoria, di un mondo altro. Secondo noi, soccombere agli Zanardi o scegliere la strada dei Pert non è una questione di destino, ma di scelta. Disegnando tutti e due i personaggi, Pazienza ha voluto lasciare al lettore la decisione di immedesimarsi in un mondo o in un altro, cioè la possibilità di scegliere. Nelle ultime vignette dell'almanacco intitolato a Pert, pubblicato nel 1984, un giovanissimo Pertini è accompagnato da un mago folletto nelle stanze di un palazzo dove incontra personaggi malevoli e terrificanti. Nell'ultima pagina il piccolo Pert chiede al mago folletto di chi sia la colpa di un mondo abitato da esseri egoisti e divoratori di anime. Nella vignetta conclusiva compare una matita che scrive: «[La colpa è] di quelli indifferenti a tutto, di quelli indifferenti a tutto, di quelli indifferenti a tutto».

Note

Ultima consultazione siti web: 27 luglio 2019.

[1] Giorgio Antoniacomi, I percorsi ingannevoli nella gestione delle collezioni di una biblioteca pubblica tra censura e legittimazione della post verità: verso il paradigma dei diritti aletici, «AIB studi», 58 (2018) n. 1, p. 65-82, https://aibstudi.aib.it/article/view/11753, DOI: 0.2426/aibstudi-11753.

[2] In realtà, la 'datazione' del termine permette di ritrovarlo per la prima volta nel 1992 sulla rivista The Nation, nell'intervento di un drammaturgo serbo naturalizzato statunitense, Stojan Stiv Tešiæ, che però lo utilizza in un senso diverso da quello successivamente e più comunemente attribuito. «All the dictators up to now have had to work hard at suppressing the truth. We, by our actions, are saying that this is no longer necessary, that we have acquired a spiritual mechanism that can denude truth of any significance. In a very fundamental way we, as a free people, have freely decided that we want to live in some post-truth world».

[3] Cfr. Franca D'Agostini; Maurizio Ferrera, La verità al potere: sei diritti aletici. Torino: Einaudi, 2019, p. 13.

[4] Cfr. Jason Brennan, Contro la democrazia, prefazione di Sabino Cassese, con un saggio di Raffaele De Mucci. Roma: Luiss University Press, 2018.

[5] Il termine originale tedesco è Fälschungsmöglichkeit, alla lettera 'possibilità di falsificazione'.

[6] Gabriele Giacomini, Potere digitale: come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia, prefazione di Michele Sorice. Milano: Meltemi, 2018.

[7] F. D'Agostini; M. Ferrera La verità al potere cit., p. 9.

[8] International Federation of Library Associations and Institutions; Unesco, Il manifesto IFLA/Unesco sulle biblioteche pubbliche. 1994, https://www.ifla.org/files/assets/public-libraries/publications/PL-manifesto/pl-manifesto-it.pdf.

[9] Karen Coyle, La neutralità difficile, «AIB studi», 58 (2018), n. 2, p. 257-265, https://aibstudi.aib.it/article/view/11788, DOI: 10.2426/aibstudi-11788.

[10] F. D'Agostini; M. Ferrera La verità al potere cit., p. 69-70.

[11] John Bargh, A tua insaputa: la mente inconscia che guida le nostre azioni, traduzione di Sabrina Placidi. Torino: Bollati Boringhieri, 2018.

[12] Max Horkheimer; Theodor W. Adorno, Dialettica dell'illuminismo. Torino: Einaudi, 1974.

[13] Si veda in particolare William Davies, Stati nervosi: come l'emotività ha conquistato il mondo, traduzione di Maria Grazia Perugini. Torino: Einaudi, 2019.

[14] Milena Gabanelli; Luigi Offeddu, Dimezzati i reati, ma il 78% della popolazione pensa che siano in aumento: ecco il perché, «Corriere.it», 8 giugno 2019, https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/sicurezza-reati-dimezzati-italiani-senso-insicurezza-armi-legittima-difesa/647419e6-89da-11e9-9b3f-2459a834d32d-va.shtml.

[15] Cfr. Gabriele Giacomini, Psicodemocrazia: quando l'irrazionalità condiziona il discorso pubblico, prefazione di Angelo Panebianco. Milano-Udine: Mimesis, 2016.

[16] Si vedano a riguardo le indagini svolte dal Data and Complexity Lab di Ca' Foscari, diretto da Walter Quattrociocchi, <https://www.unive.it/data/11644/

[17]Cfr. Jason Brennan, Contro la democrazia cit.

[18] Cfr. https://webmagazine.unitn.it/evento/ateneo/47035/seminario-permanente-sul-dibattito.

[19] Cfr. https://www.iprase.tn.it/progetti-dettaglio/-/asset_publisher/9rs54GqG9Kpx/content/a-suon-di-parole-il-gioco-del-contraddittorio?inheritRedirect=false&redirect=https%3A%2F%2Fwww.iprase.tn.it%2Fprogetti-dettaglio%3Fp_p_id%3D101_INSTANCE_9rs54GqG9Kpx%26p_p_lifecycle%3D0%26p_p_state%3Dnormal%26p_p_mode%3Dview%26p_p_col_id%3Dcolumn-2%26p_p_col_pos%3D1%26p_p_col_count%3D2.

[20] Cfr. https://www.debateitalia.it. La stessa Commissione europea sostiene esperienze di media literacy, https://ec.europa.eu/culture/policy/audiovisual-policies/literacy_it.

[21] Cfr. https://www.youtube.com/watch?v=Gp3gyx782eg.

[22] Craig Gibson; Trudi E. Jacobson, Habits of mind in an uncertain information world, «Reference & user services quarterly», 57 (2018), n. 3, p. 183-192, https://journals.ala.org/index.php/rusq/article/view/6603, DOI: 10.5860/rusq.57.3.6603.

[23] Cfr. Riccardo Ridi, Livelli di verità: post-verità, fake news e neutralità intellettuale in biblioteca, «AIB studi», 58 (2018), n. 3, p. 455-477, https://aibstudi.aib.it/article/view/11833. DOI: 10.2426/aibstudi-11833.

[24] Così Umberto Eco, Credulità e identificazione, «L'Espresso», 21 luglio 2011, http://espresso.repubblica.it/opinioni/la-bustina-di-minerva/2011/07/21/news/credulita-e-identificazione-1.33646: «Moltissimi lettori provano difficoltà a distinguere, in un romanzo, la realtà dalla finzione, e tendono ad attribuire all'autore passioni o pensieri dei suoi personaggi. [...]. La finzione narrativa può essere più vera del vero, ispirare identificazioni, percezione di fenomeni storici, creare nuovi modi di sentire [...]. Non solo, la finzione narrativa consente anche esiti estetici: un lettore può benissimo sapere che madame Bovary non è mai esistita e tuttavia godere del modo con cui Flaubert costruisce il suo personaggio. Ma ecco che proprio la dimensione estetica ci riporta per opposto alla dimensione “aletica” (che cioè ha a che fare con quella nozione di verità condivisa dai logici, dagli scienziati o dai giudici che in tribunale debbono decidere se un testimone ha detto o meno come sono andate le cose). Sono due dimensioni diverse, guai se un giudice si commuovesse perché un colpevole racconta esteticamente bene le sue bugie; e io mi stavo occupando della dimensione aletica, tanto è vero che la mia riflessione era nata all'interno di un discorso sul falso e la bugia. È falso dire che una lozione di Vanna Marchi fa ricrescere i capelli? È falso. È falso dire che don Abbondio incontra due bravi? Dal punto di vista aletico sì, ma il narratore non vuole dirci che quanto racconta sia vero bensì finge che sia vero e chiede anche a noi di far finta. Ci chiede, come raccomandava Coleridge, di “sospendere l'incredulità”. (…) Noi sappiamo quanti giovani e giovinette romantici si siano uccisi identificandosi col protagonista. Forse credevano che la storia fosse vera? Non è necessario, così come noi sappiamo che Emma Bovary non è mai esistita eppure ci commoviamo sino alle lacrime sulla sua sorte. Si riconosce che una finzione è una finzione eppure ci s'immedesima a fondo nel personaggio. È che intuiamo che se madame Bovary non è mai esistita, sono esistite tante donne come lei. I greci antichi credevano che le cose accadute a Edipo fossero vere e ne traevano occasione per riflettere sul fato. Freud sapeva benissimo che Edipo non era mai esistito, ma ne leggeva la vicenda come lezione profonda su come vadano le cose dell'inconscio».

[25] Silvia Bencivelli, Sospettosi: noi e i nostri dubbi sulla scienza. Torino: Einaudi, 2019.

[26] La laicità è qui intesa come autonomia morale degli individui rispetto ad ogni autorità. Il pluralismo si riferisce alla corretta rappresentazione della legittima molteplicità dei valori e dei punti di vista. In nessun caso, tuttavia, il pluralismo può essere dilatato fino alla sua distorsione, cioè fino ad ammettere opinioni in contrasto con il rispetto degli altri e la dignità delle persone. L'approccio critico alle informazioni consiste nella validazione delle fonti, nella loro comparazione, nella verifica della fondatezza e della qualità degli enunciati, nella discussione pubblica basata su dati di fatto e su argomentazioni. L'approccio consapevole risiede nella coscienza della ipoteticità e della provvisorietà dei dati e delle loro interpretazioni, ma, nello stesso tempo, della necessità di documentarne il livello più avanzato e la loro natura incrementale. L'approccio responsabile si fonda sulla scelta etica di non selezionare arbitrariamente fatti e interpretazioni per accreditare un punto di vista prevalente sugli altri e, nello stesso tempo, sulla netta distinzione tra indipendenza (o imparzialità) e indifferenza.

[27] Cfr. Alexandre Lopez-Borrul; Josep Vives-Gràcia; Joan-Isidre Badell, Fake news, ¿Amenaza u oportunidad para los profesionales de la información y la documentación?, «El profesional de la información», 27 (2018), n. 6, p. 1346-1356: p. 1354.

[28] Luca Fazzi, Costruire politiche sociali. Milano: Angeli, 2003, p. 157.

[29] Nel progetto di PHL l'assenza di barriere all'ingresso nella scelta delle collezioni è codificata da un decalogo che specifica i criteri di validazione del materiale bibliografico 'certificato' (che per inciso viene identificato con una particolare fascetta azzurra sui libri), lasciando piena autonomia all'utente di ottenere qualunque altro documento. Questo il suo impianto: Generalità: 1) Non è intenzione dell'accordo esercitare alcun tipo di 'censura' da parte di esperti/rappresentanti della classe medica nei confronti dell'autonoma scelta dei bibliotecari e degli utenti; 2) La validazione degli acquisti (che peraltro costituisce solo una parte del progetto di PHL) intende segnalare a chi volesse approfondire argomenti inerenti la salute fonti di lettura che rispondono a trasparenti criteri di affidabilità, concordati dal team di lavoro interdisciplinare bibliotecari/medici, che vengono sotto riportati; 3) Può influire sulla scelta della validazione sia la valutazione complessiva della rappresentatività della raccolta presente in biblioteca (ad esempio la mancanza di testi di una specifica 'specialità' medica), sia l'importanza di temi innovativi di lungo periodo (ad esempio la relazione fra intelligenza artificiale e medicina, fra salute individuale/salute del pianeta), sia la rilevanza del dibattito pubblico sul tema (con riferimento a questioni anche recenti e comunque attuali: le vaccinazioni, il metodo Stamina, gli OGM, le malattie oncologiche). Criteri di validazione: 1) Può essere attribuita sia a libri di medicina convenzionale, sia non convenzionale. Criterio aggiuntivo specifico per la medicina non convenzionale è quello di non indicare/suggerire/prescrivere una terapia non convenzionale in forma esclusiva; 2) Essenziale è la valutazione dell'autore, che deve essere esperto qualificato nel settore di cui il libro tratta. L'expertise dell'autore si valuta tenendo conto delle pubblicazioni e della posizione professionale correlata all'argomento di cui tratta il libro; 3) Criterio preferenziale è la cura posta nel libro a indicare una bibliografia documentata e sufficientemente recente a supporto degli argomenti trattati; 4) Le informazioni contenute nel libro sono presentate in modo da incoraggiare un successivo contatto con il medico e non a sostituirlo; 5) I contenuti del testo sono sufficientemente comprensibili a un lettore non specialista. Libri di interessante contenuto ma di difficile lettura a causa della complessità dei temi trattati sono segnalati a parte. Il libro non dev'essere apertamente finalizzato alla commercializzazione di prodotti e/o servizi. Vi è piena coerenza con quanto previsto dalla vigente carta delle collezioni e delle risorse conoscitive.

[30] Fabio Di Giammarco, Biblioteche e collezioni al tempo delle fake news, «Biblioteche oggi», 37 (2019), n. 2, p. 37-39: p. 39.

[31] Andrea Zanotti, La post-verità come volto di una nuova inquisizione, «AIB studi», 58 (2018), n. 3, p. 439-453: p. 450. https://aibstudi.aib.it/article/view/11835. DOI: 10.2426/aibstudi-1183.

[32] Gustavo Zagrebelsky, Mai più senza maestri. Bologna: Il Mulino, 2019.