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Il lavoro in biblioteca?
Non è mai una questione di "ordinaria amministrazione".
Conversazione con Anna Maria Giorgetti Vichi1

a cura di Alberto Petrucciani e Tiziana Stagi

Petrucciani: Cara dottoressa, possiamo cominciare da una mia curiosità? Nel suo contributo su La Vittorio Emanuele al Collegio Romano ha accennato di essere stata presente a un episodio interessante e significativo del periodo fascista, un sequestro di libri presso l'editore Formiggini.

Conobbi Formiggini a una cena in casa del professor Arcari poco dopo la maturità classica al Liceo Giulio Cesare. Dopo qualche giorno mi telefonò per offrirmi una collaborazione all'interno della redazione de L'Italia che scrive, che in quegli anni aveva sede in Campidoglio. Naturalmente accettai. Mi ero iscritta alla Facoltà di lettere, indirizzo classico, a Roma e così per svariati mesi frequentai le lezioni alla mattina mentre nel pomeriggio lavoravo da Formiggini. All'inizio feci "la gavetta", come si dice, occupandomi soprattutto di preparare i libri che dovevano essere recensiti raggruppandoli su base disciplinare. Poi col tempo collaborai anche alla segnalazione delle novità editoriali. L'ambiente era molto stimolante non solo per la spiccata personalità dell'editore, ma perché consentiva di conoscere il mondo dell'editoria italiana dal versante della produzione e di incontrarne alcuni dei protagonisti, come Bompiani. Nonostante ciò non fu un periodo facile soprattutto per il clima politico in cui viveva il paese. Si svolse in quegli anni un brutto episodio che segnò profondamente Formiggini, ma che anche io ricordo benissimo: il sequestro da parte della polizia di tutte le copie presenti in sede de Le dame galanti di Brantôme, tradotto da Savinio, da poco consegnate dalla tipografia. Quell'episodio è rimasto impresso nella mia memoria soprattutto per la violenza, direi anche la volgarità con la quale fu condotto, quasi un segnale premonitore di altre vicende che avrebbero di lì a pochi mesi devastato in modo irreversibile la vita di Formiggini. Di lui ho gelosamente conservato l'ultima lettera che mi scrisse il 14 luglio del 1938 prima di partire con la famiglia per la Jugoslavia: in essa mi rivelò di non sapere quale sarebbe stato il suo "destino editoriale" ma si diceva ancora fiducioso che nell'autunno potesse maturare in positivo, nonostante le leggi razziali appena divulgate, tanto da prospettarmi le sue intenzioni di affidarmi un importante incarico di collaborazione. Purtroppo è noto a tutti il triste epilogo della sua casa editrice e, soprattutto, della sua esistenza.

Petrucciani: Durante i suoi studi universitari pensava già di indirizzarsi verso la professione bibliotecaria, o è una scelta maturata successivamente?

Nel 1940 mi laureai in Archeologia cristiana con una tesi sul Mausoleo di Costantina; la civiltà romana e l'età tardo-antica in particolare erano la mia passione, cui avrei voluto dedicare una vita di studi. Invece, appena laureata, iniziai a prestare servizio come volontaria nella Biblioteca Alessandrina di Roma, allora diretta da Maria Ortiz, persona di grande spessore culturale ma anche umano che mi prese subito a benvolere, incoraggiandomi a intraprendere la professione di bibliotecaria. Fu davvero un'esperienza decisiva, che probabilmente risvegliò in me un'aspirazione latente, forse sorta con l'esempio di mia zia, Nella Vichi Santovito, la quale però a essere sinceri non mi incoraggiò mai esplicitamente in tal senso, confidando che sarebbero state le figlie a raccoglierne il testimone. Nel 1941 divenni avventizia di I categoria a seguito del provvedimento ministeriale che disponeva la sostituzione di ogni richiamato in guerra con un avventizio, restando all'Universitaria su esplicita richiesta della Ortiz. In quel ruolo fui poi trasferita alla Biblioteca nazionale centrale di Roma, dove da qualche anno era direttrice mia zia e dove lavorai principalmente con Olga Pinto, al Centro nazionale di informazioni bibliografiche. Anche con lei si stabilì un bellissimo rapporto professionale e un'amicizia, tanto che intervenne personalmente in mio favore quando alla Direzione generale per un disguido burocratico rischiarono di smarrire la mia domanda per il concorso.

Petrucciani: Potrebbe ricostruire per noi i momenti salienti del suo ingresso nei ruoli delle biblioteche governative?

Nell'attesa di un concorso pubblico che non fosse riservato ai reduci di guerra, come quelli banditi nell'immediato dopoguerra, frequentai all'Università di Roma la Scuola per bibliotecari e archivisti dove conseguii nel marzo 1948 il diploma di specializzazione di bibliotecario-paleografo. Nel 1950 partecipai al concorso per la carriera direttiva delle biblioteche che vinsi. Presi servizio presso la Biblioteca Vallicelliana dove mi dedicai particolarmente alla catalogazione dei manoscritti, dei quali in seguito compilai il catalogo insieme al mio collega Sergio Mottironi. In questi primi anni di servizio ero molto sensibile alla questione del riconoscimento delle specificità tecniche e intellettuali dei bibliotecari e mi feci promotrice insieme ai colleghi Angela Vinay, Emidio Cerulli e Tullio Bulgarelli di una iniziativa con la quale intendevamo rivendicare il ruolo scientifico e culturale dei bibliotecari all'interno del Ministero della pubblica istruzione, dove mancava una rappresentanza sindacale. L'esito fu la costituzione dell'Unione nazionale dei dipendenti delle biblioteche statali (Unadibis) che si proponeva appunto di agire per il miglioramento delle condizioni professionali ed economiche dei bibliotecari statali. Furono anni di militanza che si conclusero con la redazione di un documento tecnico, dove erano specificate in maniera molto dettagliata le funzioni della professione, che però per tale natura non trovò accoglienza né sostegno tra i politici che incontrammo, tra i quali ricordo ad esempio il democristiano Giuseppe Ermini. Con la nascita dei sindacati generali anche nel pubblico impiego ebbe termine quell'esperienza.

Petrucciani: Può parlarci della sua esperienza di conservatrice dei manoscritti alla Biblioteca Casanatense?

Ho lavorato per un breve periodo alla Casanatense, dopo gli oltre dieci anni trascorsi in Vallicelliana, nel ruolo di conservatrice dei manoscritti. Nonostante ciò fu un momento felice del mio percorso professionale perché potei mettere a frutto l'esperienza precedente di catalogatrice ma anche del servizio agli studiosi in questo campo. Mi riferisco al progetto per la catalogazione generale dei manoscritti delle biblioteche italiane, che fu anche pubblicato nella rivista della Direzione generale. Con esso proponevo l'avvio per opera dei bibliotecari specialisti di alcune fra le più importanti biblioteche governative della catalogazione sistematica ma sommaria dei manoscritti in esse conservati, sull'esempio di quanto si andava facendo in Francia e in Belgio. Mi trovavo particolarmente in sintonia con quanto scriveva in quegli anni il belga François Masai, soprattutto con l'idea che il catalogo dovesse essere prima di tutto concepito come uno strumento utile agli studiosi e quindi organizzato secondo le loro esigenze piuttosto che come sfoggio di erudizione del conservatore. Condividevo poi la convinzione che un censimento nazionale dei manoscritti non potesse realizzarsi come risultato degli studi e dei prodotti dei singoli bibliotecari ma che occorresse impostare un lavoro collettivo basato sulla cooperazione nel metodo, nel personale e nei fondi; un lavoro che Masai definiva «forse più umile, più anonimo, ma non meno essenziale», al quale dedicai un ampio spazio nel mio contributo. Purtroppo la realtà in cui operavamo era ben diversa, con i conservatori di manoscritti ridotti a uno sparuto numero in quegli anni, isolati gli uni dagli altri, senza alcun coordinamento. Pensi che nello stesso biennio in cui lavorai in Casanatense, dietro l'angolo, nella Nazionale centrale ancora al Collegio Romano, Casamassima stava organizzando la sala di consultazione dei rari e manoscritti e non ci fu mai l'occasione di un confronto, di uno scambio fra di noi.

Petrucciani: Venne poi la sua prima esperienza di direzione, alla Biblioteca Angelica. Cosa ricorda di più di quegli anni?

Mentre ero in Casanatense vinsi il concorso a direttore di biblioteca di 2a classe (ex grado VI) e venni convocata dal direttore generale Mazzaracchio che mi prospettò varie possibilità, fra cui quella di dirigere una grande biblioteca universitaria o nazionale. Essendo il mio primo incarico di responsabilità preferii, invece, una biblioteca "minore" per farmi un po' le ossa. Così fui nominata direttrice della Biblioteca Angelica; di quell'incarico conservo tutte le mie relazioni che ho riletto per questa occasione recuperandone alla memoria i tratti salienti. Posi particolare attenzione alla conservazione delle preziose raccolte, attuando in maniera scrupolosa le buone pratiche per la prevenzione individuate dall'Istituto per la patologia del libro, curando in modo particolare il controllo dell'idoneità ambientale dei magazzini e seguendo personalmente il restauro dei volumi, allora affidato a restauratori privati. Cercai inoltre di trasmettere al personale, anche con il mio esempio, l'idea che il pubblico servizio avesse fra le proprie componenti essenziali oltre alla professionalità e alle competenze tecniche anche il rispetto di un più generale codice deontologico, a partire dalla stretta osservanza dell'orario di lavoro e delle mansioni assegnate. Non voglio con ciò suggerire che il personale dell'Angelica non fosse rispettoso e corretto oltre che preparato, ma ricordo già in quegli anni la sensazione che fosse in atto nel pubblico impiego una sorta di cambio generazionale, e si stessero diffondendo anche nel lavoro degli abiti nei quali trovavo difficoltà a riconoscermi. Furono anche anni di studio per me. Infatti, presso la Biblioteca, nei depositi, si conservava l'archivio dell'Accademia dell'Arcadia, della quale poi entrai a far parte con il nome di Idalia Corintea. Fu l'inizio di ricerche appassionate sulla storia di questa istituzione che si concretizzeranno solo dopo qualche anno con la pubblicazione del mio Onomasticon degli Arcadi dal 1690 al 1800. Fu proprio in quegli anni, inoltre, che maturai la convinzione che qualsiasi biblioteca, indipendentemente dall'appartenenza istituzionale, costituisse comunque un presidio di cultura nella comunità di riferimento e che tale funzione andasse alimentata, seppure nel rispetto delle funzioni più specifiche. Come direttore tradussi questa convinzione nell'organizzazione di numerose conferenze e incontri pubblici dedicati soprattutto a temi di archeologia e di storia e cultura romana, che in poco tempo determinarono un notevole incremento degli utenti abituali dell'Angelica. D'altra parte l'amore per Roma mi era stato trasmesso sin dall'infanzia da mio padre Umberto, funzionario del Ministero del Tesoro ma anche studioso della storia e delle tradizioni della città, che tutte le domeniche mi accompagnava in visita a una chiesa o a un museo e che in vita raccolse una cospicua e preziosa collezione di monografie sulle chiese romane che la famiglia ha poi donato alla Biblioteca nazionale di Roma.

Stagi: Cosa ricorda dell'incarico della direzione della Biblioteca nazionale centrale di Firenze e come maturò in lei la decisione di accettarlo?

Stavo dirigendo l'Angelica quando, nel 1968, mi interessai senza esito alla direzione della BNCR, che si era liberata: ricordo che un funzionario della Direzione generale mi disse che per dirigere la Nazionale centrale «ci volevano i pantaloni» e venne nominato Cerulli. Lo stesso inappellabile giudizio non fu applicato però quando si rese necessario due anni dopo sostituire Casamassima alla direzione della consorella fiorentina, dopo che il Ministero gli aveva, di fatto, tolto il proprio appoggio, negandogli i finanziamenti promessi e inducendolo alle dimissioni. In quel momento a molti di noi a Roma era chiaro che si mirava a un avvicendamento alla guida della BNCF, tanto che non riuscivo a comprendere l'apparente convinzione di alcuni ispettori, in particolare Barberi, che Casamassima non sarebbe mai stato sostituito. Fui tra le persone contattate per questo delicato incarico che decisi di accettare, per spirito di servizio e come una sfida personale, forse - posso aggiungere a posteriori - senza una piena consapevolezza delle criticità della situazione di Firenze. Né vi fu l'occasione di un confronto con il direttore uscente al mio arrivo in BNCF. Le consegne, infatti, si svolsero in modo abbastanza irrituale: nelle stanze della direzione a piano terra mi attendeva un Casamassima molto amareggiato che aveva già disposto sul tavolo e firmato da parte sua i verbali e i registri per il passaggio. Ci scambiammo poche parole e come ultima cosa mi consegnò una copia del contratto in scadenza della CoopLAT dicendomi: «ora è affar suo».

Stagi: Come giudicò la situazione generale che trovò al suo ingresso in BNCF?

Sulla situazione che trovai in Biblioteca mi sono già espressa e ribadisco il mio giudizio. Senza nulla togliere al riconoscimento dell'ampia e meritevole opera del Casamassima nel salvataggio della BNCF durante e dopo l'alluvione, era per me allora palese che da un punto di vista organizzativo sussistevano varie criticità che andavano sanate, a cominciare dalla presenza in Biblioteca di organismi estranei da un punto di vista istituzionale, quali la cosiddetta Commissione interna e il Comitato per la BNCF, che vi operavano. Si trattava di una situazione anomala: si pensi che questa autoproclamata Commissione interna pretendeva di controfirmare tutta la mia corrispondenza con il Ministero. Inoltre anche dal punto di vista del personale non poteva sussistere oltre il sovvertimento di ruoli e incarichi - ad esempio, com'è noto, lo svolgimento delle funzioni di vicedirettore e capo del personale da parte di impiegati della carriera esecutiva - sorto nel momento dell'emergenza e occorreva ristabilire il rispetto delle competenze specifiche, dei ruoli e delle professionalità. Resto convinta che fosse assolutamente inderogabile, per chiunque avesse assunto la Direzione, non riordinare ma ricostruire la Biblioteca nel suo classico e funzionale ordinamento, arricchendone l'efficienza di pubblico servizio, dotandola di nuovi Uffici e coordinandone le attività con quelli preesistenti, dando grande impulso all'interno dell'istituto a quei reparti specificatamente preposti ai servizi bibliografici onde privilegiare la formazione professionale dei bibliotecari ad essi addetti. Tale "ordinata amministrazione" rappresentava in quel momento un obiettivo che richiedeva molto lavoro e, soprattutto in un contesto "politico" che si mostrò molto ostile, non poco coraggio; per questo non può trovarmi concorde alcuna valutazione del mio operato a Firenze come "appiattimento burocratico", suggerita negli studi sull'argomento, compreso il suo libro. Un esempio per tutti: quando decisi di spostare alcuni chilometri di scaffalature nell'agosto 1971, per una collocazione più sistematica delle raccolte, chiesi la collaborazione di custodi e altro personale su base volontaria. Si lavorò tutto il mese di agosto e nessuno dei volontari andò in ferie. Quando però suddivisi i fondi attribuiti dal Ministero per questo incarico tra i soli volontari che avevano lavorato, vi fu un diktat del Sindacato in favore di una distribuzione "a pioggia". Dopo qualche giorno i volontari stessi, pur ringraziandomi, chiesero la suddivisione collettiva «perché non possiamo sentirci chiamare ogni giorno schiavi dello Stato padrone e servi della Direttrice». Solo un episodio, ma come dicevano i saggi ex ungue leonem.

Stagi: La sua nomina fu letta come espressione di una parte politica o comunque della volontà del governo democristiano di bloccare una situazione che era sfuggita di mano; alcuni giornali dopo poche settimane parlarono di gestione fascista...

Mi rendo conto che dopo quasi cinquant'anni è difficile capire il clima che si respirava e si viveva in quegli anni. Ma proprio la distanza temporale ormai mi consente di poterne parlare con maggior serenità e fuori da sospetti di strumentalizzazioni. La mia condotta fu definita fascista, come fascista sono stata etichettata da alcuni giornali che strumentalizzavano ogni mia uscita pubblica, dai sindacati e anche da una parte dei colleghi. Devo dire che questa accusa allora mi ferì molto innanzitutto perché provengo da una famiglia che nel ventennio era antifascista: mio padre Umberto era stato iscritto al Partito popolare di don Sturzo e ci aveva educato a valori che erano senza ombra di dubbio antifascisti. Inoltre per indole personale ho sempre guardato con distacco alla politica in ogni sua manifestazione, e ciò sin da ragazzina: durante il ginnasio al Liceo Tasso, negli anni in cui era frequentato anche da Vittorio e Bruno Mussolini, dopo la proiezione a tutti gli studenti di un video dell'Istituto Luce ebbi l'ardire di affermare a voce alta che il duce mi era sembrato un istrione. Mi ricordo che si riunì uno speciale Consiglio d'istituto che decise la mia espulsione dalla scuola, poi bloccata dal preside essendo io fra gli studenti inseriti in quello che si chiamava l'Albo d'oro, tra i migliori insomma. Alla fine del ginnasio mi trasferii al Giulio Cesare. Non sono mai stata iscritta ad alcun partito, neppure alla Democrazia cristiana di cui non ho mai apprezzato i rapporti clientelari all'interno della pubblica amministrazione. Ho avuto un'unica simpatia politica, per il Partito liberale, che ho votato fin quando è esistito, ma ho sempre vissuto e lavorato con l'idea di dover tenere distinti e separati dalla politica sia la mia vita privata sia il mio impegno nella professione e nelle istituzioni.

Stagi: Certe sue affermazioni e prese di posizione, soprattutto nel primo anno della sua direzione, denotano, mi pare, una lettura politica della situazione fiorentina, almeno nel senso che alcune scelte della direzione precedente furono da lei etichettate come "comuniste", al di là del confronto di merito, in particolare sul fronte del restauro e della sua organizzazione con la cooperativa CoopLAT.

In quel momento era chiaro non solo a me che la BNCF era un avamposto dello Psiup e che l'impiego della CoopLAT somigliava da un punto di vista organizzativo a un esperimento di natura socio-politica. E di questa visione della realtà fiorentina sono tuttora convinta. Guardi, io qui non entro nel merito delle persone e dei risultati del loro lavoro e posso dirle oggi che anche allora rimasi favorevolmente colpita dalla gran parte dei lavoratori che svolgevano le proprie mansioni con serietà e anche con orgoglio. Si percepiva in maniera netta infatti la loro consapevolezza che con quella esperienza si stava compiendo per loro una sorta di riscatto sociale. D'altra parte era mio dovere come pubblico funzionario nello stipulare il contratto attenermi obbligatoriamente alle leggi della contabilità generale dello Stato dopo che era scaduta la legge per la contabilità speciale per l'alluvione, come già ribadito allo stesso Casamassima da un parere del Consiglio di Stato. Nello stesso tempo era altrettanto doveroso da parte mia assicurare una corretta gestione del pubblico denaro prendendo atto dei risultati dei rilievi e delle valutazioni dell'IPL che aveva mostrato come le richieste della CoopLAT fossero esorbitanti: 105.000 lire per ogni pezzo restaurato a fronte di 35.000 lire secondo gli standard previsti dall'IPL. Su questo punto la questione è stata politicamente esasperata da altri, non da me, fino al punto di ricevere continue lettere anonime con minacce di morte, tanto che l'allora dirigente dell'Ufficio politico della Questura di Firenze, dottor Celli, ritenne di attivare uno specifico servizio di "protezione" nei miei confronti. Questa vita sotto scorta tra le strade di Firenze, forse poco nota, è anch'essa sicuramente non classificabile nell'"ordinaria amministrazione".

Stagi: Nelle trattative tra Biblioteca, Ministero e CoopLAT la sua posizione è sembrata però sin dall'inizio chiusa a qualsiasi mediazione, quasi a esibire un appoggio incondizionato della Direzione generale, seppure non fosse sempre chiara la posizione del ministro Misasi e risulti singolare che lei non fosse presente al noto incontro del gennaio 1971 a Roma con la Cooperativa, i sindacati e alcuni politici. Nel mio libro ho interpretato questa assenza come segno della sua rigidità.

La mia assenza fu dovuta unicamente al fatto di non essere stata avvisata né invitata. D'altronde credo risulti evidente che tra le finalità della delegazione vi era anche la defenestrazione, o perlomeno l'intimidazione nei miei confronti, come peraltro documentato da un articolo pubblicato su Avvenire che anche lei cita nel libro, e come suggerito anche dalla presenza di Casamassima, che di fatto non aveva più alcun titolo per parteciparvi. Misasi mi convocò personalmente, invece, pochi giorni dopo, tanto che al funzionario che mi comunicò l'invito del ministro chiesi se dovessi fare le valigie per tornare a Roma. L'incontro non fu piacevole perché a fronte del mio desiderio di relazionare sul mio difficile operato a Firenze, Misasi mi interruppe due volte per fare in mia presenza due telefonate, queste sì esibite, prima a Marino Raicich e poi a Tristano Codignola. Non fece evidentemente alcun riferimento a Firenze o alla BNCF, ma li chiamò per concordare un prossimo incontro; in ogni caso, a me parve un maldestro tentativo di intimidazione e a quel punto lo dissi esplicitamente al ministro, manifestando tutto il mio disappunto. Dopo il mio sfogo Misasi si scusò, incoraggiandomi a tornare a Firenze e spiegando il suo tiepido appoggio alla mia direzione con il comune impegno con Raicich e Codignola, amici di Casamassima e che io gli feci notare essere tra i maggiori oppositori della mia linea di gestione a Firenze, per il disegno di riforma della scuola, che di lì a pochi mesi in effetti venne presentato in Parlamento.

Stagi: Nelle sue pubblicazioni e nelle relazioni ufficiali da direttrice emerge chiaramente anche una sua distanza dalle tecniche di restauro sperimentate e applicate a Firenze, quando non anche una estraneità teorica che forse l'ha condizionata nel suo giudizio nei confronti del lavoro nei laboratori fiorentini.

A proposito delle tecniche e della organizzazione del restauro della BCNF, come ebbi modo di scrivere nella mia relazione che ha pubblicato nel suo libro, mentre riconobbi la necessità urgente di recuperare i fondi storici, come il Magliabechiano e il Palatino, e inoltre la pregevole raccolta dei giornali prima del loro definitivo deterioramento, ebbi subito non poche perplessità sulla scelta di restaurare tutto il materiale librario, anche quello moderno e ancora reperibile, scelta che aveva appesantito e disperso energie e fondi. Riconosco che sul restauro ho avuto posizioni diverse da quelle del Casamassima, per il quale la materialità del manufatto doveva essere preservata comunque anche nel suo deterioramento, in quanto prova della sua vicenda storica, senza interventi di restauro conservativo che avrebbero potuto compromettere questa ricostruzione, privilegiando le tecniche di prevenzione su quelle di conservazione, da evitarsi comunque. Pur nella condivisione delle ragioni importanti della prevenzione, non mi trovavo d'accordo con quel criterio dell'anti-restauro conservativo negli anni Settanta, frutto - a mio parere - di una integrale applicazione della filosofia del materialismo storico di cui Giulio Carlo Argan fu il maggior sostenitore. La mia formazione di paleografa ed esperta di manoscritti mi portò invece a privilegiare il modello del restauro filologico, che nel rispetto delle caratteristiche storiche e morfologiche del manufatto ne preservasse l'integrità per la fruizione presente e futura dei testi contenuti, senza ovviamente sminuire la necessità di prevenzione. Un modello che ha trovato nell'Istituto di patologia del libro la sua maggiore espressione scientifica, raggiunta attraverso gli studi e le ricerche eseguiti nei suoi quattro laboratori: Fisica, Chimica, Biologia, Restauro. Nel 1978 ho ribadito le mie convinzioni in un articolo su I lipsanofili, ovvero i cultori delle reliquie intoccabili.

Stagi: Restando sui temi della conservazione, vorrei chiederle un approfondimento sulla microfilmatura dei manoscritti in merito alla quale la sua posizione è stata descritta in maniera forse troppo manichea rispetto a coloro che chiamava lipsanofili, fino a far pensare in qualche modo che fosse contraria alla prassi di far consultare i microfilm in sostituzione degli originali.

La mia posizione sull'argomento merita di essere approfondita e chiarita. Io non mi sono mai detta contraria alla prassi di microfilmare i manoscritti o di favorire l'uso dei microfilm per la consultazione degli studiosi al posto dell'originale, ché anzi rimane ovviamente una buona prassi per favorire la conservazione del documento, ma piuttosto, come ho avuto modo di chiarire nel mio articolo già citato I lipsanofili, sono stata contraria all'idea che il microfilm potesse comunque e per qualsiasi esigenza di ricerca sostituire il manoscritto, concepito come una reliquia intoccabile. Già nel 1962, in un mio scritto sulla catalogazione generale dei manoscritti, propugnavo la microfilmatura degli stessi e per tutta la mia carriera ho in ogni modo favorito la microfilmatura dei manoscritti non solo contestualmente al restauro ma anche a scopo di preservazione dal restauro. Inoltre una delle mie prime decisioni come direttrice della Biblioteca nazionale di Roma fu quella di acquistare 20 videolettori per microfilm, promuovere la microfilmatura di tutta l'Emeroteca, oltre ad attuare uno strenuo braccio di ferro con l'IPL per un progetto di microfilmatura dei manoscritti di tutte le biblioteche italiane per costituire, presso la Vittorio Emanuele, un Centro nazionale dei manoscritti.

Stagi: Uno degli episodi più discussi della sua direzione a Firenze fu l'indagine avviata dalla Procura della Repubblica e il correlato sequestro della documentazione contabile della gestione del dopo alluvione, per il cui avvio non si è mai spento il sospetto che vi fosse in qualche modo coinvolta.

L'ombra sul mio ruolo in quella vicenda fu gettata dal quotidiano L'Unità, che me ne attribuì la responsabilità nell'articolo pubblicato nella cronaca di Firenze il 16 gennaio 1971, suggerendo che io fossi autrice della denuncia che dette avvio all'indagine. Vorrei chiarire la vicenda una volta per tutte, rivelando anche alcune verità, che non ho mai reso pubbliche per il buon nome della BNCF e degli interessati. Ai primi di gennaio 1971 ricevetti la visita di un agente dell'FBI che, in relazione alle esigenze del fisco statunitense, mi chiese di poter visionare i libri contabili della Biblioteca volendo verificare in particolare l'entità e la gestione dei fondi versati dai contribuenti americani tramite il Comitato esecutivo del CRIA (Committee to Rescue Italian Art). In quella circostanza riferii agli agenti che, in base alle ricerche che recentemente avevo posto in atto, non disponevo dei registri relativi ai contributi del CRIA. Infatti nei mesi precedenti avevo svolto alcune verifiche proprio sui registri contabili della BNCF, avendo notato che non vi appariva tutta la contabilità dei contributi esterni, che poi seppi essere stati stornati in un momento che non saprei precisare, per la gestione della parte residua sui conti aperti dal Comitato per la BNCF, coordinato da Roberto Vivarelli, per la raccolta degli aiuti finanziari da parte dei privati. Come già detto, dopo l'alluvione e fino al mio insediamento era stata in vigore la cosiddetta contabilità speciale che aveva consentito a vari istituti statali nell'area di Firenze di operare in deroga alle norme di contabilità generale dello Stato, e quindi da un punto di vista formale non ebbi molto da eccepire. Di ciò chiesi comunque conto a Vivarelli senza però riuscire a visionare tali registri, che d'altra parte in quanto ente privato non era tenuto a mostrarmi. Ritengo probabile che sia stato l'FBI a sollecitare l'intervento della Procura, unico organo istituzionale preposto all'indagine e verifica della situazione. Non a caso, credo, alcuni giorni dopo ricevetti un'ordinanza della Magistratura con ingiunzione di sequestro dei libri contabili, per le verifiche che si ritennero allora opportune nell'ipotesi, per quanto mi è dato supporre, dell'accensione di un procedimento penale o amministrativo a mio carico. Il giorno susseguente al sequestro la Magistratura mi fece però restituire i libri contabili, né ebbi più alcuna notizia delle eventuali decisioni da parte della stessa.

Stagi: In una sua relazione alla Direzione generale chiese di poter terminare l'incarico a Firenze ritenendo di aver raggiunto l'obiettivo di una ordinata - per niente "ordinaria" come abbiamo detto - strutturazione della Biblioteca. Non si era dunque creato alcun legame tra lei e la BNCF, tra lei e la città?

In realtà le vicende tumultuose di cui sempre si parla, come con voi oggi, riguardarono soprattutto i primi mesi della mia direzione, che già al termine del primo anno si improntò a una via via sempre più ampia collaborazione all'interno della Biblioteca, anche con una mia maggiore apertura alla città, dove inizialmente potei contare sul solo appoggio di Piero Bargellini. In BNCF i contrasti proseguirono con una parte del personale, mentre con altri si instaurò una piena cooperazione basata sulla condivisione delle mie scelte di gestione. Con alcuni colleghi sono rimasta in buoni rapporti anche dopo il mio ritorno a Roma, come Carla Guiducci Bonanni, Clementina Rotondi, Antonina Monti Giammarinaro, Maria Adelaide Bacherini, Filippo Di Benedetto, Lia Invernizzi e Antonietta Morandini. Nell'ultimo anno del mio incarico a Firenze allargai le mie conoscenze in città, che per varie ragioni non avevo curato inizialmente, e frequentai assiduamente la casa di Giovanni Spadolini con il quale si avviò un confronto amichevole sulle biblioteche in vista dell'istituzione del Ministero dei beni culturali. Discussi spesso con lui su questi temi sia nelle fasi preparatorie sia a Roma quando divenne il primo ministro dei beni culturali della Repubblica. Vi racconto un aneddoto in proposito. Durante una delle mie visite in via del Tritone, sede iniziale ma inadeguata del nuovo Ministero, fui io a informarlo del completamento del trasloco della BNCR a Castro Pretorio e a suggerirgli di interessarsi al Collegio Romano ormai vuoto. Ricordo bene che lo fece subito, telefonando in mia presenza.

Stagi: Dopo Firenze ritornò a Roma e rivestì la sola funzione di ispettrice, senza assumere per anni altri incarichi di direzione. Fu una sua scelta e quali ne furono i motivi?

Sì, fu una mia scelta. L'esperienza a Firenze mi aveva molto segnata e avevo bisogno di un periodo di lavoro che non avesse al suo centro la gestione del personale che negli ultimi anni aveva assorbito tutte le mie energie professionali e umane. Svolsi il lavoro di ispettrice con serietà e passione e nel corso delle mie numerose ispezioni alle biblioteche ebbi modo di conoscere numerose realtà e di instaurare relazioni tutte sostanzialmente positive e improntate alla collaborazione; prova ne è che non si avviarono contenziosi con alcun istituto, per quanto mi ricordo. Ebbi anche l'occasione di recuperare un po' di spazio per gli studi, portando a termine il mio Onomasticon e soprattutto tornando a occuparmi di manoscritti e di progetti per la loro catalogazione e conservazione.

Petrucciani: Eccoci dunque all'ultima tappa della sua carriera: la direzione della BNCR. Quando frequentavo la Biblioteca per la tesi ricordo che la vedevo passare ogni giorno, verso metà mattina, insieme ad alcuni collaboratori, per il grande corridoio centrale, con i banconi e le sale, insomma nel vivo dei servizi al pubblico (che allora, anche per l'affollamento, spesso non erano impeccabili). A conclusione di questa nostra conversazione può dirci come è stata la sua esperienza a capo della Nazionale di Roma?

Assunsi la direzione della BNCR a fine carriera per senso del dovere e la governai per quasi tutti gli anni Ottanta trasformando una biblioteca ancora in crisi d'identità, dopo il trasloco nella nuova sede e il recente passaggio all'amministrazione del neonato Ministero dei beni culturali, nel principale istituto bibliografico nazionale per i servizi offerti, l'incremento delle raccolte e l'attività catalografica, come volli ribadire anche nelle mie relazioni da direttore. Quando giunsi in Nazionale ricordo ancora in maniera viva la sensazione di disorientamento del personale che non riusciva a reinterpretare in modo nuovo e diverso il ruolo di grande centro al servizio della ricerca e degli alti studi, come avveniva al Collegio Romano. D'altra parte i tempi erano cambiati e soprattutto era cambiata l'utenza dell'istituto, aumentata enormemente nel numero e portatrice di esigenze differenti che almeno in parte dovevano essere prese in carico dalla Biblioteca. Non mancai di denunciare il rischio concreto di uno snaturamento delle funzioni proprie della BNCR e di un suo progressivo declino se non si fosse posto in qualche modo un argine a quella parte di utenza che faceva un uso improprio, appunto, dei servizi e delle raccolte. Tuttavia ero anche convinta che nella nuova sede l'istituto potesse finalmente esplicitare la sua specificità "tipologica" nei confronti delle altre biblioteche di conservazione di Roma (rispetto alle quali era in genere considerata soltanto più grande) e anche rispetto alla Nazionale centrale di Firenze. Se infatti dopo l'esperienza fiorentina mi era chiaro che solo alla BNCF spettasse il compito di archivio della cultura scritta nazionale, ero altrettanto certa che fosse la BNCR a dover assumere quello di promozione della cultura nazionale nel paese e all'estero, come facevano le grandi biblioteche nazionali straniere, a cominciare dalla Library of Congress. Così in quegli anni attuai varie iniziative concrete per favorire questa necessaria apertura verso l'esterno, organizzando mostre di grande respiro didattico-culturale (ne ricordo in particolare una dedicata alla narrativa popolare italiana e un'altra dedicata alla storia della scuola primaria dall'unità d'Italia alla riforma Gentile); allestendo, nelle tre grandi vetrine della galleria centrale, periodiche esposizioni di particolari fondi speciali o rari della Biblioteca (come le riviste femminili dell'Ottocento, i giornali satirici, le edizioni popolari di Perino, i Manuali Hoepli), e istituendo ex novo la Sala umanistica per la consultazione. Promossi, inoltre, frequenti manifestazioni aperte al pubblico, come gli Incontri con l'autore che hanno riscosso l'adesione di grandi personalità quali Giorgio Bassani, Alberto Moravia, Albino Pierro, Lucio Villari, Enzo Siciliano, Antonio Debenedetti; ampliai e aggiornai con particolare cura gli apparati bibliografici delle sale di consultazione; istituii la Sezione Braille dotandola di una propria sala di lettura e di apposite apparecchiature, così da mettere a disposizione dei non vedenti il considerevole fondo in Braille della Biblioteca. Quando lasciai per ragioni di età ebbi la soddisfazione di consegnare un istituto ben funzionante e, direi, molto più "motivato" di come l'avevo trovato, seppure con il rammarico (esternato anche nella mia ultima relazione) di un contesto più generale pieno di criticità per l'inadeguatezza dei fondi, la scarsità del personale e i problemi di manutenzione già manifesti dell'edificio.

Bibliografia degli scritti di Anna Maria Giorgetti Vichi2

Anna Maria Vichi (poi Giorgetti Vichi) è nata a Roma l'11 giugno 1918. Laureata in Lettere classiche all'Università di Roma nel 1940, consegue poi l'abilitazione all'insegnamento del latino e greco e, nel 1948, il diploma di bibliotecario-paleografo alla Scuola di specializzazione di Roma. Già durante gli studi universitari collabora con l'editore Formiggini e la rivista L'Italia che scrive, poi dopo la laurea inizia il volontariato alla Biblioteca universitaria Alessandrina, allora diretta da Maria Ortiz. Nell'ottobre 1941 viene assunta come avventizia e passa in seguito alla Biblioteca nazionale centrale di Roma (diretta dal 1935 al 1955 da Nella Vichi, sorella del padre), dove lavora alla revisione del catalogo, all'ufficio tessere e poi, con Olga Pinto, alle informazioni bibliografiche. Vinto il concorso per bibliotecari della carriera direttiva, lavora dal luglio 1950 alla Biblioteca Vallicelliana, occupandosi particolarmente della catalogazione dei manoscritti. Nel dicembre 1957, con Angela Vinay e Tullio Bulgarelli, promuove la costituzione di una Unione nazionale dei dipendenti delle biblioteche statali (Unadibis) che si propone di agire per il miglioramento delle condizioni professionali ed economiche dei bibliotecari statali. Lascia la Biblioteca Vallicelliana nel 1962 trasferendosi alla Biblioteca Casanatense e poi nel 1964, raggiunto il grado di direttore di biblioteca, assume la direzione della Biblioteca Angelica, che tiene fino al 1970, anche dopo essere stata nominata ispettrice. Socia dell'Associazione italiana biblioteche dalla sua rifondazione nel dopoguerra, nel 1967 è eletta nel Comitato esecutivo della Sezione Lazio ma lascia subito la carica perché eletta al Congresso di Fiuggi nel Consiglio direttivo, dove ricopre la carica di segretario nazionale (maggio 1967-maggio 1969), curando fra l'altro l'organizzazione del Congresso di Porto Conte (1979). Rieletta nel Consiglio direttivo, è vicepresidente nazionale, con Renato Pagetti presidente, fino a maggio 1972. Dal settembre 1970 assume la direzione della Biblioteca nazionale centrale di Firenze, a seguito delle dimissioni di Emanuele Casamassima. Alla fine del 1972 viene eletta nel Comitato esecutivo della Sezione Toscana dell'AIB, che lascia dopo pochi mesi per il ritorno a Roma. Rientrata a Roma nell'aprile 1973, lavora come ispettore centrale al Ministero della pubblica istruzione (e poi per i beni culturali e ambientali); membro del Consiglio superiore delle accademie e biblioteche e quindi del Consiglio nazionale per i beni culturali, è anche socio ordinario della Società romana di storia patria e dell'Accademia dell'Arcadia. Torna a dirigere una biblioteca, la Nazionale centrale di Roma, dal 1981 al 1988, fino al collocamento a riposo. Nel 1990 si trasferisce a vivere a Bologna, dove risiede il figlio.

1948
1) Biblioteche private, bibliotecari e bibliofili: contributo bibliografico 1901-1949, «Rendiconti della classe di scienze morali, storiche e filologiche», 4 (1948), n. 11/12, p. 584-600.

1950
2) S. Filippo Neri e gli Oratoriani nella mostra della Vallicelliana, «Accademie e biblioteche d'Italia», 18 (1950), n. 1, p. 62-68.

1953
3) Un'omelia della perduta Collectio tripartita longipontana, ritrovata in un codice vallicelliano, «Accademie e biblioteche d'Italia», 21 (1953), n. 5/6, p. 335-342.

1956
4) Ritratto di Costantina. In: Amor di Roma. Roma: Tipografia Arte della stampa, 1956, p. 433-436.

1959
5) Annali della Stamperia del Popolo romano (1570-1598). Roma: Istituto di studi romani, 1959.

1961
6) Catalogo dei manoscritti della Biblioteca Vallicelliana. Vol. 1, compilato da Anna Maria Giorgetti Vichi, Sergio Mottironi. Roma: Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, Libreria dello Stato, 1961.

1962
7) Intorno a un Codex repetitae praelectionis con glossa accursiana, «Annali della Scuola speciale per archivisti e bibliotecari dell'Università di Roma», 2 (1962), n. 1/2, p. 269-278.
8) Per una catalogazione generale dei manoscritti della biblioteche italiane, «Accademie e biblioteche d'Italia», 30 (1962), n. 3/4, p. 145-154.

1963
9) Bibliothèques nationales. In: Les bibliothèques dans le monde: programme à long terme pour la Fédération internationale des associations de bibliothècaires. La Haye: Nijhoff, 1963, p. 54-57.

1967
10) Le mostre librarie, «Accademie e biblioteche d'Italia», 35 (1967), n. 6, p. 492-498.
11) Recensione a: Olga Pinto, Elenco dei periodici correnti di scienze umane posseduti dalle biblioteche di Roma al 1 gennaio 1964. Roma: Società Liber, 1967, «Bollettino d'informazioni AIB», 7 (1967), n. 6, p. 179-180.

1968
12) Il riassetto delle carriere del personale delle biblioteche statali, «Bollettino d'informazioni AIB», 8 (1968), n. 6, p. 137.
13) Recensione a: Maria Califano Tentori, Elenchi e cataloghi di periodici in Italia, 1946-1966. Roma: CNR, 1967, e a: Gertrude Nobile Stolp, Cataloghi a stampa di periodici delle biblioteche italiane (1859-1967). Firenze: Olschki, 1968, «Bollettino d'informazioni AIB», 8 (1968), n. 3/5, p. 109-110.
14) La Biblioteca Angelica: cenni storici, «Alma Roma: associazione di attività culturali: bollettino di informazioni», 11 (1968), n. 3/4, p. 3-8 [anche in estratto: Roma: Fratelli Palombi, 1975].
15) Bibliotecari in Arcadia, «Almanacco dei bibliotecari italiani», 1968, p. 41-43.

1969
16) Relazione dell'AIB sullo schema di progetto Unesco per la normalizzazione internazionale delle statistiche delle biblioteche, «Bollettino d'informazioni AIB», 9 (1969), n. 6, p. 206-207.

1972
17) Commissione per la statistica (38. Sessione del Consiglio generale della FIAB), «Bollettino d'informazioni AIB», 12 (1972), n. 4, p. 160.

1974
18) Technique de la restauration à la Bibliothèque nationale centrale de Florence. In: Les techniques de laboratoire dans l'étude des manuscrits: [colloque international du] Centre national de la recherche scientifique, Paris, 13-15 septembre 1972. Paris: Éditions du CNRS, 1974, p. 240-243.

1977
19) Gli arcadi dal 1690 al 1800: onomasticon. Roma: Arcadia, Accademia letteraria italiana, 1977.
20) [Intervento]. In: Dibattito sulla biblioteca pubblica a Roma, «Studi romani», 25 (1977), n. 1, p. 72-73.

1978
21) I lipsanofili o cultori di reliquie, «Accademie e biblioteche d'Italia», 46 (1978), n. 3/4, p. 227-233.
22) [Intervento]. In: Teoria e principi del restauro: tavola rotonda del Corso di informazione sulla conservazione e il restauro per bibliotecari delle biblioteche pubbliche statali e delle soprintendenze ai beni librari, 16-25 maggio 1979, testi raccolti e notizie sul corso a cura di Luciana Giovannelli Vella, «Bollettino dell'Istituto centrale per la patologia del libro», 35 (1978-1979), p. 111-144.

1979
23) Vita delle biblioteche, «Studi romani», 27 (1979), n. 2, p. 245-247.

1980
24) Anche per i manoscritti è tempo di nuove frontiere?, «Accademie e biblioteche d'Italia», 48 (1980), n. 3, p. 246-253.

1981
25) Situazione catalografica dei manoscritti latini conservati nelle biblioteche italiane. In: Il manoscritto: situazione catalografica e proposta di una organizzazione della documentazione e delle informazioni: atti del seminario di Roma, 11-12 giugno 1980, a cura di Maria Cecilia Cuturi. Roma: ICCU, 1981, p. 29-37.

1982
26) La "Vittorio Emanuele" tra la censura fascista e l'epurazione antifascista, «Accademie e biblioteche d'Italia», 50 (1982), n. 4/5, p. 441-447.
27) Le biblioteche nazionali sono per gli studiosi. In: Biblioteche e crisi del libro, «Prospettive libri», (1982), n. 19/20, p. 42-43.

1983
28) Tipologia delle biblioteche e legislazione bibliotecaria in Italia, metodologia della ricerca bibliografica e documentaria. In: Le biblioteche scolastiche e i loro rapporti con le biblioteche degli enti locali, il ruolo del bibliotecario scolastico: corsi residenziali di aggiornamento per docenti della scuola primaria e secondaria statale. Firenze: Biblioteca di documentazione pedagogica, 1983, p. 13-23.

1984
29) Differenti livelli di descrizione di un'edizione antica a stampa. In: Libri antichi e catalogazione: metodologie e esperienze: atti del seminario di Roma, 23-25 settembre 1981, a cura di Claudia Leoncini, Rosaria Maria Servello. Roma: ICCU, 1984, p. 39-47.
30) Narrativa popolare in Italia tra Otto e Novecento: relazioni al convegno, «Accademie e biblioteche d'Italia», 52 (1984), n. 2, p. 112.
31) Esperienze di conservazione e microfilmatura dei giornali nella Nazionale di Roma. In: I periodici nelle biblioteche: un patrimonio da salvare: atti del convegno promosso dalla Biblioteca nazionale Braidense, Milano, 26 febbraio 1983, a cura di Carlo Carotti, Lorenzo Ferro. Milano: Angeli, 1984, p. 89-92.

1985
32) La conservazione dal punto di vista del bibliotecario. In: Atti del convegno La tutela del patrimonio bibliografico: norme, problemi e prospettive: Abbazie benedettine Padova, Praglia, Carceri, 21-22-23 settembre 1984. Padova: Provincia di Padova, Ass. P.I., 1985, p. 24-27.
33) Fondi giapponesi nelle biblioteche italiane: saggio di una ricerca. In: Lo Stato liberale: atti del I convegno italo-giapponese di studi storici, Roma, 23-27 settembre 1985. Roma: Edizioni dell'Ateneo, 1987, p. 189-190.
34) Fotoriproduzione e normativa. In: I servizi per le biblioteche e il ruolo delle Province: atti del convegno «L'organizzazione dei servizi bibliotecari e il ruolo delle Province», realizzato con il patrocinio del Ministero per i beni culturali e ambientali e l'adesione dell'Associazione italiana biblioteche, Bologna, 2-3 marzo 1984, a cura di Massimo Belotti. Milano: Editrice bibliografica, 1985, p. 122-129.

1986
35) La tutela dei beni librari e documentari nella legislazione italiana. In: I fondi speciali in biblioteca: tutela, uso, valorizzazione: atti del convegno Libri e documenti: salvaguardia, uso e valorizzazione dei fondi speciali nelle biblioteche, Lecco, 25-26 ottobre 1985, a cura di Luigi Rosci. Milano: Editrice bibliografica, 1986, p. 33-43.

1987
36) Catalogo dei giornali quotidiani, [a cura] di Alberta Pannain Bertone; presentazione di Anna Maria Vichi Giorgetti. Roma: Biblioteca nazionale centrale, 1987.
37) Saluto ai convenuti; Discussioni. In: Documentare il manoscritto: problematica di un censimento: atti del seminario di Roma, 6-7 aprile 1987, a cura di Tristano Gargiulo. Roma: ICCU, 1987, p. 13-15, 137-154.

1989
38) La Vittorio Emanuele al Collegio Romano, «Accademie e biblioteche d'Italia», 57 (1989), n. 1, p. 35-44.
39) Conclusioni. In: Atti del Convegno Tutela e conservazione del materiale librario, Torino, 26-27 gennaio 1987. Torino: Regione Piemonte, 1989, p. 133-135.

2002
40) Paola Pes di Villamarina; Giosue Carducci, Carteggio, agosto 1887-febbraio 1906, a cura di Anna Maria Giorgetti Vichi. Modena: Mucchi, 2002.
41) Mariù e il Comitato romano per le onoranze a Giovanni Pascoli (1924-1934), «L'Archiginnasio», 97 (2002), p. 83-90.

2004
42) Premessa. In: Albano Sorbelli, Corpus chartarum Italiae ad rem typographicam pertinentium ab arte inventa ad ann. MDL. Volume I: Bologna, a cura di Maria Gioia Tavoni, con la collaborazione di Federica Rossi, Paolo Temeroli, premessa di Anna Maria Giorgetti Vichi. Roma: Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, Libreria dello Stato, 2004, p. 9-10.

NOTE

[1] Il testo non è la trascrizione letterale di una registrazione, ma la stesura riassuntiva, in forma di intervista, dei principali temi affrontati in una lunga, aperta e animata conversazione nella casa bolognese della dottoressa Giorgetti Vichi. Lo spunto iniziale è venuto dalla dottoressa Giorgetti, che a seguito della lettura del volume di Tiziana Stagi Una battaglia della cultura: Emanuele Casamassima e le biblioteche (Roma: AIB, 2013) ha sentito l'esigenza sia di rettificare o completare alcune informazioni sulle vicende trattate, sia - diremmo soprattutto - di contribuire a una ricostruzione più ricca e sfaccettata, non unilaterale, di un periodo importante della vita delle biblioteche italiane. La conversazione, preceduta e seguita da numerosi contatti epistolari o telefonici, si è quindi necessariamente allargata a una testimonianza e riflessione complessiva sulla sua lunga esperienza professionale nelle biblioteche. Alla dottoressa Giorgetti siamo profondamente grati per la sua disponibilità, per la generosa franchezza con la quale ci ha messo a parte di numerosi episodi e discusso anche le questioni più controverse, e per la squisita cortesia con cui ci ha accolto.

[2] Si ringrazia per la fornitura di alcuni dati bibliografici la Biblioteca Crocetti, la Biblioteca di Villa Montalvo a Campi Bisenzio e la Biblioteca G.P. Vieusseux.