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Oltre Roma: cenni al pensiero biblioteconomico di Filippo Mariotti

Paolo Traniello

Nell’importante lavoro di Fernando Venturini sulla storia della Biblioteca della Camera dei deputati un paragrafo è intitolato: Filippo Mariotti ‘deputato bibliotecario’1. Non è possibile introdurre una presentazione dell’attività svolta dal deputato marchigiano nel campo delle biblioteche, inquadrabile tra i suoi vasti interessi storici e normativi per ciò che noi oggi chiamiamo ‘beni culturali’, senza tenere conto di questa qualifica.
Essa gli viene attribuita nella brevissima nota che soggiace alla fotografia dei deputati nella casella per nomi del portale storico della Camera e che per Mariotti suona, appunto: «Avvocato, Bibliotecario, Letterato».
Quello di bibliotecario è indubbiamente un titolo poco comunemente attribuito a un deputato; sarebbe anzi interessante verificare se esso ricorra in qualche altro caso. Per Mariotti l’attribuzione è certamente dovuta all’impegno da lui dispiegato per l’organizzazione della Biblioteca della Camera, come risulta anche dalla sua commemorazione in questo ramo del Parlamento tenutasi il 25 giugno 1911, a breve distanza dalla morte.
Sarebbe però riduttivo considerare l’attività da lui svolta in campo bibliotecario esclusivamente in riferimento all’istituto parlamentare.
Su questo tema specifico è senz’altro possibile rimandare al già citato volume di Venturini, che ne fornisce una trattazione ampia ed esauriente.
Qui si vuole piuttosto prendere in esame l’azione svolta da Mariotti per le biblioteche nel proprio ruolo di parlamentare, in particolare in quello di deputato, ricoperto ininterrottamente per sette legislature, dal 1867 al 1892, quando fu nominato senatore.
Il momento di maggiore rilievo di questo impegno politico è certamente costituito dal progetto di legge da lui presentato alla Camera per un’indagine complessiva su tutte le biblioteche del Regno e dall’ampia e vibrata discussione seguita alla sua relazione, alla quale hanno preso parte, tra gli altri, Martini, Nicotera, Bonghi e lo stesso ministro dell’istruzione Francesco De Sanctis.
Per riassumere brevemente i fatti possiamo ricordare i passaggi principali della vicenda.
La proposta di Mariotti, dopo essere stata preannunciata nel settembre 1880 durante la pausa parlamentare, venne presentata alla Camera nella seduta del 16 novembre dello stesso anno. Essa prevedeva la costituzione per legge di una Commissione di nove membri, tre nominati dalla Camera, tre dal Senato e tre dal Governo, che avrebbe dovuto entro sei mesi presentare una relazione «concernente la varia natura, gli intenti e gli ordinamenti delle biblioteche colla indicazione dei difetti e delle proposte dei rimedi, secondo i bisogni degli studi»2.
Si trattava di una proposta che, a parte il carattere alquanto irrealistico del termine fissato, aveva il pregio della semplicità e della specificità dell’intervento.
Tuttavia, durante l’illustrazione della proposta, fatta alla Camera nella seduta del 16 dicembre, durante la discussione del bilancio preventivo della Pubblica istruzione per il 18813 lo stesso Mariotti ne allargava l’obiettivo anche a gallerie, musei e archivi (allora dipendenti dal Ministero degli interni).
La stessa proposta, ma con l’esclusione degli archivi, veniva ripresa da Martini e Nicotera e presentata nella stessa seduta, con la precisazione che una Commissione parlamentare (in questo caso composta da membri della sola Camera) avrebbe potuto meglio rispondere alle esigenze conoscitive che la giustificavano, rispetto a un’indagine ministeriale che il ministro De Sanctis comunicava di avere già in animo di far condurre, pur non opponendosi alla nomina di una Commissione parlamentare.
Se non che, all’inizio dell’anno successivo, De Sanctis lasciava l’incarico al Ministero.
Gli succedeva Guido Baccelli, fratello del magistrato Giovanni Baccelli (che aveva presieduto la Commissione di indagine sulla Vittorio Emanuele), il quale, pur favorevole alla nuova inchiesta di più ampio raggio, preferiva avocare a sé la nomina dei commissari.
Cadeva in tal modo la proposta di legge parlamentare avanzata per primo da Mariotti e prendeva vita la Commissione d’indagine di nomina ministeriale i cui lavori, ancor oggi importanti come fonte storica, si protrarranno fino a quando con il ministro Coppino prenderà corpo il progetto di un nuovo Regolamento organico per le biblioteche, che verrà varato nel 1885.
Delineato così il quadro generale, vale la pena di soffermarci sul discorso tenuto da Mariotti alla Camera nella già ricordata seduta del 16 dicembre 1880 a sostegno della sua proposta di legge.
Mariotti parte dall’osservazione che su 414.291 lire4 stanziate per le biblioteche nel bilancio di previsione per il 1881, circa un quarto, vale a dire 100.000 lire, delle quali 54.000 per acquisti librari, erano destinate alla Vittorio Emanuele.
Pur non disconoscendo l’importanza di quella biblioteca, che però definisce «una biblioteca fratesca moltiplicata sessantatré volte», salvando solo, per un uso moderno, la parte relativa alle riviste, Mariotti si chiede perché il grande patrimonio bibliotecario italiano debba venire trascurato in favore della sola Nazionale di Roma. A suo parere ciò dipendeva dall’idea di fare della Vittorio Emanuele un istituto simile alle maggiori biblioteche centrali europee, come quelle di Parigi, di Pietroburgo o di Londra.
In realtà ciò, a suo avviso, non era possibile per diversi motivi, tra i quali, principalmente, la profonda diversità storica che aveva caratterizzato la loro istituzione e il loro sviluppo, poi anche per l’esiguità dei fondi a disposizione per tutto il sistema bibliotecario italiano, confrontato con le somme di cui disponevano le maggiori biblioteche europee.
La proposta di Mariotti era di guardare invece al modello nordamericano dove, partendo pressoché dal nulla, si era creata in pochi decenni una rete bibliotecaria diffusa sul territorio e ricca di milioni di volumi.
La versione italiana di questa idea policentrista avrebbe dovuto essere il potenziamento di biblioteche denominate ‘speciali’, vale a dire destinate a singoli settori di materie, come, oltre alle molte esistenti in Roma, tante altre biblioteche presenti in Italia, tra le quali vengono menzionate in particolare la Nazionale e la Medicea-Laurenziana di Firenze.
Per permettere all’utente di scegliere a quale biblioteca rivolgersi sarebbe stato necessario, almeno per quanto riguardava il caso di Roma, procedere alla redazione e alla stampa dei cataloghi delle singole biblioteche, da dare in dotazione a ogni istituto, affinché il lettore potesse orientarsi (Mariotti parla di ‘navigare’) entro il posseduto collettivo.
L’idea che soggiaceva alla proposta Mariotti aveva una sua ragion d’essere fondata sul carattere effettivamente policentrico, non solo da un punto di vista strettamente storico, ma anche culturale, dello Stato italiano.
Del resto, la stessa proposta era stata avanzata, undici anni prima, da quella Commissione Cibrario (dal nome del suo presidente), che era stata incaricata dal ministro della Pubblica istruzione Angelo Bargoni di presentare una relazione sull’assetto da dare alle biblioteche italiane in vista del decreto di riordino.
L’assunto di base, contenuto nella lettera di incarico ministeriale, era che «di biblioteche veramente universali ogni grande nazione ne ha una sola che è come il gran foco in cui si raccolgono i molteplici raggi dello scibile, il centro intorno a cui le altre biblioteche si coordinano».
Il parere espresso dalla Commissione Bargoni suonava invece, almeno apparentemente, in senso diametralmente opposto:

In Italia – si legge nella relazione – né la configurazione geografica, né il genio dei popoli, né la serie dei fatti storici dopo la caduta dell’impero romano, s’accomodano a riconoscere una città che si debba da tutti riguardare come preponderante e atta a riverberare da sola lo splendore, la potenza, i grandi interessi della nazione, come Londra e Parigi.

Emergono da questa vicenda temi che saranno ricorrenti nella storia bibliotecaria italiana, anche come riflesso di una più vasta storia politica: centralismo contrapposto a policentrismo, funzione non fungibile di un’unica biblioteca nazionale contro l’idea di un servizio bibliotecario diffuso sul territorio.
Tuttavia, la visione del ministro e quella della Commissione non erano poi tanto divergenti, in quanto il problema principale da affrontare era quello dell’identificazione di un settore di biblioteche, diffuso sul territorio nazionale, al quale riservare una particolare attenzione anche dal punto di vista finanziario5.
La posizione espressa da Mariotti nel discorso di presentazione del suo disegno di legge si colloca in una direzione analoga:

Se non pensiamo a tutte le parti che fanno l’Italia – egli dichiara –, corriamo rischio di sbagliare la strada per governarla bene. Ogni paese ha le sue tradizioni, ogni paese vuole concorrere alla grandezza civile della patria: se noi non cerchiamo tutti d’accordo e con tutti i mezzi di promuovere questa grandezza, badate, o signori, che gl’interessi ci terranno uniti, ma l’affetto, che fa grandi le nazioni, se esso non mancherà, verrà molto scemato.

In questa ottica, giustamente preoccupata dei problemi di carattere territoriale, si pone il riferimento alle biblioteche ‘speciali’ e alle biblioteche americane.
Se non che, è mancata a Mariotti la capacità, che non è mancata, ad esempio, a Chilovi, di vedere chiaramente come la distinzione tra istituti bibliotecari non potesse venire proposta solo per quelli di carattere storico erudito e sulla base della contrapposizione tra biblioteche ‘generali’ e ‘speciali’.
Attribuire carattere di generalità alla Vittorio Emanuele e sostenere insieme la sua scarsa utilità per il materiale di cui disponeva e la storia da cui dipendeva, negando che essa potesse mai raggiungere livelli di dotazioni e di funzionalità simili, per esempio, a quelli della Bibliothèque nationale di Parigi, significava rinunciare al progetto di un servizio bibliotecario che, pur territorialmente diffuso, avrebbe pur sempre avuto bisogno di un riferimento centrale.
Ancora, sembra pressoché assente nel pensiero di Mariotti, che pure accusava la Vittorio Emanuele di possedere esclusivamente materiale antico, la considerazione di un servizio bibliotecario di carattere moderno, dal momento che la maggior parte delle biblioteche ‘speciali’ a cui egli pensava non presentava affatto il carattere dell’attualità.
Proprio l’attenzione da lui prestata agli sviluppi delle biblioteche nordamericane avrebbe potuto spingere Mariotti a considerare attentamente la necessità di istituire e far crescere sul territorio nazionale una serie di biblioteche dotate, come quelle americane (e britanniche), di materiale e di servizi moderni, mentre in Italia era ancora prevalente in questo campo la logica delle ‘biblioteche popolari’ destinate a un pubblico di un livello culturale inferiore e finanziate da enti e associazioni non statali.
Si trattava però di accedere a una cultura e a una politica bibliotecarie proprie di una società industrialmente avanzata, dove la biblioteca pubblica veniva concepita come servizio pubblico (questo è il significato di public library) e dove appariva naturale che il mecenatismo industriale intervenisse a sostenere le biblioteche con milioni di dollari.
In Italia, ma più in generale in gran parte dell’Europa continentale, il problema bibliotecario non era ancora avvertito in questo modo e non si può fare una colpa a Filippo Mariotti di non avere operato una rottura a cui mancavano i presupposti di maturazione.
D’altra parte, non essendosi ancora sufficientemente formata a livello accademico una specifica disciplina biblioteconomica, appariva naturale inserire il quadro delle biblioteche italiane, per lo più ricche di manoscritti e di codici antichi, entro quello della tutela del patrimonio culturale ricevuto in eredità dal passato preunitario.
Il contributo personale di Mariotti in questo campo, oltre a numerosi interventi parlamentari, tra i quali la relazione del 1884 al progetto di legge per l’acquisizione da parte dello Stato del fondo di interesse italiano della Biblioteca Ashburnham6, si è mosso quindi prevalentemente entro questi confini.
Ciò non toglie che, sia pure non esente da aspetti contradditori, il suo pensiero biblioteconomico abbia saputo cogliere ed esprimere temi di interesse rilevante anche in prospettiva moderna: tra questi, principalmente, la dimensione territoriale del problema bibliotecario e anche la necessità di un coordinamento tra i singoli istituti, da realizzare nel quadro di una legislazione nazionale organica, nella quale, tuttavia, nell’impostazione di Mariotti, la preminenza veniva data alle belle arti.


Nota

Ultima consultazione dei siti web: 31 ottobre 2021.

1 Fernando Venturini, Libri, lettori e bibliotecari a Montecitorio: storia della Biblioteca della Camera dei deputati. Milano: Wolters Kluwer, Padova: CEDAM, 2019, cap. 2, par. 3.
4 Una lira del 1880 equivaleva all’incirca a 4 euro. Cfr. Convertitore storico lira-euro, https://inflationhistory.com/.
5 Commissione sopra il riordinamento scientifico e disciplinare delle biblioteche del Regno, Relazione della Commissione sul riordinamento delle biblioteche a S.E. il Ministro della Pubblica istruzione Angelo Bargoni, «Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia», 1 settembre 1869, n. 238, p. 1-2.
6 Il fondo di interesse italiano della biblioteca di Lord Ashburnham venne posto in vendita nel 1878. Il governo italiano si mostrò interessato all’acquisto per la grande quantità di codici, parecchi dei quali assai antichi, in esso contenuti, e mise a disposizione per l’acquisto la somma ingente di 584.000 lire, superiore a quella stanziata per tutte le biblioteche statali nel bilancio preventivo del 1881. Per procedere all’acquisto del fondo, che sarà depositato alla Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze, venne emanata un’apposita legge, di cui fu relatore, appunto, Mariotti. La relazione si può leggere in: Filippo Mariotti, La legislazione delle belle arti. Roma: Tipografia dell’Unione cooperativa editrice, 1892, p. 199-201.