La "cultura orizzontale":
prove generali ai tempi della pandemia

di Anna Galluzzi

È stato pubblicato a febbraio 2020 un nuovo volume della collana Saggi tascabili Laterza dal titolo La cultura orizzontale, a firma di Giovanni Solimine e Giorgio Zanchini1.
I due autori sono ben noti ai lettori della collana, visto che, nella stessa serie, Giovanni Solimine è autore de L'Italia che legge (2010) e di Senza sapere. Il costo dell'ignoranza in Italia (2014), mentre Giorgio Zanchini ha avuto il ruolo di intervistatore di Marino Sinibaldi in Un millimetro in là. Intervista sulla cultura (2014). Il primo non ha bisogno di presentazioni per la platea dei bibliotecari italiani (e non solo) in quanto da ormai più di trent'anni è uno degli studiosi più accreditati e autorevoli della biblioteconomia italiana, rispetto alla quale ha progressivamente ampliato i confini dei suoi interessi fino a toccare i settori della promozione della lettura, della cultura editoriale e dei consumi culturali. Il secondo è un ben noto conduttore radiotelevisivo della Rai e un giornalista attento al tema dell'informazione culturale ai tempi della rete, come dimostrano i suoi libri, tra cui i recenti La radio nella rete. La conversazione e l'arte dell'ascolto nel tempo della disattenzione (Donzelli, 2017) e Cielo e soldi. Il giornalismo culturale tra pratica e teoria (Aras, 2019).
Solimine e Zanchini hanno dunque messo a fattor comune le rispettive competenze per realizzare questo volumetto che si propone di analizzare i cambiamenti intervenuti e in atto nei meccanismi di fruizione culturale a seguito della rivoluzione digitale e in particolare dello stato di connessione permanente alla rete, ossia la cosiddetta dimensione onlife, secondo il neologismo coniato da Luciano Floridi2. Nello specifico, gli autori hanno scelto di osservare questi fenomeni dal punto di vista della cosiddetta «generazione delle reti»3, perché

I giovani, i nati dopo l'avvento della rete, sono attraversati da questo cambiamento e per questo motivo l'osservazione del mondo giovanile ci è parso il modo migliore per cogliere la portata della transizione che tutti stiamo vivendo, ma che vede i giovani "cresciuti nella rete" come veri protagonisti: per loro, a differenza di quanto accade per gli adulti e gli anziani, il web non è solo un ambiente nel quale fare in modo diverso le stesse cose che si facevano prima, o per aggiungere al vecchio qualcosa di nuovo, ma è "il modo" per fare le cose (p. 164).

Se da un lato si potrebbe dire che l'uscita del libro ha avuto un timing molto sfortunato – è uscito infatti poco prima dell'aggravarsi dell'emergenza sanitaria e del conseguente lockdown del paese, che ovviamente ne ha rallentato o impedito la promozione soprattutto attraverso iniziative de visu – dall'altro lato si può parlare di un tempismo perfetto, dal momento che tutto quello che in esso ci viene raccontato ha dovuto fare i conti improvvisamente con uno scenario inimmaginabile fino a pochi giorni prima e la transizione verso l'era onlife e verso la cultura orizzontale ha subito un'accelerazione che probabilmente in una situazione di normalità avrebbe richiesto anni di sperimentazioni e tentativi.
Ma vediamo innanzitutto e nel dettaglio di cosa parla questo libro.
Il volume si apre con una descrizione ricca di dati del contesto nel quale viviamo e di cui vengono messe in evidenza alcune caratteristiche salienti: la condizione di connessione permanente (always connected), la disintermediazione (pur tenendo conto delle forme di nuova intermediazione – "ri-mediazione" – rappresentate dagli algoritmi che governano la rete), la globalizzazione (che però produce anche nuove forme di territorializzazione), la partecipazione (basata su forme sempre più sofisticate di engagement). L'elemento trasversale che accomuna tutte le manifestazioni della cultura in questo contesto è l'orizzontalità, non a caso scelta come paradigma interpretativo complessivo:

la "cultura" non è più un patrimonio precostituito da tramandare o del quale impadronirsi attraverso una ricezione individuale e passiva, ma è un insieme di "pratiche e conoscenze collettive" rese possibili quando una comunità è dinamicamente e unitariamente coinvolta nei processi che le determinano (p. 31).

E questo paradigma «presenta varie facce e non tutte di segno positivo» (p. 30).
Dopo questi primi capitoli introduttivi, gli autori entrano nello specifico dei vari ambiti della nostra vita in cui si riconoscono i segni del cambiamento di paradigma, in particolare i libri e la lettura, l'istruzione e l'apprendimento, la cultura del fare (e una delle sue più immediate manifestazioni nel movimento dei makers), il giornalismo e l'informazione, per arrivare infine al settore dell'intrattenimento culturale. Nella seconda parte del volumetto, si offrono alcuni approfondimenti in questo ambito relativi a specifici settori, in particolare la musica, la televisione, la radio, il cinema, i videogiochi e i festival.
Come già Giovanni Solimine ci aveva abituati nelle sue due precedenti pubblicazioni per i Saggi tascabili Laterza (i già citati L'Italia che legge e Senza sapere), il volumetto è ricchissimo di dati (da fonti le più varie, ma tutte autorevoli e affidabili) che sono posti alla base delle interpretazioni e delle letture che i due autori propongono.
È chiaro – come gli stessi autori sottolineano più volte – che i dati non sempre sono confrontabili e coerenti con un'unica chiave interpretativa, né coprono tutti gli aspetti delle questioni affrontate. Il compito di Solimine e Zanchini è dunque quello di comporre un puzzle nel quale mancano molti pezzi e in cui parecchi di questi pezzi non sono compatibili gli uni con gli altri. Cosicché si intravede un quadro e si coglie un'immagine di insieme, ma sfuggono molti dettagli e in alcuni casi si rischia di vedere contorni di cose che a quadro completo potrebbero rivelarsi assenti o diversi da quanto immaginato.
D'altra parte i dati sono tra i più solidi puntelli che abbiamo per leggere la realtà, soprattutto nel caso di una realtà in trasformazione come quella che stiamo vivendo, sebbene la logica con cui la interpretiamo resti un fattore determinante per l'analisi. Non è dunque semplice dissipare il dubbio, sollevato da Baricco nel suo fortunato The Game4 e richiamato anche da Solimine e Zanchini, che continuiamo ad applicare i paradigmi del pensiero novecentesco (cioè impregnato di "cultura verticale") a un mondo in cui questi paradigmi si sono capovolti. Mutatis mutandis, è un po' quello che accadde agli americani quando, durante la seconda guerra mondiale, dovendo portare avanti la guerra nel Pacifico si trovarono di fronte a una cultura, quella giapponese, che non erano in grado di capire e interpretare, al punto che le reazioni degli avversari risultavano imprevedibili alla luce della logica americana. Fu per questo che il governo statunitense commissionò all'antropologa Ruth Benedict, specializzata in particolare nello studio transnazionale degli schemi, o modelli, culturali, un manuale, Il crisantemo e la spada5, che doveva configurarsi come una vera e propria "arma" nelle mani dell'esercito americano6.
Nel caso specifico che Solimine e Zanchini analizzano servirebbe dunque l'equivalente di una "Ruth Benedict", ossia qualcuno che abbia la capacità di assumere il punto di vista e di applicare gli strumenti interpretativi del mondo che sta cercando di descrivere (e quel qualcuno ovviamente potrebbe essere rappresentato dagli stessi due autori), ovvero un esponente di quel mondo "nuovo" che però sia dotato degli strumenti di analisi e culturali e della distanza interpretativa necessari a leggere il sistema al quale appartiene.
Proprio a fronte della possibilità di un bias interpretativo persino involontario, credo che la disponibilità dei dati (e delle relative fonti) e l'approccio divulgativo-descrittivo che i due autori adottano siano dei preziosi antidoti e dei potenti strumenti nelle mani dei lettori.
La scelta di questo approccio nasce anche dalla natura specifica della collana nella quale esce il volumetto e dalle caratteristiche dell'audience alla quale si rivolge e che certamente non coincide con il pubblico dei potenziali lettori a cui la rivista AIB studi si rivolge. Concetti quali ad esempio il digital storytelling, il blended learning, la echo chamber, la fear of missing out (FoMo), l'approccio shuffle ovvero l'uso di playlist personalizzate (nella musica e non solo), il self-publishing e il parallelo broadcast yourself, il crowdfunding e il crowdsourcing sono da tempo piuttosto noti ai più aggiornati e attenti tra i bibliotecari, ma probabilmente rappresentano ancora temi piuttosto oscuri, confusi o sovrapponibili (non a caso in gran parte conosciuti con espressioni in inglese) per il pubblico generale, soprattutto quello che sta al di qua della cosiddetta "faglia generazionale" di cui parlano Solimine e Zanchini.
Questo libro, che sarebbe stato comunque importante come strumento di lettura del presente e in particolare della "cultura orizzontale", si è trovato all'improvviso – come tutti noi del resto – proiettato da un giorno all'altro dentro quel futuro digitale di cui, al momento in cui gli autori scrivevano e l'editore mandava in stampa, sembravano essere depositari principalmente (se non esclusivamente) i giovani nati dopo il 2000.
A partire dal d.p.c.m. del 9 marzo 2020 (Ulteriori disposizioni attuative del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6, recante misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da Covid-19, applicabili sull'intero territorio nazionale)7, che estende a tutto il territorio nazionale le misure previste dal d.p.c.m. dell'8 marzo 20208, e poi in maniera sempre più restrittiva con i provvedimenti dei giorni successivi è iniziato per l'Italia il lockdown che ha sospeso tutte le attività non essenziali in modo da consentire alla maggior parte degli italiani di stare a casa per ridurre l'impatto del contagio da virus SARS-CoV-2, responsabile della malattia denominata Covid-19, dopo che misure simili o strategie alternative erano già state adottate precedentemente dalla Cina e da altri paesi dell'Estremo Oriente per far fronte alla medesima minaccia. Nel giro di poche settimane moltissimi altri paesi del mondo hanno dovuto studiare e mettere in atto la propria risposta a quella che nella conferenza stampa del direttore della WHO (World Health Organization) dell'11 marzo9 è stata definita una pandemia.
Così, per effetto di una situazione emergenziale imprevedibile e inattesa10, le scuole sono state chiuse, nonché moltissimi uffici, e a un certo punto anche tantissime aziende, le attività ricreative e sportive in palestre, centri sportivi, associazioni culturali sono state interrotte, gli spettacoli teatrali e cinematografici e i concerti dal vivo sono stati annullati, le biblioteche, le librerie, i circoli di lettura hanno interrotto i loro servizi, le attività di ristorazione nonché tante di vendita al dettaglio hanno dovuto abbassare le serrande. Tutti sono stati invitati a rimanere a casa il più possibile e le tecnologie di rete che già stavano cambiando significativamente le nostre vite sono diventate l'insostituibile pilastro sul quale si sono poggiate le giornate di moltissime persone, e forse si potrebbe azzardare a dire "di tutti", considerati coloro che ne hanno usufruito anche solo indirettamente.
Dopo decenni di dibattiti sullo smart working, sulla transizione della scuola al digitale, sulla e-democracy, sul possibile contributo dei makers, sulla smaterializzazione della fruizione culturale, sulla lettura in digitale, sul web-journalism ecc., in un battito di ciglia ci siamo ritrovati in un mondo che fino a poco tempo fa appariva futuribile e che invece è diventato la nostra realtà quotidiana, in un universo relazionale in cui siamo isolati fisicamente ma inseriti in una fitta rete di connessioni virtuali.
Dopo un prevedibile, iniziale, disorientamento, e considerate le inevitabili differenze tra i soggetti che erano più pronti e attrezzati e quelli meno (materialmente e psicologicamente), si è assistito a una tutto sommato rapida riorganizzazione pratica e mentale e a una importante risposta – nei settori più diversi, primo tra tutti proprio quello dell'educazione, del lavoro e dell'intrattenimento culturale – frutto di un ripensamento creativo del proprio core business in un'ottica di rete e dunque di fruizione a distanza.
Come scrive Baricco, nel suo articolo di marzo pubblicato su La Repubblica,

Stiamo facendo pace col Game, con la civiltà digitale: l'abbiamo fondata, poi abbiamo iniziato a odiarla e adesso stiamo facendo pace con lei. La gente, a tutti i livelli, sta maturando un senso di fiducia, consuetudine e gratitudine per gli strumenti digitali che si depositerà sul comune sentire e non se ne andrà più11.

In pratica, la "cultura orizzontale" si è improvvisamente trovata di fronte alla più grande prova generale che si potesse immaginare, e – come in ogni prova generale che si rispetti e che abbia un senso – ha portato alla luce quello che funziona e che va bene, e che dunque dobbiamo capitalizzare, quello che va fatto diversamente per migliorarlo, e quello che non funziona, gli errori e i buchi evidenti, ma anche quelli nascosti nelle pieghe. E – se ci fosse una regia – questo sarebbe il momento migliore per annotare tutto in un quaderno di appunti da ritirare fuori quando l'emergenza sarà finita da un lato per evitare che l'effetto molla ci riporti allo status quo ante, dall'altro per assicurarsi che quello che abbiamo sperimentato trovi dei correttivi duraturi.
Ma andiamo con ordine e utilizziamo proprio la struttura del volumetto di Solimine e Zanchini per verificare cosa è successo durante questo periodo – in particolare nel nostro paese – alla "cultura orizzontale" in tutte le sue sfaccettature, proponendo alcuni esempi e raccontando qual è stata la risposta digitale alla situazione di isolamento.
Partiamo dal mondo che ci è più noto e che conosciamo più da vicino, che è anche quello che gli autori analizzano per primo, ossia La parola scritta, i libri, la lettura12. Solimine ci racconta questo mondo con ampiezza di dati e problematizza la questione della lettura, distinguendo tra la modalità di lettura veloce e fortemente discontinua che si diffonde e si consolida sempre di più13 e la lettura di testi articolati e complessi come i libri, indipendentemente dal loro supporto. Nel quadro della lettura dei libri, che per l'Italia nel suo complesso non è particolarmente confortante e che riferito alle giovani generazioni appare piuttosto contraddittorio, si inseriscono anche i dati dell'utilizzo delle biblioteche. Con la chiusura al pubblico, seguita – seppure con qualche incertezza14 – ai provvedimenti del governo, le biblioteche si sono trovate improvvisamente e completamente immerse nella loro dimensione puramente digitale. Le banche dati, le risorse digitalizzate, le collezioni di e-book, i canali di comunicazione via social network, i video, i podcast e quant'altro sono diventati dunque il terreno comune tra bibliotecari e utenti, àncora di salvezza e pane quotidiano anche per i più restii alla conversione digitale. Alcuni editori e fornitori di servizi digitali, sensibilizzati dall'emergenza sanitaria sulla base dell'iniziativa #solidarietàdigitale15, hanno ampliato o semplificato l'accesso alle risorse elettroniche, ovvero hanno previsto delle forme di gratuità temporanea (e questo non solo per quanto riguarda libri, periodici e giornali, ma anche moltissime altre risorse, dai film alla musica, ai servizi internet per mobile ecc.). Gli accessi a risorse elettroniche e e-book veicolati attraverso le biblioteche – che subito prima attraversavano un periodo di sostanziale "calma piatta" – sono schizzati in alto, con aumenti nell'ordine del 300%16. Questa situazione ha però fatto emergere tutte le problematiche e le contraddizioni del digitale rispetto al mondo del libro: da un lato il ritardo di moltissimi editori, in particolare italiani (soprattutto nel settore della manualistica universitaria di ambito umanistico), giunti poco o per niente attrezzati a questo appuntamento, dall'altro l'iniquità delle condizioni imposte da fornitori ed editori alle biblioteche per consentire l'accesso ai propri utenti che, soprattutto nel caso di alcuni modelli di fruizione (ad esempio il pay per loan ovvero il costo a pacchetto di download), proprio in una situazione di aumento significativo dell'utilizzo, mette il budget delle biblioteche sotto fortissimo stress, cosa a cui al momento si risponde con interventi straordinari degli enti di riferimento, a cui però non è detto che si possa tener fede in una futura situazione di normalità. È un tema fortemente avvertito non solo in Italia, sebbene nel nostro paese mi pare che se ne parli troppo poco; anche negli Stati Uniti non mancano le riflessioni in proposito. Dopo il lockdown americano, in un bell'articolo online su Publishers Weekly Sari Feldman, già Presidente dell'American Library Association (ALA), così si esprime:

For years, librarians have pushed hard for fair terms and reasonable prices that would allow us to build robust e-book and digital audiobook collections for our communities. We've made progress, but we're not where we need to be. But perhaps this crisis – for the public, and for lawmakers – will finally highlight the importance of libraries and schools being able to offer digital content. [...] I also hope we can come back to a broader discussion about the importance of libraries in the book market. Libraries deserve to sit at the table with publishers, authors, and booksellers – as equals – for a meaningful discussion about books, reading, publishing revenue, author royalties – and, of course, digital access and pricing17.

Mi pare che – a parte qualche forma di pressione e azione avviata dalle università con scarsi risultati18 – in Italia ci si limiti a festeggiare l'aumento dei fruitori del digitale attraverso le biblioteche, facendo finta che tutto questo sia a costo zero, mentre invece, appena tutto sarà finito, è inevitabile che le biblioteche si ritroveranno a fare i conti con i loro budget incerti e risicati, anzi forse ancora più incerti e risicati, considerata la crisi economica severa che ne conseguirà.
Il tema della lettura e della parola scritta conduce gli autori direttamente a quello, strettamente connesso, della scuola e dell'apprendimento. Secondo Baricco, nessuna istituzione più della scuola rappresenta un'eredità immutata del Novecento, ed è proprio per questo ch'essa risulta irriconoscibile e noiosa per gli abitanti del Game:

È pensabile che anche lì il problema sia la fissità, le strutture permanenti, la scansione novecentesca dei tempi, degli spazi e delle persone. Magari andrà avanti così ancora per decenni: ma certo che il giorno in cui a qualcuno verrà in mente di rinnovare un po' i locali, le prime cose che andranno al macero, dritte dritte, saranno la classe, la materia, l'insegnante di una materia, l'anno scolastico, l'esame. Strutture monolitiche che vanno contro ogni inclinazione del Game. Fidatevi, andrà tutto al macero19.

Ebbene, questa scuola qui si è trovata da un giorno all'altro fuori dal proprio terreno di gioco, espulsa appunto dalle aule scolastiche e traghettata su piattaforme digitali e con strumenti a disposizione molto diversi da quelli a cui era abituata, e – a suo modo e soprattutto lì dove ha potuto contare su insegnanti bravi e amministratori consapevoli – è riuscita, con mille limiti e mille pecche, a far lavorare docenti e studenti in modo nuovo. Che poi in molti casi non è del tutto corretto parlare di "modo nuovo", perché – come dice Floridi – «Andare su Zoom per ripetere la lezione che si farebbe in classe è solo un primo passo. Non è didattica online»20. Non che le idee su una scuola compiutamente digitale mancassero prima di questa emergenza21, ma ciò che è accaduto è che, di fronte alla necessità, alcune realtà scolastiche, grazie anche a figure previdenti e lungimiranti, si sono trovate in condizione di riconfigurarsi degnamente e altre invece si sono rivelate completamente impreparate. Per non parlare del fatto che non tutti gli studenti – di ogni ordine e grado – hanno situazioni personali e vivono in contesti che consentono loro questo passaggio al digitale, e dunque spesso non sono stati intercettati dalla didattica a distanza; ma delle conseguenze del digital divide in questa situazione parleremo più avanti.
Alla scuola e all'università si collega strettamente il tema dei modi e delle forme di apprendimento, rispetto alle quali Solimine riserva un'attenzione particolare a una nuova forma di sapere pratico, quello relativo ai «makers – un po' inventori, un po' artisti, un po' artigiani, calati in questo mondo un po' per hobby e un po' per professione» (p. 68-69). Normalmente, i makers appartengono a una specie di nicchia con cui la gente difficilmente entra in contatto nella vita quotidiana, cosicché ad alcuni finora potrebbe essere sembrato un po' un gioco da adulti nerd la cui ricaduta sulla vita reale è piuttosto limitata. E invece, ecco che durante l'emergenza Covid-19 proprio dal mondo dei makers e proprio in Italia nascono diversi importanti progetti di stampa 3D, tra cui quello delle valvole per respiratori e quello di trasformazione di maschere da sub a marchio Decathlon in respiratori ospedalieri22. È stato così che l'intera comunità nazionale ha improvvisamente compreso che la stampa 3D e i makers possono servire ad altro che a realizzare brutti soprammobili di plastica.
L'altro settore della cultura orizzontale su cui gli autori si soffermano in maniera specifica è quello dell'informazione:

Tutto ciò che abbiamo detto a proposito del libro, della trasmissione della conoscenza e del sapere correlato, vale in modo rafforzato per l'informazione, per la comunicazione e trasmissione delle informazioni. [...] Quel che è indiscutibile è che l'ecosistema comunicativo Internet ha cambiato il modo in cui si produce, trasmette e riceve l'informazione: si sono moltiplicati i modi, le fonti, i media (p. 71-72).

Ora, se si guarda al periodo dell'emergenza Covid-19, anche sul fronte dell'informazione si può dire di aver assistito a un caso di scuola, e in quanto tale utile a riflettere sull'ecosistema informativo nel quale viviamo. Non mi addentrerò in questo tema delicatissimo e molto dibattuto (e rispetto al quale non ho competenze specifiche per poter esprimere qualcosa di più di un'opinione), ma senza alcun dubbio in questa fase diverse caratteristiche già precedentemente enucleate sono state confermate: l'importanza dei social media (Facebook su tutti) come fonti informative per moltissime persone, l'inevitabile circolazione di fake news o comunque di notizie non verificate o parzialmente distorte, l'overload informativo ben oltre i limiti della gestibilità. Mi pare, però, che – al di là di queste caratteristiche cui ormai ci siamo "quasi" assuefatti – abbiamo assistito anche a qualche segnale se vogliamo incoraggiante: di fronte alla competizione tra le testate (quelle storiche, ma anche quelle online) nell'accaparrarsi una fetta di pubblico più ampio, spesso facendo ricorso a titoli acchiappa-click e cavalcando polemiche o allarmismi poco costruttivi, in una situazione in cui dall'informazione che riceviamo dipende la nostra sopravvivenza e quella degli altri, un numero crescente di persone si è rivolta alle fonti informative che in questa circostanza si sono dimostrate più equilibrate e affidabili – che in gran parte non hanno coinciso con le testate tradizionali – premiandole attraverso gli abbonamenti ovvero il sostegno a campagne di crowdfunding23. Cosa voglia dire questo – e se abbia effettivamente un qualche significato nel medio-lungo termine – è probabilmente troppo presto per comprenderlo, ma intanto è un segnale.
Passando al settore dell'intrattenimento culturale in senso stretto, negli ultimi capitoli del libro Zanchini passa in rassegna i modi e gli ambiti in cui la rete ha avuto un impatto significativo: la musica, le televisioni, la radio, il cinema, i videogiochi, i festival (apparentemente antitetici alla virtualizzazione dell'intrattenimento, ma in realtà in qualche modo ad essa strettamente collegati).
A seconda delle specifiche caratteristiche di ciascun settore e della maniera in cui si è evoluto il modello di business per effetto della rivoluzione digitale, ogni ambito ha subito un impatto differente come conseguenza del lockdown e ha risposto in continuità o discontinuità con i processi già avviati, sebbene diverse fonti comincino a portare evidenze del fatto che l'intero settore dell'intrattenimento ne uscirà fortemente indebolito e con qualche osso rotto24.
Certamente le attività più colpite sono state quelle che presuppongono una fruizione "fisica" dell'intrattenimento, basata su uno spostamento e un momento di aggregazione. Alcune di queste attività mostravano segni di crisi già prima dell'emergenza Covid-19, a causa della concorrenza sempre più forte delle alternative di rete. Penso in particolare al cinema, che infatti negli ultimi anni ha puntato sempre di più sulle proiezioni-evento, sui festival, sulle nicchie di mercato (film in lingua originale ecc.), tutte strategie che però non sono state sufficienti in molti casi a impedire la chiusura di sale cinematografiche storiche25. Ebbene i cinema (insieme a teatri e musei) sono tra i soggetti che hanno subito l'impatto più pesante del lockdown, ma nonostante questo sono tra quelli che hanno comunque tentato di reagire con creatività e spirito di solidarietà. Penso alle iniziative di alcune case di produzione cinematografica che hanno deciso di mettere a disposizione in streaming gratuito i loro film26, ai siti dedicati al cinema che si sono inventati visioni collettive di film in streaming27, ai musei che hanno dato una seconda vita alle loro mostre offrendo visite virtuali28. È chiaro che tutto questo non sostituisce la fruizione fisica e collettiva di questi servizi culturali, ma dimostra una vitalità e una creatività del settore pur in un momento in cui fosche nubi si addensano sul suo futuro: come dice Floridi, «Anche il fatto che tutti pretendano il servizio gratuito mostra la debolezza del fenomeno e la sua transitorietà»29.
Anche la musica e i festival hanno subito un durissimo contraccolpo da questa vicenda. Riguardo alla musica in particolare, come fa notare Zanchini,

sarebbe [...] ingenuo ed erroneo parlare di una dematerializzazione dispiegata, della rete come unico campo d'ascolto. Perché in questi anni si è persino rafforzata l'esperienza della musica dal vivo. Da un lato proprio come reazione alla dematerializzazione [...]. Dall'altro perché la musica dal vivo è una pratica quasi primaria [...]. Lo stare assieme, l'aggregarsi, il partecipare ad eventi comuni, il condividere, l'occupare gli spazi più diversi. [...] Ma c'è anche, come sempre, un fattore economico, commerciale, tutt'altro che irrilevante. [...] i concerti, i tour, i live contest, gli showcase, sono diventati la prima vera fonte di introiti per chi faccia musica, per chi voglia farsi conoscere (p. 109).

Con i tour annullati per mesi e i concerti dal vivo impossibili da organizzare chissà per quanto tempo, chi fa musica o lavora con la musica si è trovato da un giorno all'altro privato della principale occasione di guadagno e anche di quel momento insostituibile di incontro con i fan che è parte del successo di un artista30. Moltissimi musicisti hanno trasferito sulla rete anche le loro performance dal vivo, organizzando delle dirette Instagram o Facebook o dei live streaming su altre piattaforme, non tanto per trovare forme alternative di introito quanto per mantenere il contatto con i loro sostenitori e continuare a promuovere la vendita dei loro dischi31. Ma è evidente che questa non può che essere una soluzione transitoria a meno di non inventarsi un modello di business completamente diverso:

ascoltare i dischi e andare ai concerti è una cosa meravigliosa e [...] i live in streaming non sono l'alternativa, ma un palliativo. Anche perché i concerti non li fanno solo i musicisti, ma anche tutte le persone che li rendono possibili, come i tecnici e gli operai, che senza i tour non si possono guadagnare da vivere32.

A questo si aggiunga che non c'è solo il problema delle performance dal vivo, ma anche quello dell'ascolto della musica in streaming – che a quanto pare è in calo –, nonché quello della registrazione e dell'uscita di nuovi contenuti musicali. Gli artisti ovviamente possono creare la loro musica anche – e spesso soprattutto – in solitudine, ma per trasformare le proprie creazioni in contenuti vendibili di solito c'è bisogno di uno staff e di uno studio di registrazione, il che significa che a un certo punto potrebbe ridimensionarsi anche l'immissione nel mercato di nuovi contenuti. Tra l'altro anche i lavori già pronti spesso non vengono pubblicati per non risentire della contrazione del mercato che si sta registrando o per altre valutazioni non solo di tipo economico33.
La stessa cosa dicasi per quello che riguarda la televisione, settore – come osserva Zanchini – che già aveva attraversato una profonda trasformazione:

È cambiata tutta la filiera, dall'oggetto che riproduce il segnale a chi lo emette, dal vettore che lo distribuisce ai fruitori. Tante le piattaforme, dal televisore tradizionale all'Internet tv, diversi i canali di trasmissione e tanti anche gli strumenti di ricezione, dallo smartphone al tablet, dal pc all'apparecchio televisivo tradizionale. Siamo in un'era post-network (p. 114).

In questo mondo già così magmatico, l'impatto del lockdown è parecchio sfaccettato. Se da un lato si registra un aumento molto accentuato del consumo di informazione tramite le reti televisive34, collegato sia alla maggiore presenza delle persone in casa sia alla fame di notizie che questa situazione ha prodotto, dall'altro si registra lo stop di tantissime produzioni in corso o programmate. In una interessante riflessione comparsa sul sito di Midia Research si ricorda che:

Although entertainment – live performances excepted – is easily consumed away from public places, the production process of most content still often includes significant human contact and is therefore at risk from Covid-19. Not all media industries are equally affected, however. Restrictions and guidelines concerning groups of people and home-based working have already started to hit the filming of TV shows and movies, with many projects put on hold. Meanwhile, staples of linear TV such as soap operas (many of which have older, at-risk cast members), quiz shows, game shows and reality TV are all likely candidates to halt filming. In music, recording studios are closing down, creating a similar supply chain challenge. If the pandemic persists long enough to keep the population home-bound for months, both music and TV companies are going to start running out of new content to deliver to their audiences35.

Tutto ciò a conferma del fatto che anche quei settori che possono e sono transitati in maniera significativa se non completamente nel mondo del digitale hanno un dietro le quinte che prevede incontri e relazioni tra persone in luoghi fisici. In sintesi, un conto è il consumo, un conto è la produzione.
Un discorso in parte simile si può fare per la radio, il cui stato di salute Zanchini definisce «più che buono. E lo è in tutto il mondo» (p. 131), sebbene essa fatichi, soprattutto in Occidente, «a intercettare il pubblico più giovane» (p. 135). Come e forse più della televisione, la radio ha subito forti trasformazioni con il passaggio al digitale:

si è rotta la simultaneità tra emissione e fruizione, si sono decuplicati i modi in cui è possibile trasmettere e ascoltare, e l'incontro tra radio e social media ha prodotto il trionfo di un'antica promessa della radiofonia: la partecipazione, la rottura dell'unilateralità (p. 130).

Durante questo periodo di forzata permanenza a casa per un numero crescente di persone nel mondo, da più parti si è parlato di un aumento degli ascolti della radio, sebbene a un'analisi più attenta dei dati si è osservato che si tratta piuttosto di uno slittamento di piattaforma – cresce infatti l'ascolto delle web radio –, mentre la crescita degli ascolti in generale resta un dato più controverso e meno uniforme. Stessa incertezza nei dati si registra rispetto a un'altra manifestazione tipica della radio al tempo di internet, i podcast, di cui diverse fonti segnalano una riduzione nei download e negli ascolti36.

Not that surprising – if you had a 45-minute commute where you listened to the radio, that clearly doesn't translate to 45 minutes of listening in the kitchen. I don't know what you're seeing, but I'm certainly not seeing more "me-time"; indeed, the time I have available to listen to my own media is rather less37.

Un settore dell'intrattenimento culturale che sembra invece non stare subendo contraccolpi negativi, e che anzi registra dati di vendita nettamente in crescita è quello dei videogiochi, com'era prevedibile considerato che questo settore non ha dovuto attuare alcuna forma di adattamento (essendo nato e fruito da sempre in digitale e in rete), che è il regno privilegiato di bambini e ragazzi e che scuole e università sono state tra le prime a chiudere e saranno probabilmente tra le ultime a riaprire38.
In generale, da questa breve rassegna ci sembra di poter dire che tutti i settori dell'intrattenimento culturale, dai più avvezzi al digitale a quelli mediamente riottosi, dai più facilmente trasferibili sulla rete a quelli più ostinatamente radicati nella fisicità del contatto o della presenza, si sono ripensati per facilitare o aumentare o creare forme di fruizione online, al punto da determinare un vero e proprio «tsunami dello streaming», come qualcuno lo ha definito39:

Lo spettacolo ci raggiunge ovunque, in bagno appena svegli, a letto, accanto al nostro compagno/a, e ora che siamo confinati a casa, siamo nella condizione ideale per ricevere dosi addizionali di spettacolo, prodotto da ogni lato, che entra dalla porta, dalla finestra, dallo spiffero del bagno, siamo tramortiti da onde alte 20 metri di spettacolo di qualsiasi natura, i cui autori sono indistinguibili, dai musei, agli studi di hollywood, ai nostri amici, ai teatranti e musicisti che non lavorano più, tutti vogliono disperatamente una cosa preziosa che abbiamo solo noi e che portiamo sempre con noi: la nostra attenzione. [...] Tutti richiedono la nostra attenzione e credono di essere i soli a farlo, o credono di essere legittimati a farlo, perché in cambio ci offrono "cultura". Ma che cultura è una cultura in streaming?

Forse l'unica generazione veramente abituata a convivere da sempre con la rete è quella dei giovani e giovanissimi: «per fortuna siamo la generazione della tecnologia e questo ci tiene in contatto»40. Tuttavia dalle parole degli adolescenti, pure abituati a stare chiusi nelle loro camerette a sfidarsi con i videogiochi online e a chattare con gli amici, viene fuori una caratteristica dell'umanità che travalica le generazioni, le culture e i confini geografici, e che spiega quello che più volte si è fatto notare in passato, ossia che il bisogno di aggregazione e di incontrarsi fisicamente non è mai stato tanto forte quanto nell'epoca della rete, in cui moltissime cose si possono (e in questo periodo si devono) fare online:

Mi manca il contatto fisico con gli amici, le cose normali, uscire la sera, camminare, andare a scuola [...]. Ho nostalgia di cose che mi sembravano banali, andare a pallanuoto, prendere l'autobus, mi mancano da morire i miei compagni di classe41.

E però, mai come in questi mesi «la rete è diventata l'infrastruttura su cui poggia tutto ciò che facciamo» (p. 6): e questo vale ormai anche per categorie di persone che prima di questo evento ancora organizzavano la propria vita indipendentemente dalla connessione di rete: è stato il momento in cui molti genitori hanno deciso di anticipare i tempi per regalare ai propri figli uno smartphone che consentisse loro di mantenere i contatti con i loro amici, e anche il momento per insegnare a molti nonni come usare i programmi per le videochiamate in modo da poter vedere, oltre che parlare, con i loro figli e nipoti.
Tuttavia, proprio in questo momento è cresciuta per tutti la consapevolezza che la nostra vita digitale non può fare a meno di quella fisica e analogica:

superata la fase emergenziale che stiamo sperimentando, dovremo essere ancor più consci della realtà "mista" in cui operiamo. [...] continueremo a fare meeting sia di persona sia online, ma probabilmente con maggiore consapevolezza. Proprio come le mangrovie, sviluppiamo la nostra esistenza in un punto d'incontro costante. La differenza tra reale e virtuale diventa indistinguibile. In Italia, la condizione di operatività online dell'ultimo periodo è stata vissuta un po' come uno strappo improvviso. Tuttavia, non dobbiamo pensare che, una volta passata la tempesta, opereremo esclusivamente online; torneremo a vivere anche i nostri spazi analogici, come l'ufficio e la piazza42.

Del resto, già Castells circa vent'anni fa parlava della città contemporanea come di un «luogo di flussi», da un lato il flusso fisico delle merci e delle persone, dall'altro il flusso virtuale delle informazioni e delle esperienze che transitano attraverso la rete43, così come un'altra studiosa dei fenomeni urbani, Serena Vicari Haddock44, parlava di due caratteristiche dei cittadini metropolitani che si intrecciano e si rafforzano, la compulsion to mobility, un bisogno ineludibile di mobilità, e la compulsion to proximity, ossia un bisogno altrettanto compulsivo di incontrarsi fisicamente e interagire in spazi fisici, spinti dal desiderio di recuperare forme di identità e di fiducia.
Questo momento storico che stiamo vivendo – e di cui di sicuro ci ricorderemo a lungo – ci offre dunque una straordinaria opportunità di riflettere sul rapporto tra analogico e digitale, tra vita offline e online, ma anche di gettare uno sguardo sui rischi, gli ostacoli e le potenzialità di uno spostamento più accentuato verso il versante digitale e di rete. Su questo fronte gli elementi di riflessione – emersi in queste settimane in tutta la loro evidenza – sono numerosi e meritano qualche sintetica riflessione finale, ripartendo ancora una volta dal volumetto di Laterza.
Innanzitutto, non si può passare sotto silenzio la mai così tanto evidente questione del digital divide che – come affermano gli autori de La cultura orizzontale – riguarda sia «la disponibilità delle tecnologie» che «la capacità di usarle» (p. 12-13). Questa ineludibile necessità di connessione che si è creata ha reso drammatica l'esclusione di chi alla rete non può accedere o non è in grado di usarla45. Come ha scritto Luciano Floridi:

Se l'isolamento di oltre un mese nelle nostre case ha creato le condizioni, fino a poco tempo fa impensabili, per effettuare la più grande esercitazione di massa sulla digitalizzazione che l'Italia abbia mai fatto – con lo smart working anche nelle imprese più restie a questo cambio culturale, le lezioni online sia per le università che per le scuole, il commercio elettronico diffuso sebbene solo per fare la spesa sotto casa, l'abbonamento a servizi online come a Netflix e ai media anche da parte dei talebani dell'esperienza fisica – l'emergenza del coronavirus ha anche mostrato che chi è geolocalizzato nei "buchi" dell'Infosfera, laddove cioè la rete fissa e mobile non funziona, non rimane indietro solo nell'esperienza o nella fruizione digitale. Rimane escluso da tutto, punto46.

E non è solo questione di accesso alla rete, ma anche di livelli di alfabetizzazione digitale:

Per non farci trovare impreparati una seconda volta bisognerà pianificare politiche industriali sull'innovazione e interventi di formazione che sfruttino l'onda della digitalizzazione di massa forzata: conoscere l'abc non è sufficiente. Andare su Zoom per ripetere ciò che avremmo detto dal vivo è come fare il pdf di un documento cartaceo. Bisognerà studiare la nuova grammatica, la nuova storia e la nuova economia47.

In secondo luogo, c'è la questione della disintermediazione, fenomeno non certo nuovo, bensì connaturato alla rete, che da un lato porta con sé la crisi di tutte quelle professionalità o categorie che hanno sempre basato la loro competenza sulla mediazione, e dall'altro solleva grandi interrogativi in merito alla governance di internet e al paradosso che caratterizza la rete nella misura in cui invece di favorire il decentramento accelera il processo di concentrazione.
Guardando alla prima faccia della medaglia, i due autori osservano che

La rete ha indebolito la funzione dei corpi intermedi in qualsiasi ambito: da quello politico – pensiamo ad esempio al ruolo sbiadito dei partiti o dei sindacati – a quello culturale – pensiamo all'indebolimento del ruolo di insegnanti, critici, giornalisti, editori, bibliotecari, librai (p. 13).

Secondo l'interpretazione di Baricco si tratta del risultato della frattura tra la gente e le élite. Come ha osservato Paola Castellucci in un acuto articolo di commento al libro di Baricco:

Non solo tutti sanno maneggiare i nuovi strumenti, e sanno parlare e guardare. Sanno anche "fare", esercitare talenti. Ad esempio, tutti sanno prevedere il tempo. E poi, tutti sono "intenditori" e sanno qual è il ristorante migliore, il B&B più economico e vicino al centro. Tutti sanno di vino e cucina. Non è qualcosa di poco conto, semmai significa che tutti rivendicano il diritto ad avere "gusto". Avere gusto è stato sempre prerogativa delle élite. Adesso tutti sono dalla parte giusta. Tutti possono diventare mecenati con il crowdfunding. Tutti sono informati degli eventi e partecipano ai festival di economia, filosofia, o di agricoltura green; non è più come un tempo, quando ai convegni organizzati da autorevoli, misteriose, learned societies, potevano partecipare solo studiosi, inclusi nel gruppo48.

Sebbene poi questi tutti, dice ancora Castellucci – e torniamo al digital divide – «Sono tutti occidentali. E alcuni sono in proporzione di più degli altri: più maschi giovani bianchi, occidentali, di lingua inglese»49.
In ogni caso, c'è chi dice che in questa situazione emergenziale la frattura tra la gente e le élite si sia momentaneamente e miracolosamente ricomposta50. Che cosa lo abbia determinato è oggetto di dibattito: certamente la paura (lo dicono in tanti)51. Baricco però ritiene che sia anche la dimostrazione che la "gente del game" crede nell'intelligenza e nella competenza e ha bisogno di qualcuno che decida per loro, ma non le stesse persone, la stessa intelligenza e la stessa competenza che hanno dominato il Novecento. Certo è – e tutti mi paiono abbastanza concordi nell'affermarlo – che appena l'emergenza sarà finita il conflitto tornerà più aspro di prima.
Nel frattempo però queste intelligenze e competenze nuove (e forse anche quelle vecchie messe di fronte alla necessità) stanno facendo una straordinaria palestra e occupando un pochino di terreno in più, quello perduto dalle vecchie intelligenze, sebbene non ancora del tutto conquistato dalle nuove.
C'è però anche un'altra faccia della medaglia, perché se la disintermediazione resa possibile dalla rete ha creato grandi aspettative di libertà, il tempo ha invece dimostrato che i temi del controllo sociale, della privacy, della territorializzazione, della governance, dei grandi monopoli sono tutti effetti collaterali possibili e in certi casi molto attuali di questo ecosistema.
Come si vede più chiaramente nei paesi non democratici – e in forme più subdole negli altri – il controllo della rete, dei suoi protocolli e delle sue infrastrutture è uno dei principali terreni di scontro a livello geopolitico52, e dietro il sogno della disintermediazione, come Solimine e Zanchini e moltissimi altri autori fanno osservare, ci sono algoritmi potenti e invisibili, che nascondono una nuova categoria di intermediari, ancora piuttosto oscura.
La diffusione dell'epidemia a livello globale ha posto al centro dell'attenzione il tema della salute collettiva, e in nome della tutela della salute tutti i paesi colpiti si sono mossi in diverse direzioni per contenere le conseguenze del virus. Alcune di queste azioni prevedono un uso massiccio della tecnologia, come nel caso dei sistemi decisionali automatizzati (ADMS) e del contact tracing.

In questo quadro, in cui è forte la tentazione di ricorrere a soluzioni e approcci derivati dall'intelligence, dall'antiterrorismo, dalla sorveglianza e dal sistema penale, e in cui la fretta rischia di favorire soluzioni pronte per l'uso, bisogna ricordare [...] che il Covid-19 non è un problema tecnologico [...]53.

Fabio Chiusi di Algorithm Watch offre una interessante ed equilibrata riflessione articolata in 11 punti cruciali:

The Covid-19 is not a technological problem; 2. There is no one-size-fits-all solution to the Covid-19 outbreak; 3. there is no need to rush into mass digital surveillance to fight the Covid-19 disease; 4. We have to think of how to gradually go back to "normal". 5. Protection against Covid-19 and protection of privacy are not mutually exclusive. 6. Any solution must be implemented in a way that is compatible with democracy. 7. Governments must prevent the stigmatization of individuals landing in the wrong categories. 8. Even when shown to be actually useful, digital surveillance solutions should be firmly grounded in data protection principles. 9. Pre-existing ADM solutions should not be repurposed and adopted for Covid-19 responses. 10. A pandemic is global by definition. There needs to be a set of global, diverse and coordinated responses to it. 11. Lastly, we should ensure that this debate about Covid-19 surveillance does not happen in a vacuum54.

Yuval Noah Harari, uno dei più influenti pensatori della contemporaneità, osserva che «Ogni volta che ci parlano di sorveglianza, non dimentichiamoci che la stessa tecnologia può essere usata non solo dai governi per controllare gli individui, ma anche dagli individui per controllare i governi»55, sebbene altri studiosi interpretino le cose molto diversamente. Evgeny Morozov ad esempio vede in quello che sta accadendo un rafforzamento di un approccio che chiama «soluzionista» e che secondo lui rafforzerà i tecnocrati e i nuovi intermediari:

L'idea di costruire questo nuovo ordine sulle fondamenta digitali offerte da Amazon, Facebook o dall'operatore di telefonia mobile del vostro paese può sembrare allettante, ma non ne verrà niente di buono. Sarà, nel migliore dei casi, l'ennesimo parco giochi per soluzionisti. [...] le democrazie esistenti dipendono talmente dall'esercizio antidemocratico del potere privato da essere democrazie solo di facciata. Quando celebriamo la "democrazia" omaggiamo, senza saperlo, il complesso invisibile di startup e tecnocrati su cui si basa lo stato soluzionista56.

Vale la pena, a questo proposito, di soffermarsi sul punto 10 dell'elenco di Algorithm Watch, perché la pandemia ha portato alla luce un'altra straordinaria contraddizione dell'internet per come è diventato, ossia «un ecosistema globale e territorializzato» (p. 14), cioè la sua tendenza a configurarsi come una somma di interessi specifici che raramente e difficilmente vanno al di là della sfera locale. Non a caso la risposta alla pandemia è stata tutt'altro che concertata57, anzi abbiamo assistito a azioni ritardate da parte dei singoli paesi nonostante le esperienze accumulate da chi ci era già passato e l'altissima circolazione di informazioni cui sicuramente internet ha contribuito, nonché al ripetersi dei medesimi errori, dei medesimi comportamenti, in un inquietante déjà-vu che i cittadini dei paesi che hanno vissuto per primi l'emergenza hanno sperimentato con una surreale sensazione di essere finiti in un loop infinito. Come dice ancora Harari, è la scelta tra «isolamento nazionalista e solidarietà globale», ma questa seconda opzione richiede

uno spirito di collaborazione e di fiducia globale. [...] I paesi dovrebbero essere disposti a condividere apertamente le informazioni e a chiedere umilmente consigli, e dovrebbero essere in grado di fidarsi dei dati e dei suggerimenti che ricevono. Serve anche uno sforzo globale per la distribuzione di materiale sanitario, soprattutto tamponi e respiratori58.

Ma ciò a cui abbiamo assistito è esattamente l'opposto rispetto a questo auspicio (tra l'altro mettendo in seria discussione progetti politici di collaborazione di lunga tradizione e rilievo come l'Unione Europea), e semmai la conferma di un'altra tendenza che è andata caratterizzando sempre di più internet negli ultimi anni: quella di diventare un luogo di tribù contrapposte, sul piano ideologico, e un «cumulo di app» incomunicanti tra di loro, sul piano tecnologico. Mai come in questo periodo in cui abbiamo dovuto fare tutto in rete ci siamo resi conto che per incontrarci, parlarci, vederci, dobbiamo installare un numero esagerato di app diverse che più o meno fanno tutte le stesse cose ma che, pur utilizzando i protocolli di rete, non comunicano tra di loro e impongono ai loro utenti l'utilizzo dello stesso strumento, rafforzando i processi di concentrazione e dunque di controllo dei dati59. Come ci hanno ricordato Doc Searls e David Weinberger nelle cosiddette New Clues, l'idea e il funzionamento originario del World Wide Web andavano in direzione del tutto opposta60. L'interpretazione di Evgeny Morozov è ancora una volta piuttosto pessimistica:

Il fatto che sia necessario creare una startup ben finanziata per sfruttare appieno l'intelligenza artificiale e il cloud informatico non è una coincidenza, ma il risultato di politiche deliberate. Il risultato è che gli sforzi più rivoluzionari, che potrebbero dar vita a istituzioni di coordinamento sociale senza fini di lucro, muoiono in fase embrionale. Non è un caso se da vent'anni non nasce una nuova Wikipedia61.

Tornando alle New Clues, l'emergenza Covid-19 sembra aver confermato ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, che «Being together [is] the cause of and solution to every problem»62. Ma stare insieme è una delle cose che sembrano più difficili da realizzare proprio per la specie più cooperativa che abbia popolato questo pianeta e che da questa cooperazione ha ricavato i suoi migliori tratti evolutivi, ossia l'homo sapiens63.
Molti in questo periodo si sono chiesti e si chiedono se da questa pandemia che ha messo a dura a prova individualmente e collettivamente una parte molto grande dell'umanità usciremo migliori o peggiori; se sapremo imparare da questa esperienza e correggere gli errori del passato, o sprofonderemo nei peggiori difetti della nostra società. Personalmente faccio fatica a prendere posizione, perché il pessimismo della ragione è sempre dietro l'angolo e perché la storia ci insegna che le risposte ai grandi eventi che hanno scosso l'umanità non sempre sono state lungimiranti e illuminate, sebbene talvolta una fortunata serie di combinazioni e decisioni abbia fatto fare un balzo in avanti inaspettato. Speriamo che sia questo il caso che i libri di storia potranno raccontare.


NOTE

Ultima consultazione siti web: 22 aprile 2020.

1 Giovanni Solimine; Giorgio Zanchini, La cultura orizzontale. Roma-Bari: Laterza, 2020.
2 The Onlife Manifesto. Being human in a hyperconnected era, a cura di Luciano Floridi. Cham [etc.]: Springer International Publishing, 2015, https://www.springer.com/gp/book/9783319040929. Si veda anche Luciano Floridi, La quarta rivoluzione: come l'infosfera sta trasformando il mondo; traduzione Massimo Durante. Milano: Cortina, 2017.
3 Secondo la definizione in Giorgio Alleva; Giovanni A. Barbieri, Generazioni: le italiane e gli italiani di oggi attraverso le statistiche. Roma: Donzelli, 2016.
4 Alessandro Baricco, The Game. Torino: Einaudi, 2018.
5 Ruth Benedict, Il crisantemo e la spada. Modelli di cultura giapponese. Roma-Bari: Laterza, 2009 (ed. orig.: The Chrysanthemum and the Sword: Patterns of Japanese Culture. Boston: Houghton Mifflin, 1946, https://www.fadedpage.com/showbook.php?pid=20190750).
6 In realtà, il libro uscì nel 1946 a guerra finita e risentiva del fatto che Ruth Benedict poté fondare le sue analisi solo sull'esame dei testi, integrandoli con gli esiti di interviste con prigionieri di guerra giapponesi e con issei o nisei, ossia giapponesi residenti all'estero di prima o seconda generazione.
7 Pubblicato nella Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 62 del 9 marzo 2020, https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/03/09/20A01558/sg.
8 Pubblicato nella Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 59 dell'8 marzo 2020, https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/03/08/20A01522/sg.
10 Sebbene, a grattare un po' la superficie, diventa chiaro che il rischio di un'epidemia su scala globale era tutt'altro che inatteso e i casi precedenti di diffusione di Ebola, SARS e altri virus zoonotici avrebbero dovuto far accendere un campanello d'allarme ben prima. Proprio nei giorni della diffusione del virus SARS-CoV-2 è tornato a circolare il video di un TED Talk tenuto da Bill Gates nel 2015 proprio su questo argomento: https://www.ted.com/talks/bill_gates_the_next_outbreak_we_re_not_ready?utm_campaign=tedspread&utm_medium=referral&utm_source=tedcomshare, nonché il testo di uno scrittore americano di ambito scientifico, David Quammen, Spillover: l'evoluzione delle pandemie (Milano: Adelphi, 2014), per restare soltanto nel settore della divulgazione.
11 Alessandro Baricco, Virus. È arrivato il momento dell'audacia, «La Repubblica», 26 marzo 2020, p. 34. Ripubblicato con il titolo Virus; è arrivato il momento dell'audacia. Undici cose che ho capito su questo momento, su «Medium», 2 aprile 2020, https://medium.com/@bariccoale/virus-%C3%A8-arrivato-il-momento-dellaudacia-4cba63fcb77d.
12 Vedi cap. 8, p. 50 e seguenti.
13 Si veda anche Gino Roncaglia, L'età della frammentazione: cultura del libro e scuola digitale. Roma-Bari: Laterza, 2018.
14 Prima che il d.p.c.m. del 9 marzo stabilisse la chiusura generalizzata delle biblioteche su tutto il territorio nazionale (in quanto comprese negli istituti di cultura di cui all'art. 101 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42), la situazione si presentava a macchia di leopardo persino nelle regioni più colpite dal virus (addirittura l'Emilia Romagna aveva previsto un'eccezione alla chiusura degli istituti culturali proprio per le biblioteche), e anche nelle settimane successive il dibattito su chiusura, apertura, servizi a domicilio non si è mai spento. Parallelamente il medesimo dibattito ha interessato anche le librerie che, con il d.p.c.m. del 10 aprile 2020, sono state tra le prime attività a cui è stato consentito di riaprire, suscitando non poche polemiche e successive indicazioni difformi a livello regionale. Si veda tra gli altri: Siamo librai, non simboli, «minima&moralia», 11 aprile 2020, http://www.minimaetmoralia.it/wp/librai-non-simboli/.
15 L'AgID ha anche aperto un sito apposito dedicato alle iniziative di imprese e associazioni che hanno messo a disposizione servizi digitali gratuiti: https://solidarietadigitale.agid.gov.it/#/.
16 Come confermato dai gestori di alcune piattaforme italiane di digital lending.
19 A. Baricco, The Game cit., p. 225.
20 Massimo Sideri, L'isolamento sta alfabetizzando l'Italia ma sta anche mostrando l'«Onlife divide». Il filosofo Luciano Floridi l'ha battezzata Onlife: è una nuova visione di società senza separazione tra la Realtà e la Rete. Ma l'isolamento da Coronavirus sta mostrando anche i nuovi esclusi, «Corriere della sera», 2 aprile 2020, https://corriereinnovazione.corriere.it/cards/coronavirus-sta-alfabetizzando-l-italia-ma-sta-anche-mostrando-l-onlife-divide/ferrovia-vancouver-lentezza-victoria_principale.shtml.
21 G. Roncaglia, L'età della frammentazione cit.
22 Qui un riepilogo di molti progetti che il mondo dei makers ha realizzato in risposta alle necessità legate all'emergenza sanitaria: L'emergenza chiama, makers e innovatori rispondono, «Rome Maker Faire», 23 marzo 2020, https://2019.makerfairerome.eu/it/makers-lemergenza-chiama-makers-e-innovatori-rispondono/.
23 Tra gli altri mi riferisco al quotidiano online Il Post (https://www.ilpost.it/) che nella newsletter del 6 aprile 2020 così scriveva: «Ne approfittiamo per salutare voi neo-iscritti – siete tantissimi, come dicono quelli ai concerti – e ringraziare per le cose belle che ci scrivete e chi ha deciso di diventare ancora più complice del Post, abbonandosi», ovvero al sito di informazione Valigia Blu (https://www.valigiablu.it/), che si autopresenta così: «Verifica, contesto, approfondimento sono le nostre principali attività giornalistiche. Senza pubblicità e al servizio della community» e che nella campagna di sostegno per il 2020 ha raccolto quasi il 115% della cifra che si era prefissato.
24 L'industria dell'intrattenimento rischia il crack, «Internazionale», 11 aprile 2020, https://www.internazionale.it/notizie/2020/04/11/industria-intrattenimento-bancarotta-coronavirus.
25 Si veda rispetto al caso romano Tommaso Coluzzi, Roma, il lungo declino dei cinema in cerca del rilancio, «LUMSA News.it», https://www.lumsanews.it/roma-il-lungo-declino-dei-cinema-in-cerca-del-rilancio/.
26 Penso ad esempio alla Kitchenfilm: https://www.kitchenfilm.eu/.
27 Mi riferisco all'iniziativa #iorestoacasa di MyMovies (https://www.mymovies.it/iorestoacasa/), così presentata: «Torna MYMOVIESLIVE: 50 film, 5 prime visioni, oltre 25.000 posti gratis disponibili. MYmovies sostiene la campagna #iorestoacasa tenendo accesa la passione per il cinema e animando lo spirito di condivisione anche da casa». Le selezioni dei film hanno seguito dei filoni tematici, uno dei quali nasceva dalla collaborazione con il Far East Film Festival (https://www.fareastfilm.com/) che di solito si tiene a Udine in questo periodo e che ha consentito la proiezione anche di film in prima visione. Dopo la prima edizione terminata il 5 aprile, MyMovies ha deciso di rinnovare l'offerta ancora per un altro mese: «Dopo il grande successo della prima edizione con oltre 2.500.000 di accessi alle pagine, 130.000 prenotazioni e oltre 50.000 film visti, tornano a grande richiesta i film d'autore da scoprire, le collaborazioni con i film festival nazionali e internazionali, e la partecipazione delle case di distribuzione cinematografica italiane. Confermano il loro contributo: Bim Distribuzione, CG Entertainment, Far East Film Festival, Rai Cinema, Torino Underground, Tucker Film. E si aggiungono: 102 Distribution, Natia DocuFilm, Biografilm, I Wonder Pictures e POP UP CINEMA a favore della grande passione per il cinema e lo spirito di condivisione anche online!».
28 Penso ad esempio alla mostra-evento su Raffaello a Roma (https://www.scuderiequirinale.it/pagine/raffaello-oltre-la-mostra) che è stata inaugurata pochissimi giorni prima del lockdown e che si è trasferita sul canale YouTube delle Scuderie del Quirinale: https://youtu.be/F3JDrfGfGUk.
29 M. Sideri, L'isolamento sta alfabetizzando l'Italia ma sta anche mostrando l'«Onlife divide» cit.
30 Alcuni siti di distribuzione musicale, ad esempio Bandcamp, hanno previsto dei periodi di vendita di contenuti musicali già presenti sulla piattaforma destinando i ricavi completamente agli artisti: https://daily.bandcamp.com/features/bandcamp-covid-19-fundraiser (tra l'altro ottenendo ottimi risultati: https://daily.bandcamp.com/features/update-on-fridays-campaign-to-support-artists-during-the-covid-19-pandemic).
31 Qualche musicista è andato invece in controtendenza; così scrive Nick Cave sul suo blog a chi gli chiede se organizzerà dei live streaming: «For me, this is not a time to be buried in the business of creating. It is a time to take a backseat and use this opportunity to reflect on exactly what our function is – what we, as artists, are for. [...] there are other forms of engagement, open to us all» (https://www.theredhandfiles.com/corona-fill-the-time/).
32 Giovanni Ansaldo, Perché anche se stiamo in casa ascoltiamo meno musica in streaming?, «Internazionale», 9 aprile 2020, https://www.internazionale.it/notizie/giovanni-ansaldo/2020/04/09/coronavirus-musica-streaming. Si veda anche Spencer Kornhaber, People are remembering what music is really for, «The Atlantic», 9 aprile 2020, https://www.theatlantic.com/culture/archive/2020/04/coronavirus-has-forced-repurposing-music/609601/.
33 G. Ansaldo, Perché anche se stiamo in casa ascoltiamo meno musica in streaming? cit.
34 Qui una prima analisi piuttosto articolata: Mohammed Hamza, Covid-19's Impact On Europe's TV Networks and Production Landscape, «S&P Global», 6 aprile 2020, https://www.spglobal.com/marketintelligence/en/news-insights/research/covid-19s-impact-on-europes-tv-networks-and-production-landscape. In merito all'Italia si fa notare che «Publicly available data from local audience measurement provider Auditel Srl showed one particular channel, La7, which carries a significant slate of news and cultural programming, increase viewing hours by 677.9% from the Dec. 22-28, 2019, to the March 8-14, 2020, period».
35 Mark Mulligan, How Covid-19 will affect the media industries, 23 marzo 2020, https://www.midiaresearch.com/blog/how-covid-19-will-affect-the-media-industries/.
36 Se ne parla anche qui: Conseguenze poco raccontate del virus, «Il Post», 8 aprile 2020, https://www.ilpost.it/2020/04/08/conseguenze-coronavirus-settori/.
37 James Cridland, James Cridland's International Radio Trends: The effect on radio consumption, «Kurt Hanson's Radio & Internet News: RAINNews», 6 aprile 2020, https://rainnews.com/james-cridland-the-effect-on-radio-consumption/.
38 Eustance Huang, Sales of video games soar as the coronavirus leaves millions trapped in their homes, «CNBC.com», 2 aprile 2020, https://www.cnbc.com/2020/04/03/video-games-sales-soar-as-coronavirus-leaves-millions-trapped-at-home.html.
39 Tiziano Bonini, Travolti dallo tsunami dello streaming, «Doppiozero», 30 marzo 2020, https://www.doppiozero.com/materiali/travolti-dallo-tsunami-dello-streaming.
40 Maria Novella De Luca, I ragazzi in camera. "Il mondo si è fermato. Che angoscia la nuova vita senza il contatto fisico", «La Repubblica», 26 marzo 2020, p. 16-17.
41 Ibidem.
42 Antonio Soriero, Online, la realtà in cui viviamo, «PM Progetto Manager. Il mensile di Federmanager», marzo 2020, https://progettomanager.federmanager.it/onlife-la-realta-in-cui-viviamo/?fbclid=IwAR19UeS0GGuGkNiNyqQYadLsg0FRMMCqMt1Gi3MTFBI2DonGgXQTp-kR190.
43 Manuel Castells, La nascita della società in rete. Milano: EGEA: Università Bocconi, 2002, p. 472-473.
44 Serena Vicari Haddock, La città contemporanea. Bologna: Il Mulino, 2004, p. 181-188.
45 Massimo Mantellini, Il divario digitale è una zavorra per l'Italia, «Internazionale», 23 marzo 2020, https://www.internazionale.it/opinione/massimo-mantellini/2020/03/23/coronavirus-divario-digitale-scuola.
46 M. Sideri, L'isolamento sta alfabetizzando l'Italia ma sta anche mostrando l'«Onlife divide» cit.
47 Ibidem.
48 Paola Castellucci, Fuga dal Novecento: su The game, la rivoluzione digitale, e altre catastrofi, «AIB studi», 59 (2019), n. 1/2, p. 225-235: p. 232-233, https://aibstudi.aib.it/article/view/11962/11469, DOI: 10.2426/aibstudi-11962.
49Ivi, p. 233.
50 A. Baricco, Virus cit.
51 Ad esempio Massimo Cacciari in questa intervista: Nicola Mirenzi, Massimo Cacciari: "La casa è un inferno", «HuffPost», 5 aprile 2020, https://www.huffingtonpost.it/entry/massimo-cacciari-la-casa-e-un-inferno_it_5e899f26c5b6cc1e4776f120.
52 Madhumita Murgia; Anna Gross, Inside China's controversial mission to reinvent the internet. Huawei is developing the technology for a new network. But what does this mean for the rights of users?, «Financial Times», 27 marzo 2020, https://www.ft.com/content/ba94c2bc-6e27-11ea-9bca-bf503995cd6f.
53 Carola Frediani, Emergenza Covid-19 e misure tech: i progetti internazionali, le soluzioni adottate, a che punto siamo in Italia e le domande da porsi, «Valigia Blu», 5 aprile 2020, https://www.valigiablu.it/coronavirus-emergenza-tecnologia/. Sul medesimo argomento si veda anche: Andrea Daniele Signorelli, Pandemia e panopticon: quali sono le condizioni perché salute e privacy non entrino in conflitto?, «Il Tascabile», 9 aprile 2020, https://www.iltascabile.com/societa/pandemia-e-panopticon/.
54 Fabio Chiusi, with the co-operation of Nicolas Kayser-Bril, Automated decision-making systems and the fight against Covid-19 – our position, «Algorithm Watch», 2 aprile 2020, https://algorithmwatch.org/en/our-position-on-adms-and-the-fight-against-covid19/ (qui si può leggere la traduzione in italiano: https://drive.google.com/file/d/1mPUcMNRlYgHd6PZV-Z7ZEjiubNToblEK/view). La citazione estrapola alla lettera gli undici punti nei passaggi ritenuti più significativi.
55 Yuval Noah Harari, Il mondo dopo il virus, «Internazionale», 6 aprile 2020, https://www.internazionale.it/notizie/yuval-noah-harari/2020/04/06/mondo-dopo-virus.
56 Evgeny Morozov, L'emergenza sanitaria e il rischio del totalitarismo, «Internazionale», 27 (2020), n. 1.352, p. 40, consultabile anche online: https://www.internazionale.it/opinione/evgeny-morozov/2020/04/13/emergenza-sanitaria-totalitarismo.
57 Vedi: F. Deniz Mardin; Luca Onesti, «Serve una strategia globale per la pandemia». Intervista a Ernesto Burgio, «dinamopress», 11 aprile 2020, https://www.dinamopress.it/news/serve-strategia-globale-la-pandemia-intervista-ernesto-burgio/. Sulla collaborazione tra gli scienziati nella ricerca di un vaccino e di una cura come forse mai in passato, pur nelle inevitabili competizioni, vedi Matt Apuzzo; David D. Kirkpatrick, Un nuovo mondo per la collaborazione scientifica, «Internazionale», 10 aprile 2020, https://www.internazionale.it/notizie/matt-apuzzo/2020/04/10/scienza-forze-unite-coronavirus.
58 Y. N. Harari, Il mondo dopo il virus cit.
59 Per alcune di queste app, proprio durante l'emergenza Covid-19, sono emersi problemi di privacy e security piuttosto importanti. Vedi ad esempio: https://www.agendadigitale.eu/sicurezza/privacy/zoom-e-houseparty-tutti-i-problemi-privacy-e-security-delle-app-di-videoconferenza-piu-usate/. Sullo sviluppo di app per il tracciamento i due colossi contrapposti, Apple e Google, per la prima volta stanno lavorando insieme, che è ovviamente una grande opportunità e al contempo un rischio enorme: Matthew Panzarino, Apple and Google are launching a joint Covid-19 tracing tool for iOS and Android, «TechCrunch», 10 aprile 2020, https://techcrunch.com/2020/04/10/apple-and-google-are-launching-a-joint-covid-19-tracing-tool/.
60 Qui le New Clues in edizione originale: https://cluetrain.com/newclues/ e qui la traduzione in italiano: https://medium.com/@nuovetesi/nuove-tesi-4a1def360351.
61 E. Morozov, L'emergenza sanitaria e il rischio del totalitarismo cit., p. 39. Nello stesso numero di Internazionale si veda anche Richard Cooke, Il posto più bello di internet (p. 44-51) il cui titolo è così esplicitato: «Wikipedia è rimasto l'unico grande sito che offre contenuti gratuiti senza sfruttare i dati personali degli utenti né dare spazio a informazioni manipolate. E senza rinunziare alla scintilla dell'utopia».
63 Ancora Yuval Noah Harari, questa volta in Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell'umanità. Milano: Bompiani, 2017. Ma anche Hugo Mercier; Dan Sperber, The enigma of reason. A new Theory of Human Understanding. London: Allen Lane, 2017.