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Specie di spazi. Alcune riflessioni su osservazione
e interpretazione della biblioteca pubblica contemporanea

Maurizio Vivarelli

The library is a growing organism
Shiyali Ramamrita Ranganathan, 1931

1. Uno sguardo obliquo

Obiettivo di questo contributo è proporre una serie di "osservazioni" (anche nel senso etimologico evocato dalla parola) sulla identità della biblioteca pubblica contemporanea, sulla specie di suoi spazi fisici e metaforici1; l'oggetto in senso stretto dell'indagine, dunque, è costituito alla sua radice (ben salda prima dell'avvento dei turbinii postmoderni) da una biblioteca " "pubblica" nel senso individuato vent'anni fa da Luigi Crocetti, e cioè generale, gratuita, contemporanea2. Un primo elemento significativo connota la prospettiva che in questa sede viene proposta, e consiste essenzialmente nel cercare di osservare la biblioteca dall'interno, collocandosi entro i confini peraltro incerti del suo spazio. Il percorso argomentativo proposto si articola secondo tre linee principali, ognuna con molte ramificazioni. Secondo la prima vengono richiamati alcuni elementi di riflessione riconducibili a quattro autori (Georges Perec, Albert-László Barabási, Gregory Bateson, Edmond Husserl), palesemente esterni ai confini disciplinari della cultura biblioteconomica, e che pure, come mi auguro di mostrare, consentono di individuare possibilità di notevole interesse, sotto il profilo sia teorico che applicativo, collegandosi a temi peculiari del dibattito biblioteconomico in senso stretto. Lo sguardo obliquo evocato nel titolo del paragrafo è infatti rivolto alle culture della valutazione, e in particolare ad alcune implicazioni fondative, epistemologiche e metodologiche, dell'atto valutativo. Già Alfredo Serrai, molti anni fa, avvertiva con grande lucidità che «Valutare il funzionamento di una biblioteca è impresa che molti giudicano irrealizzabile per tre ordini di motivi: la prima per la diversità non comparabile dei criteri di valutazione, la seconda per la molteplicità non cumulabile dei processi che hanno luogo in biblioteca, la terza per la convinzione che il mondo bibliotecario rientri nella sfera politica e sia pertanto insondabile da strumenti di analisi che non tengano primariamente conto di questa appartenenza»3. Valutare una biblioteca, infatti, secondo le prassi correnti (e in particolare per quelle a matrice quantitativa), consiste in fondo nell'elaborare un giudizio che misuri il grado di rispondenza di alcuni fenomeni, situati nello spazio della biblioteca, rispetto a quelli presenti nello spazio idealizzato di un modello di riferimento, dando conto essenzialmente del loro grado di congruità o di scostamento; con le parole di Serrai analizzare, sotto il profilo quantitativo, le funzioni di una biblioteca vuol dire in particolare prendere in esame «l'esercizio della relazione di utenza nei confronti di una raccolta di documenti»4. Più sfumate, e collocate in campi interpretativi esterni a questa «relazione di utenza» sono invece le metodologie a matrice qualitativa, recentemente illustrate e discusse con notevole chiarezza da Chiara Faggiolani, ben consapevole tuttavia del fatto che, anzitutto, «importante è sapere cosa cercare e quali sono gli ambiti di intervento, il come neè una conseguenza, perché è la cosa cercata che impone la scelta della strumentazione»5. Il «che cosa cercare» correla dunque direttamente il tema della valutazione all'amplissimo intreccio di problemi che investono l'identità instabile della biblioteca pubblica contemporanea. A questo ambito si riferisce la seconda linea di riflessione di questo contributo, orientata a presentare e discutere le linee generali del dibattito che ha investito il profilo teorico e organizzativo della biblioteca e delle biblioteche, pubbliche nel senso richiamato in apertura. La terza linea argomentata consiste nella presentazione di un progetto di ricerca volto a indagare, in sintesi estrema, che cosa accade entro la spazio (fisico, digitale, metaforico) di tre biblioteche toscane (Oblate di Firenze, Ginestra Fabbrica della conoscenza di Montevarchi, MMAB Museo Archivio Biblioteca di Montelupo Fiorentino).
Entro i territori di queste istituzioni verranno rilevati e descritti i fenomeni; contestualmente, a livello valutativo e interpretativo, si cercherà di fornire, di quei fenomeni, delle rappresentazioni integrate e quanto più possibile coese. In tal modo, come è evidente, si applicheranno agli stessi fenomeni due diversi linguaggi, il primo descrittivo e il secondo interpretativo. Il presupposto metodologico del progetto consiste nel non ricondurre la descrizione, e la conseguente sintesi valutativa, ai vincoli consapevoli o inconsapevoli posti dall'adesione a un modello predefinito. Questo presupposto poggia su due elementi fondanti. Il primo consiste in una sorta di perseguito e consapevole sincretismo: in tal senso si utilizzeranno, sovrainterpretandoli, tutti i diversi strumenti valutativi rinvenibili. Ciò serve sia ad acquisire dati e informazioni relativi ai fenomeni, sia a valutare i profili metateorici di riferimento; in altre parole a elaborare una valutazione di primo livello (dei fenomeni), e una di secondo livello (del come i fenomeni sono valutati). Il secondo elemento si sostanzia nel tentativo di utilizzare modelli di analisi di tutti i dati raccolti avvalendosi di principi mutuati dal campo della network science. Discuterne le caratteristiche fondanti, oltre a non essere appropriato per questa sede, eccede anche decisamente le capacità di chi scrive; dunque, al di là della complessità del modello teorico nella sua interezza, preleveremo dal tessuto concettuale della network science (e dall'opera di Albert-László Barabási), l'assunzione che «ognuno di noi vive all'interno di un grande cluster: la rete sociale di tutto il mondo, da cui nessuno è escluso. Anche se non conosciamo personalmente ogni singolo abitante del pianeta possiamo avere la garanzia che, in questa ragnatela di persone, c'è sempre un collegamento tra noi e chiunque altro, così come c'è sempre un collegamento fra due neuroni del nostro cervello, o fra due società nel mondo degli affari, o fra due sostanze chimiche del nostro corpo»6. Se ciò è vero (o è ragionevole pensare che possa essere vero), siamo autorizzati a immaginare un percorso di analisi che, a partire dai fenomeni granularmente intesi, punti a una sintesi interpretativa d'assieme, a partire dai fenomeni e dalle relazioni tra di essi istituibili. Barabási ha tentato di sviluppare sul campo i princìpi della network science nel volume Lampi, in cui, preso atto della nostra «nudità di fronte alla crescente diffusione delle tecnologie digitali», e anzi proprio a partire da questa presa d'atto, si intuiscono le condizioni per creare «un immenso laboratorio di ricerca che supera per dimensioni, complessità e dettaglio tutto ciò che la scienza ha incontrato finora». Egli è fermamente convinto che, se riusciamo a seguire queste «tracce», sia possibile individuare i «segni di un ordine più profondo che caratterizza il comportamento umano, ordine che può essere esplorato, previsto e senza dubbio sfruttato». Muoversi secondo questa traiettoria implica l'assunzione preliminare di «smettere di considerare le nostre azioni come eventi discreti, casuali e isolati», dal momento che esse, invece, «fanno parte di una rete magica di dipendenze, in cui ogni storia si trova all'interno di una rete di storie, rivelando ordine dove non ne prevedevamo e casualità dove meno ce l'aspettavamo»7.
Queste tre linee argomentative, tra loro intimamente intrecciate, sono riconducibili a una esigenza di fondo, non so quanto acutamente avvertita a livello scientifico e professionale, e cioè alla necessità di disporre, rispetto ai fenomeni della biblioteca, di una prospettiva interpretativa che aspiri a essere non frammentaria, e che per converso, in questo lavoro, verrà definita "olistica", intendendo per "olismo", grosso modo, l'esito auspicato - epistemologico ed esperienziale - della ricerca di Gregory Bateson di una «struttura che connette» tutti i diversi tipi di fenomeni8. Per quanto mi riguarda, infine, questo orientamento di studio si colloca nell'alveo di riflessioni rese note in svariate sedi nel corso degli ultimi anni9.
Difficile prevedere in modo dettagliato quali possano essere gli esiti che verranno conseguiti. La mia impressione di partenza - che esclude ogni forma di miracolismo, sia chiaro -, cui sono correlate più in generale le ipotesi da cui trae origine questo lavoro, è che si sia determinata e acuita, in questi ultimi anni, una frattura profonda tra culture disciplinari e pratiche d'uso della biblioteca: le persone, nelle biblioteche, adottano comportamenti e utilizzano stili documentari e cognitivi assai distanti rispetto a quanto previsto dalla configurazione strutturale dei modelli e dai loro caratteri normativi e predittivi. Le finalità generali della ricerca si radicano nella convinzione che possa essere utile esplorare la natura e i confini di questa "impressione", e verificare, a partire dai fenomeni, quali nessi causali tra i fenomeni stessi siano istituibili. Ciò verrà perseguito attraverso tre linee di azione convergenti, che hanno per oggetto:
a) l'individuazione e l'analisi delle relazioni, entro lo spazio della biblioteca, tra fenomeni bibliografici, documentari, informativi, e l'insieme dei fenomeni, eterogenei e diversi, a questo ambito non riconducibili (atteggiamenti, comportamenti, posture, giudizi e tracce manifestate in ambiente digitale ecc.);
b) la valutazione di come gli specifici linguaggi della cultura biblioteconomica vengano b1) elaborati e utilizzati, b2) valutati e apprezzati dalle persone;
c) l'acquisizione di elementi di comprensione su come lo spazio concettuale, metaforico, esperienziale della biblioteca venga interpretato, e, in senso ampio, letto.

2. Biblioteca e biblioteche

Per delimitare, anche secondo le consuetudini retoriche correnti, questo specifico campo di indagine, è necessario effettuare inoltre una serie di considerazioni sul concetto generale di "biblioteca", sugli elementi problematici e complessi che ne caratterizzano l'identità storicamente delineata, in una fase i cui mutamenti hanno quantomeno indebolito il paradigma della public library anglo-americana e della reference library a esso intimamente intrecciata. Su questi temi molto è già stato scritto e le linee generali del dibattito, in questa sede, verranno semplicemente richiamate. In linea generale, e semplificando molto il ragionamento, si può dire che la discussione si è mossa secondo alcune direttrici principali. In un asse, la cui genealogia può essere ricondotta al volume di Paolo Traniello Biblioteche e società, si sono indagate la motivazioni storiche, giuridiche, istituzionali che hanno condotto alla attenuazione del modello concettuale della public library classicamente intesa; in un'altra prospettiva, che ricondurrei essenzialmente a contributi di Alberto Petrucciani e Riccardo Ridi, si è ritenuto di valorizzare gli elementi di continuità rinvenuti entro l'alveo concettuale della librarianship e della library science anglo-americana. L'esito è la centratura del ragionamento da un lato sulla figura, storicamente delineata, del bibliotecario, e dall'altro nella proposta di una cornice normativa e vincolante che quell'agire delinea, ancorandolo a valle, nel divenire delle pratiche professionali, a un codice deontologico prescrittivo che ne disciplini rigidamente il campo d'azione. Anna Galluzzi, con il suo Biblioteche nella città, ha cercato di discutere le ragioni della crisi collocandole nelle più ampie dinamiche di natura sociale, economica e culturale che ne amplificano il contesto, disciplinandone le ragioni nell'ambito della biblioteconomia sociale per come essa è stata recentemente elaborata e comunicata da Giovanni Solimine e Chiara Faggiolani10. Confinante di fatto con quest'ambito, e incrociato tra tensioni politiche ed etiche da un lato, e marketing del servizio dall'altro, si situa il modello di biblioteca sociale in quanto metaforica "piazza" neutrale e tendenzialmente democratica, fatto conoscere in diverse sedi editoriali da Antonella Agnoli, e che ha trovato negli Idea Store di Sergio Dogliani un'esperienza di riscontro e, più ancora, di oggettivo e fortemente auspicato rispecchiamento; a questo filone di opinioni possono essere ricondotti, dal versante architettonico, le riflessioni e le proposte progettuali di Marco Muscogiuri11. Interessanti opzioni critiche, per molti aspetti fuori dal coro, orientate a mettere in rilievo problematiche di natura più estesamente epistemologica e metodologica, sono state proposte da Giovanni Di Domenico e Alberto Salarelli12. A questo terreno argomentativo, e scusandomi come di prammatica per l'autocitazione, possono essere collegati alcuni miei contributi, entro i quali più che fornire un modello ci si sforza di definire una cornice entro la quale collocare i fenomeni che nello spazio della biblioteca si situano, secondo una prospettiva biblioteconomica che, scegliendo di non confrontarsi nell'immediato con questioni di natura applicativa, potremmo definire di natura più propriamente e specificamente interpretativa. Una ulteriore prospettiva è costituita dagli studi che dibattono le relazioni tra modelli classici della biblioteca e mutamenti indotti dalla diffusione delle culture e delle tecnologie digitali; in questo senso vanno richiamati almeno gli apporti di Riccardo Ridi, Anna Maria Tammaro e, anche a causa della sua recente traduzione in italiano, le prospettive elaborate e promosse da David Lankes con il suo «atlante» della nuova biblioteconomia13. Vi sono infine linee di riflessione, anche non recenti, a matrice più decisamente teorica e storica, esiti delle quali si intrecciano necessariamente, a volte sottotraccia, con la discussione corrente, entro le quali possiamo ricordare i contributi di Paolo Traniello, Alberto Petrucciani, Giovanni Solimine, Alfredo Serrai, Attilio Mauro Caproni, Piero Innocenti, che della biblioteca (o delle biblioteche, questione non irrilevante) vista alla luce della sua dimensione storica, hanno indagato di volta in volta gli orizzonti normativo-istituzionali14, il ruolo dei bibliotecari15, le relazioni diacronicamente determinate tra spazi e servizi16, i tratti identitari fondanti del concetto di bibliotheca dalla prima età moderna17, le questioni riguardanti i meccanismi di appropriazione del sapere attraverso l'atto della lettura18.

3. Combinatoria biblioteconomica

Richiamato questo articolato contesto non si può preliminarmente che prendere atto della varietà e della eterogeneità delle posizioni assunte, entro le quali, come si accennava, le considerazioni sulla fisionomia concettuale della biblioteca astrattamente intesa si integrano, e talvolta si confondono, con quelle radicate e confinate in specifici campi, o sottocampi applicativi. La coesistenza, per nulla pacifica, di queste tesi dissonanti e contrapposte è dunque già in sé chiaro e palese indizio della fase critica che stiamo attraversando. Il paradigma pregresso, nel senso indicato da Thomas Kuhn, si va gradualmente opacizzando, e il nuovo deve ancora emergere nella sua compiutezza19. Entro questa cornice la cultura biblioteconomica teorica, anche nelle sue estensioni digitali, con i suoi strumenti e le sue euristiche, propone principalmente metodi di analisi; quella di natura applicativa e professionale va invece in cerca, spesso con affanno, di rimedi pratici e immediati, percepiti come indispensabili e non procrastinabili per far fronte alle criticità finanziarie e gestionali che sulle biblioteche gravano. Si sono venuti in questo modo a delineare i tratti davvero enigmatici di un gigantesco puzzle, le cui molte tessere non è chiaro se e come assemblare, e sul quale incombe l'antica figura, simbolica e mitica, del labirinto. Proprio per questo riteniamo utile porre, su questa soglia, la figura inquieta di Georges Perec, una personalità intellettuale che, con il suo agire, ha testimoniato in maniera esemplare la vorticosità di questi e di altri e ancor più generali problemi. Perec, nel Preambolo di La vita: istruzioni per l'uso, ci propone di identificarci con il «giocatore» che voglia ricomporre con le tessere dissonanti di un puzzle un'immagine, ad esempio un improbabile «tricorno nero ornato da una piuma nera un po' sciupata», e che voglia contestualmente evitare «che il caso imbrogli le piste». Il giocatore dovrà prendere atto che «lo spazio organizzato, coerente, strutturato, significante, del quadro verrà spezzettato non solo in elementi inerti, amorfi, poveri di significato e informazione, ma anche in elementi falsificati, portatori di false informazioni», e dovrà dedurre - lui con noi - che, verità ultima, il puzzle non è un gioco solitario, e che «ogni gesto che compie l'attore del puzzle, il suo autore lo ha compiuto prima di lui; ogni pezzo che prende e riprende, esamina, accarezza, ogni combinazione che prova e prova ancora, ogni suo brancolare, intuire, sperare, tutti i suoi scoramenti, sono già stati decisi, calcolati, studiati dall'altro»20.
Alla luce di questa premessa, entro quale cornice prospettica possono essere inquadrate le posizioni di analisi, studio e ricerca in precedenza tratteggiate? Di seguito, per fornire ulteriori elementi chiarificatori, vengono dunque riassunti gli elementi di sintesi che caratterizzano alcune di queste traiettorie interpretative; i primi (a-c) radicati principalmente nell'orizzonte pragmatico della professione; i secondi (d-f) riconducibili a un più vasto e articolato orizzonte teorico e metodologico.
a) In questo primo ambito, collegato più direttamente alle culture e alle pratiche professionali, l'obiettivo sembra in prima istanza circoscritto e definito, e l'esigenza principale risulta quella di ancorare le pratiche bibliotecarie a un dover essere derivato essenzialmente dalla tradizione biblioteconomica anglo-americana. Entro questa prospettiva, a matrice evidentemente pragmatica, il focus è posto, più che sulla individuazione di modelli teorici dotati di una propria autonoma stabilità, sullo stabilimento di un insieme di tratti valoriali, sedimentati lungo l'asse di questa stessa tradizione. La ricerca di uno specifico biblioteconomico, in questo senso, si centra dunque sulle pratiche ritenute essenziali per la gestione della biblioteca, e in primo luogo quelle riguardanti, in senso lato, la mediazione documentaria, sintetizzabili nell' «only connect» di Michael Gorman21; la mediazione, dunque, è il tratto caratterizzante essenziale, che si manifesta nell'ambito principale dei servizi catalografici e di reference, in cui si esplicita il nucleo centrale della professionalità del bibliotecario e della cultura biblioteconomica da questa stessa prassi generata.
b) Un secondo ambito è costituito dal territorio della biblioteconomia sociale, le cui remote genealogie possono essere rinvenute nell'opera di Jesse H. Shera22, e quelle più recenti al campo della biblioteconomia gestionale, interpretabile come l'alveo entro cui si intrecciano la cultura biblioteconomica classica e quella a più specifica matrice organizzativa. Il senso della biblioteca consiste nella sua capacità di essere parte ed espressione del più ampio contesto in cui essa è inserita, nel suo qualificarsi come un sistema in grado di autointerpretarsi come parte costitutiva e regolativa (anche in termini di welfare) del corpo sociale in cui è parte ed espressione.
c) Un terzo ambito declina questa visione secondo una prospettiva le cui forti venature etico-politiche si incrociano con strumenti del marketing sociale. La biblioteca pubblica è vista come un luogo «terzo», «piazza» o «condensatore sociale», capace di ospitare, elaborandoli, bisogni primari e diffusi. Il posizionamento simbolico delle collezioni è relegato sullo sfondo, a vantaggio della priorità di una socialità diffusa e generica, che poco ha a che fare con le arti tradizionali della mediazione documentaria. A certi elementi di questa prospettiva è possibile collegare estensioni comunicative delle culture della biblioteca, entro le quali il tema principale è costituito dalla capacità di dialogare con la propria utenza, sviluppando conversazioni in cui consiste in fondo il valore aggiunto che il servizio bibliotecario, in tutte le sue manifestazioni, è in grado di offrire. Ad alcuni tratti fondanti di questa linea mi pare possano essere ricondotti alcuni temi centrali della new librarianship di David Lankes, e al ruolo del bibliotecario «facilitatore» in esso delineato23.
d) Un quarto ambito individua il tema centrale nelle possibilità offerte dalle culture e dalle tecnologie digitali, viste nella loro capacità tendenziale di offrire modelli nuovi di organizzazione e comunicazione dei contenuti documentari.
e) A un quinto ambito possono essere ricondotte le tesi di coloro che aspirano alla elaborazione di una visione articolata e coerente dei fenomeni in atto, sviluppano, con presupposti ed esiti diversi, le proprie argomentazioni a partire dal tema della complessità.
f) Un sesto ambito si collega, in senso lato, al campo della ricerca storico-bibliografica, con alcune significative divergenze, che qualificano alcuni di questi orientamenti come: a) lettura delle vicende evolutive della biblioteca pubblica contemporanea secondo un asse storico-istituzionale; b) analisi della storia della biblioteca con una forte sottolineatura del ruolo esercitato dalla figura e dalla professionalità del bibliotecario; c) ricostruzione diacronica delle relazioni tra ideologia, modello, servizi e spazi della biblioteca; d) ricerche orientate a rintracciare la genealogia culturale della bibliotheca nella sua fase fondativa nella prima età moderna; e) analisi delle funzioni della biblioteca in relazione alla organizzazione e soprattutto alla elaborazione della conoscenza.
La disomogeneità delle posizioni in atto, come si accennava anche in apertura, è palese. Gli argomenti elaborati e proposti si sviluppano a partire da premesse e punti di vista teorici e metodologici così eterogenei e distanti che si fa davvero fatica a riconoscere, nei vari percorsi, la presenza dello stesso oggetto d'indagine; anzi, aggiungo, la parola e il concetto di "biblioteca" ravvisabili in questi percorsi argomentativi danno origine a una serie di giochi linguistici, proprio nel senso di Wittgenstein, in cui i diversi contesti attribuiscono alla parola, necessariamente, significati opachi, divergenti, talora decisamente contrapposti24. A partire dai punti di vista indicati in precedenza, insomma, traggono origini narrazioni plurali, caratterizzate da premesse, finalità ed esiti diversi, e dotate di gradi dissimili di cogenza prescrittiva, generalmente dipendente dalla auctoritas di colui che di quella peculiare posizione si fa portatore. Se dunque prendiamo atto del fatto che, all'interno di questo campo di indagine, non è possibile individuare tratti assiologici fondativi, la cui verità possa costituire un solido presupposto argomentativo, ci rimangono di fatto aperti solo percorsi forse anche coerenti, ma costituiti essenzialmente da opinioni, più o meno autorevolmente sostenute.
Date queste premesse, con questo contributo ci si propone dunque di verificare gli esiti di una radicale sospensione del giudizio riguardo a finalità, compiti, doveri della biblioteca pubblica, e di sperimentare sul campo le possibilità derivanti dalla adozione di una epochè come quella in ben altro contesto effettuata, nei decenni finali dell'Ottocento, da Edmund Husserl. In questa fase connotata da così impetuose discontinuità, è necessario riuscire a immaginare percorsi di ricerca che in primo luogo affrontino con coerenza di metodi, strumenti, euristiche, il primo e fondante quesito fenomenologico, vale a dire dar conto di che cosa accade entro i confini fisici e concettuali dello spazio della biblioteca pubblica. Questa auspicata sospensione del giudizio non implica, naturalmente, l'archiviazione rudimentale della storia, e delle storie, della biblioteca pubblica contemporanea; tutti i punti di vista, comunque elaborati, mantengono naturalmente la propria originaria consistenza argomentativa, entro i limiti in precedenza accennati.
È necessario, e forse indispensabile, che i princìpi e i metodi della ricerca si spostino e si radichino direttamente sul campo dell'indagine, e in ciò consiste la natura specifica delle considerazioni che in questa sede vengono proposte: analizzare cioè i fattori di mutamento nella loro originaria configurazione espressiva, nel loro essere in primo luogo fenomeni in cui ci si imbatte, e con i quali è necessario, metaforicamente, fare i conti. Far parlare i fenomeni, dunque, vuol dire effettuare, ancora una volta dopo la celebre epochè husserliana, una consapevole sospensione critica del giudizio, rinunciando alla rassicurante prospettiva di normarlo, delimitarlo, vincolarlo a una predeterminata e autoritativa cornice interpretativa. Proviamo a leggere con attenzione un ampio stralcio di un testo di Husserl, in cui egli delimita e perimetra il campo di attuazione della epochè:

Ma noi miriamo alla scoperta di un nuovo territorio scientifico, e vogliamo conquistarlo proprio col metodo della messa in parentesi limitato però in un certo modo. Dobbiamo indicare questa limitazione. Noi mettiamo fuori azione la tesi generale inerente all'essenza dell'atteggiamento naturale, mettiamo di colpo in parentesi quanto essa abbraccia sotto l'aspetto ontico: dunque l'intero mondo naturale, che è costantemente " qui per noi", "alla mano", e che continuerà a permanere come "realtà" per la coscienza, anche se a noi talenta di metterlo in parentesi. Facendo questo, come è in mia piena libertà di farlo, io non nego questo mondo, quasi fossi un sofista, non revoco in dubbio il suo esserci, quasi fossi uno scettico; ma esercito in senso proprio l'epochè fenomenologica [...] Proprio questo valere preliminarmente, che mi porta attualmente e abitualmente nella vita naturale e che fonda la mia intera vita pratica e teoretica, proprio questo preliminare essere-per-me "del" mondo, io mi inibisco; gli tolgo quella forza che finora mi proponeva il terreno del mondo dell'esperienza, e tuttavia il vecchio andamento dell'esperienza continua come prima, salvo il fatto che questa esperienza, modificata attraverso questo nuovo atteggiamento, non mi fornisce più il " terreno" sul quale io fino a questo momento stavo. Così attuo l'epochè fenomenologica [...] Così io neutralizzo tutte le scienze riferentesi al mondo naturale e, per quanto mi sembrino solide, per quanto le ammiri, per quanto poco io pensi ad accusarle di alcunché, non ne faccio assolutamente alcun uso25.

Come è noto (e come si evince dalla lettura dell'ampia citazione) la posizione husserliana non coincide affatto con quella dello scetticismo antico; esprime solo l'esigenza non eludibile del tentativo di individuare le condizioni di un terreno argomentativo non più delimitato da strati coalescenti di interpretazioni, interpretazioni di interpretazioni, e così via all'infinito. Ha senso provare ad applicare al misurato campo della biblioteca pubblica contemporanea questa così complessa metodologia? Chi scrive, naturalmente, è convinto di sì, che cioè si possa, e soprattutto che si debba cercare di discutere le questioni della biblioteconomia contemporanea a partire da una analisi, la più libera e aperta possibile, dei fenomeni che con il loro esserci delineano, costituiscono, popolano questo campo d'indagine. Per sviluppare questo ragionamento dobbiamo muoverci al di fuori di una certa tradizione biblioteconomica? Certo, è indubbio, ma chiediamoci anche alla luce solo dell'ordinario buon senso: questo costituisce davvero un problema? Per quanto mi riguarda ritengo dunque promettente avviare una fase di studio attraverso la quale lasciare che i fenomeni, in una prima fase tutti, vengano intanto alla luce, che si manifestino; ciò implica l'assunzione di una condizione deliberatamente passiva, di ascolto, tendenzialmente e auspicabilmente neutra e oggettivante. Per far questo è comunque indispensabile scendere direttamente sul campo, attrezzati con quanto le nostre tradizioni metodologiche e le nostre capacità di giudizio ci consentono, valutando con attenzione se il perseguimento di questi obiettivi può essere favorito dall'uso di metodi e strumenti nuovi.

4. L'ombra della biblioteca (pubblica) e le sue manifestazioni


Figura 1 - Claudio Parmiggiani, Delocazione, Biblioteca d'arte e di storia di San Giorgio in Poggiale, Bologna (2009).
Fonte: http://www.genusbononiae.it/index.php?gallery_lightbox=59&gal_start=14.

L'opera di Claudio Parmiggiani qui riprodotta, per molti aspetti, può essere ritenuta rappresentativa della crisi della biblioteca pubblica contemporanea. La «delocazione» evocata dal titolo è ottenuta accendendo un fuoco in un locale sulle cui pareti sono disposte scaffalature. In questo locale viene acceso un fuoco, e il fumo lascia sulle pareti tracce, che divengono visibili dopo che i libri e gli scaffali sono stati rimossi. Sulle pareti rimane dunque impressa l'ombra metaforica residua della biblioteca, ciò che rimane dopo che gli oggetti costitutivi originari sono andati altrove. Se queste tracce siano da interpretare come un detrito o una ombra come quella che si intravede nella celebre caverna platonica è lasciato naturalmente alla sensibilità e alla perspicuità dell'osservatore. Ciononostante (o forse proprio per questo) nel corso degli ultimi anni in Italia e nel mondo sono state immagine, progettate e costruite molte nuove biblioteche pubbliche, con identità visive, biblioteconomiche, architettoniche tra loro assai diverse. Anzi, come in diverse occasioni è stato rilevato, l'indebolimento del modello della public library classica ha attenuato i vincoli posti alla capacità immaginativa degli architetti, e anche dei biblioteconomi eventualmente impegnati nel progetto. Il risultato è stato un proliferare libero di modelli diversi e tra loro concorrenti, che hanno potentemente contribuito a fornire una dimensione plasticamente visibile di ciò che accade nella fasi, come quella attuale, in cui si sta attraversando il delicato confine che da un paradigma porterà verosimilmente verso un altro, secondo caratteristiche che ora sarebbe davvero arduo individuare. L'elemento interessante, rilevabile in maniera chiara e autoevidente, è tuttavia rappresentato dal fatto che la biblioteca, anche in Italia, e anche in una stagione di gravi ristrettezze finanziarie, manifesta importanti e interessanti elementi di cambiamento. Questa tendenza è stata ulteriormente confermata anche da una serie di eventi quasi concomitanti che, nei primi giorni del mese di maggio di quest'anno, si sono verificati in Toscana, dove sono state inaugurate a Montevarchi, Montelupo Fiorentino, Massa Marittima tre nuove biblioteche pubbliche, con caratteristiche sensibilmente diverse. Poco prima, ancora in Toscana, il 12 aprile c'era stata l'inaugurazione di quella di Pontedera, mentre il 21 dicembre del 2013, era stata la volta di quella di Rosignano. Inoltre, ampliando l'osservazione agli ultimi anni, prendiamo atto della conclusione di numerosi altri importanti progetti: Biblioteca San Giorgio di Pistoia e Biblioteca delle Oblate a Firenze (2007), Biblioteca Lazzerini di Prato (2009), Biblioteca di Sesto Fiorentino (2010). Tra 2006 e 2011 inoltre sono stati effettuati importanti interventi di ampliamento e ristrutturazione della Biblioteca degli Intronati di Siena. In Italia, nel corso di circa un decennio, sono stati tra gli altri realizzati i progetti della Biblioteca Sala Borsa a Bologna (2001), della Biblioteca San Giovanni di Pesaro (2002), del Pertini di Cinisello Balsamo (2012), del Multiplo di Cavriago (2011), della Medateca di Meda (2012), del Movimente di Chivasso (2012), della nuova sezione "pubblica" della Malatestiana di Cesena (2013). Infine, tra i progetti in corso dei quali sono direttamente a conoscenza, vorrei qui ricordare quelli della nuova biblioteca di Cuneo, di Monza e di Perugia, i cui tempi di realizzazione non risultano ancora chiaramente delineati26. Questo stato di cose ci obbliga a riflettere anzitutto sulle complesse relazioni ravvisabili tra attenuazione del modello della public library e sulla contestuale realizzazione di nuovi spazi dalle identità più diverse, risultato di opzioni culturali e bibliografiche tra loro molto distanti. Ma ciò che più mi pare interessante rilevare è l'assenza pressoché totale di studi effettuati su ciò che è stato realizzato. Scorrendo la letteratura, anche solo informativa, degli ultimi anni, è facile infatti rilevare la presenza di cospicui dossier che illustrano e presentano l'identità del progetto nei suoi diversi elementi costitutivi, e solo rari contributi che cercano invece di capire che cosa in questi spazi avviene, quali fenomeni bibliografici, informativi e sociali in essi concretamente si verifichino27. Ciò vale, in buona misura, anche per i più significativi progetti elaborati e realizzati a livello internazionale. Il Manifesto sulle statistiche in biblioteca elaborato dall'IFLA, in tal senso, è di scarso aiuto. Ciò che si dice, e che si evince con chiarezza dalla breve citazione di seguito riportata, esprime l'assunzione di finalizzare le statistiche bibliotecarie, nella loro classica e tradizionale configurazione, come strumentali rispetto alle elaborazione di scelte dei decision makers:

Essere in possesso di dati quantitativi e qualitativi circa i servizi di biblioteca, l'uso che ne viene fatto e gli utenti, è essenziale per svelare e confermare l'eccezionale valore di quanto offerto dalle biblioteche. Poiché il valore informativo di questo genere di rilevazioni statistiche dipende dalla loro ampiezza e rapidità, sarà necessaria la partecipazione di tutte le biblioteche di un Paese. I dati statistici sono necessari per una efficiente gestione delle biblioteche, ma risultano ancora più importanti per la promozione dei servizi di biblioteca presso i "portatori di interesse": l'autorità politica e i finanziatori, i direttori e il personale di biblioteca, gli utenti reali e potenziali, i mezzi di informazione e il pubblico in generale. Nei casi in cui le rilevazioni statistiche sono miratamente rivolte all'autorità politica, ai managers e ai finanziatori, esse si dimostrano indispensabili per prendere decisioni circa la calibratura dei servizi e la pianificazione di future strategie operative28.

5. Sul campo, fisico e digitale

Sulla base delle premesse in precedenza delineate, dunque, e continuando a ritenere vincolante l'adesione alla sospensione metodologica proposta, si tratta ora di definire la linee generali del lavoro sul campo previsto. Con il progetto di ricerca presentato in questa sede ci si pone l'obiettivo di rilevare, e poi valutare e interpretare, l'insieme dei fenomeni osservati, secondo una prospettiva che, come già si è accennato, potremmo definire olistica. È dunque necessario:
-effettuare una ricognizione dei diversi strumenti di indagine quantitativa e qualitativa utilizzati, e descrivere gli esiti di volta in volta conseguiti;
-rilevare la configurazione architettonica, organizzativa, e funzionale dello spazio, per rilevare quali azioni siano consentite e quali non consentite. In questa fase andranno selezionati gli ambienti informativi di particolare interesse, nei quali ad esempio si verificano fenomeni complessi rispetto ai quali si vogliano acquisire conoscenze più coerentemente strutturate. Successivamente queste azioni tipizzate vengono elencate in un semplice prospetto; infine un osservatore si colloca nello spazio oggetto dell'indagine e rileva, annotandoli, i diversi modi d'uso in un periodo campione, la cui durata temporale può essere stimata in circa 6 giorni29.
Per "spazio della biblioteca", entro questa prospettiva, si intendono tutti i fenomeni, bibliografici ed extrabibliografici, che si collocano entro i confini fisici, organizzativi, metaforici, digitali della biblioteca30. In questo senso lo spazio della biblioteca, nel suo insieme, è preso in esame in quanto sistema di segni e di codici orientati a produrre procedure di significazione culturale, una sorta di testo, sociosemioticamente inteso, nel quale si inscrivono le pratiche d'uso degli utenti31. L'osservazione tendenzialmente e preliminarmente estesa a tutti i fenomeni è indispensabile, perché solo in questo modo - è utile ripeterlo ancora - diviene possibile eludere i vincoli, consapevoli e inconsapevoli, implicati dalla adesione a un modello. Per meglio esprimere questo concetto, è evidente che la raccolta di dati e indicatori quantitativi relativi a prestito, impatto, circolazione, crescita del patrimonio documentario è correlata a un modello la cui funzione è quella di valutare le modalità con cui vengono erogati specifici servizi; altrettanto evidente è il fatto che nello spazio fisico della biblioteca si verifichino numerosi altri fenomeni (essenzialmente azioni), di cui i metodi quantitativi non possono (e non vogliono) dare alcun conto. All'estremo opposto con i metodi a matrice qualitativa (questionari, interviste, focus group ecc.) l'obiettivo, più ampiamente, è quello di comprendere le modalità secondo cui la biblioteca, nella sua complessiva configurazione concettuale e organizzativa, è percepita e interpretata dai gruppi sociali a essa riferibili (utenti reali e potenziali, stakeholders, staff ecc.)32.
Sulla base di questi elementi sono state definite le linee di un progetto con cui studiare l'identità della biblioteca pubblica contemporanea attraverso l'analisi di tre casi di studio: la Biblioteca delle Oblate di Firenze (http://www.biblioteche.comune.fi.it/biblioteca_delle_oblate/) e due nuove realtà documentarie inaugurate di recente (rispettivamente il 3 e 4 maggio 2014) in Toscana, Ginestra, Fabbrica della conoscenza di Montevarchi, Arezzo (http://www.fabbricaginestra.it/) e MMAB, Montelupo museo archivio biblioteca di Montelupo Fiorentino, Firenze (http://www.comune. montelupo-fiorentino.fi.it/index.php/mab-museo-archivi-biblioteche). In particolare gli esiti preliminari di una di queste esperienze di rilevazione e valutazione è discussa in un contributo (autori Marco Rubichi, Maria Pagano, Lorenzo Verna), presentato nel convegno " Theory and research on the convergence of professional identity in cultural heritage institutions (Libraries, Museums, and Archives) beyond technology" , in programma a Torino il 13 e 14 agosto (http://www.mab-italia.org/index.php/comitatati/piemonte), in collegamento con l'IFLA World Library and Information Congress 2014 di Lione (http://conference.ifla.org/ifla80)33.
Per quanto riguarda l'analisi dello spazio fisico l'indagine, con le relative osservazioni sul campo, si svolgerà nel corso di una settimana per ciascuna biblioteca. Si procederà con una visita preliminare alle singole istituzioni, durante la quale chi conduce l'indagine si occuperà di raccogliere tutti i dati e le informazioni necessarie alla successiva fase di lavoro sul campo; nello specifico verranno acquisiti:
- planimetrie dell'edificio;
- informazioni di carattere storico sull'edificio e sul contesto in cui esso si situa;
- immagini utili a delineare le modalità di arredo e di disposizione del materiale bibliografico all'interno dell'edificio;
- dati e informazioni sulla tipologia del materiale bibliografico disponibile;
- dati sull'utenza;
- dati e indicatori di servizio di natura quantitativa;
- tutte le ulteriori informazioni che verranno ritenute utili per il conseguimento degli obiettivi dell'indagine.
Diversamente problematica l'analisi della fisionomia dello spazio digitale, costituito secondo l'ottica qui proposta dall'insieme di tutti i fenomeni che, in modo diverso, sono riconducibili alle diverse tipologie di strumenti digitali utilizzate dalla biblioteca, e dunque, essenzialmente, il catalogo online, il sito web, i profili di natura social, da Facebook a Twitter a eventuali canali Youtube. Gli usi di questi strumenti lasciano evidentemente tracce nello spazio digitale, costituite in linea generale da:
- il contenuto informativo dei record nel catalogo, e degli oggetti digitali collegati ai record, quali testo, audio, file video ecc.;
- i log delle ricerche degli utenti attraverso i portali web e il catalogo on-line;
- gli elementi valutativi utilizzati (tags folksonomici, likes, condivisioni e post di Facebook e di altri social media);
- le relazioni collegate a tutte queste tracce digitali comunque presenti nel web.
L'insieme di queste tracce è indagabile con i modelli di analisi utilizzabili per i big data; per tentarne una valutazione è possibile, come si accennava, provare ad avvalersi dei princìpi e dei metodi presenti nel campo della network science34. I primi risultati della prospettiva di ricerca qui brevemente descritta saranno resi disponibili entro la fine del 2014, almeno in una prima forma parzialmente elaborata; successivamente dovranno essere attentamente comprese, valutate e discusse le implicazioni, prossime e meno prossime, della cornice interpretativa utilizzata. Questo approccio, fenomenologicamente fondato, dovrebbe rendere disponibili dati, da trasformare in informazioni strutturate, in grado di iniziare a far luce su ciò che accade nello spazio della biblioteca, utilizzando strumenti la cui finezza euristica sia adeguata alla natura dei fenomeni che debbono essere interpretati. L'auspicio è quello di render disponibili, per la comunità scientifica di riferimento e per i bibliotecari impegnati quotidianamente in quegli stessi luoghi, elementi che favoriscano la comprensione di quanto accade nelle biblioteche, e che in senso etimologico può essere "compreso" solo attraverso una ricognizione analitica, attenta, scrupolosa di fenomeni complessi la cui natura attende di essere, ancora, etimologicamente "spiegata". Si tratta, dunque, con autentica umiltà, di partire dal basso, dal confronto corpo a corpo, direi, con quanto nelle biblioteche accade, per riuscire a stabilire, alla fine del percorso, che cosa potrebbe o dovrebbe accadere, o che potrebbe accadere secondo modalità di attuazione migliori. Partire dal basso, dunque, rilevare gli elementi seminali di ciò che accade, e proporre, generalizzando, caute inferenze, consapevoli che tutte le "categorie" esprimono e sostanziano specifici e peculiari terreni retorici e argomentativi, "ordini del discorso", li avrebbe definiti Michel Foucault, per i quali è necessario chiedersi, come lo studioso francese suggerisce, «in che modo, nelle società occidentali moderne, la produzione di discorsi cui si è attribuito un valore di verità è legata ai vari meccanismi e istituzioni di potere»35. Quale "verità", dunque, deve alla fine prevalere? Quella del bibliotecario di base, alle prese con le ristrettezze di un bilancio che comunque non quadra, o quelle dello sguardo panoramico di chi osserva dall'alto, rispecchiando nella descrizione i convincimenti di cui lui stesso è già, preliminarmente, consapevole o inconsapevole portatore?

6. Saper vedere

Durante tre giorni del 1974, quarant'anni fa, Georges Perec si siede al tavolo di un bar di Place Saint-Sulpice, nel VI arrondissement di Parigi, e osserva lo spazio intorno a lui: la piazza, le persone che passano, il mutare delle condizioni atmosferiche, il numero di un autobus che passa, il modo con cui un avventore del bar tiene una sigaretta tra le dita di una mano, e ancora l'abito di una giovane donna, il colore di un'auto, il mutare della forma delle nuvole36. Vestendo, per sua scelta, gli abiti mitici del memorioso Funes, Perec, con ostinata determinazione, diviene testimone e cavia al tempo stesso di un esperimento straordinario. Trasferisce, con lucida determinazione, nel suo peculiare campo fenomenologico la domanda che riguarda cosa e come osserviamo, e poi interpretiamo la realtà. E lo fa - e in questo trasforma la sua esperienza in valore di testimonianza - cercando ostinatamente, e teneramente, di capire; mette in luce tutta la fragilità, antropologica prima ancora che epistemologica, dei limiti dell'osservare. Si confronta insomma, direttamente, senza alibi e mediazioni, con l'esperienza diretta della complessità. L'evocazione di Perec, in questa sede, serve essenzialmente per invitare i lettori, membri di una comunità interpretativa di nicchia, a non perdere di vista il fatto che questi temi, qui esaminati in quanto appartenenti anche al territorio disciplinare della cultura biblioteconomica, sono parte, costitutiva e inscindibile, di una serie più ampia e vasta di problemi, dei quali condividono tensioni, torsioni, criticità. Isolare, da questo campo problematico, un sapere disciplinarmente compiuto, è operazione ardua, che deve essere effettuata con delicata attenzione. Tutto ciò, nel nostro peculiare ambito di riflessione, va anzitutto ricondotto all'indefinita polisemia del termine e del concetto di "libro", quell'oggetto così familiare che occupa fin dalle sue origini mitiche lo spazio della biblioteca; polisemia che, se possibile, è diventata ancora più opaca da quando la forma del libro gutenberghiano è migrata verso quella, ancor più mobile e discontinua, delle informazioni digitali.
Per questo, a mio parere, è necessario immaginare e definire una biblioteconomia pratica e interpretativa, che disponga della capacità di riscoprire i molteplici significati attribuibili alle entità che ne delimitano il campo disciplinare: dati, informazioni, documenti, libri, oggetti digitali, che possono essere reinterpretati nella loro originaria vocazione di artefatti sviluppati per produrre pratiche di significazione culturale. È dunque necessario riaffermare l'inscindibilità delle relazioni tra dimensione organizzativa e interpretativa della cultura biblioteconomica37; l'una e l'altra debbono imparare in primo luogo a riconoscersi, consapevoli della peculiarità dei propri presupposti e delle proprie finalità, e soprattutto a legittimarsi vicendevolmente. Una pratica professionale radicata solo sull'asse organizzativo non può che condurre alla elaborazione di tecniche irrigidite nel loro asettico convenzionalismo; così come una cultura accademica troppo ripiegata su se stessa non può che, tautologicamente e autoreferenzialmente, parlare ai pochi membri che, non si sa fino a quando, la popolano e la compongono. La biblioteconomia pratica e professionale che, deliberatamente, tagli le connessioni che la legano alla storia delle idee, e dunque al campo della cultura bibliografica, rischia di generare errori strategici di portata tale che, proiettati nel lungo periodo, possono produrre effetti realmente catastrofici per l'insieme dei campi e sottocampi disciplinari che nel libro, nel documento, nella biblioteca, in tutte le loro forme discontinue e metamorfiche, trovano il proprio territorio di più o meno mediata applicazione.
Non vi è dubbio che la linea di ricerca qui sommariamente presentata sia nel suo insieme complessa38. Tuttavia, come è evidente, non si tratta di una complessità deliberatamente perseguita, ma che trae origine proprio dalla natura intrinseca dei fenomeni osservabili e osservati. Il fatto che questi fenomeni siano, ai nostri occhi, complessi, non è di per sé né un bene né un male: noi stessi ne siamo parte, di continuo, anche se nella maggior parte delle occasioni non ce ne accorgiamo, tesi al perseguimento di un obiettivo chiaro e circoscritto, che, granularmente, è nello stesso tempo causa finale ed efficiente delle nostre azioni. Bisogna insomma provare a immergersi con fiducia nel mare ampio di questa complessità, in quella che con straordinaria ed efficacissima intuizione Gregory Bateson ha definito «danza delle relazioni», che «connette» tutto ciò che è vivente39. Questa prospettiva è quella che può consentirci di cogliere il dinamismo ecologico di tutti i sistemi complessi, e dunque anche della biblioteca; un ambiente interconnesso, evolutivo e autoregolativo di elementi tra loro continuamente interagenti, collegati da relazioni che possono essere rese visibili; relazioni che producono microsistemi, collegati ad altri microsistemi, e così via, all'infinito, in una rete di relazioni in cui gli effetti di quelli che Bateson ha definito «algoritmi del linguaggio» (cioè la ragione) si intrecciano con gli «algoritmi del cuore», più arcaici e originari, che si esprimono attraverso i sogni, la poesia, l'esperienza religiosa40. Seguire questa prospettiva vuol dire aprirsi alla possibilità di osservare la realtà, e dunque anche la biblioteca, secondo una più ampia, ariosa, creativa, prospettiva. Questo sguardo non può che essere successivo a una fase di disincanto e di sospensione del giudizio (un'epochè, appunto), e a una presa d'atto contestuale della struttura costituivamente reticolare della realtà, che non possiamo cercare di conoscere, mi pare, in altro modo che accogliendone le sfide, aprendosi alla ricerca delle forme sorprendenti, mobili, inaspettate secondo cui riusciremo a delineare le nuove visioni e le nuove mappe delle biblioteche, dei contesti di cui sono parte, delle relazioni che in esse si situano.

7. Per concludere

In conclusione vorrei dedicare qualche ulteriore considerazione alla delicata relazione tra aspetti teorici e pratici nella cultura biblioteconomica. Vorrei in primo luogo ripetere che gli uni e gli altri debbono essere preliminarmente legittimate, nei loro presupposti e nelle loro finalità: una teoria senza una prassi (e viceversa), rischiano di relegarsi in ambiti, teoretici e applicativi, parziali e marginali. In questo può esserci ancora utile riflettere, entro un repertorio tematico sterminato, su quanto scriveva, dal carcere, Antonio Gramsci:

Poiché ogni azione è il risultato di volontà diverse, con diverso grado di intensità, di consapevolezza, di omogeneità con l'intiero complesso di volontà collettiva, è chiaro che anche la teoria corrispondente e implicita sarà una combinazione di credenze e punti di vista altrettanto scompaginati ed eterogenei. Tuttavia vi è adesione completa della teoria alla pratica, in questi limiti e in questi termini. Se il problema di identificare teoria e pratica si pone, si pone in questo senso: di costruire su una determinata pratica una teoria che, coincidendo e identificandosi con gli elementi decisivi della pratica stessa, acceleri il processo storico in atto, rendendo la pratica più omogenea, coerente, efficiente in tutti i suoi elementi, cioè potenziandola al massimo, oppure, data una certa posizione teorica, di organizzare l'elemento pratico indispensabile per la sua messa in opera. L'identificazione di teoria e pratica è un atto critico, per cui la pratica viene dimostrata razionale e necessaria o la teoria realistica e razionale. Ecco perché il problema della identità di teoria e pratica si pone specialmente in certi momenti storici cosí detti di transizione, cioè di piú rapido movimento trasformativo, quando realmente le forze pratiche scatenate domandano di essere giustificate per essere più efficienti ed espansive, o si moltiplicano i programmi teorici che domandano di essere anch'essi giustificati realisticamente in quanto dimostrano di essere assimilabili dai movimenti pratici che solo così diventano più pratici e reali41.

Da notare, in particolare, il richiamo alla centrale rilevanza dell'uso critico e dialettico di teoria e pratica nei momenti «di più rapido movimento trasformativo», quando è maggiormente sentita la necessità di orientare verso un senso la moltitudine di «credenze e punti di vista altrettanto scompaginati ed eterogenei», con una teoria che non potrà delinearsi se non in quanto combinazione di queste stesse credenze e punti di vista. In tal senso, appunto, è fondamentale riflettere, dal versante teorico, sulla natura necessariamente complessa di questa combinazione, sui fattori diversi che concorrono a definire i profili stessi della teoria, nella sua dimensione anche astratta, e contestualmente, dal versante pratico, sui fenomeni in atto. Non è difficile argomentare, dunque, che teoria e pratica sono, nel lessico filosofico di Gramsci, dialetticamente dipendenti l'una dall'altra, e che non solo non si escludono, ma anzi sono l'una generatrice dell'altra. Tornando al campo delle biblioteche, che è quello dal quale siamo partiti, è dunque molto importante pensare bene alla natura di questa costitutiva combinazione, capendo alla fine che teoria e pratica sono modi diversi con cui ci sforziamo di rappresentare e descrivere la natura mutevole delle relazioni che caratterizzano e definiscono la natura di ogni possibile campo d'indagine: pensare la biblioteca come un organismo che cresce, secondo la fortunata e ancor viva metafora di Ranganathan, ci conduce inevitabilmente, oltre l'ideologia e oltre la tecnica, ad assumere come tema base per un nuovo sguardo sulle biblioteche quello della complessità, che è in fondo il linguaggio della vita: dobbiamo solo continuare a cercare di comprenderlo.


Articolo proposto il 19 giugno 2014 e accettato il 18 luglio 2014.

NOTE

[1] Il titolo di questo contributo è un omaggio al libro di Georges Perec Specie di spazi. Torino: Bollati Boringhieri, 1989 (Tit. or.: Espèces d'espaces, 1974)

[2] Luigi Crocetti, Pubblica. In: Il nuovo in biblioteca e altri scritti. Roma: AIB, 1994, p. 49-57, pubblicato anche in La biblioteca efficace: tendenze e ipotesi di sviluppo della biblioteca pubblica negli anni '90, a cura di Massimo Cecconi, Giuseppe Manzoni, Dario Salvetti. Milano: Editrice Bibliografica, 1992, p. 15-21. Per un panorama aggiornato sulla situazione d'assieme di questa tipologia di biblioteche cfr. Stefano Parise, Biblioteche di ente locale: i numeri della crisi. In: Associazione italiana biblioteche, Rapporto sulle biblioteche italiane 2011-2012, a cura di Vittorio Ponzani, direzione scientifica di Giovanni Solimine. Roma: AIB, 2013.

[3] Alfredo Serrai, Guida alla biblioteconomia. Firenze: Sansoni, 1981, p. 118.

[4] Ivi, p. 119. Per un più ampio inquadramento di questi argomenti cfr. Giovanni Solimine, Problemi di misurazione e valutazione dell'attività bibliotecaria. In: Il linguaggio della biblioteca: scritti in onore di Diego Maltese, raccolti da Mauro Guerrini. Firenze: Giunta regionale toscana, 1994 (2. ed.: Milano: Editrice Bibliografica, 1996); id., Per una prassi biblioteconomica ispirata ai principi del management. In: Biblioteche e servizi: misurazione e valutazioni: atti del XL Congresso nazionale dell'Associazione italiana biblioteche, Roma, 26-28 ottobre 1994. Roma: Associazione italiana biblioteche, 1995; id., Quanto valgono le valutazioni, «Biblioteche oggi», 14 (1996), n. 4, p. 34-39. La bibliografia in lingua non italiana, prevalentemente d'ambito anglo-americano, è molto ampia. Per un primo approccio cfr. Richard H. Orr, Measuring the goodness of library services: a general framework for considering quantitative measures, «Journal of Documentation», 29 (1973), n. 3, p. 315-331; Deborah L. Goodall, Performance measurement: a historical perspective, «Journal of Librarianship», 20 (1988), n. 2, p. 128-144; Frederick Wilfrid Lancaster, If you want to evaluate your library ... London: Library association Publishing, 1993; Suzanne Ward [et al.], Library performance indicators and library management tools, Luxembourg: Office for Official Publications of the European Communities, 1996; International Organization for Standardization, Information and documentation. Library performance indicators. Draft International Standard ISO/DIS 11620 (ISO/TC 46/SC 8), 1996; The TELL IT Manual. The complete program for evaluating Library Performance, [a cura di] Douglas Zweizig, Debra Wilcox Johnson, Jane Robbins with Michele Besant. Chicago and London: American Library Association, 1996. Un utile aggiornamento è presentato in Library Statistics for the 21st Century World, ed. by Michael Heaney. München: K.G. Saur, 2009.

[5] Chiara Faggiolani, La ricerca qualitativa in biblioteca: verso la biblioteconomia sociale, http://w3.uniroma1.it/ seminario-biblioteconomia/wp-content/uploads/2013/05/Faggiolani_Chiara.pdf; versione a stampa ridotta in I Seminario nazionale di biblioteconomia: didattica e ricerca nell'Università italiana e confronti internazionali, Roma, 30-31 maggio 2013, a cura di Alberto Petrucciani e Giovanni Solimine; materiali e contributi a cura di Gianfranco Crupi. Milano: Ledizioni, 2013, p. 183-186.

[6] Albert-László Barabási, Link: la nuova scienza delle reti. Torino: Einaudi, 2004, p. 19 (Tit. or.: Linked: the new science of networks, 2002). Informazioni generali sull'attività di ricerca di Barabási sono disponibili all'URL http://www.barabasi.com/.

[7] Id., Lampi: la trama nascosta che guida la nostra vita. Torino: Einaudi, 2011, p. 13 (Tit. or.: Bursts: the hidden pattern behind everything We Do, 2010).

[8] Cfr. Gregory Bateson, Mente e natura: un'unità necessaria. Milano: Adelphi, 1984 (Tit. or: Mind and nature: a necessary unit, 1980). Nel lessico di Bateson il concetto che permette di pensare questa connessione è quello, controintuitivo, di "mente", da intendere come «un insieme interconnesso, evolutivo e autocorrettivo di parti interagenti»: Sergio Manghi, La conoscenza ecologica: attualità di Gregory Bateson. Milano: Raffaello Cortina, 2004, p. 57. "Mente", in questo senso, è dunque un metalinguaggio in grado di rappresentare e descrivere la complessità.

[9] Mi riferisco in particolare a Maurizio Vivarelli, Un'idea di biblioteca: lo spazio bibliografico della biblioteca pubblica. Manziana: Vecchiarelli, 2010; id., Le dimensioni della bibliografia. Scrivere di libri al tempo della rete, con contributi di Giovanna Balbi [et al.]. Roma: Carocci, 2013; Lo spazio della biblioteca: culture e pratiche del progetto tra architettura e biblioteconomia, a cura di Maurizio Vivarelli, collaborazione di Raffaella Magnano, prefazione di Giovanni Solimine, postfazione di Giovanni Di Domenico. Milano: Editrice Bibliografica, 2013.

[10] Cfr., nell'ordine con cui sono richiamati nel testo, Paolo Traniello, Biblioteche e società. Bologna: Il Mulino, 2005; Alberto Petrucciani, Biblioteca pubblica senza identità? No, grazie, «Bollettino AIB», 46 (2006), n. 4, p. 377-382; Riccardo Ridi, Biblioteconomia e organizzazione della conoscenza: quattro ipotesi fondazionali. In: 1. Seminario nazionale di biblioteconomia, cit., p. 101-110, anche in «E-LIS», http://eprints.rclis.org/20958/; id., Sulla natura e il futuro della biblioteca pubblica: lettera aperta a Claudio Leombroni, «Bollettino AIB», 46 (2006), n. 1/2, p. 87-90, anche in «E-LIS» http://eprints.rclis.org/ handle/10760/8593 e all'URL http://bollettino.aib.it/issue/ view/348/showToc; Anna Galluzzi, Biblioteche per la città: nuove prospettive di un servizio pubblico. Roma: Carocci, 2009; ead., Il futuro della biblioteca pubblica, «Bollettino AIB», 46 (2006), n. 1/2, p. 227-234; Giovanni Solimine, Nuovi appunti sulla interpretazione della biblioteca pubblica, «AIB Studi», 53 (2013), n. 3, p. 261-271; id.; Chiara Faggiolani, Biblioteche moltiplicatrici di welfare, «Biblioteche oggi», 31 (2013), 3, p. 15-19; ead., La ricerca qualitativa per le biblioteche: verso la biblioteconomia sociale. Milano: Editrice Bibliografica, 2012.

[11] Cfr. Antonella Agnoli, Le piazze del sapere: biblioteche e libertà. Roma-Bari: Laterza, 2009; ead., La biblioteca che vorrei: spazi, creatività, partecipazione. Milano: Editrice Bibliografica, 2014; Sergio Dogliani, La (mia) verità su Idea Store, «Bollettino AIB», 49 (2009), n. 2, p. 259-267; Marco Muscogiuri Biblioteche: architettura e progetto: scenari e strategie di progettazione. Rimini: Maggioli, 2009; id., MedaTeca come condensatore sociale, «Biblioteche oggi», 30, (2012), n. 7, p. 16-36.

[12] Cfr. Giovanni Di Domenico, Conoscenza, cittadinanza, sviluppo: appunti sulla biblioteca pubblica come servizio sociale, «AIB Studi», 53 (2013), n. 1, p. 13-25; Alberto Salarelli, Pubblica 2.0, «Bollettino AIB», 49 (2009), n. 2, p. 247-258.

[13] Riccardo Ridi; Claudio Gnoli, Unified theory of information, hypertextuality and levels of reality, «Journal of documentation», 70 (2014), n. 3. Preprint disponibile in «Emerald EarlyCite» http://www.emeraldinsight.com/ journals.htm?issn=00220418&volume=70&issue=3&articleid=17101491&show=abstract; Anna Maria Tammaro, Che cos'è una biblioteca digitale, «Digitalia», 2005, n. 1, http://digitalia.sbn.it/article/view/325/215.

[14] Paolo Traniello, Storia delle biblioteche in Italia: dall'Unità ad oggi. Bologna: Il Mulino, 2014.

[15] Alberto Petrucciani, Libri e libertà: biblioteche e bibliotecari nell'Italia contemporanea. Manziana: Vecchiarelli, 2012.

[16] Giovanni Solimine, Spazio e funzioni nell'evoluzione della biblioteca: una prospettiva storica. In: La biblioteca tra spazio e progetto: nuove frontiere dell'architettura e nuovi scenari tecnologici: V Conferenza nazionale per i beni librari. Milano: Editrice Bibliografica, 1998, p. 24-56, pubblicato anche in La biblioteca e il suo tempo: scritti di storia della biblioteca. Manziana: Vecchiarelli, 2004, p. 15-71.

[17] Di Serrai si vedano Storia della bibliografia. 5: Trattatistica biblioteconomica, a cura di Margherita Palumbo. Roma: Bulzoni, 1994, p. 146-186 e Caratteri, insufficienze, ed ambiguità di storia delle biblioteche. In: Racemationes bibliographicae. Roma: Bulzoni, 1999, p. 9-44.

[18] Si vedano in tal senso Attilio Mauro Caproni, La biblioteca e i segni della memoria, La biblioteca, cioè un sistema logico del sapere, La biblioteca come fenomeno della conoscenza. In: L'inquietudine del sapere: scritti di teoria della bibliografia, nota introduttiva di Alfredo Serrai. Milano: Sylvestre Bonnard, 2007, rispettivamente alle p. 171-200, 201-204, 205-2014; Piero Innocenti, Introduzione. In: Passi del leggere: scritti di lettura, sulla lettura per la lettura ad uso di chi scrive e di chi cita, con la collaborazione di Cristina Cavallaro. Manziana: Vecchiarelli, 2003, p. ix-cxi, in particolare la parte Biblioteca, macchina per leggere, p. xlvii-lxxxiv.

[19] Thomas S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche. Torino: Einaudi, 1979 (Tit. or.: The structure of scientific revolutions, 1962).

[20] Georges Perec, La vita: istruzioni per l'uso. Milano: Rizzoli, 1984, (Tit. or.: La vie mode d'emploi, 1978).

[21] Michael Gorman, I nostri valori: la biblioteconomia nel XXI secolo, traduzione di Agnese Galeffi, con la collaborazione di Carlo Ghilli, a cura e con presentazione di Mauro Guerrini, postfazione di Alberto Petrucciani. Udine: Forum, 2002 (Tit. or.: Our enduring values. Librarianship in the 21 century, 2000).

[22] Cfr., di Jesse H. Shera, Sociological foundation of librarianship. London: Asia Publishing, 1970; id., The foundations of education for librarianship, New York [ecc.]: Wiley-Becker and Hayes, 1972.

[23] R. David Lankes, L'atlante della nuova biblioteconomia, edizione italiana a cura di Anna Maria Tammaro e Elena Corradini. Milano: Editrice Bibliografica, 2014 (Tit. or.: The atlas of new librarianship, 2011).

[24] Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche, edizione italiana a cura di Mario Trinchero. Torino: Einaudi, 1967 (Tit. or.: Philosophical investigations, 1953).

[25] Edmund Husserl, Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica, a cura di Enrico Filippini. Torino: Einaudi, 1965, p. 65-67 (Tit. or.: Ideen zu einer reinen Phänomenologie und phänomenologischen Philosophie , 1913).

[26] Il progetto di Perugia è descritto in alcuni suoi dettagli da Maurizio Tarantino in Una nuova biblioteca nel centro di Perugia, «AIB Studi», 53 (2013), n. 3, p. 307-315, e in una più ampia dimensione di contesto da Chiara Faggiolani in Posizionamento e missione della biblioteca: un'indagine su quattro biblioteche del Sistema bibliotecario comunale di Perugia, presentazione di Alberto Petrucciani. Roma: AIB, 2013.

[27] Un'interessante prospettiva di approfondimento è costituita ad esempio da Maria Stella Rasetti, Comunicare una piazza del sapere «Biblioteche oggi», 30 (2012), n. 8, p. 10-25; ead., Comunicare una piazza del sapere «Biblioteche oggi», 31 (2013), n. 1, p. 8-24; in questo stesso fascicolo cfr. Cristina Bambini, La stanza connessa della San Giorgio, p. 25-26 e Tatiana Wakefield, Mi è semblato di vedele un gatto #Twitti@SanGiorgioPT, p. 27-31.

[28] IFLA library statistics Manifesto, http://www.ifla.org/files/assets/statistics-and-evaluation/publications/library-statistics-manifesto-en.pdf, traduzione italiana http://www.ifla.org/files/assets/statistics-and-evaluation/ publications/Library-statistics-Manifesto-it.pdf.

[29] Secondo questa prospettiva ho promosso alcune indagini attraverso una serie di tesi di laurea, discusse nel corso degli ultimi anni presso l'Università di Torino, che hanno avuto per oggetto l'analisi dello spazio della Biblioteca universitaria e della biblioteca civica “Primo Levi” di Torino, della Biblioteca Archimede di Settimo Torinese, della Biblioteca civica di Alessandria. Gli studenti che hanno condotto le rilevazioni, nell'ordine, sono Maddalena Giavina Conspettin, Andrea Guglielmi, Maria Pagano, Lucia Zanaboni, Marta Boidi. Gli esiti principali del lavoro di Conspettin sono descritti in: Luoghi da leggere: percezione ed uso dello spazio della Biblioteca nazionale universitaria di Torino, all'interno del dossier Spazio, identità e ricerca in biblioteca: un seminario a Paderno Dugnano, «Bollettino AIB», 51 (2011), n. 1/2, p. 36-45, http://bollettino.aib.it/article/view/4981/4750.

[30] Principi e metodi di fondo utilizzabili per muoversi entro questa prospettiva sono stati recentemente esposti nel già richiamato Lo spazio della biblioteca. Nel volume, e in particolare nel capitolo Le persone, vengono presentate, argomentate e discusse metodologie di analisi che si collocano entro un quadro interpretativo riconducibile da un lato alla sociosemiotica, e dall'altro a prospettive di indagine fondate su osservazioni a matrice etnografica, che tengono conto anche dei metodi di indagine dello spazio museale riconducibili al campo dei visitors studies.

[31] Per una più ampia trattazione di questi temi mi sia consentito il richiamo al cap. 4 del mio Un'idea di biblioteca cit.

[32] Per un inquadramento generale delle diverse prospettive di indagine cfr. Alison J. Pickard, La ricerca in biblioteca: come migliorare i servizi attraverso gli studi sull'utenza. Milano: Editrice Bibliografica, 2010, di cui è ora disponibile la seconda edizione inglese (Research methods in information. London: Facet, 2013); Chiara Faggiolani, La ricerca qualitativa per le biblioteche cit.

[33] Titolo del paper: LAM between physical and digital space: models and analysis perspectives.

[34] Per una introduzione al tema dei big data cfr. David Loshin, Big data analytics: from strategic planning to enterprise integration with tools, techniques, Nosql, and Graph. Amsterdam: Morgan Kaufmann Pub., 2014.

[35] Michel Foucault, La volontà di sapere. Milano: Feltrinelli, 1978, p. 8 (Tit. or.: La volonté di sauvoir, 1976).

[36] Il resoconto delle osservazioni è costituito da Tentativo di esaurimento di un luogo parigino, a cura di Alberto Lecaldano, con foto realizzate da Pierre Getzler. Roma: Voland, 2011 (Tit. or.: Tentative d'épuisement d'un lieu parisien, pubblicato dalla rivista «Cause commune» nel 1975 e poi dall'editore Christian Bourgois nel 1982).

[37] Cfr. in tal senso Giovanni Di Domenico, Biblioteconomia, scienze sociali e discipline organizzative: un rapporto da ripensare. In: Una mente colorata: studî in onore di Attilio Mauro Caproni per i suoi 65 anni, promossi raccolti, ordinati da Piero Innocenti, curati da Cristina Cavallaro. Manziana: Vecchiarelli; Roma: Il libro e le letterature, 2007, p. 495-511; contenuti ripresi nel cap. 1 di Biblioteconomia e culture organizzative: la gestione responsabile della biblioteca. Milano: Editrice Bibliografica, 2009.

[38] Interessanti, in questo senso, le tesi proposte da Edgar Morin in La via: per l'avvenire dell'umanità, prefazione di Mauro Ceruti. Milano: Raffaello Cortina, 2012, elaborate e discusse da Giovanni Di Domenico in Conoscenza, cittadinanza, sviluppo cit.

[39] Cfr. S. Manghi, La conoscenza ecologica cit., p. 53 e s.

[40] Gregory Bateson, Verso un'ecologia della mente. Milano: Adelphi, 1977, p. 278 (Tit. or.: Steps to an ecology of mind, 1972).

[41] Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di Valentino Gerratana. Torino: Einaudi, 1975. Il brano citato fa riferimento al § 22 del Quaderno 15 (v. 3, p. 1780).