Conoscenza, cittadinanza, sviluppo:
appunti sulla biblioteca pubblica come servizio sociale

di Giovanni di Domenico

Per essere all'altezza delle presenti sfide, il compito è di
coniugare ciò che la crisi attuale ci ha fatto credere separati:
il rigore dei bilanci e gli investimenti nelle conoscenze,
nella cultura, nella formazione, nella rigenerazione
dei legami sociali; la direzione e la partecipazione;
le culture umanistiche e le culture scientifiche; lo sviluppo
economico e lo sviluppo umano integrale.
Mauro Ceruti e Edgar Morin

Se le biblioteche svolgono compiutamente
la loro funzione - specie a livello locale -
realizzano la formazione della cittadinanza, che è
una delle missioni più importanti dei libri.
Jacques Le Goff

La "relianza" in biblioteca

Un'opera di Edgar Morin, recentemente tradotta in italiano1, può aiutarci a mettere nella giusta luce la fisionomia contemporanea della conoscenza e dei saperi e può fornirci alcuni, possibili orientamenti circa il ruolo delle biblioteche pubbliche. Morin (uno dei più anticonformisti fra i grandi intellettuali della nostra epoca) evidenzia alcuni processi in corso, che a suo parere tradiscono una grave crisi cognitiva:

  • l'affermarsi di un sapere iperspecializzato, che distingue non la "società della conoscenza", ma una società nella quale le conoscenze viaggiano separate le une dalle altre;
  • il dominio di un sapere frammentato, che soffoca la necessità di una conoscenza interdisciplinare, l'unica capace di cogliere la complessità e la globalità dei problemi che il mondo deve affrontare;
  • l'inadeguatezza del nostro modo di conoscenza, che non sa contestualizzare l'informazione e non sa integrarla in un insieme che le dia senso;
  • il primato della "tecnoscienza", che consente ai cittadini di acquisire un sapere specializzato, ma nega loro il diritto alla conoscenza e la possibilità di dominare un punto di vista "inglobante e pertinente".

Parte da qui Morin, per reclamare poi una riforma del pensiero, alla quale dà il nome di "relianza", e che consiste nella capacità di reinterrogare la ragione e di collegare le conoscenze le une con le altre. Occorre, dunque, "riapprendere a pensare", e per questo è indispensabile un nuovo sistema educativo, un sistema di educazione alla complessità delle cose, nel quale ciascuno possa imparare a vivere in quanto individuo, cittadino, appartenente al genere umano.
Dal pensiero della relianza, al quale non manca una positiva carica utopica, la biblioteconomia può ricavare più di uno spunto concreto:

  • può trovare una cornice di senso per le proprie aperture interdisciplinari, senza chiudersi nei tecnicismi;
  • può concepire e organizzare le biblioteche contemporanee, in particolare quelle a maggiore vocazione sociale (dunque le biblioteche pubbliche), come luoghi e segmenti del sistema educativo, che forniscono ai cittadini non solo risorse e accessi a singole informazioni o documenti ma percorsi di autoapprendimento e opportunità relazionali: tutto ciò che agevola i processi di trasformazione delle informazioni in conoscenza e integrazione delle conoscenze sparse in insiemi coerenti, vale a dire tutto ciò che favorisce una lettura critica del mondo, della vita e della società e che si nutre sia di cultura umanistica sia di cultura scientifica;
  • può elaborare per le biblioteche pubbliche nuove strategie di offerta, di servizio e di comunicazione centrate sullo sviluppo di tre dimensioni cognitive ed etiche, fondamentali per le persone: quella individuale (la consapevolezza di sè), quella civica e sociale (del vivere con gli altri) e quella che lega ciascuno di noi alle sorti della terra e dell'umanità.

Di un tale respiro abbiamo bisogno. Va del resto in questa direzione il notevole interesse che negli ultimi anni hanno sollevato nella letteratura biblioteconomica e nell'esperienza delle biblioteche le problematiche dell'apprendimento continuo e dell'information literacy, fra loro strettamente connesse, anche se distinte2. La cultura dell'apprendimento e dell'autoapprendimento nelle biblioteche pubbliche ha percorso sicuramente molta strada ed è stata in vari modi praticata, ne sono stati definiti gli obiettivi, le condizioni ambientali, i servizi chiamati a supportare i processi di apprendimento e così via. Spesso è stata opportunamente interpretata nella chiave della cittadinanza digitale, dell'inclusione sociale, della lotta all'analfabetismo funzionale, tutte prospettive assai feconde.
Sul versante dell'information literacy l'accento è caduto sulla localizzazione e valutazione delle risorse digitali, e non c'è dubbio che qui ci troviamo al punto d'incrocio tra sviluppo delle competenze professionali dei bibliotecari e nuovi bisogni informativi dei cittadini. Sono forse rimaste in ombra altre capacità costitutive della competenza informativa, pur richiamate da più parti: la capacità di usare l'informazione in modo etico; la capacità di usare l'informazione per creare e trasmettere conoscenza. Una maggiore sotbiblioteche pubbliche, forme più consapevoli e responsabili di circolazione e condivisione delle informazioni nella rete, laddove spesso assistiamo da un lato a disinvolte pratiche di manipolazione e dall'altro a scambi comunicativi di desolante povertà linguistica e qualitativa (che è una delle facce, non la meno inquietante, dell'analfabetismo funzionale che affligge questo Paese); nel secondo caso, per ottenere, diciamo così, più solidi e diffusi effetti di relianza. In questo senso, mi sembrano validi - anche se certamente da contestualizzare - i richiami di R. David Lankes alla necessità di spostare l'attenzione dai prodotti ai processi dell'apprendimento e di finalizzare l'esercizio della professione bibliotecaria soprattutto alla crescita di conoscenza nella comunità di riferimento3.

Fra diritti sociali e beni comuni

Il tema delle biblioteche pubbliche e della loro funzione s'intreccia storicamente e strettamente con quelli della democrazia, della cittadinanza e dei diritti. Questa funzione democratica è stata peraltro variamente declinata in epoche diverse, in più contesti sociali e politici, secondo molteplici orientamenti culturali4. E tuttavia, un paio di punti fermi possiamo fissarli:

  1. le biblioteche pubbliche offrono a tutti i cittadini, nessuno escluso, l'accesso a una pluralità di informazioni, conoscenze, idee e opinioni. In tal modo esse contribuiscono a consolidare e a sviluppare l'esercizio di una cittadinanza informata e consapevole e, per questa via, la qualità democratica complessiva di una società5. Nel nostro tempo ciò ha a che fare soprattutto con i diritti di accesso alla comunicazione e alle risorse digitali;
  2. in Europa occidentale, in modo particolare, il ruolo delle biblioteche pubbliche e degli altri istituti che agevolano l'accesso alla produzione e al patrimonio culturale e scientifico s'inscrive nel quadro dei diritti e dei servizi sociali garantiti dal welfare ai cittadini, insieme con l'istruzione pubblica, l'assistenza sanitaria, la previdenza e altre conquiste. Nel nostro Paese, questo profilo sociale delle biblioteche pubbliche è rimasto per lungo tempo accantonato, e solo recentemente è stato riproposto con forza e continuità, anche per merito dell'Associazione italiana biblioteche6

Il welfare è, tuttavia, un sistema di diritti e di protezioni basato, nelle sue espressioni più avanzate, sul principio e sulla condizione di cittadinanza: non nasce come un istituto caritatevole o paternalistico, riguarda tutti i cittadini, ricchi o poveri che siano; al tempo stesso, agisce come una leva redistributiva e quindi a beneficio delle fasce sociali svantaggiate.
Nel momento in cui individuiamo nelle biblioteche pubbliche un'articolazione del welfare, soprattutto del welfare locale, dobbiamo connetterle a questo universo di valori, a questo insieme di garanzie e di diritti, a come essi si sono storicamente configurati nelle nostre realtà e a come stanno cambiando la nozione di cittadinanza e le politiche sociali nel fuoco di una crisi economica (e politica e sociale) devastante.
Se queste due premesse sono fondate, non è dunque sbagliato considerare in modo statico, avulso dalla storia e dai cambiamenti, quello che lega le biblioteche pubbliche alla democrazia, alle forme concrete della cittadinanza, allo stato di salute dei diritti riconosciuti dallo Stato sociale? Nulla è dato per sempre. Stiamo attraversando una fase molto complessa e critica, nella quale la tenuta democratica della nostra società è esposta a rischi di regressione, i confini della cittadinanza si restringono a causa di nuove disuguaglianze e forme di esclusione sociale, il welfare vacilla sotto i colpi della crisi fiscale e finanziaria. Alcuni diritti conservano solo una veste formale: sono di fatto quasi svuotati7. Le biblioteche pubbliche non sono al riparo da questi fenomeni: molte delle loro difficoltà sono determinate dallo stesso insieme di fattori. Nel nostro Paese il tutto è aggravato dalla cronica assenza di una legislazione e di una politica nazionale d'indirizzo che contrastino la debolezza strutturale del settore (soprattutto nel Mezzogiorno, ma non solo). Per difendere e riaffermare la funzione democratica e sociale (oltre che culturale) delle biblioteche pubbliche bisogna ripartire da qui. Coglie nel segno la proposta di una legge d'iniziativa popolare sulla promozione del libro e della lettura, lanciata dall'Associazione Forum del libro8, che riconosce l'insostituibile ruolo delle biblioteche pubbliche nella filiera della conoscenza, ma soprattutto individua nelle biblioteche stesse uno strumento di attuazione di fondamentali principi costituzionali. Il riferimento è, in particolare, agli artt. 3 e 9 della Costituzione: «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3, comma due); «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica» (art. 9, comma uno).

In un suo recente libro, Salvatore Settis osserva che la Costituzione qualifica «non solo il demanio, ma il complesso dei beni pubblici, dei beni comuni e dei beni culturali, paesaggistici e ambientali come "beni essenziali all'esercizio dei diritti pubblici" costituzionalmente garantiti, a cominciare da libertà, eguaglianza, dignità, pieno sviluppo della persona umana»9. Accantonando per un attimo ciò che allontana le biblioteche pubbliche dalla nozione di "bene culturale" (occorre distinguere il valore del patrimonio documentario in quanto tale dalla funzione culturale di chi predispone legami fisici e concettuali tra i documenti, organizza condizioni d'incontro tra bisogni di conoscenza e contenuti selezionati, crea opportunità educative, emozionali e relazionali per le persone e le comunità), è indubbio che questo richiamo rappresenti una cornice etica e di indirizzo irrinunciabile per una seria politica di settore. Per altro verso, le biblioteche pubbliche sono talvolta ricondotte frettolosamente alla categoria dei "beni comuni". Proprio Settis introduce, tuttavia, una distinzione fra "bene comune" e "beni comuni": «Al singolare, il bene comune è un principio immateriale che appartiene all'universo dei valori e include i diritti fondamentali: salute, lavoro, istruzione, eguaglianza, libertà. Al plurale, i "beni comuni" possono essere cose tangibili (come l'aria, l'acqua, la terra; ma anche proprietà immobiliari), delle quali la generalità dei cittadini o una specifica comunità può rivendicare la proprietà o l'uso»10. In questa lettura, le biblioteche pubbliche (che l'autore, però, non inserisce tra i suoi esempi, che includono, fra gli altri, teatri storici, edifici monumentali, scuole e musei) si possono considerare beni comuni solo in un senso patrimoniale e/o funzionale, quindi non immediatamente "valoriale".
Le biblioteche pubbliche sono tali per appartenenza, per funzione civica e sociale e per destinazione d'uso; il che le potrebbe caratterizzare, ragionando dal punto di vista di Settis, "anche" come beni comuni tangibili, sia in quanto realtà inclusive e istituti finalizzati all'accesso, al godimento e alla trasmissione di conoscenza, cultura critica e patrimonio culturale sia in quanto luoghi di incontro ed esperienze sociali e culturali: tutti elementi d'interesse collettivo, che senz'altro concorrono al «conseguimento del "bene comune" come valore»11. Quest'ultimo coincide, sempre per Settis, con la nozione di "utilità sociale" espressa nella Costituzione, che «implica una netta gerarchia di valori, dove il "bene comune" è per sua natura superiore all'interesse "del singolo"; egualmente, i beni comuni (al plurale) meritano di esser così chiamati, e di essere strenuamente difesi, proprio in quanto funzionali al pieno adempimento del bene comune (come valore)»12.

Sotto l'aspetto giuridico, la definizione dei beni comuni rimane tuttavia incerta, così come non risolto appare il rapporto tra beni pubblici e beni comuni: tutto consiglia prudenza nell'uso di una formula che, al contrario, è già fin troppo inflazionata. Nella proposta di legge-delega della Commissione Rodotà13, unico tentativo fin qui prodotto al fine di introdurre la categoria dei beni comuni nel nostro ordinamento, sono beni comuni, indipendentemente dalla loro titolarità pubblica o privata, le «cose che esprimono utilità funzionali all'esercizio dei diritti fondamentali nonchè al libero sviluppo della persona». La legge deve perciò garantirne la fruizione collettiva insieme con la tutela e la salvaguardia, anche a beneficio delle generazioni future. La proposta si riferisce sostanzialmente ai beni naturali, ambientali/paesaggistici e culturali, quindi, implicitamente, anche alle raccolte bibliotecarie, ma non alle biblioteche in quanto istituti e organizzazioni di servizio14. Nell'intento di sostituire l'attuale regime di demanialità e patrimonialità, la Commissione ha proposto, però, anche di riclassificare i beni pubblici in tre categorie: "beni ad appartenenza pubblica necessaria", «che soddisfano interessi generali fondamentali» (opere di difesa, spiagge, strade e autostrade, reti ferroviarie, porti e aeroporti ecc.); "beni sociali pubblici", chiamati «a soddisfare bisogni corrispondenti ai diritti civili e sociali della persona» (abitazioni sociali, edifici pubblici che ospitano ospedali e scuole, reti di servizi pubblici locali); "beni pubblici fruttiferi", che non rientrano nelle categorie precedenti e che sono alienabili. La specifica natura dei servizi bibliotecari pubblici potrebbe autorizzare un interesse per la categoria dei beni sociali pubblici, ma non senza un preliminare approfondimento e ampliamento di discorso. Su di un piano concettualmente diverso si pongono i richiami all'opportunità di comprendere nella mappa dei beni comuni risorse come l'informazione, la conoscenza e il sapere critico, richiami che molto devono all'opera di Elinor Ostrom15.

Secondo il giurista Ugo Mattei, che mette esplicitamente in relazione il governo dei beni comuni con il principio inclusivo del libero accesso, «informazioni e conoscenza crescono quantitativamente e qualitativamente con la condivisione (perchè hanno natura di beni comuni relazionali)»16. Il tema ha implicazioni vaste. Qui, più di ogni altra cosa, interessa rimarcare ciò che nel discorso di Mattei può contribuire a rinsaldare e a rinnovare il rapporto tra biblioteche pubbliche e comunità di appartenenza in termini di condivisione sociale della conoscenza, qualità ambientale e arricchimento culturale dei nessi di cittadinanza. Nell'ottica funzionalistica di Mattei, i beni comuni «non possono in alcun caso essere oggettificati»17: si tratta di «una categoria dell'essere, del rispetto, dell'inclusione e della qualità»18, quindi di «una categoria autenticamente relazionale, fatta di rapporti fra individui, comunità, contesti e ambiente»19. Essa «non è riducibile a un diritto (categoria dell'avere: io ho un diritto), ma si collega inscindibilmente con la possibilità effettiva di soddisfazione di diritti fondamentali, che è ad un tempo esperienza di soddisfazione soggettiva e di partecipazione oggettiva ad una comunità ecologica»20.

Mattei è impegnato a separare nettamente la natura dei beni comuni da quella dei diritti sociali (che vede sottoposti alla discrezionalità fiscale e alle crisi cicliche del welfare), a definirne una nozione giuridica alternativa sia alla proprietà privata sia alla proprietà pubblica, a richiamare la necessità di politiche partecipative e modelli di autogoverno in grado di rifletterne la fenomenologia e renderne possibile la riconquista. Non senza ragioni, Settis giudica però azzardate un'estensione eccessiva della categoria dei beni comuni e una radicale cesura tra gli stessi beni comuni e i beni pubblici: «Nella proposta Rodotà mutano i nomi e si chiariscono i perimetri, si arricchisce e muta aspetto la categoria dei "beni comuni", ma i "beni ad appartenenza pubblica necessaria" e quelli "sociali" restano di pertinenza dello Stato e delle sue articolazioni»21. E indubbiamente non può che apparire rischioso, per un settore fragile come quello delle biblioteche locali, un allentamento del legame con la responsabilità pubblica, che può/deve esprimersi peraltro attraverso forme di gestione (istituzioni, fondazioni) e di comunicazione (la rendicontazione sociale), permeabili alla partecipazione e all'intervento decisionale dei cittadini e degli attori territoriali22. Nelle realtà locali alle biblioteche serve innanzitutto interagire efficacemente con le comunità, per capire quali programmi attuare, con quali soggetti collaborare, quali reti di servizi organizzare, in che modo queste possono rilanciare le dinamiche della cittadinanza, le dinamiche democratiche nelle città, nei paesi e nei territori, in che modo possono ridare linfa alla sfera dei diritti sociali e diventare fattore di uguaglianza. E serve mettere in risalto queste scelte nel rapporto con i decisori, gli amministratori, i tanti partner con i quali si stanno condividendo progetti e iniziative.
Una componente da continuare a valorizzare sono sicuramente le grandi potenzialità sociali e relazionali del "luogo biblioteca", un luogo aperto a tutti, allo scambio di storie e punti di vista, alla scoperta di culture diverse, al confronto con le ragioni degli altri, al protagonismo dei cittadini e dei gruppi di attività.
Sotto quest'aspetto, l'insistenza sulla qualità esperienziale degli ambienti, sulla funzionalità degli arredi, sull'ampiezza degli orari, sulle modalità informali e "formative" dell'offerta ecc. è più che giustificata, è una precondizione, così come ogni investimento sulla progettazione di sedi bibliotecarie anche piccole ma attrattive, vicine ai luoghi maggiormente frequentati e vissuti dalle persone, in grado di contribuire alla riqualificazione degli spazi urbani, centrali o periferici23.

Smart libraries

La stessa prospettiva - di cui molto si discute e si scrive - delle smart cities, delle città intelligenti, da progettare nell'ottica dell'innovazione culturale e tecnologica, della non solo su grandi infrastrutture digitali, ma anche sulla diffusione infrastrutturale di nuove biblioteche di prossimità, insediate nei luoghi sociali e capaci di tenere insieme cultura, formazione e socializzazione. è importante che la creazione di capitale intellettuale non sia separata da quel contrasto attivo del digital divide e dell'analfabetismo funzionale che le biblioteche possono ancora condurre e dalle risorse che esse possono mettere a disposizione delle comunità intelligenti, della cittadinanza consapevole, dei progetti innovativi sostenibili per le città e i territori.
In quest'ambito progettuale il mondo delle biblioteche pubbliche dovrebbe intervenire forse con maggiore tempestività e incisività. Il tema delle smart cities in una realtà come quella italiana, trova la sua specificità nel rapporto tra creazione di network digitali e valorizzazione dei territori, riqualificazione dei centri storici, rilancio del welfare24. Negli stessi documenti governativi le smart cities si configurano come «spazi urbani entro i quali le comunità residenti (le community) possono incontrarsi, scambiare opinioni, discutere di problemi comuni, avvalendosi di tecnologie all'avanguardia. La community funziona anche da stimolo per realizzare ricerche e progetti utili alle pubbliche amministrazioni»25. Qui c'è materia interessante di riflessione. Se la biblioteca pubblica intende caratterizzarsi come piazza del sapere (un'immagine fortunata)26, luogo riconosciuto dalla comunità, deve proporsi contemporaneamente sia come spazio fisico disponibile e attrezzato sia come ambiente digitale a vocazione sociale. Allargandone il raggio d'azione, si può ascrivere alle biblioteche pubbliche anche una funzione, che possiamo pur sempre definire "civica", riferibile a una comunità globale, una funzione simile a quella che Mattei, a titolo di esempio, assegna proprio alle piazze delle città: «La piazza [...] "appartiene" a una comunità tipicamente globale, ossia di tutti quanti, stanziali o viandanti, possano in astratto godere della sua funzione di luogo di scambio. E ciò nei modi e nelle forme di cui ciascuno è interprete»27.

La presenza dei media sociali in biblioteca e delle biblioteche nei media sociali, se guidata da una policy lungimirante, è indispensabile28 (e non mancano esempi apprezzabili, anche qui da noi). Non basta, tuttavia, se non si accompagna a una rivisitazione dell'intera offerta di servizi in rete, a iniziare dalla funzione sociale dei cataloghi di nuova genera zione, intesi come spazi di comunità, nei quali l'informazione e la conoscenza si cercano, si organizzano, si distribuiscono, si personalizzano e si creano a vantaggio della comunità stessa, territoriale o virtuale che sia29. Il trasferimento dei dati bibliografici nel "Web aperto" promette vantaggi sociali ancora più significativi: alla prospettiva dei library linkeddata e dei servizi bibliotecari nel Web semantico si legano possibilità inedite e qualitativamente garantite di navigazione, ricerca e recupero di informazioni aventi diversa natura e origine, proficuamente integrabili negli ambienti di programmazione e progetto delle smart cities30.

Quale sviluppo?

La terza parola chiave di questo discorso è "sviluppo". Le Public libraries services guidelines dell'IFLA rilevano come le opportunità offerte dalle biblioteche pubbliche allo sviluppo creativo delle persone siano importanti per lo sviluppo umano nella sua interezza. Per l'IFLA, Il contributo delle biblioteche pubbliche è vitale e risiede nella fornitura di accessi alla conoscenza e alle opere dell'immaginazione, rafforzata dalle attività di orientamento e formazione degli utenti prima all'uso delle tecnologie, poi alla localizzazione e valutazione qualitativa dell'informazione31.

Sempre secondo l'IFLA, le biblioteche pubbliche favoriscono anche lo sviluppo economico e sociale delle comunità, operando in particolare sul versante educativo di base (e qui gli esempi vanno dall'educazione sanitaria all'alfabetizzazione informatica e informativa)32. Infine, le linee guida assegnano alle biblioteche pubbliche un ruolo fondamentale nello sviluppo culturale delle comunità e nell'arricchimento delle loro identità, un ruolo che le biblioteche svolgono quando mettono a disposizione spazi, attuano programmi culturali e quando allestiscono un'offerta documentaria che rifletta gli interessi culturali e le espressioni linguistiche presenti nelle comunità medesime33. In sintesi, lo sviluppo di cui parlano le linee guida riguarda a un tempo il futuro dei singoli e quello della collettività.

Ma in che misura le biblioteche pubbliche impattano oggi su queste due direttrici dello sviluppo? In particolare, sul loro impatto sociale, economico e culturale e su come valutarlo esistono una ricca letteratura di settore e un'altrettanto nutrita casistica, con recenti contributi anche italiani34. è forse il momento, però, di superare un approccio ancora generico alla valutazione d'impatto, definire meglio l'ambito d'intervento delle biblioteche pubbliche e concentrarsi sull'idea di sviluppo che esse possono effettivamente riconoscere come propria e fattivamente sostenere. Sappiamo, per esempio, che la crescita economica - peraltro drammaticamente ferma nel nostro Paese - di per sè non garantisce migliori livelli di istruzione o assistenza sanitaria nè la riduzione delle discriminazioni e delle disuguaglianze, tutti fattori decisivi per il benessere individuale e sociale35. Molti studi documentano l'impulso che le biblioteche pubbliche danno o possono dare, direttamente o indirettamente, all'economia delle città e dei territori. è un tema su cui insistere, anche in chiave antirecessiva, ma liberandosi di un equivoco: la funzione sociale ed economica delle biblioteche non può essere esclusivamente valutata mediante il calcolo del ROI, del ritorno sull'investimento, come spesso accade, soprattutto in area anglosassone. Il ROI ha una sua utilità, perchè può documentare la capacità della biblioteca di generare entrate e produrre risparmi, contrastando così il rischio che nel discorso pubblico e nelle scelte di allocazione delle risorse resti in primo piano la sola dimensione dei costi sostenuti dalla collettività per i servizi36. Se però associamo il concetto di sviluppo a quello di benessere dei cittadini37, dobbiamo porci il problema della crescita in una logica non economicistica (di analisi costo/benefici) ma di uguaglianza e giustizia sociale, sostenibilità ambientale, solidarietà tra le generazioni38, capitale civico e capitale intellettuale delle comunità, qualità dei servizi. L'ambito d'intervento delle biblioteche pubbliche è soprattutto questo e su questi aspetti bisognerebbe orientarne la responsabilità, indirizzarne gli sforzi e valutarne l'impatto.
Le biblioteche pubbliche possono sottrarsi al rischio di un destino appartato e ininfluente e possono negoziare con i decisori istituzionali le risorse necessarie alla propria attività, anche nella più impietosa stagione di tagli, se riescono anch'esse a testimoniare e a documentare l'importanza degli investimenti in conoscenza, cultura e formazione per lo sviluppo sostenibile delle città e se riescono ad accreditarsi come luoghi di opportunità individuali e sociali realmente disponibili e irrinunciabili. Sono le opportunità che rendono le persone capaci di scegliere, agire e vivere bene con gli altri e in un ambiente sano; di acquisire competenze e abilità utili per la vita e per il lavoro; di usare l'immaginazione e il pensiero in modo completamente autonomo, critico e libero; di regalarsi il piacere derivante dalla lettura, dalla visione e dall'ascolto e di formarsi un gusto; di partecipare consapevolmente e attivamente alla vita democratica della propria città e del proprio Paese39. Senza il pieno dispiegamento di queste capacità umane, lo sviluppo è privo di basi sociali solide ed eque e sconta un pericoloso deficit di sostanza democratica.
Le biblioteche pubbliche da sole non bastano, non risolvono il problema, ma senza di esse qualsiasi società è in ogni senso più povera e grigia, perchè non si vive mai di soli consumi, per quanto "low cost" possano essere o sembrare.

Se questo composito scenario (le biblioteche pubbliche come luoghi della conoscenza condivisa, della produzione di intelligenza, delle opportunità, del trasferimento sociale di capacità, delle relazioni e del benessere) è plausibile, anche perchè già in nuce - e qualcosa di più - nelle realtà avanzate, rimane molto da dire e da fare per tradurre tutto quanto in strategie e politiche di posizionamento, comunicazione, alleanza, in una gerarchia di priorità, in un'agenda di settore, in progettualità diffusa. Servirebbe, come prima cosa, un approfondimento, una riflessione critica a più voci sull'intera materia.

Naturalmente, un'agenda di settore non può affermarsi senza l'impegno convinto e le competenze professionali dei bibliotecari e senza la loro capacità di rinnovare sul campo strutture e servizi e radicarli nella vita delle comunità e dei cittadini. Il paradosso - lo sappiamo tutti - è che bisogna affrontare un'opera di rinnovamento culturale, organizzativo e di offerta delle biblioteche in una stagione di risorse straordinariamente scarse, di frustrazione e rabbia sociale, di smarrimento culturale, di grande instabilità politica. E tuttavia, restituire un pezzo di presente e di futuro alle realtà locali (contribuire dal basso, come si dice, alla nascita di un nuovo modello di welfare, fondato sull'arricchimento delle relazioni di cittadinanza e sulla produzione e condivisione sociale di conoscenza), per una parte minima compete al nostro mondo, alle proposte che riusciamo a elaborare e, anche con poco, a trasformare in programmi, progetti e attività guidati da criteri solidi di cooperazione larga, integrazione territoriale, ricerca di finanziamenti.

è però necessario, inutile dirlo, risalire la china e riaprire una stagione di reclutamento o comunque di presenza stabile di personale professionalizzato: non è immaginabile che si possa affrontare un passaggio così complesso e sostenere efficacemente nel tempo una funzione che giudichiamo rilevante sotto il profilo costituzionale, ne è possibile valorizzare al meglio lo stesso ricorso al volontariato e ad altre forme di coinvolgimento e di supporto, senza investire nelle competenze e nella loro diffusione e continuità d'impiego. Ogni altra soluzione è inadeguata e destinata a esaurirsi in fretta.

NOTE

Ultima consultazione siti web: 26 marzo 2013.

L'autore ringrazia di cuore Gabriele Mazzitelli, Giovanni Solimine e Maurizio Vivarelli, che gli hanno fornito preziosi suggerimenti. Resta peraltro interamente sua ogni responsabilità riguardante il testo qui pubblicato.

[1] Edgar Morin, La via: per l'avvenire dell'umanità, prefazione di Mauro Ceruti, Milano: Raffaello Cortina, 2012.

[2] Si vedano le http://archive.ifla.org/VII/s42/pub/IL-Guidelines2006.pdf Guidelines on information literacy for lifelong learning dell'IFLA (2006), redatte da Jesús Lau. Si vedano, anche, Donna L. Gilton, Lifelong learning in public libraries: principles, programs and people, Lanham: Scarecrow Press, 2012 e Rónán O'Beirne, From lending to learning: the development and extension of public libraries, Oxford: Chandos, 2010.

[3] R. David Lankes, The atlas of new librarianship, Cambridge (Mass.); London: MIT Press, 2011.

[4] Fondamentali, al riguardo, Anne-Marie Bertrand, Bibliothèque publique et public library: essai de gènèalogie comparèe, Villeurbanne: Presses de l'enssib, 2010, e Paolo Traniello, Biblioteche e società, Bologna: Il Mulino, 2005.

[5] Vedi International Federation of Library Associations and Institutions, IFLA Public library service guidelines, 2nd ed., edited by Christie Koontz and Barbara Gubbin, Berlin; New York: De Gruyter Saur, 2010.

[6] Si veda, per esempio, il documento http://www.aib.it/aib/cen/iniz/AIB_bibpubbliche_201109.pdf Rilanciare le biblioteche pubbliche italiane. Sull'argomento è inoltre utile la lettura di: Antonella Agnoli, Caro sindaco, parliamo di biblioteche, Milano: Editrice Bibliografica, 2011; Waldemaro Morgese, La biblioteca nel welfare, «Biblioteche oggi», 30 (2012), n. 2, p. 53-59; Stefano Parise, Dieci buoni motivi per andare in biblioteca, Milano: Editrice Bibliografica, 2011.
Nel marzo 2013 l'Associazione Forum del libro ha pubblicato un primo http://www.forumdellibro.org/news.php?id_news=183 Rapporto sulla promozione della lettura in Italia. Il paragrafo 1.3 del documento, intitolato Biblioteche e pubblica lettura (p. 22-32), indica alcune persuasive linee d'intervento per le biblioteche pubbliche nella direzione "sociale" anglosassone e nordeuropea: contrasto di diverse forme di analfabetismo: informatico, informativo, funzionale; progetti "living library"; investimenti sulle strutture di prossimità; coinvolgimento dei cittadini e iniziative "dal basso", integrazione dei servizi culturali e informativi sul territorio ecc.

[7] Cfr. Ètienne Balibar, Cittadinanza, traduzione di Fabrizio Grillenzoni, Torino: Bollati Boringhieri, 2012.

[8] Vedi www.legge-rete.net. Vedi anche Giovanni Solimine, Leggere per leggere la realtà, «Bollettino AIB», 51 (2011), n. 4, p. 381-385.

[9] Salvatore Settis, Azione popolare: cittadini per il bene comune, Torino: Einaudi, 2012, p. 138.

[10] Ivi, p. 61.

[11] Ivi, p. 62.

[12] Ivi, p. 62-63. è da notare che una marcata componente di "interferenza valoriale" (rispetto alle scelte individuali), ha carattere cogente anche nella nozione di "bene di merito", elaborata in ambito non giuridico ma economico. Secondo le note teorie di Richard A. Musgrave (Finanza pubblica, equità, democrazia, Bologna: Il Mulino, 1995), i beni di merito si riconoscono soprattutto nelle «situazioni in cui gli individui, in quanto membri di una comunità, sono disposti ad accettare certi valori o preferenze comunitari, anche se il loro punto di vista personale non coincide con essi. La cura dei luoghi storici, il rispetto delle festività nazionali, la tutela dell'ambiente o l'amore per l'istruzione e per l'arte sono alcuni possibili esempi» (p. 186-187). Questi valori - aggiunge Musgrave - sono il frutto di un processo storico di interazione fra i membri della comunità e possono produrre interventi redistributivi o di giustizia distributiva non assoggettabili alla logica del mercato.
Su questo punto e sulle tassonomie economiche riguardanti i beni pubblici e i beni sociali cfr. Anna Galluzzi, http://www.aib.it/aib/sezioni/emr/bibtime/num-xiv-3/galluzzi.htm Biblioteche pubbliche tra crisi del welfare e beni comuni della conoscenza, «Bibliotime», 14 (2011), n. 3.

[13] Vedi http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_12_1.wp?previsiousPage=mg_1_12_1&contentId=SPS47624. La Commissione fu nominata con un decreto del Ministro della Giustizia il 14 giugno 2007 ed ebbe l'incarico di predisporre uno schema di disegno di legge delega per la riforma delle norme del codice civile sui beni pubblici, poi consegnato nel mese di febbraio 2008.

[14] Per il Codice dei beni culturali e del paesaggio (D. lgs. 22 gennaio 2004, n. 42) sono beni culturali, fra gli altri, «le raccolte librarie delle biblioteche dello Stato, delle regioni, degli altri enti pubblici territoriali» (art. 10, comma due), mentre la biblioteca è annoverata fra gli istituti e i luoghi della cultura (art. 101, comma uno).

[15] Vedi, in particolare, La conoscenza come bene comune: dalla teoria alla pratica, a cura di Charlotte Hess e E. Ostrom, ed. italiana a cura di Paolo Ferri, premessa di Fiorello Cortiana, [Milano]: Bruno Mondadori, 2009.

[16] Ugo Mattei, Beni comuni: un manifesto, Roma-Bari: Laterza, 2011, p. 95.

[17] Ivi, p. 54.

[18] Ivi, p. 62.

[19] Ibidem.

[20] Ibidem.

[21] Salvatore Settis, Azione popolare cit., p. 111.

[22] Mi permetto di fare rinvio qui al mio Biblioteche, utenti e non utenti: contenuti e gestione di un progetto valutativo. In: L'impatto delle biblioteche pubbliche: obiettivi, modelli e risultati di un progetto valutativo, a cura di Giovanni Di Domenico, Roma: Associazione italiana biblioteche, 2012, p. 19-60, in part. p. 57-60.

[23] Dicono bene Stefano Parise e Aldo Pirola (Per una «cloud» delle biblioteche, « Il sole 24 ore », 19 febbraio 2012, p. 36): «Le biblioteche possono essere ottimi attrattori territoriali per riqualificare una zona o un quartiere nella misura in cui risultano aperte, vitali, disponibili allo scambio di esperienze intellettuali. Gli edifici che le contengono devono essere dislocati studiando i flussi d'utenza potenziale e le barriere urbane, essere facilmente raggiungibili e visibili nel tessuto urbano, trasparenti perchè devono invitare e accogliere, flessibili e rimodulabili all'interno per assecondare le trasformazioni d'uso».

[24] Vedi Andrea Granelli, Città intelligenti?: per una via italiana alle Smart Cities, [Roma]: Luca Sossella, 2012. Vedi anche Michele Vianello, Smart Cities: gestire la complessità urbana nell'era di Internet, Santarcangelo di Romagna: Maggioli, 2013.

[25] Vedi http://www.governo.it/GovernoInforma/dialogo/aree/allegati/agenda_digitale/agenda_digitale.pdf.

[26] Vedi Antonella Agnoli, Le piazze del sapere: biblioteche e libertà, Roma; Bari: Laterza, 2009.

[27] Ugo Mattei, Beni comuni cit., p. 55. Per R. David Lankes (The atlas of new librarianship cit., p. 65) la public library è uno spazio civico e non pubblico, ma in un senso che tiene conto soprattutto dei vincoli normativi e politici che ne disciplinano il ruolo: «The public library [...] is a civic space. What is the distinction? A public space is not truly owned. It is an open space. Things in the public domain, for example, are free to use and reproduce. A civic space, on the other hand, is a regulated space on behalf of the public. That means it is beholden to a whole raft of policy and law. A group can gather in a public space. They have to have permission to do so in a civic space, and that permission must be given in an equitable and nondiscriminatory way».

[28] Cfr. Heather Lea Moulaison - Edward M. Corrado, Staying free from "corporate marketing machines" library policy for Web 2.0 tools, in: Marketing libraries in a Web 2.0 world, edited by Dinesh Gupta and Rèjean Savard, Berlin: De Gruyter Saur, 2011, p. 43-55.
Esprime però forti riserve Steve Coffman, in: http://www.infotoday.com/searcher/apr12/Coffman%E2%80%94The-Decline-and-Fall-of-the-Library-Empire.shtml The decline and fall of the library empire, «Searcher», 20 (2012), n. 3: «I think the reason Web 2.0 technologies have not taken off on library sites is not because people don't love us - they do, they tell us so all the time. It's because libraries are preeminently local institutions and our websites attract a limited number of people primarily from the local community. Since only a very tiny percentage of the people that visit any site will end up contributing to it, we lack the critical mass of users needed to create and sustain robust online interaction and communication. While in contrast, sites such as Goodreads, Amazon, and others draw from the entire country and sometimes even the world. So while Library 2.0 made good conference fodder for a while, the realization is, it has failed to reach its goals». L'articolo di Coffman è stato proposto ai lettori italiani e commentato da Anna Galluzzi: vedi il suo Che ne sarà dell'impero bibliotecario?, «AIB studi», 52 (2012), n. 3, p. 363-372. Qui valga una piccola obiezione al pregiudizio che Coffman sembra coltivare nei confronti di un possibile successo di network sociali "ristretti" e senza preminenti finalità commerciali: un'esigenza di cui s'intravedono, invece, già molti segnali, che si accompagnano a un rallentamento della crescita di utenti attivi nei network globali.

[29] Cfr., tra gli altri, Laurel Tarulli, The library catalogue as social space: promoting patron driven collections, online communities, and enhanced reference and readers' services, Santa Barbara (Ca): Libraries Unlimited, 2012.

[30] Sulle opportunità che il modello dei dati connessi offre alle biblioteche pubbliche vedi Carlo Bianchini,Dagli OPAC ai library linked data: come cambiano le risposte ai bisogni degli utenti, «AIB studi», 52 (2012), n. 3, p. 303-323, .

[31] Ma le linee d'intervento si possono incrementare, e a esse si può aggiungere valore, se si considerano le 21st Century skills individuate dall'Institute of Museum and Library Services: si veda: www.imls.gov.

[32] Vedi International Federation of Library Associations and Institutions, IFLA Public library service guidelines cit., p. 6.

[33] Ivi, p. 8.

[34] Vedi Sara Chiessi, Quanto valgono le biblioteche?: un metodo per valutare l'impatto sociale delle biblioteche pubbliche italiane, «Bollettino AIB», 51 (2011), n. 4, p. 315-327 e Roberto Ventura, La biblioteca rende: impatto sociale e economico di un servizio culturale, Milano: Editrice Bibliografica, 2010. Vedi anche L'impatto delle biblioteche pubbliche cit.

[35] Vedi, in particolare, Martha C. Nussbaum, Creare capacità: liberarsi dalla dittatura del Pil, Bologna: Il Mulino, 2012. Molto netto, al riguardo, anche Zygmunt Bauman nel suo "La ricchezza di pochi avvantaggio tutti" (Falso!), traduzione di Michele Sampaolo, Roma-Bari: Laterza, 2013, p. 43-44: «le statistiche del prodotto interno lordo, che dovrebbero misurare gli alti e bassi della "ricchezza totale" della nazione identificata col benessere del paese, tacciono sul modo in cui quella ricchezza è distribuita. Lo nascondono anzichè rivelarlo; in particolare, ed è la cosa più importante, la verità che quelle statistiche evitano di far emergere è che l'aumento della "ricchezza totale" va di pari passo con l'approfondirsi della disuguaglianza sociale».

[36] Si veda, soprattutto, l'ottimo bilancio sociale 2011 della Biblioteca San Giorgio di Pistoia, disponibile all'indirizzo www.sangiorgio.comune.pistoia.it.

[37] Vedi il Report by the Commission on the Measurement of Economic Performance and Social Progress, uno studio coordinato da Joseph E. Stiglitz, Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi, disponibile dal settembre 2009 all'indirizzo www.stiglitz-sen-fitoussi.fr.
In ambito nazionale è di grande rilievo il "progetto bes" (progetto di misurazione del benessere equo e sostenibile), promosso dal CNEL e dall'ISTAT: sono state identificate dodici dimensioni del benessere (ambiente, salute, benessere economico, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, relazioni sociali, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ricerca e innovazione, qualità dei servizi, politica e istituzioni); dall'ottobre 2011 al febbraio 2012, inoltre, è stata effettuata una consultazione online sul tema (il relativo rapporto si trova all'indirizzo www.misuredelbenessere.it); è stato infine pubblicato, nel marzo 2013, il rapporto bes/2013: il benessere equo e sostenibile in Italia. Una descrizione del progetto, a firma del Presidente dell'ISTAT Enrico Giovannini, si può leggere nel Rapporto annuale Federculture 2012. Vedi La misura del benessere e il ruolo della cultura, in: Cultura e sviluppo: la scelta per salvare l'Italia, a cura di Roberto Grossi, Pero (Mi): 24 ore Cultura, 2012, p. 99-113.

[38] Cfr. Salvatore Settis, Azione popolare cit., p. 39: «La solidarietà intergenerazionale si articola [...] proprio come i diritti umani fondamentali, secondo una costellazione di valori che include equità, giustizia, libertà, dignità umana, qualità della vita, salute, cultura, responsabilità etica. Salvaguardare questi valori è giusto, anzi necessario, non solo nell'interesse delle generazioni che verranno, ma nel nostro».

[39] Si vedano, al riguardo, le "dieci capacità centrali" che, secondo Martha. C. Nussbaum, occorre garantire a tutti i cittadini (in: Creare capacità cit., p. 39-40). Nel citato The decline and fall of the library empire Coffman prefigura una sorta di "tragedia delle biblioteche": «Each of the services we've provided in the digital arena has been - or is being - superseded by new and better technologies or by other organizations better suited to deliver services electronically. And when Google has finished its scanning project, it will have no more use for us or our collections either». Scenari plausibili. E tuttavia le potenzialità sociali e democratiche delle biblioteche pubbliche (e le stesse problematiche dell'accesso alle risorse digitali) appaiono di molto penalizzate se lette nella sola chiave della mediazione tecnologica.