Livelli di verità:
post-verità, fake news
e neutralità intellettuale in biblioteca

di Riccardo Ridi

Ogni imparzialità è artificiosa. L’uomo è sempre di parte
ed è giusto che sia così. Anche l' imparzialità è di parte.
Era del partito degli imparziali.

(Georg Christoph Lichtenberg, 1777)

Lo scopo di questo articolo è intervenire nel dibattito in corso sulle pagine di AIB studi1 sui temi della post-verità, delle fake news e della neutralità intellettuale dei bibliotecari per sostenere che mentre i primi due argomenti, sebbene assai di moda, siano in realtà di scarso spessore e risultino comunque ben poco rilevanti per la professione bibliotecaria, il terzo costituisce invece un autentico nodo problematico, degno di approfondimento e discussione.
La cosiddetta post-verità, in particolare, è a mio avviso un concetto vuoto o un non-concetto, ossia un termine linguistico che sarà anche stato 'parola dell'anno 2016'2, ma non per questo corrisponde a qualcosa di effettivamente esistente o, quanto meno, di intelligibile. Il fenomeno delle fake news è invece reale, e appare anche piuttosto ben comprensibile, ma la sua novità, importanza e rilevanza sono state molto esagerate. Che bibliotecari e biblioteconomi discutano di post-verità e di fake news può comunque risultare, paradossalmente, utile se serve – da una parte – a far emergere un tema loro correlato come la neutralità intellettuale, al tempo stesso molto meno popolare e molto più importante, e – dall'altra – a connettersi col dibattito pubblico su tematiche comunque relative alla mediazione informativa e documentaria.

Un problema inesistente: la post-verità

Cosa è, o cosa vorrebbe essere, la post-verità? La semiologa Anna Maria Lorusso, in un recentissimo volume dedicato all'argomento3, denuncia un uso spesso vago e ambiguo del termine, del quale rintraccia almeno cinque accezioni diverse. Le due che però mi sembrano più diffuse e importanti, e che quindi prenderò qui in considerazione, corrispondono a quelle che potremmo rispettivamente definire post-verità 'forte' e 'debole'.
La post-verità forte è un concetto filosofico molto impegnativo, secondo il quale non esistono verità oggettive o comunque esse non sono conoscibili o rilevanti4 e quindi «il mondo deve ormai abituarsi a considerare la verità di un'asserzione un elemento secondario di valutazione»5. Ma quello di 'verità' è un concetto molto antico6 di cui è davvero difficile credere che, dopo millenni di discussione, si sia giunti proprio un paio di anni fa7 al superamento.

"La verità non esiste" è una delle tesi più note e discusse della filosofia. Ne trattano Platone e Aristotele, gli stoici e gli scettici, la discute sant'Agostino, la esaminano a lungo i medievali (i grandi teologi come Anselmo, Bonaventura, Tommaso, Duns Scoto e gli studiosi di insolubilia), costituisce un "caso logico" importante nell'età moderna, viene lanciata da Nietzsche come asserto fondamentale del nichilismo; dopo Nietzsche conosce forse la sua epoca migliore: viene discussa dai neo-fondazionalisti, è riformulata e rilanciata dai relativisti, e in ultimo indirettamente riaffermata con buone ragioni logiche e linguistiche dai teorici della "nessuna verità", o della "scomparsa" della verità, o della natura "ridondante" e pertanto inutile del predicato "è vero"8.

È quindi impossibile far passare per una novità la negazione o il superamento del concetto di verità. Infatti il filosofo Maurizio Ferraris, nel suo libro del 2017 interamente dedicato all'argomento, inserisce la post-verità al termine di un lungo filone antirealista, relativista e nichilista della storia della filosofia, considerandola nient'altro che «la popolarizzazione del principio capitale del postmoderno (ossia la versione più radicale dell'ermeneutica), quello appunto secondo cui "non ci sono fatti, solo interpretazioni"»9.
Ma, anche se non è una novità, possiamo almeno considerare ormai universalmente accertata e accettata tale negazione o superamento? Niente affatto, perché secondo molti filosofi, da Aristotele a Franca D'Agostini, negare l'esistenza di ogni verità sarebbe autocontraddittorio, e quindi impossibile se si vuole rimanere all'interno della possibilità stessa di una comunicazione umana anche solo minimamente razionale e coerente10. A impedire la negazione di qualsiasi tipo di verità è il cosiddetto 'argomento di indispensabilità', antico quanto la filosofia stessa, che consiste semplicemente nel chiedere, a chi sostenesse che la verità non esiste o comunque non è conoscibile, se almeno tale sua «asserzione è vera o no. Se è vera, ovviamente per lui c'è almeno qualche verità, ed è conoscibile; se non è vera, allora non si vede perché dovreste accettarla e perché lui stesso, il nichilista, la sostiene»11. Si tratta, in fondo, dello stesso paradosso contenuto nella definizione del lemma 'Post-verità' del Vocabolario Treccani:

Argomentazione, caratterizzata da un forte appello all'emotività, che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende a essere accettata come veritiera, influenzando l'opinione pubblica12.

Se un'argomentazione, caratterizzata da ciò che si vuole e basata su ciò che si preferisce, pretende di essere considerata 'veritiera' e, proprio perché ci riesce, influenza le opinioni di qualcuno, come si può sostenere che essa neghi o superi il concetto di verità? I contenuti e le conseguenze di tale argomentazione saranno semmai superficiali, parziali, imprecisi, tendenziosi, fuorvianti, involontariamente errati (misinformation) o volontariamente menzogneri (disinformation)13, e li si potranno quindi classificare in una delle tante categorie14 in cui è possibile articolare il concetto di 'falso', che però resta comunque l'opposto – e non la negazione o il superamento – del concetto di 'vero'. Insomma, come sostiene nel suo recentissimo libro sul concetto di verità il filosofo del linguaggio Simon Blackburn:

La ragione fondamentale per cui il concetto di verità non morirà mai è che credere in qualsiasi cosa significa prendere posizione sulla sua verità. E noi non possiamo fare niente senza credere, perché pianificare e agire nel mondo lo esigono15.

Volendo prendere sul serio il concetto forte di post-verità si viene quindi inesorabilmente spinti dalla logica a ipotizzare che forse i suoi sostenitori vogliano davvero rinunciare a ogni forma di razionalità e coerenza nella comunicazione umana, limitandosi a emettere e a ricevere quasi a caso suoni, testi e immagini insensate e slegate fra loro. Sforzandosi però di essere più generosi nei loro confronti (e notando che in genere un certo grado di sensatezza e credibilità ai propri discorsi essi tendano ad attribuirlo e, addirittura, a rivendicarlo contro chi lo mette in dubbio) si potrebbe ipotizzare che siamo di fronte, semplicemente, a una certa confusione concettuale relativa ai 'livelli' delle verità di cui si sta parlando.
Perché, se si accettasse – come fanno, in forma anche piuttosto diversa, alcune correnti della filosofia contemporanea – che esistono molteplici livelli di realtà16, allo stesso modo si potrebbero ipotizzare altrettanti livelli linguistici17 che li riflettono, all'interno di ciascuno dei quali verità e falsità, pur continuando a contrapporsi, assumono sensi e ruoli diversi. Il mondo descritto dalle varie discipline scientifiche, dalle varie comunità professionali e di pratica, dai vari linguaggi artistici e naturali e, più in generale, dai numerosi e intersecati gruppi sociali in cui si articola l'umanità, è spesso così diverso da configurare (o addirittura da creare, per alcune teorie più radicali) una vera e propria serie di mondi, e quindi di realtà, diversi fra loro18. Ciascuno di noi fa parte di un numero variabile (ma sempre superiore a uno) di tali realtà, ciascuna delle quali si specchia (o viene almeno parzialmente creata, se si condivide un approccio più 'costruttivista'19) in un differente ambiente o livello linguistico. Ciò che è vero in un determinato livello della realtà e del linguaggio non lo è necessariamente anche in un altro, e lo stesso vale per il concetto stesso di verità20.
Ritenere vero, dal punto di vista religioso, che un'ostia consacrata sia il corpo di Cristo, non impedisce a un 'credente' di prestare fede anche all'analisi chimica dell'ostia stessa, che ne rivela la natura interamente vegetale21; reputare vero, mentre leggiamo I promessi sposi, che alla fine Renzo e Lucia riescono a sposarsi, non ci impedisce di credere anche che né Renzo né Lucia sono mai esistiti, e quindi non possono aver sposato nessuno22; e Ferraris, quando incolpa i postmodernisti di aver creato il clima favorevole per le panzane di Trump23 fa confusione fra il concetto filosofico e quello mediatico-politico di verità, che appartengono a livelli diversi della realtà e del linguaggio24.
Questo è l'unico modo in cui si può cercare di attribuire una qualche sensatezza al concetto di post-verità, altrimenti condannato al mero ruolo di slogan efficace ma vuoto25. Ma, in tal caso, si sta passando dall'interpretazione 'forte' di tale termine a quella 'debole', peraltro forse ancora più diffusa.

È questo che negli usi comuni, al di là dei dizionari, si registra più spesso: l'uso della parola postverità per indicare informazioni false, volutamente e coscientemente tali, ovvero le cosiddette bufale, create ad hoc per fini non ben identificati (puro piacere della confusione? interessi economici? interessi politici?)26

Ma, allora, chi parla di post-verità vuole semplicemente dire che ultimamente sono notevolmente aumentate la quantità e la diffusione di informazioni false, ingannevoli e manipolatorie? In tal caso la post-verità (debole) non avrebbe alcuna pretesa né di superare né di negare il concetto filosofico (forte) di verità, che anzi verrebbe confermato in pieno, perché chi desidera ingannare e manipolare il prossimo ha tutto l'interesse a far sì che il contenuto del proprio discorso venga ritenuto vero, nel senso più elementare e ingenuo possibile, senza sofisticate distinzioni epistemologiche. Tutt'al più, a chi, pedantemente, gli facesse notare che la sua affermazione «gli immigrati sono pericolosi» è semanticamente ambigua e statisticamente errata il mistificatore potrebbe concedere che forse essa potrà anche non essere 'vera' a livello, appunto, semantico e statistico, ma lo è sicuramente – basta scegliere il momento giusto per pronunciarla e l'immagine più adatta per accompagnarla – a livello emotivo e – questo ve lo garantisce lui – a livello politico. Stiamo parlando, lo si sarà già intuito, delle cosiddette fake news, che sarebbe però più appropriato rubricare fra le non-verità invece che fra le post-verità, e alle quali verrà dedicata la seconda sezione dell'articolo.
La distinzione fra post-verità forte e debole è comunque pressoché irrilevante per i bibliotecari, che a mio avviso non devono preoccuparsi troppo della verità (intesa in qualsiasi senso) o meno di quanto viene affermato nei documenti da loro custoditi e, quindi, della veridicità dei documenti stessi27. Tale scarsa rilevanza professionale della veridicità dei documenti può essere suffragata con almeno tre argomenti, logicamente indipendenti fra loro ma che si rinforzano a vicenda.
Il primo argomento è la neutralità intellettuale, per la quale rinvio alla terza sezione dell'articolo. Il secondo è la problematicità tecnica dell'appurare tale veridicità: anche prescindendo dalla difficoltà oggettiva (o, talvolta, persino dall'assoluta impossibilità) di effettuarne la verifica, quali e quanti sarebbero i documenti da controllare con una procedura che non si limitasse ad essere occasionale e velleitaria come lo sporadico fact-checking di qualche voce di Wikipedia o di alcune presunte fake news? Con quali risorse umane e finanziarie?28 Con quali competenze disciplinari e linguistiche? Entro quanto tempo e ripetendola quanto spesso? Spartendosi in che modo il lavoro fra tutte le biblioteche del mondo per non duplicarlo inutilmente? E, una volta individuato un documento non veridico, cosa si dovrebbe fare? Distruggerlo? Correggerlo? Marcarlo come inaccurato, erroneo o truffaldino? Segregarlo in un 'inferno' ad accesso riservato?
Ma è il terzo argomento quello più pertinente rispetto alle considerazioni svolte in questa sezione. Se i bibliotecari attribuissero troppa importanza alla veridicità dei documenti che selezionano, conservano, organizzano e mettono a disposizione dei propri utenti, considerando tale caratteristica indispensabile per poter far parte delle collezioni delle biblioteche da loro gestite, essi mostrerebbero di non aver compreso (o di non aver accettato) l'esistenza di una molteplicità di livelli di realtà e di verità. In tal caso essi pretenderebbero la veridicità anche da tipologie di documenti ai quali essa non può essere attribuita o, quanto meno, per i quali può assumere forme assai diverse. Come si verifica la veridicità di un romanzo di fantascienza, di un cartone animato o di una teoria filosofica? La Bibbia, l'Odissea, il Mein Kampf, il Codice di procedura penale e qualsiasi libro scientifico pubblicato più di cinquanta anni fa sono veridici o no? E cosa significa chiedersi se i contenuti di un disco di jazz strumentale o di un DVD di Federico Fellini sono veri o falsi?
Un'ipotetica biblioteca che non volesse ospitare alcun documento non certificabile come veridico in senso stretto rischierebbe di perdere gran parte delle proprie collezioni, rinunciando ad esempio a quasi tutta la narrativa, la poesia e la musica; a tutta la letteratura scientifica e tecnica non aggiornata alle ultimissime scoperte, incluse – tanto per dire – le opere naturalistiche di Aristotele e tutte quelle di Newton; a tutte le carte geografiche29 e le guide turistiche non recentissime; a tutti i testi religiosi o quanto meno a quelli di tutte le religioni eccetto l'unica che i bibliotecari ritenessero vera; secondo alcuni a tutte le opere di psicoanalisi e secondo molti a tutte quelle di astrologia; a gran parte delle pagine dei quotidiani e delle riviste di attualità e di politica, dense di dichiarazioni e resoconti fantasiosi; a qualsiasi forma di editoria pubblicitaria e propagandistica, anche istituzionale; ai capitoli dei libri di storia contenenti trascrizioni e traduzioni dell'Editto di Costantino e dei Protocolli dei savi di Sion; agli articoli accademici fraudolenti pubblicati in prestigiose riviste scientifiche ma poi smascherati30; ai repertori che includono deliberatamente voci inventate per palesare eventuali plagi31; a gran parte dei libri per bambini e dei fumetti anche per adulti; agli accuratissimi e divertentissimi repertori di libri, lingue, luoghi e scienze inesistenti curati da Paolo Albani per Zanichelli e da Gianni Guadalupi per Rizzoli; a quell'incredibile enciclopedia fantastica illustrata interamente scritta con un alfabeto inventato pubblicata per la prima volta da Franco Maria Ricci nel 1981 e intitolata Codex Seraphinianus in onore del suo autore Luigi Serafini, e sarebbe divertente andare avanti all'infinito con questo elenco.
La veridicità dei documenti non è quindi particolarmente rilevante per la selezione di gran parte dei documenti che i bibliotecari decidono di acquisire e conservare, e non deve esserlo neppure in misura minima per quelli che le biblioteche nazionali sono tenuti a preservare perché, indipendentemente dal loro contenuto, sono stati pubblicati in un determinato paese. Ma anche per la selezione dei documenti rispetto ai quali la veridicità è più pertinente (principalmente la saggistica recente, soprattutto di ambito più strettamente scientifico) le più diffuse griglie di valutazione32 non la citano fra i requisiti richiesti o comunque consigliabili, preferendole altre caratteristiche meno impegnative sia dal punto di vista della verificabilità tecnica che da quello epistemologico 33(esistono numerose teorie sulla natura della verità e ancora più obiezioni scettiche e relativiste alla sua accertabilità34), come l'autenticità, l'accuratezza, la precisione, la correttezza, la completezza, la coerenza, la validità, l'affidabilità, l'attendibilità, la credibilità, la reputazione o l'autorevolezza. Non è quindi neppure possibile, a maggior ragione, che le biblioteche garantiscano ai propri utenti «il diritto di essere informati in modo veridico» e gli altri «diritti aletici» teorizzati da D'Agostini35, dei quali Giorgio Antoniacomi raccomanda36 alle biblioteche il rispetto, senza che peraltro essi siano inclusi in quasi nessuno dei codici deontologici emanati dalle associazioni professionali dei bibliotecari37.
Le biblioteche che non siano vincolate alla completezza avalutativa delle collezioni come quelle nazionali devono selezionare, acquisire e conservare libri e riviste considerati utili per gli scopi più disparati da esperti competenti nei vari settori del sapere, basandosi soprattutto su recensioni, citazioni, bibliografie, abstract, indici, consulenze, prestigio di autori, editori e prefatori e su altri metodi e strumenti 'indiretti', anche perché non avrebbe senso pretendere che i bibliotecari ne verificassero personalmente la veridicità, rieseguendo i calcoli matematici, ripetendo gli esperimenti chimici e replicando le esplorazioni geografiche ivi descritti. D'altronde, anche in ambito extrabibliotecario, sono veramente pochissime le conoscenze della cui verità abbiamo una certezza personale diretta, e riusciamo a sopravvivere solo grazie a una complessa rete sociale di trasmissione della fiducia nelle conoscenze di cui sono altri ad avere accertato la verità38 o, quanto meno, la probabilità39.
Analogamente, nel servizio di reference, i bibliotecari sanno bene che a domande del tipo «ma è proprio vero quello che c'è scritto in questo articolo?» o «mi potrebbe indicare un libro che dica la verità su questo argomento?» bisognerebbe evitare l'ingenuità della risposta secca, aiutando invece gli utenti a imparare a muoversi con competenza e autonomia nella 'rete sociale di trasmissione della fiducia nelle conoscenze' e, in particolare, nel suo versante mediato da strumenti bibliografici. Concordo quindi in pieno con Gino Roncaglia quando sostiene, riguardo al bibliotecario, che «rispetto alle fake news, il suo compito principale è quello di aiutare l'utente ad acquisire capacità di selezione e valutazione delle fonti – e dunque anche di fact-checking – autonome»40, ma un po' meno quando aggiunge che il bibliotecario «è un esperto di fact-checking»41. Preciserei, piuttosto, che il bibliotecario è un esperto di fonti bibliografiche e documentarie (che non sono le uniche utili, e talvolta neppure le uniche necessarie, allo scopo) per il fact-checking; quindi va benissimo chiedere aiuto ai bibliotecari per selezionare, rintracciare e interrogare fonti documentarie, ma poi il il fact-checking (ossia la verifica della veridicità) bisogna che ognuno se lo faccia da solo42, sia per non rischiare di trasformarlo in una forma di censura occulta (su questo tornerò nell'ultima sezione) che per non incorrere nell'ingenuità epistemologica di credere che per effettuarlo basti seguire una procedura neutra, impersonale e basata esclusivamente su fonti documentarie che conduca a risultati oggettivi e univoci, indipendenti dalle finalità, dal contesto e dal 'livello di verità' specifici, completamente noti solo all'utente stesso (e talvolta neppure a lui). È del resto anche vero che, come nota Roncaglia, «gli stessi consigli sulla selezione delle fonti rappresentano un elemento di orientamento tutt'altro che marginale o neutrale»43, ma anche per controbattere a questa acuta obiezione rinvio alla terza sezione.
Ovviamente le biblioteche, nonostante tutte queste 'cautele epistemologiche'44, restano comunque un luogo propizio per indagare sulla presunta verità di molte tipologie di affermazioni, e i bibliotecari rimangono comunque degli ottimi consulenti per condurre tale indagine. Ciò perché i protocolli professionali per la selezione delle raccolte e per il servizio di reference sono tali da produrre collezioni e indicazioni che, statisticamente, conducono gli utenti più spesso verso fonti informative affidabili che inaffidabili, anche senza che l'accertamento sistematico della veridicità sia un obiettivo primario né dei bibliotecari che si occupano delle acquisizioni documentarie né di quelli che aiutano gli utenti nelle loro ricerche.
In ogni caso non condivido il timore di Piero Cavaleri che un mondo in cui la post-verità trionfasse definitivamente possa rivelarsi non «compatibile con l'esistenza delle biblioteche per come le conosciamo e le concepiamo»45, perché mi pare riduttivo considerarle «organizzazioni […] che nascono e si sviluppano per consentire a tutti di accedere ai testi necessari per la verifica critica di qualsivoglia problema o aspetto del mondo»46, concludendone che «cadendo il primato della ricerca scientifica della verità di una qualsiasi affermazione come metodo fondamentale per determinare la condotta collettiva, a nulla serve un'organizzazione che seleziona e organizza i documenti»47. In biblioteca si va anche per divertirsi leggendo un romanzo o una fiaba, per commuoversi riascoltando una sinfonia o scoprendo una poesia, per studiare teorie superate o odiose e per sorridere o indignarsi dando una scorsa alle sciocchezze di cui sono pieni i quotidiani. E, oltretutto, anche per suscitare emozioni, per manipolare le coscienze e per ingannare il prossimo può risultare utile documentarsi.

Un problema semplice: le fake news

Per introdurre il concetto di fake news è difficile essere più sintetici, chiari e precisi di Vittorio Ponzani, che, pur senza nominarle esplicitamente, definisce così quelle che più schiettamente chiama «bufale in rete»:

Le notizie false sono sempre esistite. False, oppure inesatte, o non aggiornate. Tutto ciò per le più svariate ragioni, che vanno dalla scarsa attenzione nel confezionare la notizia o nel riportare notizie segnalate da altri, ai conflitti di interesse o agli scopi di lucro. La vera novità, oggi, è nella velocità con cui queste notizie si diffondono in rete e nella possibilità che hanno, attraverso i social network, di raggiungere simultaneamente e senza mediazione un numero enorme di persone, diventando quindi, come si suol dire,'virali'48.

Tutti gli autori fin qui citati che, esplicitamente o implicitamente, parlano delle fake news concordano con Ponzani che esse non siano affatto una novità, facendo a gara nel ricordarne esempi ante litteram, dall'antichità classica fino agli anni immediatamente precedenti alla massima diffusione del termine49. Più controverso è invece se possano considerarsi tali solo le vere e proprie menzogne volontarie, collocabili nell'ambito della disinformation (come nella definizione di Lorusso, riportata nella precedente sezione) o anche gli errori e le imprecisioni involontarie, considerabili misinformation (come nella definizione di Ponzani). Opinioni diverse sono riscontrabili anche relativamente ai media che le veicolano: indifferentemente tutti (come dovrebbe essere logico per coloro che ne rintracciano a iosa nei secoli passati), solo i mass media del XX e XXI secolo (quotidiani e riviste con grandi tirature, radio, televisione, internet) oppure esclusivamente i recenti social media (Facebook, Twitter, Instagram, ecc.)? Roncaglia ci ricorda anche che esistono varie proposte di classificazione delle fake news in diverse tipologie, benché non del tutto esaustive e soddisfacenti50.
Nel contesto di questo articolo credo di poter rinunciare ad analizzare definizioni, aspetti, categorie, autori, genesi, storia e impatto delle fake news nel loro complesso, limitandomi a ipotizzare che quelle di cui ci interessa parlare, qui, ora e in relazione ai servizi bibliotecari, condividano quattro caratteristiche:

  • 1. Possono essere sia volontarie che involontarie, sia perché non sempre è facile distinguere le une dalle altre ma anche perché la differenza è irrilevante rispetto al contesto dei servizi bibliotecari.
  • 2. Sono veicolate, da una dozzina di anni in qua51, soprattutto (ma non esclusivamente) dai social media52 e da quei media tradizionali che, per esigenze soprattutto commerciali, decidono di dedicare una parte consistente del loro spazio (e, ancor di più, della loro presenza sul web) a riecheggiare, rilanciare, commentare, amplificare e alimentare il tipo di notizie che più facilmente si diffondono rapidamente e massicciamente nei social media.
  • 3. La loro fruizione avviene prevalentemente in ambiente digitale, soprattutto in mobilità grazie agli smartphone e ai tablet, da parte di grandi masse che, fino ad appunto una dozzina di anni fa53, solo raramente accedevano a internet, soprattutto se per motivi non strettamente lavorativi o di studio.
  • 4. Contengono falsità (errori o menzogne) di notevole rilievo o dimensione, che si presentano come descrizioni della realtà, ma difficilmente difendibili dal punto di vista razionale e della coerenza con fonti informative affidabili. Non stiamo quindi parlando, almeno in questa sede, di opinioni anche estreme o bizzarre ma presentate come tali, di parodie facilmente riconoscibili, di piccole imprecisioni o approssimazioni, di formulazioni linguistiche ambigue o oscure, né di sofisticate rivendicazioni postmoderniste della prevalenza delle interpretazioni sui fatti, ma di pure e semplici «bufale», come le chiamano sia Ponzani che Lorusso.

Che le fake news, intese in questo modo, siano tante e siano in crescita è del tutto fisiologico, visto il numero, altrettanto elevato e crescente, di persone che hanno cominciato solo recentemente (grazie alle semplificazioni rese disponibili dai dispositivi mobili e dai social network) a consumare e a produrre (spesso distrattamente o comunque senza grande preparazione né riflessione54) notevoli quantità di informazioni online, diventando al tempo stesso facili bersagli di manipolazioni e autori di un incessante flusso di commenti non particolarmente meditati, documentati e originali. Se a tale dinamica si aggiungono da una parte la deresponsabilizzazione connessa all'anonimato e alla moltiplicazione delle identità fittizie e, dall'altra, i rischi del conformismo e degli automatismi, è chiaro che gli enormi vantaggi complessivi dovuti a internet – in termini di democratizzazione dell'accesso (attivo e passivo) all'informazione – devono necessariamente pagare lo scotto di un certo aumento dell'inquinamento informativo.
Per cercare di ridurre tale inquinamento o, almeno, la sua incidenza nella ricerca di informazioni 'di qualità', vengono continuamente ideati e applicati numerosi metodi e strumenti, da parte di vari soggetti55. Si va dai codici di autoregolamentazione dei social network, delle piattaforme per la condivisione di contenuti e dei motori di ricerca alle sanzioni comminate dallo Stato ai produttori di quelle notizie che, oltre ad essere infondate, si configurano anche come reati, fino a varie iniziative di 'moderazione', di fact-checking e di debunking, passando per la progettazione e l'uso di software e algoritmi per individuare automaticamente notizie 'sospette' da sottoporre poi eventualmente a un più sofisticato e costoso controllo umano.
Fra tali metodi e strumenti di contrasto (mai completo e definitivo, ovviamente) alle fake news, quello che gode del maggiore – e pressoché unanime – consenso in ambiente bibliotecario è sicuramente l'acquisizione e il potenziamento, da parte di tutti i cittadini (e, in particolare, degli utenti delle biblioteche), di quelle competenze nella valutazione e nella selezione di informazioni e documenti che costituiscono una parte fondamentale della cosiddetta information literacy56. Ad esempio tutti i bibliotecari e i biblioteconomi citati nelle prime due note di questo articolo (ma anche, fra gli altri, Carlo Bianchini57 e l'IFLA58) concordano che lo sviluppo della capacità di gestire in modo autonomo e critico informazioni e documenti è il miglior antidoto alle fake news e che le biblioteche possono contribuirvi in modo rilevante.
Non posso che concordare anch'io, sebbene con qualche dubbio sulle dimensioni dell'impatto sociale di qualsiasi iniziativa intrapresa dalle biblioteche in paesi, come il nostro, dove la percentuale di persone che mette piede in una di esse almeno una volta all'anno59 è, francamente, infima. È inoltre probabile che, in linea di massima, chi frequenta le biblioteche abbia maggiore dimestichezza con la varietà delle fonti informative e con la loro valutazione rispetto a chi si aggiorna quasi solo attraverso la televisione o i social media, ponendo i bibliotecari che insegnano i rudimenti dell'information literacy nell'imbarazzante condizione di 'predicare ai convertiti' anziché a quella parte della popolazione che avrebbe più bisogno di una seria alfabetizzazione mediatica.
Perché, in fin dei conti, è proprio la 'dieta mediatica'60, ancor più dell'information literacy (di cui peraltro potrebbe essere considerata un importante capitolo) il vero problema. Se la maggior parte delle informazioni che ricevo o che ricerco nell'arco di una mia settimana-tipo provengono dalla ristretta cerchia dei miei contatti sociali più frequenti nel mondo 'reale' e da quei segmenti del docuverso che costituiscono i maggiori veicoli di fake news (cioè i social media e quelle parti dei media tradizionali che li rilanciano), è inevitabile che, anche dopo aver eventualmente sviluppato discrete capacità di selezione e valutazione dei contenuti informativi, non potrò che applicarle a contenitori la cui qualità media sarà comunque piuttosto scarsa e la cui fruizione sarà quasi sempre rapida, frammentaria e distratta. Inoltre sia i contatti sociali abituali che quelli mediati dai social network sono fra le fonti informative maggiormente soggette al rischio di chiudersi in 'camere di risonanza' o 'bolle di filtraggio'61 nelle quali si trovano e si ricevono solo informazioni che già si conoscono o si condividono, e così «diminuisce progressivamente la possibilità che, dal confronto con punti di vista differenti, possa scaturire nuova conoscenza»62. E, inversamente, se la mia dieta mediatica è invece ampia, variegata e mediamente di buona qualità, includendo anche documenti (sia digitali che non) lunghi, strutturati, accurati e complessi fruiti con la dovuta calma e concentrazione63 e relazioni sociali mediate (sia online che non) non solo da mezze frasi smozzicate e da luoghi comuni ma anche da qualche conversazione distesa e organica e da qualche pacata discussione con persone esperte di ciò di cui parlano, allora non sarebbe poi così dannoso se ogni tanto mi rilassassi leggendo un tweet idiota o facendo zapping fra talk-shows 'urlati'; così come non lo sarebbe neppure se, così facendo, prendessi di quando in quando una cantonata credendo a qualcosa che non lo merita, cosa che del resto può capitare anche consultando l'Enciclopedia britannica.
Se mi informo sul mondo solo chiacchierando al bar sotto casa e in quel bar online che si chiama Facebook è molto probabile che le mie conoscenze su quasi ogni argomento sarebbero molto approssimative e spesso erronee persino se imparassi a chiedermi sempre quali sono gli autori, le date, le fonti e i contesti di tutto ciò che ascolto e leggo. La soluzione non è però cercare di aumentare la qualità media delle chiacchiere o allontanare dai bar chi viene sorpreso a spararle davvero troppo grosse, bensì ampliare e migliorare il ventaglio delle proprie fonti informative, ad esempio frequentando di meno i bar64 e di più biblioteche, librerie, scuole, università e corsi di formazione professionale65. Lamentarsi troppo delle fake news è come compiangere un medico che pretendesse di tenersi professionalmente aggiornato sfogliando rotocalchi, ascoltando la radio e navigando su YouTube invece di studiare su libri e riviste scientifici. Se cerco le informazioni (o, peggio ancora, se aspetto passivamente che mi vengano segnalate da algoritmi66 e contatti) solo o soprattutto nei posti sbagliati, senza mai confrontarle con quelle disponibili in contenitori mediamente più affidabili, è ovvio che prenderò parecchi abbagli, ma la colpa sarà mia, non delle fake news.
Tornando al contesto bibliotecario, va benissimo che l'IFLA diffonda dichiarazioni e infografiche67 contro le fake news, se serve per inserirsi nella discussione generale su un argomento di moda, approfittandone per ricordare a tutta la società che biblioteche e bibliotecari esistono e si occupano anche di valutazione delle fonti informative, purché non ci si illuda che, almeno in Italia, la società ne sia particolarmente impressionata e ci si ricordi che in realtà i bibliotecari non dispongono di nessuna arma segreta per smascherare le bufale, se non i loro tradizionali metodi e strumenti per l'analisi, la selezione e la valutazione di qualsiasi documento68, anche perché abbiamo visto che se le vere e proprie fake news circolano solo da una dozzina di anni e vengono identificate con tale nome da ancora meno tempo, le menzogne sono invece antiche almeno come gli esseri umani69, se non addirittura come gli organismi viventi70.

Un problema complesso: la neutralità intellettuale

La neutralità intellettuale71 è il più controverso fra i valori della deontologia professionale dei bibliotecari. Essa richiede ai bibliotecari di prescindere, durante qualsiasi fase o aspetto della loro attività professionale, dalle proprie opinioni e orientamenti politici, religiosi e morali, in modo da garantire la massima imparzialità rispetto ai punti di vista contenuti nei documenti trattati ed espressi dagli utenti serviti.
L'argomento principale dei suoi sostenitori, ai quali non nascondo di appartenere, è che essa costituisce una premessa fondamentale, se non addirittura indispensabile, di quello che, a sua volta, è il valore della deontologia bibliotecaria maggiormente condiviso (e ritenuto il più importante) dalla relativa comunità professionale, ossia l'obbligo di garantire l'accesso equo (cioè senza discriminare alcun utente) e universale (cioè senza censurare alcun documento) a tutte le informazioni pubblicamente disponibili (cioè rese volontariamente pubbliche dai rispettivi autori). Tale principio di accessibilità equa e universale all'informazione può essere visto come un 'diritto a informarsi' proprio di ogni essere umano che, se abbinato al simmetrico 'diritto a esprimersi', costituisce nel suo complesso il valore della libertà intellettuale72. Solo se i bibliotecari si sforzeranno (ovviamente soltanto nelle ore di lavoro) di non essere né 'di destra' né 'di sinistra' (tanto per fare un esempio banalmente binario) essi riusciranno – argomentano i fautori della neutralità intellettuale – a costruire collezioni equilibrate73 dal punto di vista dell'orientamento politico e a non influenzare gli utenti (o, addirittura, a non risultare censori nei loro confronti) quando li aiuteranno a cercare documenti e informazioni su qualsiasi argomento e di qualsiasi orientamento.
Tre sono invece le obiezioni più spesso e più incisivamente sollevate nei confronti della neutralità intellettuale. La prima la accusa, paradossalmente, di non essere davvero abbastanza neutrale, perché costruire collezioni equilibrate rispetto a ciò che viene offerto dal mercato editoriale tradizionale e attingere dallo stesso mercato per aiutare gli utenti nelle loro ricerche denoterebbe «una forma di accettazione passiva della cultura dominante rappresentata dall'industria editoriale»74 e quindi uno schieramento con le ideologie mainstream, piuttosto che un'autentica imparzialità. La seconda obiezione è una sorta di radicalizzazione della prima, che considera umanamente impossibile l'imparzialità e quindi velleitaria ogni pretesa neutralità, sospettando che qualche tipo di preferenza, orientamento o pregiudizio (non necessariamente a favore della cultura e del potere vigenti), anche se occulto e talvolta inconscio, sia comunque sempre implicito in ogni servizio bibliotecario. La terza obiezione, infine, sminuisce il peso deontologico della neutralità intellettuale, sostenendo che essa sia meno vincolante, per i bibliotecari, rispetto alle varie responsabilità sociali che possono emergere nelle loro comunità di riferimento, indirizzandoli a schierarsi invece che a rimanere degli spettatori che pretenderebbero di essere dispensati da qualsiasi scelta di campo grazie al loro ruolo tecnico di intermediari informativi.
La prima obiezione è quella a cui, a mio avviso, è più facile controbattere, facendo notare che comunque, anche allargando lo sguardo oltre il mercato editoriale mainstream sia in fase di costruzione delle raccolte che di servizio di reference, i bibliotecari dovranno in ogni caso basarsi sul terreno di gioco obbligato costituito da ciò che autori ed editori (anche 'alternativi') producono e, in ultima istanza, dalle idee che di fatto circolano nella società di cui fanno parte. Il ruolo delle biblioteche, infatti, è quello di selezionare, organizzare, conservare e rendere accessibili documenti prodotti principalmente da altri soggetti, e non quello di sostituirsi ad essi nella produzione di idee e documenti. La neutralità bibliotecaria, quindi, non può che esercitarsi su ciò che di fatto esiste, senza né poterlo né doverlo ampliare fino ad includere ciò che i bibliotecari ritengono che sarebbe bene esistesse.
Anche alla terza obiezione non è poi troppo difficile far fronte, puntando sulla problematicità delle responsabilità sociali, pari o addirittura superiore a quella della neutralità intellettuale75. Non è infatti facile, in una società complessa e variegata come quella contemporanea, né individuare quali siano esattamente le richieste che i vari segmenti della comunità di riferimento rivolgono alle biblioteche, né 'pesarle' e confrontarle per individuarne le priorità. Perché qualche priorità andrà comunque definita, in assenza di risorse per soddisfare tutte le sollecitazioni, che peraltro (anche se le risorse fossero ipoteticamente abbondanti o se le richieste non implicassero oneri) risulteranno spesso in contrasto non solo con la neutralità ma anche fra loro stesse. Se invece la società ha una voce compatta e unica, allora il rischio è ancora maggiore di quello della dispersione delle risorse o di una paralisi fra spinte contrastanti, perché tale voce potrebbe risultare fin troppo chiaramente contraria al fondamentale valore professionale dell'accesso equo e universale all'informazione, come accade in certi paesi in cui lo stesso codice deontologico dei bibliotecari raccomanda di censurare i documenti non allineati con l'ideologia dominante76. C'è, infine, il rischio che il bibliotecario, in buona o in cattiva fede, scambi le responsabilità sociali con il proprio personale punto di vista sulle varie questioni sociali, intraprendendo battaglie civiche nobilissime se gestite con impegno e risorse personali, ma inappropriate se l'impegno e le risorse messi in campo sono quelli di un ente pubblico (dove, fra l'altro, potrebbero lavorare anche altre persone con orientamenti e sensibilità sociali diversi).
In ogni caso la maggior parte dei bibliotecari, dei biblioteconomi e dei codici deontologici professionali che si schierano a favore della neutralità professionale non per questo negano qualsiasi rilievo deontologico alle responsabilità sociali, né tanto meno ritengono che tale neutralità sia l'unico valore etico da cui la professione debba farsi guidare77. Concordo quindi con Roncaglia che

[...] l'idea di una pura 'neutralità' o imparzialità della biblioteca e del bibliotecario [...] può essere riaffermata a livello di puro ideale regolativo ma deve essere spesso concretamente negoziata anche alla luce di altri valori, a partire dalla responsabilità sociale78.

Occorre quindi trovare, di volta in volta, un difficile e instabile equilibrio fra valori, perché la deontologia bibliotecaria non è mai monista79; ma lo strumento migliore per individuare tale equilibrio non è forse, paradossalmente, proprio la neutralità intellettuale, che da una parte aiuta i bibliotecari a scegliere (senza né abbagli né pregiudizi) non solo fra i documenti da acquistare o da cercare ma anche fra le varie istanze sociali, e dall'altra suona un campanello di allarme quando un'istanza sociale a carattere censorio mette in pericolo la libertà intellettuale80?
Veniamo, infine, alla seconda obiezione alla neutralità intellettuale, che è la più insidiosa, perché è effettivamente impensabile che i bibliotecari si trasformino, anche solo in orario di ufficio, in macchine asettiche, completamente prive di orientamenti personali. Ma la potenza di questa critica diventa ancora più palese se si pensa che, fra i tanti pregiudizi in cui i bibliotecari necessariamente incorrerebbero, c'è anche quello a favore della neutralità stessa. L'obiezione assumerebbe in tal caso una forma logica assai simile a quella dell'argomento di indispensabilità incontrato nella sezione sulla post-verità, chiedendo ai sostenitori della neutralità, visto che pretendono di non sostenere alcuna ideologia, se essi credono, almeno, nell'ideologia della neutralità stessa. Se la risposta fosse sì, allora non sarebbero davvero neutrali, mentre se fosse no dovrebbero rinunciare a difendere la neutralità. Ovvero, detto più sinteticamente: come può una norma imporre di rinunciare a qualsiasi norma, inclusa se stessa?
L'obiezione sarebbe effettivamente invincibile se la neutralità intellettuale venisse proposta dai suoi fautori come valore fondamentale di un'etica generale (valida cioè per chiunque, e non solo per una determinata comunità professionale, limitatamente all'esercizio della professione stessa) e monista (basata cioè su un unico valore fondamentale), perché in tal caso si cercherebbe di attribuire, illegittimamente, alla neutralità un valore fondativo assoluto che verrebbe smascherato dall'obiezione come circolare. Ma il caso è in realtà diverso, perché la deontologia bibliotecaria (come tutte le deontologie professionali) non è un'etica generale, rivolta a tutti gli esseri umani, e non è neppure monista, perché tutti i codici deontologici del settore81 indicano una pluralità di valori, quasi sempre senza neppure ordinarli in una gerarchia di importanza; inoltre la neutralità non viene mai proposta, in tali codici, come uno dei valori fondamentali, ma solo come una norma secondaria, collegata al valore della libertà intellettuale o a quello della professionalità.
Quindi il bibliotecario che crede nella neutralità intellettuale non sta proponendo tale approccio come una norma di comportamento e di giudizio prescrivibile (o, quanto meno, raccomandabile) all'intera società, e in fondo neppure interamente a se stesso, perché si riserva di mantenere i propri punti di vista morali, politici, religiosi ed educativi in quanto cittadino, in quanto elettore, in quanto genitore, in quanto ateo o credente, in quanto membro di associazioni di vario tipo, ecc. Soltanto che, oltre ad appartenere a tutti i vari 'partiti' (intesi come insiemi «di fautori di un'ideologia o di sostenitori di una particolare rivendicazione»82) che vengono così a delinearsi, egli ha scelto anche, limitatamente all'ambito della propria attività professionale, di aderire al 'partito degli imparziali', ossia di quelli che si sforzano di non privilegiare alcun partito (neppure il proprio, visto che non raccomandano a chiunque di aderirvi) rispetto agli altri. Semmai, al massimo, al sostenitore della neutralità professionale dei bibliotecari si potrà imputare solo l'opinione che sia preferibile, all'interno di una certa società, che vi sia almeno un gruppo di professionisti dediti a conservare e rendere disponibili documenti senza preoccuparsi se il loro contenuto è o meno di proprio gradimento, perché ciò renderà più efficace il loro lavoro, che a sua volta sarà utile per tutti, indipendentemente dalle opinioni di ciascuno83. Sarà poi la comunità di riferimento di ciascuna biblioteca, nel suo complesso, con tutte le sue articolazioni dialettiche – fatte anche di frizioni, tensioni e scontri fra valori diversi – a produrre, come sintesi, una società più o meno conservatrice o progressista, religiosa o laica, autoritaria o libertaria, di destra o di sinistra, ecc., che difficilmente adotterà la neutralità come proprio principio fondamentale. Il bibliotecario dovrà indubbiamente tenerne conto, perché lavora in una istituzione creata e finanziata da quella stessa società, a cui in una certa misura deve rendere conto, ma ciò non implica che egli debba necessariamente 'anticipare' gli esiti della dialettica sociale complessiva, schiacciando la propria deontologia sulle responsabilità sociali, né che il suo contributo a tale dialettica debba per forza essere esclusivamente privato e personale. Il bibliotecario, così come ogni altro membro della società, può cercare di orientare la società anche agendo come membro di uno o più dei numerosi – e spesso informali – 'partiti' di cui poco sopra, fra i quali potrebbe legittimamente figurare anche il 'partito degli imparziali', ossia di quei bibliotecari che ritengono di servire meglio il valore della libertà intellettuale abbinandoci quello della neutralità intellettuale. Essi, pur essendo consapevoli che la natura umana ci impedisce di essere completamente imparziali e sentendosi quindi comunque obbligati a 'scegliere', hanno deciso che la particolare natura del loro lavoro84 consigli (ma non imponga, e infatti ci sono anche bibliotecari che non lo fanno) di 'scegliere di non scegliere'85.
Messa così non mi pare che ci siano veti logici alla neutralità intellettuale e che anche la seconda obiezione contro di essa possa essere neutralizzata, permettendomi di avviarmi alla conclusione dell'articolo riprendendo e concludendo le argomentazioni lasciate in sospeso nelle due sezioni precedenti alla luce di quanto emerso in quest'ultima.
Adesso, infatti, spero che risulti chiaro perché la neutralità intellettuale costituisce uno dei motivi per cui la veridicità dei documenti conservati non può e non deve essere eccessivamente rilevante per i bibliotecari. Spesso la verità o la falsità di quanto affermato in un documento non è qualcosa di lampante, oggettivo e incontrovertibile (anche perché, in caso contrario, non varrebbe la pena investirci troppo tempo a discuterne) ma dipende86 da una rete di assunzioni, definizioni, conoscenze, credenze e contesti che variano anche in base ai percorsi formativi, alle esperienze, alle visioni del mondo, alle ideologie e ai valori di chi deve, appunto, esprimersi su tale verità o falsità (o su un eventuale standard epistemico intermedio87). Da una parte il valore della neutralità suggerisce al bibliotecario di prescindere il più possibile dalla propria rete personale di assunzioni e ideologie, rendendogli difficile valutare (paradossalmente non in quanto essere umano, nella sua vita privata, ma proprio in quanto bibliotecario, nella sua attività professionale) la veridicità o meno di un determinato documento, e dall'altra la difficoltà stessa di raggiungere e mantenere un buon livello di neutralità dovrebbe consigliargli di evitare censure o pregiudizi anche inconsci, lasciando all'utente la decisione finale (che è sempre anche un impegno personale) sullo standard epistemico da attribuire alle informazioni contenute nei documenti.
Quest'ultimo è anche il motivo per cui, nella prima sezione dell'articolo, ho raccomandato che il fact-checking delle presunte fake news venga svolto dagli utenti anziché dai bibliotecari, per non rischiare di trasformarlo in una forma di censura occulta. Poiché la neutralità intellettuale da una parte non è unanimemente accettata da tutti i bibliotecari e, dall' altra, è una sfida ardua anche per quelli che ci credono, non è impossibile che nell'eventuale verifica puntuale e concreta della veridicità di un singolo documento, il bibliotecario introduca, più o meno inconsciamente, elementi valutativi provenienti dal background e dai valori propri, anziché da quelli dell'utente interessato al documento stesso. In tal caso sconsigliare il documento come non veridico potrebbe appunto configurarsi come censura occulta, mentre consigliarlo in quanto veridico potrebbe risultare una forma, altrettanto occulta, di propaganda ideologica. Meglio sarebbe, dunque, fornire all'utente gli strumenti (materiali, come le opere di consultazione, e immateriali, come la consulenza su come sceglierle e utilizzarle e, più in generale, su come incrementare la propria information literacy) che gli consentano di effettuare in modo consapevole, competente e autonomo, al riparo da influenze esterne, la ricerca e la valutazione dei documenti e delle informazioni di cui ha bisogno o desiderio. È però anche vero che «l'information literacy è certo indispensabile, ma bisogna avere consapevolezza del fatto che non sempre è sufficiente e soprattutto – a sua volta, e nonostante le migliori intenzioni – non sempre è neutrale»88, così come, del resto, non lo sono neppure né le singole opere di consultazione né la loro selezione effettuata dai bibliotecari, e che (come avevamo già visto, sempre nella prima sezione) «gli stessi consigli sulla selezione delle fonti rappresentano un elemento di orientamento tutt'altro che marginale o neutrale»89.
A uscire da questo potenziale regresso all'infinito ci aiuta il codice deontologico dell'AIB, secondo il quale «non spetta ai bibliotecari [...] esprimere valutazioni positive o negative sui documenti richiesti, utilizzati o messi a disposizione del pubblico»90, e quindi neppure effettuarne il fact-checking, mentre invece «i bibliotecari possono fornire indicazioni e consigli sugli strumenti e i metodi più efficaci per la ricerca, la selezione e la valutazione di documenti e informazioni»91, e quindi consigliare opere di consultazione e incrementare l'information literacy degli utenti. Questa distinzione, che Roncaglia considera problematica, anche per la ripetizione del termine 'valutazione', inizialmente «in chiave negativa» e successivamente «in chiave positiva»92, è invece a mio avviso giustificata e risolutiva. Prima di tutto perché, pragmaticamente, interrompe il regresso all'infinito di cui sopra indicando un punto netto e ben identificabile nella filiera della ricerca di informazioni in biblioteca che funga da spartiacque fra lo spazio in cui il bibliotecario può agire e quello invece che deve rimanere di esclusiva competenza dell'utente. E poi perché tale spartiacque non è arbitrario, ma ricalca il confine fra l'area specifica dell'azione professionale del bibliotecario (i metodi e gli strumenti per la ricerca, l'organizzazione, la selezione e la valutazione dei documenti, nella quale agisce la sua neutralità professionale, che protegge l'utente da influenze e censure occulte) e quella in cui il bibliotecario non ha una specifica competenza professionale, e quindi la neutralità non può agire e il rischio di influenze e censure dettate dai valori personali privati del singolo bibliotecario sarebbero troppo elevati (la vera e propria lettura e valutazione dei singoli documenti primari93, che attiene alla sfera personale94). Certo, anche la neutralità professionale può comunque fallire, nonostante che il suo ambito venga scrupolosamente circoscritto, ma la sua presenza costituisce comunque una garanzia in più, e ciò potrebbe costituire una ulteriore argomentazione a favore della sua adozione.
In ogni caso, anche se si ritenesse troppo pilatesco lasciare ai singoli cittadini il difficile compito di verificare la veridicità dei documenti consultati, sarebbe meglio assegnare ad altre professioni e figure95, diverse da quella del bibliotecario, l'incarico del fact-checking. Eventuali forme di censura o propaganda sono infatti peccati veniali e, tutto sommato, prevedibili se commessi da soggetti con le più svariate finalità ultime, ma costituirebbero degli imperdonabili peccati mortali se a perpetrarli fossero dei bibliotecari, perché rappresenterebbero un vero e proprio tradimento della loro missione96.

NOTE

I bibliotecari e gli utenti di cui si parla in queste pagine sono ovviamente sia maschi sia femmine. Le traduzioni in italiano non diversamente attribuite sono mie. Ringrazio Anna Galluzzi, Claudio Gnoli e Juliana Mazzocchi per consigli e suggerimenti.
Ultima consultazione siti web: 23 novembre 2018.

[1] Si vedano, in ordine cronologico: Karolina Andersdotter, Fatti alternativi e fake news: la verificabilità nella società dell’informazione, «AIB studi», 57 (2017), n. 1, p. 5-6, http://aibstudi.aib.it/article/view/11618, DOI: 10.2426/aibstudi-11618; Vittorio Ponzani, L’alfabetizzazione sanitaria: biblioteche e bibliotecari per il benessere dei cittadini, «AIB studi», 57 (2017), n. 3, p. 433-443, http://aibstudi.aib.it/article/view/11751, DOI: 10.2426/aibstudi-11751; Paul Gabriele Weston; Anna Galluzzi, Post-verità o post-biblioteche?, «AIB studi», 58 (2018), n. 1, p. 5-8, http://aibstudi.aib.it/article/view/11784, DOI: 10.2426/aibstudi-11784; Giorgio Antoniacomi, I percorsi ingannevoli nella gestione delle collezioni di una biblioteca pubblica tra censura e legittimazione della post verità: verso il paradigma dei diritti aletici, «AIB studi», 58 (2018), n. 1, p. 65-82, ;http://aibstudi.aib.it/article/view/11753, DOI: 10.2426/aibstudi-11753; Gino Roncaglia, Fake news: bibliotecario neutrale o bibliotecario attivo?, «AIB studi», 58 (2018), n. 1, p. 83-93, http://aibstudi.aib.it/article/view/11772, DOI: 10.2426/aibstudi-11772; Karen Coyle, La neutralità difficile, «AIB studi», 58 (2018), n. 2, p. 257-265, http://aibstudi.aib.it/article/view/11788, DOI: 10.2426/aibstudi-11788; Matilde Fontanin, Con il pretesto delle false notizie: insegnare il pensiero critico nella scuola italiana a partire da Carol C. Kuhlthau, «AIB studi», 58 (2018), n. 2, p. 267-283, http://aibstudi.aib.it/article/view/11825, DOI: 10.2426/aibstudi-11825.

[2] Cfr. Word of the year 2016 is… post-truth. In: Oxford dictionaries, 2016, https://en.oxforddictionaries.com/word-of-the-year/word-of-the-year-2016; Piero Cavaleri, Il bibliotecario nel mondo della post-verità: che ruolo ha la biblioteca nella società dell'informazione, «Biblioteche oggi», 35 (2017), n. 7, p. 46-53: p. 46, http://www.bibliotecheoggi.it/rivista/article/view/711, DOI: 10.3302/0392-8586-201707-046-1.

[3] Anna Maria Lorusso, Postverità: fra reality TV, social media e storytelling. Roma; Bari: Laterza, 2018, p. 3-9.

[4] Cfr. Maurizio Ferraris, Postverità e altri enigmi. Bologna: Il mulino, 2017.

[5] P. Cavaleri, Il bibliotecario cit., p. 46.

[6] Si vedano, almeno, queste ottime monografie a carattere introduttivo disponibili in italiano, tutte dotate di un approccio sia storico che teoretico: Marco Messeri, Verità. Scandicci: La nuova Italia, 1997; Franca D’Agostini, Disavventure della verità. Torino: Einaudi, 2002; Ead., Introduzione alla verità. Torino: Bollati Boringhieri, 2011; Bernard Williams, Genealogia della verità: storia e virtù del dire il vero, prefazione di Salvatore Veca, traduzione di Gianfranco Pellegrino. Roma: Fazi, 2005 (ed. orig. 2002).

[7] La prima attestazione del termine post-truth pare risalga al 1992, ma è con la pubblicazione nel 2004 del libro The post-truth era: dishonesty and deception in contemporary life di Ralph Keyes (New York: St. Martin’s Press) che esso inizia a diffondersi ed è poi coi commenti allo stile comunicativo del presidente statunitense Donald Trump (eletto nel novembre 2016, ma in campagna elettorale per le ‘primarie’ del Partito repubblicano già dal giugno 2015) e con la campagna elettorale relativa al referendum sull’uscita del Regno unito dall’Unione europea (Brexit) tenutosi nel giugno 2016 che dilaga. Cfr. Word of the year cit.; Post-truth politics. In: Wikipedia, last edited on 13 August 2018, https://en.wikipedia.org/wiki/Post-truth_politics. Come testimonianza della fortuna recente del termine ‘post-verità’ basterà segnalare che Ferraris (Postverità cit., p. 162) elenca quattro libri in inglese sull’argomento pubblicati nella prima metà del 2017 e Lorusso (Postverità cit., p. 4) altri otto (fra cui quello di Ferraris) pubblicati nello stesso anno in lingua italiana.

[8] F. D’Agostini, Disavventure cit., p. XIX.

[9] M. Ferraris, Postverità cit., p. 21.

[10] Cfr. Franca D’Agostini, Menzogna. Torino: Bollati Boringhieri, 2012, p. 29-31.

[11] Ivi, p. 29.

[12] Vocabolario Treccani. Neologismi, 2017, http://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/post-verità/.

[13] Per un’accurata analisi dei concetti di misinformation e disinformation cfr. Don Fallis, Mis- and dis-information. In: The Routledge handbook of philosophy of information, edited by Luciano Floridi, London: Routledge, 2016, p. 332-346.

[14] Cfr. G. Roncaglia, Fake news cit., p. 91-93.

[15] Simon Blackburn, On truth. New York: Oxford university press, 2018, p. 11.

[16] Per un approccio epistemologico ai ‘livelli di realtà’ cfr. Livelli di realtà, a cura di Massimo Piattelli Palmarini, prefazione di Giuliano Toraldo di Francia. Milano: Feltrinelli, 1984; per uno ontologico cfr. Roberto Poli, Idee di scienza e livelli di realtà. Trento: UNI service, 2007; per una loro applicazione nell’ambito dell’organizzazione della conoscenza cfr. Riccardo Ridi, Livelli di irrealtà: oggettività e soggettività nell’organizzazione della conoscenza, «Bibliotime», 18 (2015), n. 2, http://www.aib.it/aib/sezioni/emr/bibtime/num-xviii-2/ridi.htm.

[17] Corrispondenti, per esempio, ai ‘giochi linguistici’ di Ludwig Wittgenstein (Ricerche filosofiche, edizione italiana a cura di Mario Trinchero. Torino: Einaudi, 1967, ed. orig. 1953) o ai ‘campi di senso” di Markus Gabriel (Perché non esiste il mondo, traduzione di Simone Maestrone. Milano: Bompiani, 2015, ed. orig. 2013).

[18] Cfr. Nelson Goodman, Vedere e costruire il mondo, traduzione di Carlo Marletti, introduzione di Achille C. Varzi. Roma; Bari: Laterza, 2008 (ed. orig. 1978).

[19] Cfr. Michael A. Arbib; Mary B. Hesse, La costruzione della realtà, traduzione di Giorgio Casari. Bologna: Il mulino, 1992 (ed. orig. 1986).

[20] Cfr. il 'pluralismo aletico radicale' di Crispin Wright, secondo cui «non esiste un’unica proprietà attribuita mediante il predicato "è vero". Il predicato si riferisce infatti a diverse proprietà in diversi ambiti di discorso» (Stefano Caputo, Verità. Roma; Bari: Laterza, 2015, p. 166).

[21] Cfr. M. Messeri, Verità cit., p. 1-5.

[22] Cfr. Francesco Berto, L’esistenza non è logica: dal quadrato rotondo ai mondi impossibili. Roma; Bari: Laterza, 2010.

[23] Cfr. M. Ferraris, Postverità cit., p. 21-22.

[24] Del resto, come lo stesso Ferraris ammette, «i postmoderni ricusano qualunque parentela con la postverità, e anzi (per non sbagliare) ne mettono in dubbio l’esistenza o la rilevanza, e ne lamentano l’inappropriatezza e l’abuso, pretendendo che si bandisca l’uso della parola, dal momento che la cosa c’è sempre stata (indipendentemente dalle teorie post-moderne, che non si sarebbero mai sognate di suggerire un qualsiasi addio alla verità) e dunque non si capisce dove sia la novità» (ivi, p. 22).

[25] «Avrei una notizia da dare: questa storia della post-verità è una bufala. Vorrei essere più preciso: sarebbe bello se la smettessimo, tutti, di usare l’espressione “adesso che viviamo nell’epoca della post-verità” perché è infondata e fuorviante. Non aiuta a capire. In compenso aiuta spesso a sdoganare comportamenti discutibili e idee sciocche. Fine» (Alessandro Baricco, Perché questa definizione è infondata, «La repubblica», 30 aprile 2017, supplemento «Robinson», p. 13-14: p. 13). Cfr. anche Roger Scruton, Post-truth? It’s pure nonsense, «Spectator», 10 June 2017, https://www.spectator.co.uk/2017/06/post-truth-its-pure-nonsense/.

[26] A. M. Lorusso, Postverità cit., p. 5.

[27] «In generale la scienza della biblioteca e dell’informazione non si è mai occupata della verità dell’informazione per se, ma della qualità del contenuto semantico, e in particolare dell’accuratezza, dell’autorevolezza e della completezza di quanto asserito [nei documenti]» (David Bawden; Lyn Robinson, Curating the infosphere: Luciano Floridi’s philosophy of information as the foundation for library and information science, «Journal of documentation», 74 (2018), n. 1, p. 2-17: p. 9). Per un parere opposto cfr. Jonathan Furner, Truth, relevance, and justice: towards a veristic turn for KO. In: Challenges and opportunities for knowledge organization in the digital age: Proceedings of the Fifteenth International ISKO Conference, 9-11 July 2018, Porto, Portugal, edited by Fernanda Ribeiro; Maria Elisa Cerveira. Baden-Baden: Ergon, 2018, p. 468-474. Su posizioni analoghe a quelle di Furner si colloca anche Antoniacomi (I percorsi cit., p. 69), per il quale in biblioteca «non si può nemmeno dare cittadinanza a documenti che sostengono posizioni manifestamente infondate, controfattuali, destituite di plausibilità o comunque estranee a valori imprescindibili e non negoziabili».

[28] «Quando le biblioteche, a loro volta, si sono poste l’obiettivo di adattare procedure e servizi all’esigenza di contrastare il fenomeno [delle fake news] limitandone le conseguenze a beneficio dei propri utenti, è apparsa evidente la sproporzione tra l’entità delle notizie da controllare e l’esiguità delle risorse da mettere in campo» (P. G. Weston; A. Galluzzi, Post-verità cit., p. 6).

[29] Fra cui, ad esempio, le versioni originali di tutte quelle riprodotte e commentate nel volume di Edward Brooke-Hitching (L’atlante immaginario: quando le mappe raccontavano sogni, miti e invenzioni. Milano: Mondadori, 2017, ed. orig. 2016) dedicato a mappe redatte fra il XIII e il XX secolo volutamente o involontariamente raffiguranti località mai esistite.

[30] Cfr. Alan Sokal; Jean Bricmont, Imposture intellettuali, traduzione di Fabio Acerbi e Monica Ugaglia. Milano: Garzanti, 1999 (ed. orig. 1997).

[31] Cfr. Falso lemma. In: Wikipedia, ultima modifica 28 febbraio 2018, https://it.wikipedia.org/wiki/Falso_lemma.

[32] Cfr. ad esempio Kenneth Whittaker, Metodi e fonti per la valutazione sistematica dei documenti, edizione italiana a cura di Patrizia Lucchini e Rossana Morriello. Manziana: Vecchiarelli, 2002 (ed. orig. 1982); Giovanni Solimine, Le raccolte delle biblioteche: progetto e gestione. Milano: Editrice bibliografica, 1999, p. 109-114; Elena Boretti, Valutare Internet: la valutazione di fonti di documentazione web, a cura di Claudio Gnoli. In: AIB-WEB. Contributi, ultimo aggiornamento 26 maggio 2000, http://www.aib.it/aib/contr/boretti1.htm. «La verità può essere, deve essere, un criterio incondizionato per la legge, ma non riveste tale ruolo nelle decisioni prese dai bibliotecari riguardo alla selezione, classificazione, acquisizione e deacquisizione [dei documenti]» (John C. Swan, Untruth or consequences: as librarians our case is not truth but freedom, «Library journal», 111 (July 1986), p. 44-52: p. 46).

[33] Roncaglia (Fake news cit., p. 85, nota 9) giustamente mette in guardia dall’epistemologia spesso ingenua di molte forme, non solo bibliotecarie, di fact-checking. È ad esempio difficile capire come Antoniacomi (I percorsi cit., p. 69), dopo aver ammesso che «se ci si opponesse all'acquisto di un testo perché sostiene una tesi contraria alle proprie convinzioni, si metterebbe in atto una censura (cioè una cosa sbagliata)» possa sostenere, subito dopo, che «se però si rifiuta di comperare un libro che sostenga la correlazione diretta tra vaccini e autismo, non si farebbe altro che evitare la diffusione di una bugia», perché ‘bugia’ (o, tutt’al più, ‘errore’) è esattamente il nome che tipicamente tutti assegniamo alle tesi contrarie alle nostre convinzioni. E anche come sia possibile, al tempo stesso, impedire che entrino a far parte delle raccolte bibliotecarie opere «estranee a valori imprescindibili e non negoziabili», ma considerare del tutto pacifico che «una biblioteca pubblica possa o debba avere documenti […] favorevoli o contrari all'eutanasia» (ibidem), come se nessuno potesse legittimamente considerare l’eutanasia estranea ai propri valori più imprescindibili e meno negoziabili. E, infine, come sia possibile conciliare la libertà di religione (che include anche quella di professarsi atei o agnostici) col chiedersi, retoricamente, se «davvero crediamo possibile fondare una qualunque opinione e la stessa libertà di esprimerla (a meno che non si tratti della scelta se tifare per una squadra di calcio che ha la maglia rossonera o nerazzurra) su qualcosa che possa tranquillamente ignorare ogni riferimento a un assunto fondato e pubblicamente riscontrabile?» (ivi, p. 73).

[34] Sulle prime si vedano i volumi citati nella nota 6, sulle seconde cfr. almeno Richard H. Popkin; Avrum Stroll, Il dovere del dubbio: filosofia scettica per tutti, traduzione di Libero Sosio. Milano: Il saggiatore, 2004 (ed. orig. 2002); Raymond Boudon, Il relativismo, traduzione di Rinaldo Falcioni. Bologna: Il mulino, 2009 (ed. orig. 2008).

[35] Cfr. Franca D’Agostini, Diritti aletici, «Biblioteca della libertà», 52 (2017), n. 218, p. 5-42, https://www.centroeinaudi.it/images/abook_file/BDL218.pdf, DOI: 10.23827/BDL_2017_1_2.

[36] Cfr. G. Antoniacomi, I percorsi cit., p. 79.

[37] Cfr. ad esempio International Federation of Library Associations and Institutions. IFLA code of ethics for librarians and other information workers, endorsed by the IFLA Governing Board. 12 August 2012, http://www.ifla.org/faife/professional-codes-of-ethics-for-librarians, traduzione italiana di Juliana Mazzocchi pubblicata in: Riccardo Ridi, Deontologia professionale. Roma: Associazione italiana biblioteche, 2015, p. 58-68; AIB, Codice deontologico dei bibliotecari: principi fondamentali, approvato dall'Assemblea generale degli associati dell'AIB tenuta a Torino il 12 maggio 2014, http://www.aib.it/chi-siamo/statuto-e-regolamenti/codice-deontologico/, pubblicato anche in: R. Ridi, Deontologia professionale cit., p. 69-72. Per altri codici deontologici emanati da associazioni professionali di bibliotecari cfr. IFLA, National codes of ethics for librarians by countries. Last update 15 June 2017, http://www.ifla.org/faife/professional-codes-of-ethics-for-librarians#nationalcodes; Zdzisław Gębołyś; Jacek Tomaszczyk, Library codes of ethics worldwide: anthology. Berlin: Simon Verlag für Bibliothekswissen, 2012. A mia conoscenza gli unici codici deontologici professionali che condannano esplicitamente la possibilità che i bibliotecari mettano a disposizione dei propri utenti documenti non veridici sono quello catalano (Codi deontològic del Col·legi oficial de bibliotecaris-documentalistes de Catalunya, approved May 26, 2006, art. 25, http://www.cobdc.org/collegi/codi_deontologic.html), per il quale i bibliotecari «non diffondono informazioni che sappiano essere false» e quello russo (The code of ethics for Russian librarian, adopted by the Russian Library Association, XVI Annual Session, May 26, 2011, the city of Tyumen, Russia, http://www.ifla.org/files/assets/faife/publications/misc/code-of-ethics-ru.pdf), secondo il quale il bibliotecario «non propone materiali inattendibili e falsi ed è consapevole del pericolo e del danno che tale materiale procura agli individui e alla società nel suo complesso».

[38] «Per quanto riguarda la comprensione, noi tutti dipendiamo da qualcosa di simile alla divisione del lavoro: contiamo su esperti che hanno una comprensione profonda, “completa”, di concetti difficili su cui ci basiamo tutti i giorni, comprendendoli solo a metà» (Daniel C. Dennett, Dai batteri a Bach: come evolve la mente, traduzione di Simonetta Frediani. Milano: Raffaello Cortina, 2018 (ed. orig. 2017), p. 105). «La totalità delle nostre cosiddette conoscenze o credenze, dall’evento più casuale della geografia e della storia alle più profonde leggi della fisica atomica o anche della matematica pura e della logica, è un edificio prodotto dall’uomo, che si fonda sull’esperienza solo ai margini» (Willard Van Orman Quine, Due dogmi dell’empirismo. In: Il neoempirismo, a cura di Alberto Pasquinelli. Torino: UTET, 1969 (ed. orig. del testo di Quine 1951), p. 861-890: p. 886). Cfr. anche Steven A. Sloman; Philip Fernbach, L’illusione della conoscenza: perché non pensiamo mai da soli, edizione italiana a cura di Paolo Legrenzi. Milano: Raffaello Cortina, 2018 (ed. orig. 2017).

[39] «L’assegnazione di valori di verità in relazione alle credenze non segue necessariamente il modello “classico”, “binario”. Anzitutto perché ci sono proposizioni a cui non credo, ma non credo neppure alla loro negazione. In secondo luogo perché il “vero” che assegniamo alle credenze non è sempre il semplicemente e certamente vero, di valore 1, ma a volte è il probabilmente vero, di valore intermedio, tra 0 (certamente falso) e 1 (certamente vero). Gli epistemologi oggi usano l’espressione standard epistemico per indicare il livello di probabilità (date le evidenze) a partire dal quale io sono disposta ad accettare p, ossia: a credere che p» (F. D’Agostini, Menzogna cit., p. 56).

[40] G. Roncaglia, Fake news cit., p. 90.

[41] Ibidem.

[42] «Non spetta ai classificazionisti o ai classificatori giudicare la “veridicità” di un’asserzione. Questo è un lavoro per gli utenti. Noi possiamo e dobbiamo, tuttavia, progettare i nostri sistemi di organizzazione della conoscenza per aiutarli in tale compito» (Rick Szostak, [Review of: Cultural frames of knowledge, edited by Richard P. Smiraglia and Hur-li Lee (Ergon, 2012) and Theories of information, communication and knowledge: a multidisciplinary approach, edited by Fidelia Ibekwe-SanJuan and Thomas M. Dousa (Springer, 2014)], «Knowledge organization», 42 (2015), n. 2, p. 129-133: p. 130).

[43] G. Roncaglia, Fake news cit., p. 90.

[44] Cautele dettate, oltre che dagli ineludibili limiti intrinseci della logica e dell’epistemologia stessa, anche (come si vedrà nell’ultima sezione dell’articolo) da quelli dettati dalla deontologia professionale, ma capisco che qualcuno possa invece attribuirle a «una percezione abbastanza timida del ruolo dei bibliotecari» (G. Antoniacomi, I percorsi cit., p. 70), soprattutto se viene considerato bibliotecario solo «colui o colei che non voglia essere soltanto un compilatore diligente, un classificatore, un amanuense» (ivi, p. 71).

[45] P. Cavaleri, Il bibliotecario cit., p. 48.

[46] Ibidem.

[47] Ibidem.

[48] V. Ponzani, L’alfabetizzazione cit., p. 435.

[49] Il termine ‘fake news’ è diventato popolare nello stesso periodo (2015-2016) e, parzialmente, nelle stesse circostanze (elezioni presidenziali statunitensi) descritte nella nota 7 riguardo al termine ‘post-verità’. Particolarmente rilevante è stata l’abitudine di Donald Trump di definire tali le notizie a lui non favorevoli (o comunque da lui non gradite) diffuse dalle principali testate giornalistiche e reti televisive. Cfr. Fake news. In: Wikipedia, last edited on 20 August 2018, https://en.wikipedia.org/wiki/Fake_news; si veda, in particolare, la sezione Historical examples per un’ampia panoramica di notizie menzognere assai influenti, dal XIII secolo a.C. al 2018 d.C.

[50] Cfr. G. Roncaglia, Fake news cit., p. 91-93.

[51] Facebook fu lanciato nel febbraio 2004 come servizio riservato prima ai soli studenti dell’Università di Harvard, poi anche ad altri studenti statunitensi e infine, dal settembre 2006, a chiunque disponga di un indirizzo e-mail e dichiari di avere almeno tredici anni. Cfr. Sarah Phillips, A brief history of Facebook, «The guardian», 25 July 2007, https://www.theguardian.com/technology/2007/jul/25/media.newmedia.

[52] Per un’aggiornata introduzione alle fake news nei social media cfr. Giuseppe Riva, Fake news: vivere e sopravvivere in un mondo post-verità. Bologna: Il mulino, 2018.

[53] Steve Jobs annunciò il primo modello di iPhone nel gennaio 2007 e il primo modello di iPad nel gennaio 2010. Cfr. Josh Halliday, Apple’s top 10 products, «The guardian», 6 October 2011, https://www.theguardian.com/technology/2011/oct/06/apple-top-10-products.

[54] «Dato il livello di attenzione e di analisi attualmente dedicato ai contenuti dei social, la rete non è in grado di discriminare efficacemente tra contenuti di alta e bassa qualità, fornendo il contesto ideale per la diffusione delle fake news» (G. Riva, Fake news cit., p. 118).

[55] Per una panoramica si veda Giovanni Pitruzzella; Oreste Pollicino; Stefano Quintarelli, Parole e potere: libertà d’espressione, hate speech e fake news, con la collaborazione di Marco Bassini. Milano: Egea, 2017.

[56] Cfr. Laura Ballestra, Information literacy in biblioteca: teoria e pratica. Milano: Editrice bibliografica, 2011; Riccardo Ridi, Il mondo dei documenti: cosa sono, come valutarli e organizzarli. Roma; Bari: Laterza, 2010, p. 139-151.

[57] Cfr. Carlo Bianchini, Come imparare a riconoscere il falso in rete. Milano: Editrice bibliografica, 2017; Id., Il falso in Internet: autorevolezza del Web, information literacy e futuro della professione (Prima parte), «AIB studi», 54 (2014), n. 1, p. 61-74, http://aibstudi.aib.it/article/view/9957, DOI: 10.2426/aibstudi-9957; Id., Il falso in Internet: autorevolezza del Web, information literacy e futuro della professione (Seconda parte), «AIB studi», 54 (2014), n. 2/3, p. 227-240, http://aibstudi.aib.it/article/view/10130, DOI: 10.2426/aibstudi-10130.

[58] Cfr. K. Andersdotter, Fatti alternativi cit.; Matilde Fontanin, Riconoscere le false notizie: l’IFLA elabora un’infografica con otto punti chiave, «Biblioteche oggi», 35 (2017), n. 7, p. 42-45, DOI: 10.3302/0392-8586-201707-042-1. Oltre all’infografica descritta negli articoli di Andersdotter e di Fontanin, disponibile da febbraio 2017 (attualmente in quaranta lingue) a https://www.ifla.org/node/11175, l’IFLA ha emanato nell’agosto 2018 anche uno Statement on fake news, https://www.ifla.org/publications/node/67341.

[59] Sarebbero, in Italia, secondo i più recenti dati forniti dall’ISTAT (nel dicembre 2017, ma riferiti al 2015), solo il 15,1% delle persone con più di 6 anni, con un picco fra gli 11 e i 14 anni e un notevole calo dopo i 24; anche a livello geografico la distribuzione non è omogenea, passando dal quasi 35% di Bolzano al 6,6% della Campania. Cfr. Alessandra Rotondo, Chi va in biblioteca (e perché) in Italia, «Giornale della libreria», 6 aprile 2018, http://www.giornaledellalibreria.it/news-biblioteche-chi-va-in-biblioteca-e-perche-in-italia-3413.html; i dati completi sono disponibili sul sito dell’ISTAT a http://www4.istat.it/it/archivio/206752. Per dati e analisi relativi ad anni precedenti cfr. Giovanni Solimine, L’Italia che legge. Roma; Bari: Laterza, 2010, p. 46-59.

[60] Cfr. CENSIS, Il capitolo “Comunicazione e media” del 51. Rapporto CENSIS sulla situazione sociale del paese, 1 dicembre 2017, http://www.censis.it/7?shadow_comunicato_stampa=121148; Giovanni Solimine, Senza sapere: il costo dell’ignoranza in Italia. Roma; Bari: Laterza, 2014, p. 30-31.

[61] Cfr. Eli Pariser, Il filtro: quello che internet ci nasconde, traduzione di Bruna Tortorella. Milano: Il saggiatore, 2012 (ed. orig. 2011); C. Bianchini, Come imparare cit., p. 21-24; P. G. Weston; A. Galluzzi, Post-verità cit., p. 7-8.

[62] Ivi, p. 7.

[63] Cfr. Gino Roncaglia, L’età della frammentazione: cultura del libro e scuola digitale. Roma; Bari: Laterza, 2018.

[64] Cfr. Statistiche social network 2018: tutti i dati sugli utenti Italia e mondo, «Digitalic», 23 aprile 2018, https://www.digitalic.it/internet/social-network/statistiche-social-network-2018 per le impressionanti statistiche (sia in termini assoluti che in percentuale rispetto all’intera popolazione), aggiornate a marzo 2018, sul numero degli utenti dei principali social media in Italia e nel resto del mondo. In questo genere di statistiche l’Italia spesso brilla per le posizioni elevate raggiunte nelle classifiche dei paesi dove si usano maggiormente i social media nonostante le basse posizioni conseguite invece in quelle relative all’accesso complessivo a internet; se ne potrebbe probabilmente dedurre che troppi italiani utilizzano internet quasi solo per fare uso di uno o più social media.

[65] «Se proviamo a valutare lo stato dell’istruzione e della formazione in Italia, balzano immediatamente all’occhio tre indicatori per i quali l’Italia si colloca a un livello molto inferiore rispetto alla maggior parte dei paesi dell’Unione Europea: la quota di persone di 25-64 anni con almeno il diploma di scuola secondaria superiore […], la quota di persone di 30-34 anni che hanno conseguito un titolo universitario […] e la quota delle persone in età lavorativa, comprese fra i 25 e i 64 anni, che hanno partecipato ad attività di istruzione e formazione nelle quattro settimane che hanno preceduto l’intervista». G. Solimine, Senza sapere cit., p. 5-6.

[66] «Il mito dell'algoritmo neutrale è stato […] fatto a pezzi in numerosi studi e riflessioni, che hanno rivelato come gli algoritmi spesso incamerino i pregiudizi dei loro creatori e riflettono sempre un processo decisionale umano, indipendentemente da quanta competenza matematica o statistica venga applicata» (K. Coyle, La neutralità cit., p. 259).

[67] Cfr. nota 58.

[68] Nell’infografica dell’IFLA «vediamo che non c’è niente di particolarmente nuovo che i bibliotecari non conoscessero già, ma lo strumento non si rivolge ai bibliotecari» (M. Fontanin, Riconoscere cit., p. 44).

[69] «Secondo una stima accreditata […] almeno un terzo delle nostre transazioni linguistiche sono più o meno decisamente menzognere» (F. D’Agostini, Menzogna cit., p. 50). D’altronde Umberto Eco ha definito l’intera disciplina della semiotica come una sorta di «teoria della menzogna», in quanto il suo principale oggetto di studio sono i segni, ossia «tutto ciò che può essere usato per mentire» (Trattato di semiotica generale. Milano: Bompiani, 1975, p. 17) e già Talleyrand (1754-1838) sosteneva che «il linguaggio è stato dato all’uomo per nascondere il suo pensiero» (D. C. Dennett, Dai batteri cit., p. 374). Sull’enorme e sottovalutata diffusione della menzogna, vista come forma di uso fisiologico, e non di abuso patologico, del linguaggio umano, cfr. Simone Dietz, L’arte di mentire: tra linguaggio e morale, traduzione di Andrea Gilardoni. Milano; Udine: Mimesis, 2009 (ed. orig. 2003).

[70] «Per poter capire l’evoluzione della comunicazione [fra gli esseri viventi] dobbiamo considerarla basata sulla manipolazione più che come un comportamento puramente cooperativo» (D. C. Dennett, Dai batteri cit., p. 377).

[71] Cfr. Riccardo Ridi, Etica bibliotecaria: deontologia professionale e dilemmi morali. Milano: Editrice bibliografica, 2011, p. 60-63, 128-130 e 143-145; Id., Deontologia professionale cit., p. 39-41.

[72] Cfr. R. Ridi, Etica bibliotecaria cit., p. 75-84; Id., Deontologia professionale cit., p. 18-21.

[73] Cfr. G. Antoniacomi, I percorsi cit.; K. Coyle, La neutralità cit.

[74] Ivi, p. 263.

[75] Cfr. R. Ridi, Etica bibliotecaria cit., p. 103-109.

[76] Cfr. R. Ridi, Deontologia professionale cit., p. 48-49.

[77] Fra i valori più spesso raccomandati nei codici deontologici dei bibliotecari ci sono, oltre alla neutralità intellettuale, alla libertà intellettuale e alla responsabilità sociale, anche il diritto alla riservatezza, la proprietà intellettuale, la professionalità e la democrazia. Cfr. R. Ridi, Etica bibliotecaria cit., p. 44-109; Id., Deontologia professionale cit., p. 11-13 e 50-51.

[78] G. Roncaglia, Fake news cit., p. 88.

[79] Le etiche normative, di cui fanno parte tutte le deontologie professionali, possono distinguersi in moniste, se prevedono un valore, una virtù o una norma fondamentale da cui tutte le altre possono essere dedotte, o pluraliste, quando invece i principi di fondo sono più d'uno e indipendenti fra loro (e quindi possono talvolta entrare in conflitto reciproco). Cfr. Monique Canto-Sperber; Ruwen Ogien, La filosofia morale, traduzione di Aldo Pasquali. Bologna: Il mulino, 2006 (ed. orig. 2004), p. 79-82.

[80] Cfr. Riccardo Ridi, La responsabilità sociale delle biblioteche: una connessione a doppio taglio, «Biblioteche oggi», 32 (2014), n. 3, p. 26-41, http://www.bibliotecheoggi.it/rivista/article/view/81/364, DOI: 10.3302/0392-8586-201403-026-1.

[81] Cfr. nota 37.

[82] Grande dizionario italiano dell’uso, ideato e diretto da Tullio De Mauro, con la collaborazione di Giulio C. Lepschy e Edoardo Sanguineti. Torino: UTET, 2007.

[83] In una società democratica e pluralista, nella quale si ritiene importante che tutti i cittadini esprimano la propria opinione informata e concorrano, più o meno direttamente (ad esempio votando), alle decisioni di interesse generale, dovrebbe risultare utile a tutti (inclusi coloro che non sono affatto neutrali rispetto a tali decisioni) che esistano almeno alcune minoranze professionali che difendono neutralità, imparzialità e terzietà, proteggendo il diritto di chiunque ad informarsi ed esprimersi e individuando «il proprio fondamentale impegno professionale nel garantire il flusso di ogni genere di informazione, indipendentemente dalla sua verità o falsità» (J. C. Swan, Untruth cit., p. 44). Cfr. anche Robert V. Labaree; Ross Scimeca, The philosophical problem of truth in librarianship, «Library quarterly», 78 (2008), n. 1, p. 43-70.

[84] Così come, del resto, quella di altre professioni, fra cui sicuramente i giudici e forse i giornalisti, mentre ho qualche dubbio in più (diversamente da Roncaglia, Fake news cit., p. 88) sugli insegnanti, soprattutto man mano che aumenta l’età dei loro allievi.

[85] Cfr. R. Ridi, La responsabilità cit., p. 30.

[86] «Qualsiasi proposizione può essere tenuta per vera qualunque cosa avvenga, se facciamo delle modifiche abbastanza drastiche in qualche luogo del sistema [complessivo delle nostre conoscenze]» (W. V. O. Quine, Due dogmi cit., p. 887).

[87] Cfr. nota 39.

[88] G. Roncaglia, Fake news cit., p. 88.

[89] Ivi, p. 90.

[90] AIB, Codice deontologico cit., art. 1.5.

[91] Ibidem.

[92] Cfr. G. Roncaglia, Fake news cit., p. 89-90.

[93] Il campo di azione del bibliotecario si spinge fino alle soglie del documento, tracciando percorsi che vi conducono ed esaminandone il paratesto, ma senza entrarci, come invece fanno gli utenti, dagli studenti e studiosi disciplinari al comune lettore di romanzi e quotidiani. «Il segreto di tutti i bravi bibliotecari è di non leggere mai, dei libri a loro affidati, se non il titolo e l'indice. Chi si impaccia del resto, è perduto come bibliotecario! […] Non potrà mai vedere tutto l'insieme!» (Robert Musil, L’uomo senza qualità, traduzione di Anita Rho. Torino: Einaudi, 1957 (ed. orig. 1930-1943), p. 448). Cfr. anche Riccardo Ridi, La biblioteca come portale delle letture: identità di un'istituzione e pratica del leggere, «Biblioteche oggi», 23 (2005), n. 6, p. 33-43, http://www.unina.it/http://www.bibliotecheoggi.it/2005/20050603301.pdf.

[94] Il fatto che, leggendo in biblioteca documenti anche su argomenti di cui non è esperta «la gente […] un'opinione se la fa comunque e, su questa opinione, fonda decisioni concrete che hanno conseguenze altrettanto concrete» (G. Antoniacomi, I percorsi cit., p. 71) non va quindi considerata una pericolosa patologia che il bibliotecario dovrebbe contrastare (nonostante la sua stessa inesperienza sui medesimi argomenti) solo perché «dispone – e deve rivendicare questa specificità – degli strumenti per comparare criticamente, nella pluralità delle fonti disponibili, le posizioni controverse e per documentare il discorso pubblico e le sue polarizzazioni» (ibidem), ma una normalissima fisiologia del circuito informativo.

[95] «Ad esempio genitori, insegnanti, ricercatori, critici o librai», che possono liberamente «esprimere valutazioni positive o negative sui documenti» (AIB, Codice deontologico cit., art. 1.5).

[96] Ad esempio anche uno Stato democratico può legittimamente esercitare alcune limitazioni della libertà di espressione, se essa entra in conflitto con altri principi e prende la forma di reati come la calunnia o l’istigazione alla violenza, perché la libertà intellettuale non è – come invece avviene per le biblioteche – il suo valore fondamentale. Cfr. Timothy Garton Ash, Libertà di parola: dieci principi per un mondo connesso, traduzione di Emilia Benghi, Stefania Cherchi. Milano: Garzanti, 2017 (ed. orig. 2016).