Fake news e post-verità: disordini informativi e narrativi tra Gutenberg e Google

di Federico Meschini

«Nient’altro che connettere»

Questo articolo s’inserisce nel vivace dibattito ormai in corso su AIB studi dal primo fascicolo del 2018, incentrato su temi non banali quali fake news e post-verità1. Lo fa però con alcune peculiarità, con lo scopo di arricchire ulteriormente questa conversazione. La prima riguarda il punto di vista adottato, in particolare all’inizio, in quanto viene preso in considerazione il rapporto collettivo con l’informazione, non restringendolo a ruoli e figure specializzate come possono essere i bibliotecari. Inoltre, sempre nella parte iniziale, ci si muove da dei princìpi astratti relativi all’informazione tout-court, per declinarli di volta in volta nella dimensione digitale; questo perché i disordini informativi sono da sempre presenti, anche se ora se ne avverte maggiormente la presenza per ovvi motivi. Un ultimo tratto distintivo è il rapporto tra i disordini informativi e i meccanismi narrativi, in quanto componente essenziale delle dinamiche alla base sia delle fake news sia della post-verità.

Il punto di partenza di questo articolo dovrebbe essere già noto, in quanto utilizzato in precedenza da Gino Roncaglia, tra gli autori che hanno preso parte a questo dibattito. Si tratta della famosa citazione di E. M. Forster tratta da Howards end: «Only connect! That was the whole of her sermon. Only connect the prose and the passion, and both will be exalted […] Live in fragments no longer»2. Roncaglia si basa sull’esortazione di Forster per considerare il web non come un qualcosa di inevitabilmente frammentario e disordinato, bensì un luogo da cui numerosi ordini potenziali possono di volta in volta scaturire3.

Questa stessa citazione ha iniziato a essere utilizzata nella testualità digitale in relazione alla diffusione su larga scala dell’ipertesto, in particolare nelle varie riflessioni a riguardo4. In questo caso verrà però impiegata non iniziando dalla sua accezione positiva, come nel caso di Roncaglia, quanto dal suo opposto: non a caso due tra le sette tipologie di information disorder individuate da Claire Wardle sono definite rispettivamente come false connection e false context5, e ne sono evidenti declinazioni.

«Qui siamo tutti matti»

Umberto Eco nella sua ultima lectio magistralis, incentrata sul tema del complotto6, mette in guardia da un uso improprio del detto di Forster: il voler trovare a tutti i costi relazioni tra eventi tra di loro non connessi, in base ad analogie e abduzioni altamente improbabili e fallacie sillogistiche. Conosciuta con il nome di apofenia, questa è la tecnica preferita dai fautori della teoria del complotto, che riescono così a trovare conferme idiosincratiche alle loro convinzioni7. Ne Il pendolo di Foucault, il secondo romanzo di Eco8, avente anch’esso come tema la teoria del complotto, è presente un’interessante riflessione sui tipi ideali, gli idealtypen, da cui è composta in egual misura ogni persona, ossia il cretino, l’imbecille, lo stupido e il matto. Per tutti questi tipi, in particolare per gli ultimi due, è rilevante il ruolo che hanno con l’informazione, a livello di gestione, elaborazione in conoscenza e produzione, sotto un punto di vista sia semantico sia sociale9. A illustrare questa classificazione è un personaggio che significativamente lavora in una casa editrice, il cui scopo è proprio la mediazione culturale, l’analisi e selezione dei contenuti da rendere disponibili pubblicamente.

Il primo tipo è il cretino, che «si pianta il gelato sulla fronte, per mancanza di coordinamento. Entra nella porta girevole per il verso opposto […] Non ci interessa […] e non viene nelle case editrici»10. Il corrispettivo del cretino negli ambienti di rete può essere l’analfabeta digitale, ossia colui con difficoltà già nell’utilizzo dello strumento, nel capire l’utilizzo di un’interfaccia, e per questo motivo non in grado di partecipare a uno spazio informativo. L’imbecille è «quello che parla sempre fuori del bicchiere, […] che fa la gaffe […] Mette tutti in imbarazzo, ma poi offre occasioni di commento. […] Sbaglia le regole di conversazione e quando sbaglia è un bene sublime»11. È difficile qua non trovare riscontro, oltre con chi non rispetta la netiquette, anche con tutti quegli utenti che per motivi anagrafici o culturali non riescono a capire le regole implicite delle conversazioni online, e finiscono per risultare fuori luogo12.

Con lo stupido il problema è di tutt’altro tipo, in quanto «Sbaglia nel ragionamento. È quello che dice che tutti i cani sono animali domestici e tutti i cani abbaiano, ma anche i gatti sono animali domestici e abbaiano»13. A questo esempio ne seguono altri di complessità linguistica e concettuale crescente ma sempre appartenenti all’insieme dei sillogismi non validi, in quanto non rispettano le regole che ne rendono corretti solo alcuni tra tutti quelli possibili, tra cui quella citata dallo stesso Eco su come da due premesse particolari non possa seguire nessuna conclusione14. La stupidità viene definita come un qualcosa di estremamente insidioso contro cui né il controllo editoriale né spesso la validazione scientifica possono fare più di tanto; per riequilibrare questa insidiosità viene però fatto notare come la storia del pensiero possa essere vista, oltre che a livello lineare di progressione monotonica, anche come una continua revisione e analisi. Ciò è necessario per ridurre quello «scarto infinitesimale» che separa la stupidità da un ragionamento corretto, quest’ultimo inquadrato nel proprio contesto epistemologico di riferimento, in quanto «ogni grande pensatore è lo stupido di un altro»15. Questo stesso concetto viene ripreso ed espanso da Eco, vent’anni dopo la pubblicazione de Il Pendolo di Foucault, in una monografia scritta a quattro mani con Jean-Claude Carrière e incentrata, significativamente, sull’importanza del libro a fronte dei cambiamenti sociali e tecnologici16. Nonostante quest’opera sia stata definita una dichiarazione d’amore nei confronti del libro cartaceo, viene però sottolineato che le informazioni del passato veicolate da questo supporto, oltre a contenere errori e imprecisioni fisiologiche in quanto basate sulle conoscenze dell’epoca, fossero spesso realizzate a partire da forti bias, come «il caso dei galli che conosciamo attraverso Cesare, quello dei germani che conosciamo attraverso Tacito. Sappiamo qualcosa di questi popoli solo grazie alla testimonianza dei loro nemici»17. Viene ripresa anche la classificazione degli idealtypen; in particolare la stupidità viene confrontata con la bêtise, termine traducibile letteralmente come sciocchezza e considerata da Eco come «un modo di gestire con orgoglio e costanza la stupidità»18. Le possibilità espressive dei social, insieme alla forte carica emotiva relativa alla costruzione dell’identità e delle relazioni in questi ambienti, portano inevitabilmente dalla stupidità alla bêtise.

La ‘logica sbilenca’ è ciò che caratterizza molte delle discussioni sui social e ne accentua la polarizzazione, in quanto giustifica l’arroccamento su posizioni contrapposte invece di arrivare a una conclusione in grado di mediarle, o perlomeno di provare a capire i motivi dietro una particolare presa di posizione19. Più che sillogismi non corretti vede però l’utilizzo di vere e proprie fallacie, sia individuali sia collettive, e utilizzate a supporto di quei modelli cognitivi in base ai quali ognuno di noi interpreta la realtà. Di fronte a notizie, fatti ed evidenze che vanno a minare la consistenza di questi modelli, soprattutto quelli più rigidi, la soluzione più semplice è l’utilizzo di giustificazioni fallaci, spesso basate sul cherry picking, una selezione accurata e parziale dei dati quando addirittura non corrispondenti alla realtà, in grado così di salvaguardare l’integrità delle proprie convinzioni20.
Questo procedimento si ritrova nelle polemiche sul soccorso in mare dei migranti da parte delle navi delle ONG21. L’accusa più frequente che viene fatta è su come i migranti, una volta recuperati, non vadano fatti sbarcare in Italia ma nella nazione di cui la nave che li ha recuperati batte la bandiera. Questo ragionamento si basa su una falsa analogia, ossia l’esistenza di una proprietà in comune tra elementi appartenenti ad ambiti diversi22. Le ONG non agiscono su mandato dei singoli stati nazionali e applicano la legge del primo porto sicuro, definita a livello di diritto internazionale del mare; è perciò a livello di trattati internazionali che va discussa la non semplice questione dell’accoglienza dei migranti.

L’ultimo tipo ideale presentato è quello del matto che, al contrario dello stupido, non cerca dimostrazioni logiche, seppure fallaci: «Tutto per lui dimostra tutto. Il matto ha una idea fissa, e tutto quello che trova va bene per confermarla. [...] Il matto prima o poi tira fuori i Templari»23. Il riferimento all’ordine cavalleresco è funzionale alle tematiche del romanzo di Eco, ma basta sostituirlo con un qualcosa che abbia caratteristiche simili. Oltre a dover essere influente a livello politico/economico, l’oggetto dell’idea fissa del matto deve presentare dei tratti che lo possano far risalire facilmente a una figura archetipica, staccandolo così dalla dimensione immanente per renderlo il protagonista ideale di qualsiasi racconto. A questo profilo corrispondono perfettamente i Rothschild o George Soros, invarianti di numerose teorie complottistiche, ormai diffusesi persino nella comunicazione politica di massa24.

La disintermediazione resa possibile dalle piattaforme digitali ha contribuito alla circolazione di contenuti che in altri contesti avrebbero avuto una diffusione limitata, favorendo l’estremizzazione e la polarizzazione. In un’intervista il leader di un partito sovranista presenta le finalità delle Open Society Foundations create da George Soros25 tramite una fallacia di definizione, trasformandone volutamente l’aspetto progressista in un qualcosa in grado di sgretolare quella società basata sui valori conservatori propugnati dal suo partito. Un ulteriore stratagemma retorico viene adottato nel contrapporre gli ingenti fondi messi a disposizione dalle fondazioni di Soros con le difficoltà economiche quotidiane del singolo, così da scatenare nel pubblico una reazione emotiva di risentimento tale da giustificarne la caratterizzazione come di un nemico, per concludere il discorso con una chiamata alle armi in vista delle elezioni.

Un simile atteggiamento nei confronti del magnate ungherese si riscontra in un altro leader conservatore e nazionalista che in un tweet critica il finanziamento di Soros a un partito europeista definendolo come un usuraio. Qua la fallacia di definizione gioca sulle sue speculazioni finanziarie, per quanto discutibili non certo illegali, e sulla sua origine ebraica. Il tipo ideale di entrambi i casi è quello già citato dello stupido, adottato con chiare finalità propagandistiche. A causa del principio dell’autorità riconosciuta e dell’adesione emotiva, i sostenitori dei due leader ignorano qualsiasi argomentazione o ragionamento e finiscono con l’accusare Soros di essere una minaccia per la società, in maniera non dissimile dai Templari e incarnando così l’idealtypen del matto.

«I fatti non esistono, esistono solo interpretazioni»

Naturalmente, ridurre tutti gli avvenimenti a una catena lineare e manifesta di causa ed effetto – soprattutto nell’attuale scenario globale – è altrettanto riduttivo e rassicurante della spiegazione data per cortocircuito o apofenia, e l’adozione di queste due opposte tendenze, entrambe con una funzione consolatoria, è spesso il risultato di fattori socioculturali, in particolare l’accettazione o meno di un determinato status quo. Questa mancanza di linearità è suffragata da tutti quei casi inizialmente etichettati, paradossalmente, come teorie complottistiche con scopo denigratorio, salvo poi rivelarsi reali. Ciò è riscontrabile a qualsiasi livello, dal mondo dell’informazione scandalistica fino agli scenari geopolitici internazionali: nel primo caso ricade il supporto economico del miliardario Peter Thiel a Hulk Hogan nella causa intentata da quest’ultimo contro il blog Gawker26, mentre al secondo l’esistenza di una struttura paramilitare di tipo stay-behind o gli attentati e le stragi degli anni Settanta nello scenario italiano del secondo dopoguerra27.

È indubbio che ogni azione, sia individuale sia collettiva, ha una compresenza di motivazioni palesi e latenti: basti pensare al più semplice atto comunicativo, caratterizzato dalla presenza di testo e sottotesto, e alle corrispondenti attività simmetriche di codifica e decodifica. Un fattore fondamentale della conoscenza è la progressiva esplicitazione delle connessioni: interne e inconsce a livello individuale, esterne e non immediatamente perspicue a livello collettivo. Ciò che spesso viene definito come realtà, aderenza ai fatti o, per l’appunto, evidenza è l’aspetto più superficiale di un fenomeno, spesso non sufficiente a trasformare un dato in conoscenza, considerando inoltre il contesto di riferimento: l’incipit di A Cesena di Marino Moretti, «Piove. È mercoledì. Sono a Cesena», contiene tre affermazioni di cui è possibile verificare facilmente la verità o la falsità, ma ciò ci dice poco sul vero significato della poesia.

Diventano fondamentali le interpretazioni. Può sembrare controintuitivo, ma questo vale anche per le questioni strettamente materiali: «A stone in a field represents typical one kind of information for the geologist, another for the archaeologist»28. Hemingway sviluppò la sua teoria dell’iceberg, sul mostrare ai lettori solo gli elementi espliciti di una storia, tralasciando gli aspetti più importanti come le tematiche o il significato, che vengono così paradossalmente rafforzati, basandosi sulla sua esperienza come reporter, dove «he learned that the surface of things could be misleading»29. Una conferma di questo approccio viene da Philip K. Dick, scrittore molto distante da Hemingway e noto per l’aforisma «Reality is that which, when you stop believing in it, doesn’t go away». Nello stesso saggio Dick si interroga sul significato della realtà, soprattutto in relazione alla propagazione su larga scala di mondi finzionali da parte dei mass media, e racconta la progressiva scoperta di una matrice interpretativa comune – legata alla sua fede religiosa – rispetto a eventi sia vissuti personalmente sia creati nelle sue storie, fino ad arrivare ai filosofi presocratici e al frammento di Eraclito in cui si dà maggiore rilevanza all’armonia nascosta rispetto a quella apparente30.

Se nella narrazione il meccanismo interpretativo è facilitato dalla consapevolezza di trovarsi di fronte a un’opera di finzione e dalla presenza di una ben definita intenzione autoriale, lo stesso non si può dire degli eventi, quotidiani, di cronaca o storici che siano31. Sono quindi imprescindibili tutti quegli strumenti in grado di fornire delle interpretazioni, esplicitando per quanto possibile le relative chiavi di lettura; naturalmente vanno considerati in primis gli organi d’informazione, non a caso classificabili in base all’approccio culturale/ideologico adottato. Ognuna delle interpretazioni proposte – su cui si baseranno i fruitori per elaborarne a loro volta di proprie – è però inevitabilmente basata su criteri di selezione e organizzazione32; nei casi più estremi questo processo diventa distorsione e manipolazione – con un frequente uso del false context – in particolare quando le finalità non sono l’analisi o l’approfondimento ma piuttosto la ricerca di visibilità e il voler stupire a tutti i costi, fino ad arrivare al clickbait, fenomeno non più limitato ai soli siti sensazionalistici o di marketing e ormai presente, in diversa misura, nei suddetti organi informativi33. Di fronte a questa sempre maggiore pluralità interpretativa ed estrema eterogeneità delle finalità, assumono un’importanza rilevante tutti quegli approcci in cui le diverse spiegazioni vengono confrontate, esplicitandone anche le metodologie sottostanti34. Questa è la differenza principale con quell’utilizzo del cherry picking descritto in precedenza la cui finalità è giustificare una tesi già fortemente stabilita in partenza e in base a criteri più ideologici che razionali; al contrario, in quest’ultimo caso lo scopo è una maggiore comprensione di un fenomeno, al netto delle varie ideologie o convinzioni personali. Il focus dal prodotto si sposta sul processo, sul tipo di strumenti, metodologie, e schemi concettuali utilizzati.

Una visione dinamica, di continua evoluzione, creazione di nuove connessioni e revisione di quelle esistenti, di adeguamento della visione soggettiva e probabilistica dell’individuo alla necessità della realtà, in grado di colmare il più possibile la discrepanza tra le aspettative e le conseguenze di ogni azione35, è scarsamente compatibile con il determinismo che caratterizza le visioni complottistiche: «it is one of the striking things about social life that nothing ever comes off as intended»36. Spostando l’accento dal prodotto al processo, un’alternativa potrebbe essere quella di considerare i vari eventi come i risultati delle interazioni dei numerosi centri di forza in un continuo rapporto dinamico di tensione, interazione e influenza tra di loro, focalizzando l’attenzione sulle dinamiche che si vengono di volta in volta a creare, come cause, eventi in entrata, effetti ed eventi in uscita, passando così da un modello gerarchico a uno reticolare37.

Ciò tenendo sempre presente due princìpi a prima vista in contrasto tra di loro. Il primo è la plausibilità e validità di questi collegamenti, con relative evidenze documentali e non basate solo su interpretazioni idiosincratiche, per quanto affascinanti ed evocative possano essere. L’aspetto documentale va inteso in senso lato, non limitato a contenuti linguistico/testuali ma esteso ai dati in generale.

Il noto studioso svedese Hans Rosling, nei suoi TED Talk, sottolineava continuamente l’importanza di un approccio basato sui dati per superare schemi e relativi pregiudizi basati sull’idea di un mondo di fatto non più corrispondente alla realtà38; idea che però viene spesso perpetuata dai media, il cui interesse principale è focalizzare di volta in volta l’attenzione su singoli eventi piuttosto che restituire un disegno d’insieme che descriva gli effettivi progressi compiuti39.

Prendendo come esempio lo sbarco sulla luna, l’importanza della documentazione diventa evidente considerando il ruolo cruciale svolto dal team di programmatori guidato da Margaret Hamilton che sviluppò il codice assembly necessario per il funzionamento del computer di bordo dell’Apollo 11, reso disponibile pubblicamente nel 2016 sulla piattaforma GitHub40 a partire dalle scansioni dei listati dell’epoca41. Se le argomentazioni razionali fossero sufficienti per controbattere le teorie complottistiche, argomento su cui ci si soffermerà in seguito, già solo la presenza di questi programmi, il cui funzionamento è verificabile grazie agli emulatori attualmente disponibili42, consisterebbe in un indizio non da poco sull’effettività dell’allunaggio: parimenti alle critiche rivolte al Times dopo la rivelazione della falsità dei protocolli dei savi di Sion, la replica fisiologica dei complottardi ribatterebbe che questi programmi sono stati realizzati con lo scopo di rendere più verosimile il finto sbarco. Risulta evidente come quest’ultima affermazione non tiene conto della difficoltà implicita nella loro realizzazione, soprattutto rispettando quelli che erano i limiti tecnologici dell’epoca.

Il secondo principio da tenere in considerazione è quello dei «known knowns, known unknowns, unknown unknowns», riguardo a ciò che rispettivamente si sa di sapere, si sa di non sapere e non si sa di non sapere43. Ogni interpretazione è per forza di cose parziale e, piuttosto che la completezza, va ricercata, con spirito paretiano, l’ottimalità relativa a un determinato contesto.

Nel caso di George Soros, la difficoltà di dare un giudizio univoco sulla sua figura è data dalla pluralità e diversità delle sue azioni nel corso degli anni, da responsabile di diverse speculazioni finanziare negli anni Novanta a filantropo. Tra le numerose iniziative delle Open Society Foundations, nella sua precedente incarnazione dell’Open Society Institute, va annoverata la promozione del movimento open access per la disseminazione dei risultati della ricerca tramite modalità non legate alle pratiche editoriali commerciali, in cui è estremamente arduo individuare una qualsivoglia dietrologia. Inoltre, quanto certi fenomeni siano non deterministici e sfuggevoli, e presentino inevitabilmente quelle «unwanted consequences» di cui parlava Popper – a loro volta parte di un contesto dinamico – è testimoniato da come Viktor Orbán, principale artefice della demonizzazione di Soros, abbia usufruito in gioventù di una borsa di studio messa a disposizione dalle Open Society Foundations44.

Dati questi due princìpi, è possibile riflettere sia sul noto aforisma nietzschiano «Non ci sono fatti, solo interpretazioni» sia sulla piramide data-information-knowledge-widsom, che pone alla base i dati e nei livelli successivi l’informazione, la conoscenza e la saggezza45. Quest’ultimo modello ha il pregio di distinguere i vari ruoli che compongono un paradigma conoscitivo, ma va considerato anche l’aspetto di circolarità. I dati vengono prodotti in base a una determinata conoscenza e agli strumenti, sia concettuali sia fisici, che quest’ultima mette a disposizione. Naturalmente non si tratta di un sistema chiuso e autoperpetuantesi, che negherebbe qualsiasi tipo di progresso, in quanto nel metodo scientifico è presente una componente di continua riflessione sul metodo stesso – proprio per la consapevolezza dell’esistenza dei «know unkowns» e degli «unknow unknows» – e in cui va anche considerato il ruolo dell’innovazione tecnologica e della ricerca di base.

I cambiamenti di paradigma possono avvenire o per la scoperta di nuovi dati, rappresentativi di elementi ulteriori che necessitano di modelli altri o, simmetricamente, per la formulazione di nuove ipotesi che andranno poi validate tramite i dati. Il sistema tolemaico era compatibile con una determinata descrizione del mondo, ma a mano a mano che quest’ultima è diventata sempre più accurata e le incongruenze tra le rilevazioni e il modello sono aumentate è stato necessario passare a un altro sistema46. Oltre al processo di sostituzione è possibile la compresenza di modelli differenti, come nel caso della meccanica classica e quella quantistica, che agiscono su diverse scale di grandezza.

Su questi presupposti è possibile passare alla seconda fase di questa riflessione, che ha per oggetto l’aforisma di Nietzsche in cui apparentemente la realtà oggettiva dei fatti viene messa in secondo piano rispetto all’idiosincrasia delle interpretazioni, e viene perciò utilizzata come giustificazione per forme estreme di relativismo, che a loro volta sembrano le uniche in grado di dare un senso all’attuale scenario informativo. Paolo D’Iorio, noto studioso di Nietzsche, a margine di una relazione a un convegno – incentrata sul passaggio nel pensiero del filosofo tedesco da una filosofia metafisica, basata sulla contrapposizione degli opposti, a una filosofia storica, in cui dai contrari, si passa alle diverse gradazioni – sviluppa numerose precisazioni riguardo a quest’aforisma47.

Prima di tutto si tratta di un frammento postumo di Nietzsche, e va perciò contestualizzato nell’evoluzione del suo pensiero e non preso come principio isolato. Utilizzando un approccio storico, la dicotomia fatti-interpretazioni va intesa come una differenza di gradazioni: «I fatti sono la forma più stabile delle interpretazioni»48. La conoscenza avviene solo tramite un continuo processo interpretativo basato sulle evidenze disponibili che, come scritto in precedenza, sono soggette a mutamenti più o meno veloci con il passare del tempo e hanno un determinato valore a seconda del contesto di riferimento49.

Nonostante venga introdotto come un divertissement, è altrettanto utile il paragone effettuato da D’Iorio tra il pensiero di Nietzsche e le teorie di Einstein. Tra fatti e interpretazioni sembra esserci lo stesso rapporto esistente tra massa ed energia, dove i primi sono configurazioni più solide, più resistenti, ma non certo definitive dei secondi. Infine, se la relazione tra massa ed energia è esprimibile tramite una nota equazione – in cui l’energia è uguale alla massa per la velocità della luce al quadrato – tra fatti e interpretazioni è possibile ipotizzare un rapporto simile, in cui i fatti sono equivalenti alle interpretazioni moltiplicate per il consenso al quadrato. Nell’introdurre il fattore del consenso lo studioso tocca un nodo cruciale per ciò che concerne i disordini informativi, e che verrà approfondito in seguito. Per i fatti soggetti a un riscontro diretto o per cui si è in possesso delle chiavi di lettura e delle informazioni di contesto adeguate, il consenso si baserà principalmente su elementi razionali, all’interno di uno specifico paradigma, laddove in caso contrario sarà la componente emotiva e irrazionale a prendere il sopravvento. Questa riflessione tornerà utile in seguito, nell’analisi dei meccanismi su cui si basa il funzionamento delle fake news.

«La conoscenza è indispensabile alla vita»

Alan Moore, autore di Watchmen e V for Vendetta, due tra i più importanti fumetti pubblicati negli anni Ottanta e paradossalmente incentrati sulla teoria del complotto, porta alle estreme conseguenze il principio dell’approccio dinamico, passando dalla complessità al chaos50. In un documentario a lui dedicato e prodotto dal gruppo Arte51, Moore conclude le sue riflessioni sulla Brexit sottolineando come la causa dei nostri problemi politici e sociali sia proprio una sempre maggiore complessità52. Quest’ultima viene immediatamente collegata ai progressi tecnologici e alla continua moltiplicazione del quantitativo di informazione disponibile in intervalli sempre più brevi, partendo dal Rinascimento – e quindi dall’invenzione della stampa – per arrivare alle reti telematiche. Secondo Moore la recente diffusione dei movimenti populisti e nazionalisti è una reazione fisiologica al sempre maggiore flusso dinamico in cui ci troviamo, grazie alla diminuzione dell’importanza delle distanze fisiche e all’aumento esponenziale dell’informazione rese possibili da internet53. È significativo come, già all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001, Alan Moore avesse individuato nel rapporto tra informazione e complessità una chiave di lettura significativa degli eventi e una conseguente difficoltà di esprimere un giudizio univoco, incentrando su questo tema la storia pubblicata nel volume collettivo 9-11: artists respond54.

In quest’ottica, la classificazione dei tipi ideali descritti da Eco da cui siamo partiti va estesa al rapporto che si ha con l’informazione e i mezzi di comunicazione in generale, per ciò che riguarda rispettivamente gli aspetti di alfabetizzazione tecnologica, comprensione e adeguamento al contesto, il ruolo degli errori e delle fallacie, fino ad arrivare ai cortocircuiti logici, come forma di salvaguardia rispetto al sovraccarico informativo. Se la descrizione originaria, contestualizzata in una dimensione analogica, mette in risalto il rapporto individuale e culturale con l’informazione, la diffusione delle reti telematiche e dell’informazione digitale ne accentua la componente collettiva e le relative ricadute sociologiche e politiche55.

È evidente che di fronte alla progressiva crescita dell'informazione online, e alla conseguente ridefinizione del ruolo non più predominante ed esclusivo dei tradizionali agenti di mediazione culturale, diventano fondamentali l’atteggiamento e lo spirito critico tipici delle scienze umane, abituate da sempre ad avere a che fare con informazione ambigua e polisemica; in particolare, tutto ciò che è relativo alla validazione delle fonti ha una forte attinenza con quelle abilità fondamentali per abitare proficuamente l'ambiente informativo del XXI secolo e definite – in particolare in ambito biblioteconomico – come information literacy.
Questa definizione fu coniata nel 1974 da Paul Zurkowski in una relazione, indirizzata alla National Commission on Libraries and Information Science, incentrata sui mutamenti all’epoca già in atto nell’universo informativo e sulla necessità di ridefinire i ruoli e le interazioni tra le biblioteche e le istituzioni private. Secondo Zurkowski, a fronte di una sempre maggiore diffusione di «information equivalents» di eventi e oggetti dell’esistenza umana – descrizione che si attaglia perfettamente alla crescente pervasività degli ambienti digitali – era quanto mai necessario creare un programma educativo in grado di rendere di lì a dieci anni tutta la popolazione degli Stati Uniti «information literate», in quanto solo un americano su sei poteva essere considerato come tale56. La differenza tra i due gruppi viene così riassunta:

People trained in the application of information resources to their work can be called information literates. They have learned techniques and skills for utilizing the wide range of information tools as well as primary sources in molding information solutions to their problems. The individuals in the remaining portion of the population […] do not have a measure for the value of information, do not have an ability to mold information to their needs, and realistically must be considered to be information illiterates57.

La relazione di Zurkowski, oltre a contestualizzare storicamente lo scenario attuale, sottolinea come l’attuazione di un tale programma sia ancora più urgente e necessaria. Il duplice utilizzo del verbo to mold, modellare, sembra suggerire un altro aspetto: la capacità di riadattare i propri schemi mentali in base alle evidenze acquisite, foss’anche solo nel provare ad adottare un altro punto di vista invece di rimanervi legato ed effettuare un’attività di cherry picking, di selezione accurata, e perciò modellazione, delle informazioni disponibili in modo da confermare le proprie convinzioni.

«Siamo tutti storie alla fine»

L’information literacy sembra essere la risposta necessaria al problema posto dal dilagare dei disordini informativi. Non consiste però in una formula da applicare automaticamente, quanto in delle competenze da sviluppare e delle strategie da adottare di volta in volta. Può essere utile perciò effettuare qualche riflessione a riguardo, utilizzando il caso delle fake news, in quanto tra le manifestazioni più evidenti dei disordini informativi sul web.

Certo, non si può non notare come questa espressione – su cui ci soffermeremo successivamente in quanto non del tutto corretta – sebbene entrata nel linguaggio comune solo di recente – insieme a post-truth, un altro termine problematico – stia a indicare un problema da sempre presente nel rapporto tra diffusione delle informazioni, veridicità e affidabilità. Basti pensare ai casi già citati della Donazione di Costantino o ai Protocolli dei savi di Sion. In particolare, sembra ripresentarsi costantemente a ogni innovazione socio-tecnologica nella modalità di diffusione delle informazioni, come nel caso delle opinioni contrastanti tra il Marchese di Condorcet e il Presidente degli Stati Uniti John Adams sul ruolo della stampa libera: per il primo strumento essenziale per la sua funzione conoscitiva ed educativa nei confronti del grande pubblico, per il secondo fonte e propagazione di errori senza precedenti58.

Gli esempi potrebbero continuare59, ma va da sé come a essere decisamente cambiata è la loro rilevanza e incidenza nella situazione attuale, in quanto buona parte delle interazioni individuali e collettive ormai hanno luogo nell’infosfera60, in cui chiunque ha di fatto un ruolo attivo non solo nella produzione e diffusione dell’informazione, quanto nel processo di narrazione collettivo; da anomalia del sistema informativo le fake news ne sono diventate una metà oscura, soprattutto per il ruolo nel rafforzamento e la reificazione delle convinzioni non fattuali. Per quanto possa sembrare a prima vista paradossale, ma in realtà sintomatico dell'assetto rizomatico in cui siamo immersi, il web, motore principale della loro diffusione, è contemporaneamente lo strumento più efficace per smascherarle, e non solo tramite l’innovazione tecnologica, bensì con il recupero di una tradizione culturale.

Jackie Snow, in un articolo pubblicato sulla MIT technology review, fa giustamente notare come l’utilizzo dell’intelligenza artificiale può portare a una continua competizione tra sistemi in grado da un lato di smascherare e dall’altro di camuffare le fake news; certo, ben vengano iniziative come quella di Facebook, di eliminarle tramite procedimenti sempre più sofisticati di machine learning o natural language processing61, o l’inserimento da parte di Google di metadati strutturati relativi all’affidabilità delle fonti nel presentare i risultati di una ricerca62, ma, come conclude Snow «As a society, we may yet have to reevaluate how we get our information»63.

Questa conclusione è la stessa cui giunge Claudio Lagomarsini che, al contrario di Snow, non si occupa di tecnologia bensì di filologia. Docente di filologia romanza, Lagomarsini ricostruisce la diffusione di una fake news relativa a un presunto ritrovamento di schede precompilate relative al referendum costituzionale del 2016 utilizzando il metodo degli errori guida e la rappresentazione tramite stemma codicum64, sottolineando come questo problema sia prima di tutto culturale e legato alla crisi che le discipline filologiche stanno vivendo negli ultimi anni65. Questa riflessione si può estendere alla crisi più generale che stanno attraversando le scienze umane66, che, al contrario, sono un tassello importante della soluzione ai problemi presentati in questa sede, come scritto in precedenza e come ulteriormente dimostrato da questo esempio.

Come scritto in precedenza, nonostante la vasta diffusione il termine fake news è ben lungi dall’essere corretto. Diversi studi hanno cercato di dare una classificazione più precisa in base alle modalità – come la decontestualizzazione o la falsificazione vera e propria – o alle finalità – tra cui la satira e la propaganda67; oppure si consiglia l’utilizzo di termini più specifici come misinformation, disinformation e malinformation, a seconda del livello di falsità e dell’intenzione o meno di provocare un danno68. È probabile che l’efficacia di questa definizione derivi anche dalla forza retorica sottostante, essendo fake news di fatto un ossimoro, e quindi in linea con la situazione paradossale attuale69.

Altrettanto problematica è un’altra definizione, quella di post-truth, nonostante la sua selezione come parola dell’anno nel 2016. Il perché è chiaro: una condizione di post-verità implica che ci sia stata in precedenza una fase di verità e ancora prima una di pre-verità, quest’ultima di fatto indistinguibile dalla post. Come abbiamo già visto, in primo luogo questo concetto è di tutt’altro che semplice definizione, e sembra pressoché impossibile trovare un qualsiasi periodo o scenario in cui la verità sia stata il principio guida dominante, in base a molti dei motivi esposti in precedenza nel parlare della teoria del complotto. Ciò che è stato messo in crisi non è tanto la verità quanto i meccanismi razionali in base ai quali vengono analizzate le informazioni e di conseguenza vengono effettuate le decisioni. Quindi più che di post-verità sarebbe il caso di parlare di bassa-razionalità, o al contrario di alta-emotività. Certo anche questa affermazione sembra implicare l’esistenza di un’età dell’oro in cui tutte le scelte erano prese in base a criteri esclusivamente razionali, cosa piuttosto difficile da provare70.

Un effetto raramente citato del sovraccarico informativo è che permette di effettuare analisi affatto accurate, date le giuste premesse e condizioni di selezione e organizzazione dei materiali di base, requisito certo non da poco. Per meglio argomentare le affermazioni fatte fino a ora, verrà analizzato il meccanismo di una fake news in particolare. L’esempio in questione coniuga due elementi già utilizzati e citati in questa sede: il primo è Umberto Eco e il secondo il referendum costituzionale del 2016. Il 29 ottobre del 2016, a poco più di un mese dalla data del voto, in un momento in cui l’opinione pubblica era divisa in due tra il fronte del sì e quello del no, su uno dei tanti siti di disinformazione compare un articolo in cui Eco si schiera a favore del sì e insulta senza mezze misure chi voterà per il no71. Inutile dire come l’articolo non contenga nessuna dichiarazione effettivamente ascrivibile a Eco. Il testo è scritto in prima persona, la firma è di tale Ermes Maiolica, il linguaggio non si avvicina minimamente allo stile dello studioso, nonostante quest’ultimo padroneggiasse agevolmente diversi registri, e non contiene nessun inciso o virgolettato; inoltre l’explicit è una frase alquanto singolare: «Ermes Maiolica ha le corna lunghe». Ma soprattutto Umberto Eco era deceduto otto mesi prima, nel febbraio del 2016, senza aver rilasciato nessuna dichiarazione riguardo al referendum. Gli unici elementi riconducibili all’autore alessandrino sono il nome nel titolo e una foto con Beppe Sala accanto a un signore con cui condivide una vaga somiglianza e con indosso una maglietta del fronte del sì. Secondo la classificazione dell’informazione proposta da Floridi, questo articolo appartiene senza ombra di dubbio alla tipologia non veritiera intenzionale, ossia la disinformazione72; in ogni caso la non fattualità di questa notizia non le ha impedito di diventare virale, e di motivare ulteriormente i fautori del no73.

Provando ad analizzare questa notizia secondo le categorie della retorica classica, ossia pathos, ethos e logos, quest’ultima componente risulta prossima allo zero, quindi la chiave deve essere cercata per forza di cose nelle altre due. L’autore, su cui torneremo in seguito, ha usato strategicamente le parole utilizzate effettivamente da Eco in un’occasione precedente, quando nel giugno del 2015 a margine di una lectio magistralis all’Università di Torino aveva commentato come i social dessero diritto di parola «a legioni d’imbecilli»74. La polemica che ne è scaturita nella maggior parte dei casi ha evitato di analizzare e di contestualizzare le dichiarazioni di Eco, finendo per ridurre la questione a una contrapposizione tra un rappresentante della cultura alta e della galassia Gutenberg e il popolo della rete, tra élite e massa.
La stessa contrapposizione era in parte presente anche nei fronti del referendum costituzionale. Non a caso, Ermes Maiolica ha definito come «legioni d’imbecilli» proprio gli elettori di un partito che da sempre si dichiara anticasta e di conseguenza dalla parte delle masse. Questa fake news ha funzionato in quanto ha fatto leva in primo luogo sull’ethos dei sostenitori del no, e successivamente sul loro pathos, anche considerando il fatto che i social funzionano principalmente in base a fattori emotivi e non razionali75.

Ermes Maiolica è il nom de plume di Leonardo Piastrella, definito come il «re delle bufale» e attivo proprio fino al 201676. A dimostrazione della complessità del fenomeno delle fake news, provare a classificare la sua attività utilizzando le categorie proposte non è affatto semplice. La notizia su Eco e il referendum da un lato è inequivocabilmente disinformazione. Nello specifico si tratta di fabricated content – «100% false, designed to deceive and do harm» – che fa uso di false context – in quanto la foto del signore accanto a Sala è «genuine content […] shared with false contextual information»77 – e le cui finalità sembrano quelle del profitto tramite il clickbait e del voler esercitare un’influenza politica. Dall’altro lato però, grazie agli indizi posti in evidenza, si tratta anche di misleading content, che una volta scoperto il gioco diventa satire o parody, con lo scopo di «to provoke or to punk»78: Ermes Maiolica non ha mai nascosto come alla base di tutte le sue attività ci fosse la volontà di mostrare quanto l’ecosistema informativo fosse fragile e relativamente semplice da manipolare con conseguenze rilevanti, rivelando così anche un intento pedagogico.
Scopi specifici a parte, i meccanismi identificati in questo singolo caso sono applicabili a un livello più generale. Spesso, quando viene fatto notare come una fake news non abbia corrispondenza con la realtà, la risposta che si ottiene – non di rado veemente – è come non conti il caso specifico in questione, che è stato appena dimostrato essere falso, quanto il principio generale, che però ha appena perso un suo appiglio con la realtà.

Ciò pone diversi problemi. Il primo riguarda le attività di debunking e di fact-checking, la cui efficacia è al massimo quando le premesse del logos sono condivise, ma risultano indebolite altrimenti79. La situazione diventa ancora più preoccupante quando questi stessi meccanismi vengono applicati in maniera automatica, su larga scala ma al tempo stesso in maniera granulare, tarando ogni messaggio sull’ethos di ogni singolo destinatario. Questo è esattamente il meccanismo utilizzato da Cambridge Analytica, come dichiarato pubblicamente dallo stesso amministratore delegato in diverse occasioni pubbliche80, ben prima che questo nome divenisse noto per le inchieste giornalistiche riguardo il ruolo e le eventuali illegalità commesse durante il referendum sulla Brexit e le elezioni presidenziali americane del 2016. Senza entrare nel merito degli aspetti legali, la cui peculiarità richiederebbe tutt’altra sede e competenze, ciò che è chiaro è il procedimento in base al quale sono stati creati i messaggi pubblicitari basati sul profilo psicologico di ogni singolo utente creato grazie ai dati dalle piattaforme social.
Sebbene l’effettiva incidenza delle attività di Cambridge Analytica sui risultati delle elezioni e del referendum sia di non semplice quantificazione, è evidente l’efficacia e la portata di questi messaggi, a causa dell’elevata varietà e calibrazione. Ognuna delle quasi 1.500 pubblicità utilizzate nella Brexit presentava quella combinazione di ethos e pathos precedentemente descritta che spinge a un comportamento attivo – in questo caso il voto ‘pro Leave’ – e ostacola un’analisi razionale81, il tutto in assenza di dati o peggio ancora facendone un uso distorto, come nel caso dei presunti vantaggi economici in caso di uscita dall’Unione europea82.

Dovrebbe essere ormai chiaro come quello che è stato scritto per il debunking si possa applicare all’information literacy. La sua validità rischia di limitarsi a quei contesti resi già predisposti da politiche educative e culturali di più ampio respiro. Se da un lato queste politiche vanno sempre più estese e l’information literacy ne deve diventare parte integrante, dall’altro quest’ultima deve intrecciarsi ad altre competenze e strategie: una, in particolare, sotterranea a tutto il discorso sviluppato in questa sede e relativa ai numerosi riferimenti alla letteratura e al racconto.

Parimenti a fake news, il termine storytelling è decisamente abusato, e a ben vedere ne condivide la natura paradossale: usando le parole di Thomas Pynchon, la narrazione può essere definita come «the truth of a true lie»83. È singolare notare come una ricerca sul Google Ngram Viewer mostri un andamento simile per i termini information e storytelling, con una crescita considerevole per entrambi a partire dagli anni Quaranta. Certo, questa similitudine da sola non è sufficiente a stabilire un’effettiva relazione tra questi due aspetti, basti ricordare il già citato fenomeno della spurious correlation; tale rischio viene però almeno in parte mitigato dalla loro comune appartenenza a una stessa area tematica. Iniziare a considerare il fattore narrativo come estensione fisiologica dell’information literacy può sembrare quantomeno curioso, ma i casi riportati sembrano suggerire il contrario.

È evidente che i disordini informativi sono connaturati all’informazione stessa, e quanto più l’infosfera diventa parte integrante delle attività quotidiane della società tanto più questi disordini acquistano rilevanza. Inoltre, se l’informazione è collegata alla narrazione (e viceversa) è lecito supporre l’esistenza di disordini narrativi, strettamente correlati a quelli informativi in quanto ne incrementano la portata e l’efficacia; vanno perciò anch’essi considerati nelle soluzioni proposte per vivere e contribuire positivamente all’ecosistema digitale.
La citazione di Forster posta come punto di partenza di queste riflessioni sembra in qualche modo caldeggiare nel suo svolgimento questa visione di una duplice natura informativa/narrativa (corsivo mio): «Only connect the prose and the passion, and both will be exalted». I rischi dell’«only connect» da cui eravamo partiti sono allo stesso tempo alla base delle sue potenzialità e richiedono di conseguenza un atteggiamento più maturo e consapevole rispetto a quello che è stato possibile mantenere fino a ora.

Note

1 Fermo restando la rilevanza di tutti i contributi pubblicati, in questa sede si farà principalmente riferimento, implicitamente o esplicitamente, ai seguenti: Paul Gabriele Weston; Anna Galluzzi, Post-verità o post-biblioteche?, «AIB studi», 58 (2018), n. 1, p. 5-8, https://aibstudi.aib.it/article/view/11784, DOI: 10.2426/aibstudi-11784; Gino Roncaglia, Fake news: bibliotecario neutrale o bibliotecario attivo?, «AIB studi», 58 (2018), n. 1, p. 83-93, https://aibstudi.aib.it/article/view/11772, DOI: 10.2426/aibstudi-11772; Karen Coyle, La neutralità difficile, «AIB studi», 58 (2018), n. 2, p. 257-265, https://aibstudi.aib.it/article/view/11788, DOI: 10.2426/aibstudi-11788; Matilde Fontanin, Con il pretesto delle false notizie: insegnare il pensiero critico nella scuola italiana a partire da Carol C. Kuhlthau, «AIB studi», 58 (2018), n. 2, p. 267-283, https://aibstudi.aib.it/article/view/11825, DOI: 10.2426/aibstudi-11825; Riccardo Ridi, Livelli di verità: post-verità, fake news e neutralità intellettuale in biblioteca, «AIB studi», 58 (2018), n. 3, p. 455-477, https://aibstudi.aib.it/article/view/11833, DOI: 10.2426/aibstudi-11833; Giorgio Antoniacomi, Fake news e verità post fattuale: davvero noi siamo ‘solo’ bibliotecari?, «AIB studi», 59 (2019), n. 1-2, p. 149-161, https://aibstudi.aib.it/article/view/11949, DOI: 10.2426/aibstudi-11949.
2 Edward Morgan Forster, Howards end, 10. ed. Oxford (MS): Project Gutenberg, 2018, https://www.gutenberg.org/ebooks/2891.
3 Gino Roncaglia, L’età della frammentazione: cultura del libro e scuola digitale. Roma-Bari: Laterza, 2018, p. 40-43.
4 Espen Aarseth pone l’explicit dell’esortazione di Forster, «Live in fragments no longer», come epigrafe di un suo capitolo incentrato sull’estetica degli ipertesti, cfr. Espen Aarseth, Cybertext: perspectives on ergodic literature. Baltimore (MD): John Hopkins University Press, 1997, p. 76; Stuart Moulthrop, studioso e autore dell’opera ipertestuale Victory garden, utilizza, sempre come epigrafe, il brano nella sua interezza nel recensire il volume Hypertext di George Landow, cfr. Stuart Moulthrop, Fearful circuitry: Landow’s Hypertext, «Computers and the humanities», 28 (1994), n. 1, p. 53-62, https://www.jstor.org/stable/30200310.
5 Claire Wardle, Fake news: it’s complicated, «First draft», 16th February 2017, https://medium.com/1st-draft/fake-news-its-complicated-d0f773766c79.
6 «Il fascino delle coincidenze conquista molti all’insegna del detto di Forster: “only connect”», cfr. Umberto Eco, Conclusioni sul complotto: da Popper a Dan Brown, «CICAP», 30 maggio 2017, https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=278419.
7 Anche il dato oggettivo per eccellenza, quello numerico, se non adeguatamente contestualizzato e soprattutto basato su di un modello, può essere usato come prova fallace: «Con i numeri si può fare tutto quello che si vuole», Ibidem. In particolare, la correlazione statistica è sì condizione necessaria, ma non sufficiente a indicare il rapporto di casualità tra due eventi. Il sito Spurios correlations – https://tylervigen.com/spurious-correlations – mostra lo scarto pressoché nullo tra fenomeni totalmente eterogenei, come l’investimento degli Stati Uniti nella ricerca scientifica e il numero dei suicidi per asfissia, cfr. Tyler Vigen, Spurious correlations. New York: Hachette Books, 2015.
8 Umberto Eco, Il pendolo di Foucault. Milano: Bompiani, 1988.
9 Alberto Salarelli, Introduzione alla scienza dell’informazione. Milano: Editrice bibliografica, 2012, p. 41-42.
10 Umberto Eco, Il pendolo di Foucault cit., p. 58.
11 Ibidem.
12 Gianluca Nicoletti, La piaga dei cinquantenni sul web, «La Stampa», 1 febbraio 2017, https://www.lastampa.it/cultura/2017/02/01/news/la-piaga-dei-cinquantenni-sul-web-1.34645964.
13 Umberto Eco, Il pendolo di Foucault cit., p. 59.
14 Secondo la logica aristotelica-medievale, dei 256 sillogismi possibili solo 24 sono quelli corretti, cfr. Giovanni Boniolo; Paolo Vidali, Strumenti per ragionare. Milano: Bruno Mondadori, 2002, p. 25-27. Nei sillogismi descritti da Eco la principale fallacia, a livello di logica simbolica, è l’utilizzo dell’implicazione materiale laddove nei passi successivi si presuppone una doppia implicazione materiale: se a implica b, ad esempio se tutti i gatti sono felini, non è automatico che b implichi a, ossia che tutti i felini siano gatti. Singolarmente nello stesso brano del romanzo viene citata la prova ontologica di Gödel e successivamente il paradosso del mentitore, sebbene nella versione di Epimenide – «tutti i cretesi sono bugiardi» – e non in quella successiva di Eubulide – «io sto mentendo» – che sarà la base per i teoremi d’incompletezza dello stesso Gödel, alle radici dell’informatica.
15 Umberto Eco, Il pendolo di Foucault cit., p. 60.
16 Jean-Claude Carrière; Umberto Eco, Non sperate di liberarvi dei libri. Milano: Bompiani, 2009.
17 Ivi, p. 153.
18 Ivi, p. 175.
19 Nelle conclusioni finali di Misinformation, monografia incentrata sul tema delle fake news, gli autori, Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini, citano una parte del discorso di Samantha Power, ambasciatrice degli Stati Uniti presso l’ONU, effettuato durante la cerimonia delle lauree a Yale nel 2016, in cui viene sottolineata l’importanza del dialogo nei social network: «Dobbiamo trovare un modo per uscire dalle nostre echo chamber […] è nel vostro interesse coinvolgere le persone che sono in disaccordo con noi, piuttosto che zittirle. Non soltanto perché ci dà la possibilità di confrontarci con il nostro punto di vista, e forse anche cambiarlo. Ma soprattutto perché a volte potrebbero aver ragione», cfr. Walter Quattrociocchi; Antonella Vicini, Misinformation: guida alla società dell’informazione e della credulità. Milano: Franco Angeli, 2017, p. 142.
20 Walter Quattrociocchi; Antonio Scala; Cass R. Sunstein, Echo chambers on Facebook, «SSRN», 13th June 2016, https://ssrn.com/abstract=2795110, DOI: https://dx.doi.org/10.2139/ssrn.2795110.
21 Essendo gli idealtypen ineluttabili, gli esempi riportati di seguito rispecchiano per forza di cose le idee e i princìpi di chi scrive. L’esplicitazione delle argomentazioni formali sottostanti costringe eventuali raffinamenti o dispute a seguire lo stesso procedimento, avendo così una discussione corretta.
22 Cfr. G. Boniolo; P. Vidali, Strumenti per ragionare cit., p. 111.
23 U. Eco, Il pendolo di Foucault cit., p. 60-61.
24 Francesco Cundari, Soros, Rothschild e quei piccoli tic verbali da Belpietro a Meloni, «Il Foglio», 31 marzo 2019, https://www.ilfoglio.it/societa/2019/03/31/news/soros-rothschild-e-quei-piccoli-tic-verbali-da-belpietro-a-meloni-245324/.
25 Open Society Foundations, What we do, https://www.opensocietyfoundations.org/what-we-do.
26 Supporto motivato dal voler compiere una vendetta trasversale, in quanto questo blog aveva pubblicato delle indiscrezioni riguardo la vita privata di Thiel prima che fossero rese pubbliche, cfr. Ryan Mac, This Silicon Valley billionaire has been secretly funding Hulk Hogan’s lawsuits against Gawker, «Forbes», 24th May 2016, https://www.forbes.com/sites/ryanmac/2016/05/24/this-silicon-valley-billionaire-has-been-secretly-funding-hulk-hogans-lawsuits-against-gawker/.
27 Cfr. Alessandro Lolli, Apologia del complotto, «Not», 5 febbraio 2018, https://not.neroeditions.com/apologia-del-complotto/. Su questa stessa falsariga, una riflessione interessante è quella di Riccardo Paccosi, attore e regista teatrale e perciò estremamente familiare con i meccanismi narrativi, che in due differenti articoli analizza il parallelismo tra complottismo e anticomplottismo in quanto estremi di una stessa polarizzazione ideologica. L’analisi di Paccosi si basa su di un approccio marxista e pertanto imprescindibile da concetti quali il capitalismo e la lotta di classe. A livello strutturale la similitudine tra questi due aspetti è rafforzata dal fatto che entrambi gli articoli abbiano sia la stessa premessa sia le stesse conclusioni, in cui viene sottolineato il ruolo del web 2.0 come parte sia della causa sia di una possibile soluzione a questa polarizzazione: cfr. Riccardo Paccosi, Miseria dell’anticomplottismo, «Quaderni rozzi», 11 agosto 2018, http://www.quadernirozzi.it/2018/08/11/miseria-dellanticomplottismo-28-11-2015/; Riccardo Paccosi, Miseria del complottismo, «Quaderni rozzi», 11 agosto 2018, http://www.quadernirozzi.it/2018/08/11/miseria-del-complottismo-28-11-2015/.
28 Cfr. Biger Hjørland, Information seeking and subject representation: an activity-theoretical approach to information science. Westport (CT): Greenwood Press, 1997, p. 111.
29 Cfr. Michael Reynolds, The young Hemingway. New York: W. W. Norton & Company, 1998, p. 17.
30 Philip K. Dick, How to build a universe that doesn’t fall apart two days later. 1978, https://urbigenous.net/library/how_to_build.html. Giorgio Antoniacomi, nel suo articolo pubblicato sull’ultimo numero di AIB studi, ricorda come nel mondo classico questa stessa distinzione era rappresentata da due termini diversi, il latino veritas a indicare lo stato delle cose, e il greco aletheia che al contrario rappresenta ciò che è nascosto e va svelato, cfr. G. Antoniacomi, Fake news e verità post fattuale cit., p. 150. Inoltre, nel saggio di Dick colpisce in particolare un passaggio, che può essere letto come una prefigurazione dell’attuale scenario di diffusione delle fake news attraverso i bot: «fake humans will generate fake realities and then sell them to other humans, turning them, eventually, into forgeries of themselves».
31 Quanto l’ottica del racconto sia rilevante per comprendere il complottismo viene ricordato implicitamente da Umberto Eco nella già citata lectio magistralis: la causa di plagio degli autori del controverso saggio The Holy Blood and the Holy Grail, intestata a Dan Brown per Il Codice Da Vinci, va vista come un’ammissione indiretta della finzionalità della loro opera: in caso contrario gli eventi da loro descritti sarebbero una verità storica e di conseguenza di pubblico dominio. Inoltre, due delle teorie più diffuse, sul falso allunaggio e sui gruppi ristretti di potere preposti al controllo mondiale, nascono come narrazioni, cfr. Darryn King, The moon landing hoax theory started as a joke, «Gen», 18th July 2018, https://gen.medium.com/the-moon-landing-hoax-theory-started-as-a-joke-5a8e66e15d56; John Higgs, Come nacque il complottismo moderno, «Not», 2 maggio 2018, https://not.neroeditions.com/complottismo-discordianesimo-caos/.
32 «Even reputable journalism involves artifice in the very act of writing a ‘story’, simplifying shades of grey into black and white, looking for an ‘angle’ or a ‘peg’. We précis a muddled reality into a narrative of right and wrong», Polly Toynbee, If the Sun on Sunday soars Rupert Murdoch will also rise again, «The Guardian», 23rd February 2012, https://www.theguardian.com/commentisfree/2012/feb/23/sun-on-sunday-rupert-murdoch.
33 Nassim Nicholas Taleb, The facts are true, the news is fake, «Incerto», 12th March 2017, https://medium.com/incerto/the-facts-are-true-the-news-is-fake-5bf98104cea2.
34 A rispondere a questi requisiti è stata per diversi anni Stampa e regimehttps://www.radioradicale.it/rubriche/74/stampa-e-regime – la rassegna stampa di Radio Radicale condotta fino al 2 aprile 2019 da Massimo Bordin. Nonostante l’evidente matrice politica, l’approccio comparativo di Bordin, basato su di una particolare attenzione e cura verso le fonti, ha come risultato quello di evidenziare le strutture sottostanti al modo in cui le varie testate giornalistiche forniscono, in maniera inscindibile, notizie e interpretazioni, con il risultato di sviluppare una coscienza critica negli ascoltatori. Non a caso Maurizio Crippa, giornalista de Il Foglio, all’indomani della sua scomparsa lo definì come «un narratore onnisciente ma a tratti reticente, capace ogni mattina di riannodare e dipanare il filo del mondo», cfr. Maurizio Crippa, La voce come il tarlo di un buon dubbio, «Il Foglio», 17 aprile 2019, https://www.ilfoglio.it/contro-mastro-ciliegia/2019/04/17/news/la-voce-come-il-tarlo-di-un-buon-dubbio-250327/. Similmente Vittorio Zambardino, giornalista e ideatore di Repubblica.it, nel lamentare in un post su Facebook – https://www.facebook.com/vittorio.zambardino/posts/10157581763091085 – la mancanza di Bordin, in quanto causa di un «vuoto materialmente percepibile nella formazione del nostro processo di coscienza quotidiano», descrive il servizio fornito da Stampa e regime come «l’informazione sull’informazione, la meta informazione».
35 Robert McKee, Story: substance, structure, style and the principles of screenwriting. New York: Regan Books, 1997, p. 147-149.
36 Karl Popper, Conjectures and refutations: the growth of scientific knowledge. Milton Park (UK): Routledge, 2002, p. 166.
37 Albert-László Barabási, Linked: the new science of networks. Cambridge (MA): Perseus Publishing 2002. Questo approccio costituisce una possibile risposta al problema posto da Riccardo Ridi riguardo il ruolo dei bibliotecari nell’accertare il livello di veridicità o di possibile adeguatezza a un determinato contesto o meno di un documento. Contestualizzare un documento, o perlomeno sensibilizzare gli utenti verso questa necessità, attenua, se non risolve del tutto, molte delle problematiche giustamente sollevate da Ridi. L’accesso al Mein Kampf è un totale diritto dell’utente, ma è consigliabile che venga sottolineato come questo libro sia alla base dell’ideologia sulla quale si è sviluppato il partito nazionalsocialista tedesco e successivamente il regime nazista. Fermo restando le sostanziali differenze con le conseguenze e le implicazioni dell’esempio precedente, allo stesso modo la Donazione di Costantino va messa in relazione con lo studio filologico di Lorenzo Valla che ne ha provato la falsità. A ben vedere questa altro non è che un’estensione dello stesso principio di classificazione bibliotecaria. A meno che non si tratti di una ricerca specifica sull’eventuale aderenza o ispirazione a fatti storici, non ha molto senso interrogarsi sulla veridicità de I promessi sposi se quest’opera appartiene alla classe 853 della classificazione Dewey. Vedi R. Ridi, Livelli di verità cit.
38 The best Hans Rosling talks you’ve ever seen, https://www.ted.com/playlists/474/the_best_hans_rosling_talks_yo.
39 Nicholas Kristof, This has been the best year ever, «The New York Times», 28th December 2019, https://www.nytimes.com/2019/12/28/opinion/sunday/2019-best-year-poverty.html.
40 Original Apollo 11 guidance computer (AGC) source code for the command and lunar modules, https://github.com/chrislgarry/Apollo-11.
41 Keith Collins, The code that took America to the moon was just published to GitHub, and it’s like a 1960s time capsule, «Quartz», 9th July 2016, https://qz.com/726338/the-code-that-took-america-to-the-moon-was-just-published-to-github-and-its-like-a-1960s-time-capsule/.
42 Virtual AGC-AGS-LVDC-Gemini. 29th December 2019, https://www.ibiblio.org/apollo/.
43 Quest’espressione si è inizialmente diffusa, con non poche critiche, a causa dell’utilizzo fattone da Donald Rumsfeld nel 2002 per giustificare l’intervento militare degli Stati Uniti in Iraq nonostante la mancanza di prove che collegassero il governo di questo stato ai gruppi terroristici: U.S. Department of Defense, DoD news briefing: Secretary Rumsfeld and Gen. Myers. 12th February 2002, https://archive.defense.gov/Transcripts/Transcript.aspx?TranscriptID=2636. Successivamente il significato di questa frase è stato analizzato e rivalutato fino a diventare un criterio epistemologico, vedi Michael Shermer, Rumsfeld’s wisdom: where the known meets the unknown is where science begins, «Scientific American», 1st September 2005, https://www.scientificamerican.com/article/rumsfelds-wisdom/.
44 Cfr. Hannes Grassegger, The unbelievable story of the plot against George Soros, «BuzzFeed news», 20th January 2019, https://www.buzzfeednews.com/article/hnsgrassegger/george-soros-conspiracy-finkelstein-birnbaum-orban-netanyahu.
45 Russell L. Ackoff, From data to wisdom, «Journal of applied systems analysis», 16 (1989), p. 3-9. I quattro livelli della piramide DIKW hanno una singolare corrispondenza con i quattro sensi dell’esegesi biblica – rispettivamente letterale, allegorico, morale e anagogico – espressi dal distico medievale di Agostino di Dacia «Littera gesta docet, quid credas allegoria / Moralis quid agas, quo tendas anagogia», vedi Catechismo della Chiesa Cattolica, https://www.vatican.va/archive/ITA0014/_PP.HTM.
46 Cfr. J. Carrière; U. Eco, Non sperate di liberarvi dei libri cit., p. 177. Va da sé come quest’argomentazione sia stata semplificata non tenendo conto di diversi fattori, soprattutto quelli socioculturali. Il sistema eliocentrico era noto nel mondo classico e già in quel contesto risolveva molti dei problemi del sistema geocentrico, ma è stato quest’ultimo ad avere la meglio e per motivi non strettamente razionali, come si evince dalla resistenza dimostrata secoli dopo in età moderna, che ne ha reso difficile il superamento nonostante le evidenze contrarie fossero inoppugnabili.
47 Paolo D’Iorio, La metafisica dei contrari e la genealogia delle gradazioni. In: “Nietzsche: Filología, Filosofía y Crítica de la cultura. III Congreso Internacional de la Sociedad española de estudios sobre Friedrich Nietzsche (SEDEN)” (Madrid, 2-4 abril 2014), https://youtu.be/3vO5DgLNwMY.
48 Ibidem.
49 Un altro famoso filosofo, Homi Bhabha, in un dibattito sul tema della post-verità, cita Michel Foucault, secondo il quale piuttosto che stabilire una verità universale è necessario ricordare che (corsivo mio): «There is always an important struggle in any particular historical time or discourse about trying to establish on the best evidence and the best discourse what is true», cfr. il dibattito Hilary Lawson; Homi Bhabha; Rebecca Goldstein, After post-truth: how do we navigate a world where truth is tribal?. In: “HowTheLightGetsIn” (Hay-on-Wye, 24th-27th May 2019), https://youtu.be/QvOv7u3yWo8.
50 «The main thing that I learned about conspiracy theory is that conspiracy theorists actually believe in a conspiracy because that is more comforting. The truth of the world is that it is chaotic. The truth is, that it is not the Jewish banking conspiracy or the grey aliens or the 12 foot reptiloids from another dimension that are in control. The truth is more frightening, nobody is in control», Dez Vylenz; Moriz Winkler, The mindscape of Alan Moore. London-Amsterdam: Shadowsnake films, 2005, https://www.imdb.com/title/tt0410321/.
51 Raphael Levy; Jerome Schmidt, Inside Alan Moore’s head. Strasbourg: Arte, 2017, https://www.arte.tv/en/videos/RC-014342/inside-alan-moore-s-head/.
52 Raphael Levy; Jerome Schmidt, Brexit. In: Inside Alan Moore’s head cit., episode n. 5/8, https://youtu.be/Z9vxkvR_lw8.
53 Raphael Levy; Jerome Schmidt, The information era. In: Inside Alan Moore’s head cit., episode n. 6/8, https://youtu.be/Z9vxkvR_lw8.
54 «Simple ideas are okay for simple times, like, say, the 12th century. Less complex, our world of information was not yet piled so high. […] Now it’s the 21st century. We have a lot of information. Whether we like it or not, things are very complex now», cfr. Alan Moore; Melinda Gebbie, This is information. In: 9-11: artists respond. Milwaukie (OR): Dark Horse Comics, 2002, p. 185-190: p. 189. Ovviamente queste stesse idee sono state già espresse in maniera più rigorosa e articolata da numerosi studiosi, tra cui in particolare Jean-François Lyotard e Armand Mattelart, ma in questa sede quello che ci interessa è la loro declinazione narrativa.
55 Claire Wardle, A new world disorder, «Scientific American», 321 (2019), n. 3, p. 88-93, https://www.scientificamerican.com/article/misinformation-has-created-a-new-world-disorder/, DOI:10.1038/scientificamerican0919-88.
56 Cfr. Paul G. Zurkowski, The information service environment relationships and priorities: related paper no. 5. Washington (DC): National Commission on Libraries and Information Science. National Program for Library and Information Services, November 1974, p. 7, https://eric.ed.gov/?id=ED100391.
57 Ivi, p. 6.
58 Jackie Mansky, The age-old problem of “fake news”, «Smithsonian magazine», 7th May 2018, https://www.smithsonianmag.com/history/age-old-problem-fake-news-180968945/.
59 Cfr. G. Roncaglia, Fake news: bibliotecario neutrale o bibliotecario attivo? cit., p. 83.
60 Luciano Floridi, The fourth revolution: how the infosphere is reshaping human reality. Oxford: Oxford University Press, 2014.
61 Steve O’Hear, Facebook is buying UK’s Bloomsbury AI to ramp up natural language tech in London, «TechCrunch», 2nd July 2018, https://techcrunch.com/2018/07/02/thebloomsbury/.
63 Jackie Snow, Can AI win the war against fake news?, «MIT technology review», 13th December 2017, https://www.technologyreview.com/s/609717/can-ai-win-the-war-against-fake-news/.
64 Aurelio Roncaglia, Principi e applicazioni di critica testuale. Roma: Bulzoni, 1975.
65 Claudio Lagomarsini, I filologi e le “fake news”, «Il Post», 4 gennaio 2017, https://www.ilpost.it/2017/01/04/post-verita-filologia/.
66 Benjamin Schmidt, The humanities are in crisis, «The Atlantic», 23rd August 2018, https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2018/08/the-humanities-face-a-crisisof-confidence/567565/.
67 Edson C. Tandoc Jr.; Zheng Wei Lim; Richard Ling, Defining “fake news”: a typology of scholarly definitions, «Digital journalism», 6 (2018), n. 2, p. 137-153, https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/21670811.2017.1360143, DOI: 10.1080/21670811.2017.1360143.
68 C. Wardle, A new world disorder cit.
69 «If it is news it is not fake, it is an oxymoron, news is about verifiable information shared in a public interest», Journalism, ‘fake news’ and disinformation: a handbook for journalism education and training, edited by Cherilyn Ireton, Julie Posetti. Paris: Unesco, 2018, https://en.unesco.org/fightfakenews.
70 Mario Pireddu, Storia naturale della post-verità, «DoppioZero», 1 dicembre 2016, https://www.doppiozero.com/materiali/storia-naturale-della-post-verita.
71 Ermes Maiolica, Umberto Eco: “Chi voterà no è un imbecille e i grillini sono una legione d’imbecilli”, «Sky Tg24», 29 ottobre 2016, https://web.archive.org/web/20161102232815/https://tg24.live/2016/10/29/umberto-eco-chi-votera-no-e-un-imbecille-e-i-grillini-sono-una-legione-dimbecilli/.
72 Luciano Floridi, Information: a very short introduction. Oxford: Oxford University Press, 2010, p. 19.
73 David Puente, Bufala Umberto Eco: “Chi voterà no è un imbecille e i grillini sono una legione d’imbecilli”, «Il blog di David Puente», 30 ottobre 2016, https://www.davidpuente.it/blog/2016/10/30/bufala-umberto-eco-chi-votera-e-imbecille-grillini-sono-una-legione-dimbecilli/.
74 Umberto Eco e i social: “Danno diritto di parola a legioni di imbecilli”, «L’Espresso», 11 giugno 2015, https://video.espresso.repubblica.it/tutti-i-video/umberto-eco-e-i-social-danno-diritto-di-parola-a-legioni-di-imbecilli/5493/5515.
75 In relazione al rapporto tra la forte componente visiva che accomuna sia i social sia le fake news e la preponderanza dei fattori emotivi, torna utile ciò che Philip K. Dick scrisse a proposito del medium televisivo: «In addition, much of the information is graphic and therefore passes into the right hemisphere of the brain, rather than being processed by the left, where the conscious personality is located», cfr. P. K. Dick, How to build a universe cit.
76 Riccardo Meggiato, Ermes Maiolica, il re della bufala sui social media, «Wired», 5 novembre 2015, https://www.wired.it/internet/social-network/2015/11/05/ermes-maiolica-bufala-social/.
77 C. Wardle, Fake news cit.
78 Ibidem.
79 Fabiana Zollo; Alessandro Bessi; Michela Del Vicario; Antonio Scala; Guido Caldarelli; Louis Shekhtman; Shlomo Havlin; Walter Quattrociocchi, Debunking in a world of tribes, «PLoS ONE», 24th July 2017, https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0181821, DOI: 10.1371/journal.pone.0181821.
80 Alexander Nix, Cambridge Analytica: the power of big data and psychographics in the electoral process. In: “Concordia Annual Summit” (New York, 19th-20th September 2016), http://youtu.be/n8Dd5aVXLCc.
81 Vote Leave’s targeted Brexit ads released by Facebook, «BBC.com», 26th July 2018, https://www.bbc.com/news/uk-politics-44966969.
82 The Foreign Secretary and the UK Statistics Authority: £350 million explained, «Full fact», 21st September 2017, https://fullfact.org/europe/foreign-secretary-and-uk-statistics-authority-350-million-explained/.
83 Thomas Pynchon, Slow learner: early stories. New York: Little, Brown and Company, 1984, p. 69.