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A dieci anni dalle linee di politica bibliotecaria per le autonomie: il sistema che non c'è

di Giovanni Galli

Devo allo spirito diabolico degli organizzatori di questo convegno il titolo di questo mio intervento. Ancora mi sto chiedendo: perché proprio a me? Però li ringrazio per questa scelta, che mi onora non meno di quanto mi imbarazzi.
Perché il tema è grande, quasi direi storico, almeno nel nostro piccolo mondo. Potrei partire addirittura dall'inizio del Novecento e da Guido Biagi. Potrei, ma vi tranquillizzo: non lo farò. Invece che alla storia, ricorrerò alla memoria, con tutti i rischi delle paramnesie, dei pentimenti fuori tempo massimo e delle inutili smentite.
Alle fine degli anni Settanta, quando mi iniziavo a questa nobile professione, la "sistematica bibliotecaria" era materia corrente di discussione, suggestionata anche della incombente nuova legislazione regionale, che fomentava illusioni di ingegneria istituzionale. Non si è concluso nulla a dimensione nazionale, qualcosa in alcune Regioni, per esempio in Lombardia.
Talché i bibliotecari (si vedano le Tesi di Viareggio dell'AIB 1987) proposero quasi di abbandonare il terreno istituzionale, per tenersi a quello organizzativo e funzionale dei servizi, dove, seppur fra grandi errori e polemiche e qualche spesa dissennata, avanzava tuttavia l'unica vera novità "sistemica" per le biblioteche italiane: il Servizio bibliotecario nazionale. Si può dirne quel che si vuole (e probabilmente le merita tutte) ma il catalogo unico nazionale esiste e funziona, con articolazioni locali relativamente autonome nelle loro scelte dentro un quadro condiviso.

Il catalogo, appunto, incarnazione terrena dello spirito bibliotecario negli anni Ottanta.
Ma quando, nel decennio successivo, da una parte Internet e dall'altra la crisi della politica svelarono l'insufficienza di questo avatar a fare la sostanza del servizio (come tutti i bibliotecari di fanteria avevano sempre saputo e detto fin dai tempi dei Centri culturali polivalenti, absit iniuria verbo), allora rispuntò la convinzione che ci voleva "più politica" anche per le biblioteche.
D'altra parte, vi ricordate quegli anni? Dopo mani pulite, abbiamo avuto una bella serie di governi tecnici, uno dei cui frutti più interessanti furono i decreti delegati detti "Bassanini", quelli delle riforme a costituzione invariata. Quanto affannarsi, per esempio, su quella specie di devoluzione delle biblioteche statali! da cui è venuto solo il passaggio dell'Universitaria di Bologna dai Beni culturali alla Pubblica istruzione-Università.
Ricordiamo il ministero Veltroni e i propositi bellicosi della presidenza AIB dell'amico Poggiali: si era ventilata una Direzione generale delle biblioteche pubbliche (o della lettura pubblica). Abbiamo ottenuto Mediateca 2000.

A chi, come tanti altri e pure io tra i minimi, con rurale innocenza insisteva a chiedere battaglia per avere una legge, si obbiettò con sufficienza che in materia eravi conflitto di competenze fra Stato e Regioni. Fu, questa, obiezione tale da soffocare in fasce la già debolissima volontà di affrontare il tema. Parve quasi che se ne ringraziasse il cielo, ossia i padri costituenti (ricordo che fu un mio compatriota, il latinista socialista Ferdinando Bernini, a sostenere alla Costituente che lo Stato doveva tenersi stretta la tutela dei beni artistici-storici-architettonici, mentre poteva senza troppo rischio cedere alle Regioni quella sui beni librari insieme alla vigilanza sulle biblioteche locali e popolari e del contadino e della bonifica, insieme - com'ebbe a chiosare più tardi uno spiritoso collega - a cave e torbiere).
Fu così che qualche irriducibile ingenuo pensò di cambiare registro.
Non solo nel piccolo mondo antico delle biblioteche imperversava il conflitto di competenze, ma anche, e ben più furioso, in altri, come per esempio quello della formazione professionale e della cosiddetta educazione degli adulti.

Però una via d'uscita era stata cercata e trovata: un accordo in Conferenza unificata, che esiste apposta per questo. L'esempio considerato era appunto l'Accordo sull'educazione degli adulti del 2 marzo 2000.
Così - detta in due parole - si pensò di mettere insieme un accordo di principio fra Regioni ed enti locali da proporre allo Stato e da far adottare in Conferenza unificata.
Adesso si dirà, col tono untuoso del fabbriciere della parrocchia: benedetta innocenza!
D'accordo. Però allora sembrava una buona idea. E ci mettemmo al lavoro con impegno. Vennero fuori nell'autunno del 2003 alcune paginette, scritte nello stile falso ingenuo della biblioteconomia internazionale. Con un po' di quella civetteria English che al giorno d'oggi andrebbe tanto!
Furono presentate alla Quarta conferenza delle biblioteche a Firenze nel novembre 2003 e poi a Parma il 4 marzo 2004, esattamente otto anni fa, in un apposito convegno.
Fu un trionfo, transitorio. Un sacco di congratulazioni, ma poi non successe nulla di ciò che le linee preconizzavano. E pian piano tutti se ne scordarono.
Nel frattempo, si succedevano le varie riforme del Titolo Quinto e del Codice dei beni culturali: sinistra - destra - sinistra.

Già sarebbe stato comunque difficile venire a capo del nostro problema in tempi ordinari, figuriamoci nella babele delle controriforme istituzionali inconcludenti!
Ci fu anche, da parte di noi comunali e provinciali, un eccesso di subalternità nei confronti delle Regioni. Va detto che mentre l'ANCI e l'UPI erano e sono associazioni di enti locali, il Coordinamento cultura delle Regioni è un organo in qualche modo istituzionale, con un seppur esilissimo apparato. Per cui parve naturale affidargli la gestione delle "Linee". Per qualche mese l'entusiasmo dei promotori portò a qualche riunione e a qualche bozza di documento. Si lavorò un po' anche sul tema delle statistiche nazionali (la cui mancanza rende il non-sistema bibliotecario italiano, fra l'attonita meraviglia dei colleghi stranieri, ancor più invisibile di quanto non meriti, nella sia pur innegabile sua debolezza). E un po', mi pare, anche sulla tutela e sul deposito obbligatorio.
Ma del grande obiettivo di far diventare le biblioteche un problema politico, neppure l'ombra.
Ora, perché questo excursus, a parte la propensione senile alla memorialistica? Un motivo c'è.

Ultimamente è riapparsa nel nostro paesaggio la figura della "legge". Non più una legge "per le biblioteche" ma una legge "per la lettura" e per di più d'iniziativa popolare. Credo sia da appoggiare, questa iniziativa, essenzialmente perché molto giustamente parla del fine (la lettura) piuttosto che del mezzo (la biblioteca, ma potrebbe essere anche la scuola, la libreria ecc). Tuttavia solo un malinteso anti-istituzionalismo porterebbe a voler disciogliere appunto le istituzioni (biblioteca, ma anche scuola, libreria ecc) nella nebulosa degli eventi-lettura.
Quanto più crediamo nel fine, tanto più dobbiamo credere nei mezzi.
Allora, quelle biblioteche di ente locale per le quali non solo le "Linee" volevano offrire un quadro di riferimento politico-istituzionale più efficace, ma che queste "Linee" avevano fortemente voluto e scritto, queste biblioteche devono trovare una forma di organizzazione istituzionale che gli consenta di avere una voce più forte, ma già sarebbe molto dire "avere anche solo una voce".
Questo convegno è stato promosso anche dall'AIB. Una associazione fra biblioteche e bibliotecari, che a lungo ha discusso di questa convivenza nel suo seno di enti e di persone. Non voglio entrare in questa questione. Mi limito a dire che anche per le biblioteche dovrebbe valere quel che vale per gli altri servizi locali: che nella associazione degli enti titolari del servizio (i Comuni sono i gestori del 95% delle biblioteche italiane e può essere che acquistino ora anche le provinciali) ossia nell'ANCI (e lo dico all'Assessore Ranieri) ci sia una sorta di "Lega" delle biblioteche che possa a nome di noi tutti con una sola voce parlare al Governo (MiBAC, Centro per il libro), alle Regioni, ai Sindacati, a Federculture ecc.

E qui torniamo alla questione del "sistema che non c'è" e che ci potrà essere solo sulla base solida e diffusa delle biblioteche comunali, sulle quali articolare le altre tipologie. So bene che vi sono grandi aree del nostro paese pressoché prive di servizi comunali, dove solo qualche esile iniziativa di volontariato tiene accesa la fiamma, e giustamente deve essere difesa ed esaltata. Ma questo è vero anche per gli asili nido, le scuole materne, gli scuolabus, la raccolta differenziata ecc. Certo, esiste una questione meridionale delle biblioteche. Ma ai bibliotecari neoborbonici dobbiamo forse contrapporre la biblioteconomia di Giuseppe Pica? Come tutta l'Italia anche le biblioteche si salvano tutte insieme. Vi è in queste mie affermazioni qualcosa di semplicistico, lo ammetto, ma è una semplificazione necessaria in un mondo che discute molto ma agisce poco.
Nel 1908 due personaggi come Filippo Turati ed Ettore Fabietti lanciarono a Roma la proposta di una Federazione delle biblioteche popolari che avesse la funzione di infrastruttura tecnica per tutte le biblioteche che oggi diremmo "pubbliche", per la funzione e non per lo stato giuridico.
Non son qua per dire che dobbiamo rifare la stessa cosa. Ma solo che dobbiamo con rispetto ricordare questa grande speranza giolittiana e fare qualcosa per rendercene degni eredi.
Abbiamo oggi un governo tecnico, come vent'anni fa. Sembra che in Italia si facciano le riforme solo quando i veti incrociati dei gruppi d'interesse si annullano reciprocamente, aprendo la strada per breve tempo a una presunta "neutralità" tecnica.
Come inguaribile giacobino provo interesse per questi momenti sospesi, in cui sembra che la virtù prevalga sugli interessi. Sembra, ma non è. E sia, ma approfittiamo anche dell'apparenza.


GIOVANNI GALLI, Direttore Istituzione Biblioteche comunali di Parma, Vicolo Santa Maria 5, 43100 Parma, email: g.galli@comune.parma.it.
Intervento presentato al convegno "Le biblioteche di ente locale oltre la crisi", Genova, 9 marzo 2012.