Biblioteconomia sociale? Certo, per contribuire al nuovo welfare

di Waldemaro Morgese

Il modello fondamentale della critica ad un'espertocrazia
è semplice: un momento necessario
non è di per sé anche sufficiente1

La tendenza in atto: società polarizzata

Mi piace cominciare la mia riflessione, propiziata dagli eccellenti "appunti" di Giovanni Di Domenico sulla biblioteca pubblica come servizio sociale, citando questi versi di Michelangelo Salerno, un poeta poco noto ai più, collaboratore di Quinta Generazione e autore per le edizioni Il Tripode nel 1976 di una raccolta intitolata Storie di tram, professori, gabbiani, santi in bicicletta, ragazzi viaggiatori e altri tipi strani.
La poesia da cui ho tratto i versi che seguono - quelli conclusivi - si intitola I libri e la cultura2:

«Leggi - diceva mio padre -
leggi e ricorda
che i libri sono sacri
e come tutte le cose sacre
non si prestano».

È molto ragionevole congetturare che si avvicina l'era in cui i libri (qui parliamo, come fa il poeta, di quelli di carta) saranno un cimelio prezioso, da tenere gelosamente riservato e quindi inconcepibile conferire in prestito. I content dei libri di carta, ovviamente, supponiamo e anzi diamo per scontato che in questa era saranno stati trasferiti su altri supporti, magari tutti nelle nuvole.
Il risultato logico, a questo punto, dovrebbe essere che le biblioteche "in carne e ossa", come le conosciamo, scompaiano tutte (salvo poche, da riprogettare baricentriche per vasti territori, strutture àlgide di conservazione degli esemplari originali) e che ad esse si sostituisca altro tipo di strutture, che chiamerei "teche di tutto ciò che serve a mettere a frutto le conoscenze per cambiare il mondo": ecco una bella definizione (sia pure un po' ampollosa) delle nuove biblioteche che congetturo - ottativamente - come le protagoniste del passaggio di testimone3.
Una definizione che non concede nulla a una rappresentazione ideologica della realtà, ma che si adatta plasticamente alle nuove incombenti direzioni di marcia del mondo contemporaneo.
Queste direzioni sono chiare, da ultimo le ha ricapitolate in un brillante articolo l'inviato a New York del «Corriere della Sera» Massimo Gaggi, che sottolinea come il progressivo appiattimento delle società avanzate in due poli (senza più la middle class cioè), da un lato i ricchi e privilegiati, dall'altro la sterminata massa di poveri o borderline, sia il risultato non tanto di pervicaci manovre di nemici del popolo, quanto dello sviluppo delle tecnologie e dell'immateriale: per le menti democratiche e progressiste come la mia, una dura constatazione e anche indigesta4!
Le nuove tecnologie, infatti, riducono le occasioni di lavoro e la nascita di nuovi lavori ad esse connessi non compensano algebricamente quelli che si perdono (effetto noto e del resto già in atto nel mondo); inoltre (effetto meno noto o comunque meno analizzato o meno considerato) determinano l'inesorabile frattura fra i pochi che imparano a manipolarle e governarle e i molti che non possono fare altro che applicarle pedissequamente, divenendo semplici robot umani.
Quindi, sostiene Gaggi riprendendo riflessioni di economisti come Tyler Cowen, la frattura sociale in sviluppo nella società globalizzata provocherà l'enfatizzazione dei ridotti strati meritocratici della società e la necessità di governare al meglio - secondo canoni umanitari, starei per azzardare - i ben più ampi strati "robotizzati" che, per sopravvivere, dovranno di necessità riscoprire i valori positivi della frugalità austera (a motivo principalmente della loro schiacciante numerosità).
Dobbiamo però essere molto attenti a bollare questo nei termini di uno scenario cupo, perché, come ha scritto il rettore dell'Università di Udine: «Il cambiamento - e non la stasi - è la nostra condizione abituale, la costante della nostra vita. Rispetto al cambiamento possiamo decidere se resistervi (inutilmente), adattarvisi di volta in volta (reagendo) o giocare d'anticipo (in modo proattivo). Per anticipare il futuro sono necessari approcci avanzati che vadano oltre i tradizionali modelli di previsione basati sulla proiezione in avanti delle esperienze passate»5.

Un bibliotecario "empatico"?

Se riusciamo a porci in questa terza condizione ideale, corroborati magari dalle esortazioni del più che ottuagenario Michel Serres6, vale a dire nella condizione dei giocatori d'anticipo, allora forse si potrebbero a noi aprire orizzonti inaspettati.
Intanto, potremmo capire meglio l'importanza e la fecondità degli approcci emotivi alla realtà che cambia: uno storico della pedagogia lo ha sottolineato di recente, argomentando che - secondo quanto sostengono anche studiosi della psicofisiologia come Vezio Ruggieri - gli approcci emotivi, non prescindibili quando si è pratici, sono molto importanti perché consentono di attivare un fecondo rapporto empatico con la realtà: «L'esposizione contemporanea dell'individuo al rischio ripristina una condizione fondamentale dell'etica antica, l'idea cioè molto chiara alla morale classicista, da Petrarca a Guicciardini come ci ricorda Amedeo Quondam, che l'uso, più della ragione, ha la forza di produrre novità e di mandare in soffitta modi e consuetudini della tradizione»7.
Formulo una domanda al mio lettore: potrebbe mai un bibliotecario "leggere" fecondamente la realtà se fosse un freddo raziocinante e non, invece, un soggetto pensante sì ma coinvolto rispetto alle problematiche sociali del suo territorio? (Se non fosse, in sostanza, un "eco-bibliotecario"?8).
Inoltre, potremmo inserirci meglio in questa enorme "faglia" in formazione (che divide i campioni del merito dagli altri) non solo per limitare i danni, ma anche per incidere efficacemente sui "robotizzati" al fine di schiudere per essi un qualche set di chances: nuovo modo sicuramente - questo sì fortemente antivedente - di declinare l'approccio welfaristico nella società del XXI secolo. Se però il lettore pensasse che stiamo proponendo orizzonti avveniristici, si ricreda: stiamo invece riproponendo normali e già collaudate etiche wefaristiche e ciò perché le riteniamo necessarie e utili anche per il futuro in sviluppo; scherzosamente, ma non troppo, restiamo cioè fedeli alle tre leggi della robotica così come formulate dal visionario Isaac Asimov (cioè restiamo ancorati ad un approccio umanistico alla realtà):

  1. « Un robot non può recar danno a un essere umano, né permettere che, a causa della propria negligenza, un essere umano patisca danno.

  2. Un robot deve sempre obbedire agli ordini degli esseri umani, a meno che non contrastino con la Prima Legge.

  3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questo non contrasti con la Prima o la Seconda Legge.
    Manuale di Robotica, 56° Edizione, 2058 d.C.»9.

Nell'era paradigmatica dell'empatia, cioè negli anni Settanta dello scorso secolo, aperta dal rivolgimento del 1968, la Scuola 725 di Roma scrisse una lettera al sindaco dell'epoca (Clelio Darida). Il paragrafo 45 suonava così: «Noi vorremmo darle un'Idea: poiché lei e i padroni direte di volerci bene, noi vi si vuole aiutare, perché questo vostro bene non rimanga sospeso in aria, ma scenda sulla terra come fece Gesù, nel fango dell'Acquedotto Felice. Venite ad abitare qui da noi. Unitevi alla nostra lotta. Siamo fatti della stessa carne e delle stesse ossa. Reumatismi a noi, reumatismi a voi. Soffriremo insieme, ci vorremo più bene e lotteremo. Di questo abbiamo bisogno e non di promesse e di pietà. Sindaco, forse questo è l'unico modo perché la nostra situazione venga risolta»10.
Vale a dire che il problema fondamentale, oggi, essendo necessitati a conferire un nuovo ruolo - welfaristico - alle biblioteche e ai bibliotecari (al fine di evitare la loro scomparsa), è quello di pensare alla biblioteca come ad una funzione sociale, non ad un edificio (e ai bibliotecari come a "eco-bibliotecari", anche se stavo per scrivere "guerriglieri del cambiamento", non ad asettici compulsatori di documenti)11.

Un nuovo paradigma per eco-biblioteche

Questo significa ciò che vari studiosi attenti e di viva intelligenza intendono trasmettere quando affermano che nella professione che ci riguarda è maturo un cambio di paradigma: cioè imboccare il paradigma della biblioteconomia sociale, dopo quello della "biblioteconomia manageriale" (o gestionale) che è seguito a quello della "biblioteconomia documentale"12.
D'altronde il susseguirsi dei paradigmi è da intendere come un movimento alluvionale: giammai i paradigmi si sostituiscono fra loro, escludendosi, ma si sovrappongono longitudinalmente arricchendo il nuovo profilo del bibliotecario, in questo caso dotandolo - nei difficili tempi che attraversiamo - di più penetrante giustificazione ad esistere. Insistere sulla contaminazione è peraltro anche il viatico migliore per apprezzare le nuove problematiche relative al maneggio della "scatola degli attrezzi", vale a dire della professione, senza inficiare quanto di buono si è sviluppato finora: in ogni caso, tuttavia, il nuovo paradigma della biblioteconomia sociale reclama una integrazione degli skills tradizionali, dato che bisognerà aggiungervi come fondamentali le abilità e le competenze che comportino la capacità relazionale, ovviamente non intesa come mere public relations, ma come intuitiva abilità di comprendere e metabolizzare lo "spirito pubblico" del territorio nonchè le sensibilità, i desiderata profondi dei protagonisti in campo: skills niente affatto banali o facili ad apprendersi.
Il prefisso "eco", inoltre, vuole segnalare anche la contaminazione della biblioteca con il mondo del museo, dal momento che gli "ecomusei" sono stati il cimento più fecondo con cui la nouvelle museologie - nata in ambito ICOM13 e animata da testimoni quali Hugues de Varine o George Henri Rivière - ha affrontato (e vinto, tutto sommato) la sfida della conversione sociale del modello-museo14: un rivolgimento, anche per i risvolti geo-politici (gli ecomusei si svilupparono vivacemente in America Latina), in questo campo paragonabile a quello che in campo religioso segnò la "teologia della liberazione" (oggi rivalutata dal nuovo papa, che ha sbloccato il processo di beatificazione di monsignor Romero su cui pesava il veto trentennale della gerarchia vaticana).

La biblioteca sinergica e immersa nel suo territorio presenta un frame articolabile in tre declinazioni, anche mescolate fra loro:

  • le soluzioni tecnologiche e infrastrutturali

  • le specializzazioni tematiche delle collezioni

  • le capacità di accreditarsi quale volano di "massa critica" per l'azione popolare sui temi scelti.

In ogni caso tutte le declinazioni hanno una spiccata valenza sociale - atteso anche il carattere ormai fortemente centrale della questione ambientale15 -, la terza in particolare conferisce in più alla biblioteca la fisionomia di agente del cambiamento sociale.
Il mondo delle biblioteche, per verità, perviene a questo tornante cruciale del suo sviluppo con un po' di ritardo, pur se vivaci testimonianze nell'intera area Ocse non sono affatto mancate. Ad esempio, conviene riportare quanto ha scritto Lutfur Rahman, major delle Tower Hamlets (UK) nel presentare il voluminoso opuscolo-guida che raccoglie gli oltre 900 corsi di learning che si svolgono promossi dagli Idea Store, veri e propri supermercati delle idee profondamente "conficcati" nei quartieri di riferimento e fra i più significativi esempi di nuova biblioteconomia sociale in sperimentazione: «The programmes are responsive and well designed; they are built around effective partnerships and the community, meeting the needs and raising the aspirations of the local people well»16.
Il panorama delle possibili applicazioni del nuovo paradigma è vasto e articolato, comunque non totalmente prefigurabile al momento. Quello manageriale, ad esempio, quando ha affrontato il tema del coinvolgimento dei portatori di interesse nelle attività di servizio, in genere ha focalizzato il campo operativo in tre direzioni:

  • rendicontazione di sostenibilità (sustainability reporting)

  • elaborazione delle strategie aziendali (strategic management)

  • partecipazione agli organi di governo (governance)17.

È consequenziale che il nuovo paradigma dovrà affrontare il tema degli stakeholder in maniera più comprensiva, nel tentativo di decifrare lo "spirito pubblico" che esprime nel suo complesso il territorio: le aspirazioni, le speranze, le insoddisfazioni, i dreams anche di chi lo popola, di chi vi lavora, di chi intraprende e di chi ne costituisce l'infrastruttura governante.
Non si tratta di limitare l'operatività della biblioteconomia sociale allo scrutinio dei cahiers de doléance, sia chiaro, anzi: la biblioteca sociale potrà ad esempio divenire makerspace, luogo del fare e non solo del documentare, in grado di coinvolgere i giovani del territorio intercettando le loro inclinazioni e i loro interessi, assecondandoli (anche se le pratiche YouLab non sono - già oggi - solo quelle intermediate dalle ambasciate USA, quasi novelle e più tecnologiche biblioteche dell'Usis!). Così come le biblioteche possono diventare incubatori di idee da sperimentare successivamente sul territorio: veri e propri spin-off su questioni di interesse per la vita (e il benessere) delle popolazioni, biblioteche che ben possono ausiliare lo start-up di prototipi di utilità sociale. Può dire qualcosa anche alle biblioteche e ai bibliotecari la nuova frontiera della medicina telematica e quindi l'uso della web-cam? Ad esempio, la biblioteca potrebbe progettare portali, videoconferenze, reportistiche digitali in presa diretta per monitorare lo stato del territorio oppure addirittura costituire reti più ampie attraverso cui supportare una maggiore capacità delle comunità di riferimento di prendersi cura di se stesse.
Sostanzialmente, il nuovo paradigma privilegia un ruolo proattivo della biblioteca e del bibliotecario: in grado non solo (non semplicemente) di rendicontare, analizzare, sviluppare virtuose forme di accountability, lenire la difficoltà del vivere con le occasioni di entertainment18, ma anche e soprattutto di modificare gli stati di vivibilità delle persone. Per conseguire questi obiettivi è chiaro che vi sono alcune tematiche rilevanti e, direi, particolarmente incidenti sui fattori di emergenza sociale: la più importante delle quali, anche per l'affinità con il lavoro storico della biblioteca, è l'acculturazione lifelong. Infatti tutti i risultati delle indagini applicate sia ai giovani che agli adulti (Pisa, Piaac), ormai affidabili per elaborazione delle tecniche di campionamento, segnalano lo svantaggio italiano in fatto di adeguatezza intellettuale del capitale umano, che per queste ragioni non riesce a diventare una vera espressione di senana capability19.
È evidente l'esigenza di correggere, con tutti gli strumenti e opportunità possibili, il trend che provoca svilimento del capitale umano e il suo depotenziamento quanto ad utilità sociale. E per ottenere ciò è indubbio che occorra sviluppare, con assoluta decisione e dovizia di investimento, non solo i canali dell'educazione formale ma anche - e soprattutto - quelli dell'educazione informale, che peraltro è un obiettivo molto avvertito anche alla scala mediterranea e che, fra l'altro, consente di misurarsi con le problematiche dell'immigrazione e della multiculturalità20.
È anche evidente che la più generale inversione di tendenza dovrebbe registrare una esaustiva messa in campo del mondo delle biblioteche e dei bibliotecari, in modo che il loro intervento sappia qualificarsi non come meramente coadiuvante, bensì radicalmente intrusivo (obiettivato cioè, come già sottolineato, al cambiamento sociale). D'altra parte, questo intervento intrusivo è addirittura necessario, perché soltanto agenzie culturali (quali sono, insieme ad altre, le biblioteche) e soltanto agenti di cultura (quali sono, insieme ad altri, i bibliotecari) sono in grado di «smontare il gigantesco dispositivo finzionale e finzionalizzante in cui viviamo oggi, la qualità i(pe)rreale e fantasmatica che esperiamo quotidianamente attorno a noi - e dentro di noi»21. Cioè si vuole sottolineare che questa operazione di cambiamento è in grado di farla solo la cultura, talché il mondo delle biblioteche e dei bibliotecari proprio per questa via può riconciliarsi con una dimensione della cultura che non sia né consolatoria (complice l'onnipresente entertainment), né rinsecchita in forme agitatorie alla lunga inàni, né orgogliosamente chiusa in una torre eburnea22.
Non deve quindi assolutamente spaventare la rivendicazione di protagonismo sociale così inteso, che qui si propugna e argomenta: anzi, si tratta di immettere nell'azione quotidiana e paziente, anche tecnicale, dei bibliotecari un vento di dura saggezza che molto si avvicina alle "olimpiche" parole di Michelangelo Pistoletto, allorché il maestro parla del suo distretto culturale del Biellese: «Noi non partiamo dalla critica, ma dalle necessità. Ricordo il titolo di una mostra nel quale mi riconosco perfettamente: Critical is not enough, la critica non basta»23. E ancora: «Noi andiamo avanti per la nostra strada: l'obiettivo è fare, proporre, cambiare, non criticare»24.

Il Sud: può soffiare un nuovo umanesimo?

Poiché abbiamo fin qui discettato di biblioteconomia sociale, non dovrebbe sfuggirci il fatto che il cambiamento sociale riguarda anche i territori in quanto tali e se il beneficio del nuovo paradigma deve prioritariamente orientarsi verso i territori più svantaggiati per favorire un riequilibrio (come sembra ragionevole se optiamo per una prospettiva welfaristica), ciò significa - nel nostro Paese - in primo luogo il Sud.
Due libri interessanti sono stati pubblicati in questi mesi sul Sud25. Nell'uno e nell'altro il Sud è considerato una spirale da spezzare, una tendenza da invertire, meglio se ad opera delle donne e degli uomini del Sud stesso. Per nulla una plaga da lasciare perdere. Carlo Borgomeo manifesta una sorta di grido di dolore: «Non è tollerabile che interi territori, importanti città, come Napoli, Palermo, Catania, Bari, Reggio Calabria, con le straordinarie tradizioni che ne hanno segnato la storia, con i segni provocatoriamente visibili di un passato nobile, potente e prestigioso, con le enormi potenzialità che nascondono, vivano in una dimensione collettiva di disperazione»26. Vito Teti, dal canto suo, nel sottolineare il carattere nostalgico del Sud (amplificato dai sentimenti degli emigrati), recupera il valore dei comportamenti chiari e coraggiosi, del salus in te ipso, unici antidoti: «Nel Sud, che ha conosciuto storie di contrasti e di conflitti, dove le identità sono spesso spezzate, frammentate, lacerate, dove sono mancate la mediazione e la conciliazione, dove, davvero, gli opposti si toccano e coincidono e i sentimenti e i comportamenti sono, nel bene e nel male, eccessivi ed esasperati, bisogna avere la capacità di guardare in bianco e nero, di scrutare le zone chiaroscure, di rintracciare l'indistinzione. Dobbiamo raccontarci e assumerci noi le verità scomode, anziché negarle o farcele rinfacciare con cattiveria dagli altri»27.
Dunque, la biblioteconomia sociale può avere nel Sud dell'Italia un grande terreno di espressione, particolarmente impegnativo ma esaltante: perfino nei piccoli e isolati paesi, dove peraltro - si legga Franco Arminio28 - «soffia il nuovo umanesimo»29.
Certo, il globo è ormai terribilmente "zebrato", se solo pensiamo che in qualche parte del mondo (ad esempio Wall Street) nel mese di aprile 2013 è bastato un tweet falso durato una frazione di secondo per polverizzare 200 miliardi di dollari30, mentre nelle parti interne del Sud d'Italia la circolazione del danaro è un movimento facoltativo (un optional).
Ma intanto facciamo in modo di costruire - con l'aiuto della biblioteconomia sociale - small biblioteche, anche rurali, in mezzo all'optional: a Wall Street ci potremo di certo arrivare, più oltre, magari per falsificare l'assunto del titolo del fortunato libro di Walter Siti vincitore del LXVII premio Strega31.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Ultima consultazione siti web: 14 novembre 2013.

[1] Otfried Höffe, La democrazia ha un futuro? Sulla politica moderna, Brescia: La scuola, 2011, p. 250.

[2] Michelangelo Salerno, Gabbia di ansie, Forlì: Edizioni Forum, Quinta Generazione, 1977, p. 28. Come nota Gianluca Prosperi, il poeta scrive del padre anche per scoprire, con una operazione di scavo in profondità non certo indolore, la radice prima del suo sviluppo psicologico-esistenziale: «…Costruì anche questo padre della mia infanzia / un teatro di burattini di legno…», ma «costruì anche una gabbia di ansie e negazioni / di doni e repressivi silenzi» (ivi, p. 8).

[3] Di tutto ciò si è molto interessato anche Seth Godin, guru statunitense del marketing applicato, che segnalo nell'articolo Il futuro è già scritto: ebook più biblioteche, in: Waldemaro Morgese, L'amore per la cultura, Bari: Edizioni dal Sud, 2011, p. 75-79. Avverto il lettore che troverà in prosieguo più di una citazione che mi riguarda: non per autoreferenzialità, ma solo per offrire ulteriori supporti, anche bibliografici, ai ragionamenti qui elaborati.

[4] Massimo Gaggi, Le due società, senza vie di mezzo, «Corriere della Sera. Il club de La lettura», 99 (2013), p. 4-5, http://lettura.corriere.it/debates/le-due-societa-senza-vie-di-mezzo/. Peraltro già oggi è così, sia pure per fattori di altro ordine: «Agli inizi del 21° sec., il mondo contemporaneo è un universo di disuguaglianze estreme» (cfr. Bruna Ingrao, Povertà e sottosviluppo: la geografia della fame, in: XXI secolo. Il mondo e la storia, Roma: Istituto della Enciclopedia italiana, 2009, p. 453). Uguali conclusioni trae Andrea Brandolini nel saggio La disuguaglianza dei redditi, in: XXI secolo. Il mondo e la storia cit., p. 493-503. Vorrei anche citare Zygmunt Bauman, che sottolinea come priva di fondamento la credenza secondo cui la disuguaglianza dei talenti, delle abilità e delle capacità umane sia un fatto naturale o che avvantaggi tutti: cfr. La ricchezza di pochi avvantaggia tutti (Falso!), Roma, Bari: Laterza, 2013. Fenomeno, questo della polarizzazione, che comunque non denega il beneficio differenziale in termini assoluti che sta apportando all'umanità il processo di globalizzazione, come sottolineato ultimamente in Matt Ridley, Un ottimista razionale. Come evolve la prosperità, Torino: Codice Edizioni, 2013.

[5] Alberto Felice De Toni, Ecco il futuro che ci arriverà addosso, «Il Sole 24 Ore Domenica», 281 (2013), p. 37, http://rassegna.uniud.it/media/files-rassegna/13-10-2013/PdfHandler_.pdf.

[6] Michel Serres, Non è un mondo per vecchi. Perché i ragazzi rivoluzionano il sapere, Torino: Bollati Boringhieri, 2013. Il titolo dell'edizione francese è: Petite Poucette.

[7] Adolfo Scotto di Luzio, La scuola che vorrei, Milano: Mondadori, 2013, p. 120.

[8] Rinvio alla mia relazione Le ecobiblioteche: condivisioni e alleanze fondate su contenuti strategici, svolta al Convegno delle Stelline (Milano, 14 marzo 2013). Uso qui il prefisso “eco” non solo nel suo significato corrente (attinente all'ecologia) ma anche in quello etimologico: eco = îßêîò = casa, per traslazione “territorio”.

[9] Isaac Asimov, Il secondo libro dei robot, Milano: A. Mondadori, 2004, p. 5.

[10] Roma. Il problema dei baraccati, Pistoia: Centro di documentazione, 1970, p. 18. È chiara la consonanza con Lorenzo Milani, su cui si veda la silloge di recente pubblicata: don Lorenzo Milani, A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca, Milano: Chiarelettere, 2012 (seconda edizione).

[11] Confermo in ogni riga ciò che già ho avuto modo di scrivere anni fa: “Biblioteca” non è un edificio ma una funzione sociale, «SudEst», 23 (2007), p. 11-12. In quell'articolo sottolineavo anche l'aspetto geo-politico implicato in questo ragionamento: «In Kenia, il simbolo della biblioteca non è un edificio stipato di volumi, ma il cammello, che porta sporte di libri nei villaggi più sperduti; così nello Zimbabwe è l'asino, che svolge la medesima funzione. In Albania, che ben conosco perché come direttore di “Teca del Mediterraneo” sono a capo da alcuni anni di un progetto di cooperazione partenariale interbibliotecaria, il simbolo della biblioteca è l'infobus o il “book-mobile”, su bicicletta. Nelle larghe aree circostanti città cresciute a dismisura in pochi anni per urbanizzazione selvaggia, come Durrës e Tiranë o, specularmente, nei centri di accoglienza costruiti per i profughi kossovari dopo la crisi del 1999, la biblioteca è questo: un autobus o una bicicletta che porta libri nelle aree rurali spopolate o in quei centri di raccolta ed è, anche, uno strumento di lotta all'analfabetismo» (ivi, p. 12).

[12] Il nuovo paradigma è sufficientemente olistico per inglobare in nuove prospettive e declinazioni anche tematiche caratteristiche dei precedenti. Ad esempio Giovanni Di Domenico, in una lucidissima lectio magistralis tenuta a Bari (promossa da Aib Puglia, Mediateca Regionale, 1 ottobre 2013) ha dimostrato ciò in relazione alle metodiche della qualità e Piero Cavaleri ha saputo sottolineare il nuovo ruolo sociale delle biblioteche e dei bibliotecari persino in relazione ad una strumentazione tipica del “paradigma documentale” come i thesauri: cfr. Piero Cavaleri, La biblioteca crea significato. Thesaurus, termini e concetti, Milano: Editrice Bibliografica, 2013. Anche Antonella De Robbio, da ultimo, nella sua relazione svolta al già citato convegno delle Stelline, ha sottolineato l'utilità di ridefinire i percorsi della biblioteca accademica in maggiore comunione con l'ambiente sociale (cfr. A. De Robbio, La biblioteca accademica nella filiera della comunicazione scientifica: ridefinire le alleanze e i percorsi dentro l'ambiente sociale).

[13] International Council of Museums, http://icom.museum/.

[14] Si leggano gli scritti raccolti in: Hugues de Varine, Le radici del futuro. Il patrimonio culturale al servizio dello sviluppo locale, Bologna: Clueb, 2005.

[15] Waldemaro Morgese, La sottile linea verde. Eccessi svolte e prospettive della questione ambientale, Bari: Stilo, 2013.

[16] Idea Store learning. Course Guide 2013/14, http://www.ideastore.co.uk/learning-course-guide.

[17] Una recente survey è: Giacomo Manetti - Simone Toccafondi, Il coinvolgimento degli stakeholder nelle aziende non profit: alcune evidenze empiriche attraverso analisi di contenuto, «Azienda pubblica», 4 (2012), p. 443-466.

[18] Enrico Menduni, Entertainment, Bologna: il Mulino, 2013.

[19] È sufficiente citare alcuni dati. Il 44% degli adulti in Italia è sprovvisto di diploma di scuola superiore, mentre la media Ocse è il 27%. Solo il 12% è provvisto di diploma di laurea. Le competenze degli italiani sono apprezzate con 250,5 punti nel campo linguistico e con 247 in quello matematico, contro la media Ocse rispettivamente di 272,8 e 269 punti. Il divario fra Nord e Sud in Italia è drammatico e i giovani fra i 16 e 29 anni in condizione Neet (Not education, employment or training) sono oltre due milioni; 700.000 sono i giovani che abbandonano la scuola ogni anno. Speculare è la condizione retributiva dei circa 730.000 insegnanti italiani dalla primaria alla secondaria di secondo grado: dopo i 15 anni di anzianità sono al 16° posto rispetto ai 25 Paesi Ocse (immediatamente sotto la media). D'altra parte tutto si tiene: il fatturato degli editori italiani è calato del 14% (cifre Aie); le statistiche sulla lettura e sull'acquisto di libri sono anch'esse critiche, come indicano i risultati delle indagini campionarie sia Istat che Nielsen: esse ci segnalano che i lettori più o meno abituali in Italia sono uno sparuto 25% della popolazione dai 6 anni in avanti.

[20] Cfr. Biblioteche che educano. L'educazione informale nello scacchiere euro mediterraneo, a cura di Waldemaro Morgese e Maria A. Abenante, Roma: AIB, 2010.

[21] Per usare parole di Christian Caliandro in: Italia Revolution. Rinascere con la cultura, Milano: Bompiani, 2013, p. 193.

[22] Sempre facendo ricorso a Christian Caliandro, in: Italia Revolution. Rinascere con la cultura cit., p. 201: «L'immaginario culturale gioca dunque, sempre e comunque, un ruolo fondamentale nella concezione - e nella realizzazione - della rivoluzione. Senza un immaginario culturale che funzioni al tempo stesso da archivio e da equipaggiamento, la rivoluzione si riduce a fuga, simulazione, parodia di se stessa, fantasmagorìa. La rivoluzione, solo se è anche e innanzitutto rivoluzione della conoscenza, del sapere, può attivare quella “resurrezione dei morti” che è la precondizione fondamentale di ogni vero processo di rinnovamento».

[23] Mariano Maugeri, Il terzo paradiso non può attendere, «Il Sole 24 Ore Domenica», 184 (2013), p. 30, http://www.eccellenzeitaliane.it/public/SIL1153.PDF. E il Maugeri così chiosa: «Forse è per questo che Pistoletto ha abolito la prima persona singolare e l'ha sostituita con il noi. Non è questione solo lessicale. Ogni azione deve essere corale, collettiva, animata da chi se ne farà portavoce. Sembra un manifesto ecologico e futurista del XXI secolo, una riedizione contemporanea dell'homo probus» (p. 30).

[24] Ibidem, p. 30.

[25] Carlo Borgomeo, L'equivoco del Sud. Sviluppo e coesione sociale, Roma, Bari: Laterza, 2013; Vito Teti, Maledetto Sud, Torino: Einaudi, 2013.

[26] Carlo Borgomeo, L'equivoco del Sud. Sviluppo e coesione sociale cit., p. 153.

[27] Vito Teti, Maledetto Sud cit., p. 116-117.

[28] Franco Arminio, Geografia commossa dell'Italia interna, Milano: Mondadori, 2013..

[29] Francesco Erbani, L'Italia di dentro, «la Repubblica», 13 luglio 2013, p. 41.

[30] Safrah Manzoor, Wall Street è un attimo, «D la Repubblica», 24 agosto 2013, p. 48.

[31] Walter Siti, Resistere non serve a niente, Milano: Rizzoli, 2012.