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Varcare la soglia:
il digitale nel catalogo, alcune riflessioni

di Agnese Galeffi e Paul Gabriele Weston

La stagione del coronavirus ha mostrato, se mai ce ne fosse stato bisogno, quale ruolo giochi ormai la tecnologia informatica nei diversi aspetti della nostra vita quotidiana e quanto il ricorso ad essa possa risultare strategico, nel momento in cui una emergenza richieda interventi immediati che, per le più svariate ragioni, non possono essere attuati in presenza. Già quando nel febbraio 2010 un catastrofico terremoto aveva colpito il Cile causando morte e distruzione, i volontari accorsi a mettere in sicurezza quanto restava del patrimonio librario della Biblioteca nazionale si erano potuti avvalere di indicazioni fatte loro pervenire per via elettronica dai colleghi della Biblioteca nazionale di Spagna1. Nelle attuali circostanze i collegamenti telematici hanno consentito ai presidi medici collegati in rete di coordinare gli interventi di soccorso, alla Protezione civile di raccogliere i dati sui contagi provenienti da ogni parte del Paese e a virologi e scienziati di intraprendere immediatamente quelle ricerche sul virus che dovrebbero permettere di circoscrivere la diffusione della pandemia, condividendo protocolli e risultati di laboratorio con le altre unità di ricerca disseminate nel mondo intero2.
Anche nell'ambito dell'istruzione le tecnologie digitali hanno registrato un forte impatto. Piattaforme inizialmente sviluppate per le comunicazioni interne e la formazione del personale delle grandi aziende sono state adottate e parzialmente modificate per consentire anche a distanza la prosecuzione delle attività didattiche nelle scuole e nelle università. In altri casi, programmi già adottati da qualche anno per affiancare agli insegnamenti frontali esercitazioni e verifiche a distanza sono stati ulteriormente sviluppati per incrementare il numero delle funzioni e moltiplicare le utenze contemporanee3.
Ma quale impatto hanno avuto in questo contesto sulle attività culturali le tecnologie digitali? Nel mondo dei musei e delle mostre sono state messe in atto delle misure alternative per assicurare, nei limiti del possibile, la fruibilità del patrimonio culturale. La disponibilità di una grande mole di contenuti digitali e il loro grande fascino hanno condotto alla realizzazione di un gran numero di percorsi virtuali, che sono stati promossi dai telegiornali, dai quotidiani online e, in misura ancora maggiore, dai canali social4. Senza soluzione di continuità si sono susseguite visite virtuali a tema, lezioni gratuite impartite dai curatori ed altre iniziative volte a fidelizzare un pubblico vasto, inclusivo delle fasce più giovani e di varia provenienza. La didattica museale si è rivelata fondamentale nel mantenere saldo quell’abbraccio virtuale tra le collezioni ed i visitatori. Lo stesso può dirsi delle arti performative. Sulle piattaforme digitali è stato possibile godere di registrazioni di spettacoli teatrali, concerti, opere e balletti in precedenza mai passati in televisione o, al più, in orari improbabili5.
E le biblioteche? Qui la risposta è stata assai differente a seconda della natura della biblioteca. Per le biblioteche di ateneo di ambito scientifico, il cui patrimonio corrente è già largamente in formato digitale la situazione ha richiesto per lo più un ampliamento del numero delle licenze e l'estensione ad un maggior numero di fruitori delle credenziali per accedere via proxy. Per le biblioteche di ambito umanistico la situazione si è presentata in modo assai meno favorevole, soprattutto perché il patrimonio bibliografico di cui studenti e ricercatori necessitano è solo in parte in formato elettronico e non c'è un diretto rapporto tra la data di pubblicazione e la necessità di servirsene per lo studio e la ricerca. Inoltre, l'esistenza di digitalizzazioni ed edizioni digitali di testi non è sempre nota, anche perché si è spesso preferito ricorrere alle versioni cartacee. Ancora diverso è il caso delle biblioteche di ente locale, le quali in taluni casi hanno potuto beneficiare di e-book resi disponibili su piattaforme condivise, alle quali i lettori iscritti al prestito hanno diritto di accedere6. Anche la disponibilità di queste risorse ha richiesto talvolta il potenziamento del servizio e una maggiore disponibilità di titoli7. Tornando ad applicazioni del digitale e delle infrastrutture telematiche messe in atto dalle biblioteche pubbliche, rileviamo che molte di esse hanno avviato iniziative volte a portare la biblioteca nelle case dei cittadini, attraverso letture volontarie telematiche per gli adulti, videogiochi per gli adolescenti ed animazioni per i più piccoli8. È in corso un censimento di quanto le biblioteche hanno potuto fare durante il periodo della chiusura, grazie alla buona volontà e all'entusiasmo dei bibliotecari e nonostante le mille difficoltà imposte dai decreti, dalle misure sanitarie e, non ultimo, dalle preoccupazioni di ognuno9.
Non è quindi quest'ultimo l'aspetto che ci interessa qui esaminare. Desideriamo piuttosto partire da qualche messaggio condiviso sulle liste di discussione per avviare una riflessione sul catalogo e, più specificamente, sul rapporto esistente tra lo strumento e il digitale, sia esso frutto di digitalizzazioni, di editoria nativamente digitale o di risorse di altro genere, come mostre virtuali e siti. Interessa qui, alla luce delle esperienze emerse negli ultimi quattro mesi, verificare se ed in che modo i criteri di compilazione dei cataloghi – dalle normative catalografiche, alle buone pratiche, alla struttura dei sistemi di ricerca – siano in grado di descrivere adeguatamente, di valorizzare e di rendere agevolmente disponibili ai lettori una porzione rappresentativa di quanto esista in rete ad accesso aperto, procedendo peraltro in questo compito nel rispetto dei principi catalografici e della sostenibilità.

In un primo messaggio si chiedeva dove potessero essere reperite riproduzioni digitali di pubblicazioni del secolo XVI, mettendo in evidenza la difficoltà di effettuare ricerche circoscritte per ambito cronologico, che conducessero direttamente alle digitalizzazioni, senza passare per una verifica preventiva del posseduto di ciascuna biblioteca10.

Un secondo messaggio ha riguardato un progetto presentato in occasione del seminario AICRAB "Oltre le mostre. Proposte per una diversa valorizzazione del patrimonio archivistico e librario" (Napoli, 28 febbraio 2020), durante il quale, nel commentare la presentazione che Alessandro Sidoti ha fatto del progetto Arno 66, è stato fatto rilevare come la scelta di collegare il materiale fotografico (le foto realizzate nei drammatici giorni dell'alluvione classificate secondo diversi percorsi di fruizione online) alle notizie catalografiche reperibili attraverso l'OPAC consenta di valorizzare adeguatamente sia le singole riproduzioni, che vengono arricchite da un corredo ampio di informazioni descrittive, sia il catalogo che diventa punto di accesso ai materiali della risorsa. La visibilità delle risorse, in altri termini, trae beneficio dall'esistenza di riferimenti incrociati tra i due strumenti: la mostra virtuale e il catalogo elettronico11.

Il terzo messaggio, che ha avuto una certa risonanza, anche sulle agenzie di stampa e sui social, è stato quello relativo all'oscuramento in Italia del sito di Gutenberg project, effettuato dalla Guardia di finanza su ordine del giudice per le indagini preliminari di Roma, nell'ambito delle indagini sulla diffusione di copie pirata dei giornali italiani. Il provvedimento ha riguardato 28 siti che, «a fine di lucro (costituito dalla cessione dei dati personali a fine di pubblicità), distribuivano, trasmettevano e diffondevano in formato pdf, riviste, giornali e libri (beni tutelati da diritto d’autore), dopo aver acquisito illecitamente numerosissimi files informatici con il relativo contenuto, comunicandoli al pubblico»12.
Di primo acchito, i tre messaggi hanno ben poco in comune. Ma esaminando più da vicino le occasioni che li hanno originati, si nota come alla base vi sia una inadeguata documentazione delle risorse da parte dei cataloghi, che in taluni casi rende molto complessa la loro individuazione all'interno della massa delle notizie elettroniche, mentre in altri casi, causa descrizioni lacunose o assenti, costringe i lettori ad affidarsi a generiche indagini sui motori di ricerca.
Il difficile rapporto tra catalogo e digitale è stato oggetto negli ultimi anni di riflessioni avviate nell'ambito di comitati e gruppi di studio, riflessioni che sono state poi condivise con la comunità bibliotecaria grazie a conferenze e seminari e alla letteratura professionale. Le questioni sono tutt'altro che di semplice soluzione, in quanto vedono il sovrapporsi di fattori tecnologici, di norme di catalogazione, standard e formati, e di scelte procedurali. Offrire un panorama ragionato dell'impatto che il continuo e incalzante sviluppo delle tecnologie sta determinando sugli strumenti di lavoro e sui servizi offerti agli utenti, scenario quest'ultimo rispetto al quale la biblioteca è divenuta terreno di applicazione e di sperimentazione, nonché oggetto di accesi dibattiti, richiede ben altro spazio, così come non è qui possibile accertare se e in che modo i cambiamenti in atto nelle norme di catalogazione, nelle strutture di codifica dei dati e nei sistemi di reperimento dell'informazione siano rispettosi del compito di rappresentare gli elementi della notizia bibliografica, che è alla base dei principi di catalogazione.
Ci sembra opportuno prendere l'avvio da quella che Trombone chiama «la destrutturazione della notizia bibliografica» intesa come restituzione all’utente delle notizie catalografiche da parte degli OPAC di ultima generazione, tendenza che – vedremo successivamente - l'applicazione dei criteri di BIBFRAME non farà che esasperare. L’autrice cita, al riguardo di tale destrutturazione, Diego Maltese:

Le recenti proposte di destrutturazione del linguaggio di biblioteca, a vantaggio di una più estesa applicabilità di elementi granulari a strategie di ricupero di oggetti anche fuori dalle biblioteche, ignorano la ricchezza informativa del catalogo di biblioteca, che non ha il solo scopo di accertare se un dato libro è posseduto, ma tutti insieme gli altri scopi definiti da Cutter nelle due classiche funzioni di individuazione e di organizzazione dell'informazione catalografica. C'è differenza tra il catalogo di biblioteca e un archivio di dati. Attrezzare il Web semantico di uno specifico e persino sofisticato motore di ricerca di risorse di ogni genere è certamente importante, ma non è e non deve essere, a mio avviso, competenza della biblioteca13.

L’osservazione di Maltese rientra nella più ampia riflessione sui concetti di cosa sia dentro o fuori rispetto ai confini delle biblioteche e dei cataloghi e, di conseguenza, delle attività dei bibliotecari. Fornire dati per il web semantico è compito delle biblioteche? In caso di risposta affermativa, quanto questa attività deve essere considerata nodale tra quelle istituzionali delle biblioteche?
È meglio concentrare gli sforzi – intellettuali, progettuali e realizzativi – per migliorare gli strumenti di ricerca propri della tradizione bibliotecaria o affidare al mondo del web una parte più o meno ampia dell’indicizzazione e anche del recupero delle descrizioni delle risorse o delle risorse stesse, nel caso in cui queste siano risorse elettroniche? Tanto più che «altri attori prima non presenti sulla scena della gestione documentale irrompono prepotentemente e surclassano le biblioteche»14.
Il tabù della descrizione di risorse elettroniche e digitali nei cataloghi è stato pressoché assoluto per lungo tempo. Le motivazioni sono state diverse: all’inizio probabilmente, secondo uno schema che si è ripetuto ogni volta che si è presentata una nuova tipologia di materiale da descrivere, ci sono stati dubbi sull’opportunità che il catalogo dovesse descrivere questo genere di risorse. Successivamente, invece, i catalogatori hanno sperimentato alcune incertezze sui codici da usare per identificare il tipo di record e il tipo di materiale, incertezze dovute anche alla rapida evoluzione tecnologica e alla necessità di distinguere tra le nuove categorie nascenti di risorse elettroniche. Come ha detto Lucia Sardo, ispirandosi ad Angelus novus, il quadro di Paul Klee, lo stato d'animo del catalogatore dei nostri giorni, nel nostro Paese, peraltro troppo spesso sottoposto anche a condizioni di lavoro precarie, è spesso confuso perché «vede dietro di sé una mole impressionante di documenti, di dati catalografici a essi relativi, di oggetti digitali, di metadati, e si rende conto che nel frattempo non sta facendo altro che produrne ancora, mentre cerca di ragionare e riflettere su quello che sta facendo, come potrebbe farlo meglio»15.
Oggi sembrano essere due le categorie di risorse che rischiano di essere sottorappresentate o, peggio, rappresentate in maniera confusa nei cataloghi: si tratta delle digitalizzazioni e delle edizioni digitali di opere testuali disponibili gratuitamente nel web.
Per quanto riguarda le digitalizzazioni, quella di segnalarne l'esistenza anche tramite l’aggiunta di una nota corredata da un link nella descrizione dell’esemplare fisico dalla quale è stata tratta sembrerebbe una soluzione ottimale. Per il catalogatore si tratta di un’operazione che richiede pochi secondi, dal momento che è sufficiente inserire l’url dell’equivalente digitale in una nota o campo apposito. All’utente si garantisce che, una volta individuata la descrizione della risorsa fisica, conosca l'esistenza di un equivalente digitale.
Il campo MARC21 85616 è nato per segnalare la modalità di accesso alla risorsa elettronica descritta nel record; il secondo uso possibile era la segnalazione della localizzazione e dell’accesso alla versione elettronica di una risorsa analogica o di una sua parte o di una risorsa collegata. È interessante notare che già nel 1999 il Network Development and MARC Standards Office aveva sollecitato la comunità bibliotecaria a dichiarare se preferissero l’uso del 856 nel record bibliografico o nel record di posseduto. Le risposte propendevano per questa ultima soluzione17, nel caso in cui il sistema lo ammettesse, anche se poi per diversi motivi, tra cui lo scambio dei record, molte istituzioni usarono l’856 nel record bibliografico, nonostante i problemi che ciò avrebbe causato.

È dal 2011 che il progetto BIBFRAME, avviato su iniziativa della Library of Congress, cerca di sperimentare la tecnica dei linked data, mantenendo tuttavia la compatibilità con il patrimonio delle notizie MARC esistenti;

è evidente l'intento di sostituire MARC21 con una struttura bibliografica che sia un ambiente piuttosto che un formato e che sia agnostica rispetto alle regole catalografiche. La definizione di ambiente bibliografico [...] dovrebbe indicare una struttura di dati bibliografici basata sulle relazioni, costruita tecnologicamente sul Web e integrabile anche da contributi esterni alle tradizionali fonti catalografiche18.

Gli obiettivi di BIBFRAME sono davvero considerevoli:

Il nuovo modello di struttura bibliografico progettato si pone l'obiettivo di fornire le basi per il futuro della descrizione bibliografica. I principi su cui esso si fonda sono: la chiara differenziazione dei dati sul contenuto concettuale da quelli sulla manifestazione fisica di un oggetto bibliografico; l'ampio uso di sistemi di controllo di autorità per identificare in maniera inequivocabile gli elementi informativi; la rappresentazione delle relazioni esistenti tra le entità che ne favorisca l'uso in termini di navigabilità19.

Oggi la varietà di risorse non analogiche che è possibile descrivere nei cataloghi si è notevolmente ampliata. Il primo caso che vorremmo trattare è quello delle riproduzioni digitali, ossia di quegli oggetti che ripropongono sullo schermo del computer l’aspetto della risorsa analogica, grazie ad un processo di acquisizione digitale. Queste risorse potrebbero essere considerate gli equivalenti digitali dell’oggetto fisico alla stregua di fotocopie, microfilm e microfiche. Ma l’equivalente digitale può davvero essere considerato un equivalente della risorsa analogica dalla cui scansione è stato generato?
Vi sono numerosi fattori da tenere in considerazione.

  1. Dal punto di vista delle caratteristiche ‘fisiche’ della risorsa la risposta è negativa. La risorsa analogica, come, ad esempio, il libro cartaceo, ha delle caratteristiche fisiche che le sono proprie – il numero delle pagine, le dimensioni oppure il peso – e che non sono replicate nell’oggetto digitale. Le dimensioni in cm, la resa dei colori o il peso (questi ultimi dati non registrati in ambito catalografico) in ambito digitale vengono simulati e suggeriti, rispettivamente aggiungendo un righello alle immagini a video, un colorchecker o mostrando la consistenza del taglio del volume per rendere l’idea della sua ponderosità. Quando, invece, un viewer permette di raggiungere direttamente una specifica pagina, l’operazione è frutto della corrispondenza creata tra la specifica pagina numerata e l’immagine digitale corrispondente. L’equivalenza tra l’oggetto analogico e l’oggetto digitale è quindi ricostruita artificiosamente a beneficio di chi lo consulta dallo schermo.
  2. Anche dal punto di vista degli elementi descrittivi, la scansione di un oggetto cartaceo (ma potrebbe essere una pergamena o una tavoletta di argilla) produce una risorsa nuova con caratteristiche proprie, a partire dal nome. Solo ai primordi delle digitalizzazioni si pensava che nominare l’oggetto digitale usando il nome della risorsa analogica (ad esempio il titolo) potesse essere una soluzione adeguata. Sono anni ormai che il file naming segue dei criteri slegati dagli identificativi della risorsa20.
    Per l’oggetto digitale come risorsa in sé, non come surrogato della risorsa analogica, oltre ad un nome che le è proprio, può essere identificato un creatore, ossia l’istituzione che ha promosso il progetto di digitalizzazione, così come potrebbe essere possibile individuare l’entità responsabile della sua realizzazione materiale (ad esempio la ditta che si è occupata della scansione).
  3. Un altro elemento cruciale per una descrizione completa e corretta è la data di realizzazione della risorsa. Nel caso di digitalizzazioni, è assai improbabile che essa coincida con quella della risorsa analogica (la questione dei diritti d’autore è anzi una delle ragioni per cui viene privilegiata la scansione di risorse meno recenti), per non parlare di casi in cui le digitalizzazioni fanno parte di appositi progetti di preservazione di originali molto antichi. Il divario quindi tra la data di creazione dell’oggetto fisico e quella dell’oggetto digitale è sostanziale.

Queste prime considerazioni ci portano a riflettere come non sia opportuno subordinare l’esistenza e la ricercabilità delle cosiddette ‘riproduzioni digitali’ ai loro omologhi analogici. Questo però è quanto regolarmente accade. Nessun catalogo descrive gli oggetti digitali derivati per quello che sono, ossia insieme di immagini con caratteristiche tecniche specifiche. Eppure, nulla vieterebbe di collegare l’oggetto analogico all’oggetto digitale derivato attraverso modalità chiare per gli utenti21.
Come infatti è un diritto di questi ultimi poter individuare l’esistenza di una o più digitalizzazioni a partire dalla descrizione della risorsa analogica, deve essere consentito loro di ricercare e filtrare le risorse digitali per le caratteristiche che sono loro proprie, come la data di realizzazione, elemento che può influire in maniera determinante sulla qualità delle immagini e sui servizi di corredo, o come le caratteristiche tecniche delle immagini (master e derivate) che costituiscono la scansione. Gli utenti potrebbero essere interessati, oggi e ancor più in futuro, a ricercare gli oggetti creati in un determinato periodo, nell’ambito di uno specifico progetto o con caratteristiche tecniche specifiche, non in quanto surrogati, ma in quanto oggetti portatori di significati altri rispetto a quelli dell’oggetto analogico. Restano ancora da valutare compiutamente le implicazioni dell'applicazione delle nuove tecniche informatiche al trattamento dei dati, sia ai fini del popolamento degli archivi, sia in fase di restituzione all'utente in modalità di ricerca22.
Le caratteristiche, inoltre, non hanno sempre connotati di invariabilità: col passare del tempo, se è poco probabile che la stessa istituzione decida di effettuare una nuova scansione di un esemplare, è possibile che alcune caratteristiche delle immagini, in particolare quelle messe a disposizione del web, vengano modificate, come il formato del file, o che ne venga innalzata la qualità, e quindi il peso, in considerazione delle maggiori performance dei computer e delle connessioni a disposizione degli utenti.
Ci sono altri elementi che hanno una grande rilevanza in termini di consultabilità e che sono spesso collegati al contesto di visualizzazione: basti pensare alla presenza o meno di un menù che fornisca la struttura del documento, oppure a funzionalità come lo zoom, l’OCR, strumenti di modifica dell’immagine (contrasto, luminosità, ecc.), possibilità di visualizzazione contestuale di pagine diverse, possibilità di download di immagini ad alta risoluzione ed altro.
La presenza o meno di un sommario navigabile o, meglio ancora, della struttura del documento con l’indicazione delle pagine o delle illustrazioni, può rendere più o meno facilmente consultabile la riproduzione, specialmente nel caso di libri costituiti da centinaia di pagine23. Lo stesso vale per quei testi che, essendo stati sottoposti all’OCR, permettono di individuare l’occorrenza di un termine o di parte di esso all’interno di un volume. Questa funzionalità, ad esempio, non trova riscontro nell’equivalente cartaceo e si configura come una delle caratteristiche degli oggetti digitali di maggiore impatto sul pubblico24.
In tutti i casi in cui siano disponibili più risorse digitali ottenute dalla scansione di un equivalente cartaceo, sarebbe quindi molto utile fornire anche una descrizione dei servizi disponibili nei diversi viewer o sulle piattaforme che ospitano questi oggetti. Considerando la questione da un punto di vista diacronico, la descrizione di questi servizi è tanto cruciale quanto soggetta a obsolescenza: le interfacce, le funzionalità e i software cambiano di pari passo con la tecnologia disponibile e stare dietro a queste evoluzioni è sicuramente complesso, specialmente se il lavoro di aggiornamento viene affrontato con procedure convenzionali.
Tornando alla descrizione della risorsa digitale, è evidente che non solo è corretto far comprendere chiaramente a chi fa ricerche a quale esemplare corrisponda la digitalizzazione, ma anche se della stessa scansione siano disponibili versioni con funzionalità differenti su diverse piattaforme25.
Descrivere un oggetto digitale attraverso le caratteristiche che gli sono proprie, quindi non come semplice surrogato dell’oggetto analogico, darebbe la possibilità di far agire in fase di ricerca filtri appositi, ma anche di creare collegamenti più significativi tra la risorsa cartacea e quella digitale.
Se si prende come riferimento la modalità in cui il catalogo di SBN gestisce la presenza di digitalizzazioni, si osserva che, al momento, queste vengono segnalate nella sezione Dove si trova di seguito al nome della biblioteca che possiede l’esemplare. Si tratta di una soluzione certamente corretta dal punto di vista catalografico, ma di scarso impatto per l’utente, anche se un importante passo avanti è costituito dalla presenza, nella ricerca avanzata, dell’opzione Disponibilità formato digitale che, in fase di visualizzazione dei risultati, genera la faccetta Digitale - documenti.
Comunque si tratta di scelte che privilegiano la risorsa cartacea e che relegano quella digitale ad una condizione di subalternità. A voler fare un paragone, sarebbe come segnalare l’esistenza di una ristampa anastatica in una nota della descrizione del libro antico che essa riproduce. Sia la ristampa anastatica che la digitalizzazione ‘rappresentano’ risorse esistenti ma attraverso modalità diverse, la carta patinata al posto della pergamena e i pixel al posto della carta.
Nel caso in cui, in futuro, il numero di digitalizzazioni aumentasse e si volesse darne una adeguata ed autonoma rappresentazione nel catalogo, si dovrebbe ricorrere ai dati contenuti nelle rispettive biblioteche digitali, quando disponibili, per creare dati descrittivi autonomi, che poi dovrebbero essere correttamente collegati alla risorsa rappresentata.
In realtà, nella maggioranza dei casi, si può ipotizzare che l’utente non sia interessato ad esaminare la riproduzione di uno specifico esemplare, quanto piuttosto dell’edizione, per cui sarebbe soddisfatto di poter consultare l’equivalente digitale di un qualsiasi esemplare. In molti altri casi, invece, il suo interesse è rivolto al testo, al contenuto, a prescindere dalla specifica edizione. Per soddisfare questa ampia percentuale di ricerche, basterebbe segnalare, ossia descrivere, all’interno del catalogo, l’esistenza di un testo o di una sua traduzione in uno dei grandi progetti che offrono opere che sono ormai fuori dal diritto d’autore, come il Progetto Gutenberg o LiberLiber26. Questa attività sicuramente meritoria non viene svolta dalle biblioteche italiane, con alcune rare eccezioni27. Agli albori di internet furono avviati numerosi progetti di descrizione nei cataloghi di risorse web (principalmente siti rilevanti ed autorevoli), poi abbandonati per la scarsa sostenibilità, per la difficoltà di effettuare la selezione e per l’instabilità degli url28.
Le motivazioni che spingono a non segnalare all’interno dei cataloghi l’esistenza sul web di testi digitali non più sottoposti al diritto d’autore e liberamente disponibili sul web possono essere diverse. La prima è che sono comunque recuperabili tramite i motori di ricerca, motivazione senz’altro corretta, ma che non considera quanto sarebbe più comodo poter trovare una informazione del genere nel contesto che le è più proprio. È nel catalogo, infatti, che si può legittimamente pensare di trovare libri e testi e se l’accesso è quello immediato garantito dalla disponibilità online, meglio ancora. La mancata segnalazione può anche dipendere dal fatto che esse non vengano percepite come risorse della biblioteca e che perciò non sia opportuno dedicare alla loro catalogazione tempo prezioso, anche alla luce del fatto che è impossibile garantire nel tempo la qualità di una risorsa web, nonché la sua stessa esistenza. In linea di principio entrambi i ragionamenti sono corretti, anche se alcune biblioteche digitali di testi sono ormai progetti di tale rilevanza da garantire, di per sé stessi, qualità e persistenza. Quanto agli e-book e all’editoria digitale ci sarebbe da riflettere sul fatto che, a prescindere dalla mancanza di fondi, il senso di bibliografia nazionale è scomparso e quindi non è più tutelata la conservazione per la futura consultazione della produzione letteraria e artistica del Paese.
Esiste una terza categoria di risorse che, a parte alcune eccezioni, risultano inesistenti nei cataloghi (in particolare nei grandi cataloghi): si tratta delle risorse online che le biblioteche acquisiscono non in modo persistente, come l’e-book singolo acquistato dal sito dell’editore, ma tramite abbonamenti annuali. Si tratta di quelle decine di migliaia di banche dati, periodici elettronici ed e-book sulle quali le biblioteche investono ormai la parte più consistente del proprio budget. A livello nazionale, scoprire chi possiede l’accesso ad una banca dati richiede la conoscenza del panorama bibliotecario italiano e, in alcuni casi, una buona rete di conoscenti che lavorano nel settore. Non esiste, infatti, un catalogo nazionale che censisca queste risorse e chi effettui ricerche senza ottenere risultati potrebbe ragionevolmente supporre che in nessuna biblioteca quella risorsa sia disponibile. Le ragioni di questo stato di fatto sono molteplici. In primo luogo, l’accesso a queste risorse è nella quasi totalità dei casi, limitato agli utenti dell’istituzione acquirente tramite riconoscimento dell’ip o dell’utente tramite identificativo e password. Ci si potrebbe chiedere, quindi, quale senso abbia segnalare il possesso di una risorsa che poi risulta inaccessibile ai più. Ancora una volta, per fare un paragone irriverente, si potrebbe dire lo stesso per alcuni libri antichi o rari, la cui consultazione è ristretta ad un numero molto limitato di esperti e studiosi: perché descriverli in un catalogo aperto a tutti se poi solo pochi hanno effettivamente diritto ad accedervi?
Una seconda motivazione consiste nella volatilità del possesso di queste risorse: in molti casi gli abbonamenti sono di durata annuale e si corre sempre il rischio, per tagli di budget o in considerazione dello scarso utilizzo di una risorsa, di non rinnovare l’abbonamento. A maggior ragione questo vale per quegli e-book, si parla a volte di decine di migliaia di titoli, che vengono acquistati in pacchetti precostituiti dai fornitori. Il contenuto di questi pacchetti cambia di anno in anno, grazie anche a politiche che permettono alle biblioteche di selezionare i titoli più gettonati per farli entrare a far parte della collezione della biblioteca. Per dare opportuno rilievo catalografico a questi titoli, è impensabile procedere alla descrizione esemplare per esemplare. Occorre, invece, ottenere dal fornitore i dati descrittivi corrispondenti, per poi caricarli in modo massivo nel database catalografico. Questa attività richiede però una verifica della qualità dei dati di autorità presenti, per fare in modo che la struttura sindetica del catalogo sia preservata, ma anche un certo tempismo. I dati devono essere caricati e sostituiti a stretto giro di tempo rispetto all’effettiva disponibilità del pacchetto, pena l’inutilità dell’operazione. Ovviamente anche per i libri elettronici vale la clausola dell’accessibilità riservata a quanti abbiano un legame con l’istituzione o le istituzioni che li possiedono. Un discorso a parte meritano, invece, i periodici elettronici, che vengono spesso descritti a livello catalografico solo in portali ad hoc, come ACNP, mentre la consistenza e la disponibilità di una versione online vengono segnalate solo in alcuni casi, nei cataloghi ‘tradizionali’.
La presenza delle digitalizzazioni all’interno dei cataloghi non è una semplice questione catalografica, ma riguarda un tema più ampio, ossia quello del rapporto tra mondo delle biblioteche e mondo ‘esterno’, ovvero del posizionamento delle nostre attività di bibliotecari.
In quest'ottica, una questione cruciale riguarda le scelte ed in particolare la definizione del confine che separa quanto debba essere descritto perché posseduto e quanto abbia valore in relazione alla sua utilità per gli utenti.
Il dilemma si collega all’idea della Biblioteca come istituzione, della sua missione, del ruolo e delle funzioni che deve assolvere verso gli utenti. E quando parliamo di funzioni non intendiamo riferirci soltanto a chiarire, ed eventualmente ridefinire, il rapporto e i servizi che connettono le categorie di utilizzatori che ciascuna tipologia di biblioteca è chiamata a servire, ma anche individuare il ruolo - civile, culturale, ludico, sociale - che la biblioteca assolve nel contesto umano e ne giustifica la presenza, quello che convince i lettori a servirsene e gli amministratori a finanziarne le attività, nonché dare sostanza a quanto sostiene David Lankes quando afferma che le biblioteche dovrebbero essere ‘conversazioni’, ossia realtà partecipative che siano in grado di migliorare le nostre società29.
In questo modo si intende fare del catalogo ‘il’ luogo per la ricerca di opere, in particolare di natura testuale, risparmiando all’utente la fatica di ripetere la ricerca nel mondo, spesso confuso, del web. Dove si situa, allora, il confine tra i bisogni catalografici della biblioteca, esaudibili attraverso norme e prassi ormai tradizionali, e la possibilità di offrire i propri dati al mondo del web semantico a costo però di modificarne la struttura e anche la logica?
La complessa vicenda dell'elaborazione di modelli concettuali è finalizzata, da un lato, a sfruttare al meglio le architetture degli archivi elettronici e il modo in cui i software trattano e strutturano i dati e, dall'altro lato, a permettere agli utenti di dialogare con il catalogo, riuscendo a gestire l'enorme mole di notizie e informazioni che, senza specifici accorgimenti, rischiano di ostacolare, più che favorire il soddisfacimento dei loro bisogni informativi. I bibliotecari italiani sono stati tra i primi, al di fuori del mondo angloamericano, a discutere di FRBR in un memorabile seminario tenutosi a Firenze nel 2000 e a disporre della traduzione predisposta più o meno contemporaneamente dall'ICCU. IFLA LRM, approvato al Convegno IFLA del 2017 e pubblicato poco dopo, si pone l'obiettivo di armonizzare, all'interno di una nuova modellizzazione che presenta livelli di astrazione più alti, i modelli funzionali della famiglia FR (FRBR, FRAD e FRSAD), per fungere da riferimento teorico per gli standard della metadatazione, come, ad esempio, RDA30.
Parlando delle questioni che RDA, Resource description and access, pone per il fatto di essere stato pensato alla stregua di uno ‘strumento’ versatile utilizzabile nel web semantico, di conseguenza basato su principi e modelli condivisi, indipendente dalla tecnologia usata e applicabile a qualsiasi tipo di medium e di risorsa in qualsivoglia tipologia di istituzione culturale, Sardo sottolinea che ci si trova di fronte ad un primo passo in direzione di un nuovo modo di concepire le attività di catalogazione e di costruzione dei cataloghi che, per dispiegare la propria efficacia, necessita il superamento di una serie di sfide impegnative. Innanzi tutto, vi è il ripensamento dei dati catalografici e della loro organizzazione, non ancora del tutto avvenuta, anche a motivo della grandissima quantità di dati catalografici codificati con modalità che non sono adatte alla realtà del web semantico e che non sempre possono essere ricodificati con procedure automatizzate. Poi, sul versante tecnico, viene richiesta l'apertura dei sistemi verso le altre realtà e in funzione di una più diffusa condivisione dei dati (probabilmente questa è la sfida che pone meno problemi, se si esclude quello di dover porre mano al software con costi che in quasi tutti i Paesi, vista la contingenza, risultano impegnativi, ancorché le biblioteche godano ancora dell'attenzione degli amministratori). Infine, ed è questa in ultima analisi la sfida più importante, va affrontata una seria riflessione sulla natura e sulla finalità delle biblioteche e dei cataloghi in un mondo radicalmente cambiato rispetto a quello a cui eravamo abituati fino a pochi anni fa.
Linked data e linked open data, RDA, BIBFRAME, Schema.org sono approcci e soluzioni di natura molto diversa, che hanno in comune l’obiettivo di aprire i dati esistenti e quelli continuamente creati dalle biblioteche e renderli disponibili al mondo del web. Questi progetti sono però impegnativi sia in termini di elaborazione e sviluppo teorico, che di applicazione tecnico-pratica da parte delle biblioteche e dei bibliotecari31. Il web semantico è, ovviamente, lo scenario entro il quale si collocano i cataloghi e i dati catalografici, ma la struttura consente di aggiungere estensioni atte a garantire il livello di dettaglio necessario per descrivere risorse che abbiano caratteristiche di particolarità.

Con LRM il Gruppo di lavoro dell'IFLA ha fatto tesoro di discussioni (e verifiche) ventennali su FRBR e ha voluto redigere un testo che si ponesse come parte dell'infrastruttura per il web semantico. La presenza e l'integrazione nel web semantico dei dati relativi alle risorse di una biblioteca è il trend tipico del nostro tempo e rappresenta un'opportunità che può portare a sviluppi interessanti a vantaggio delle biblioteche stesse e soprattutto degli utenti32.

A prescindere dall’impegno che la comunità bibliotecaria sta mettendo in questi progetti, viene da chiedersi quanto il mondo esterno, in particolare proprio quello del web semantico, sia ricettivo nei confronti dei dati catalografici e sia consapevole tanto della qualità degli stessi dati, quanto degli sforzi in atto per far sì che tutto ciò accada.
Sicuramente in molti casi non ha giovato il fatto che, se le biblioteche sono abituate alla condivisione dei dati su scala nazionale o anche internazionale, la produzione di dati si caratterizza come una produzione locale, seppur molto spesso di alta qualità. I dati creati localmente, nella maggioranza dei casi, confluiscono in contesti più ampi di valenza nazionale o internazionale. Forse questo modello organizzativo si adatta poco al caso in cui i dati debbano essere pubblicati nel web per il web. Forse serve una centralizzazione più spinta, intesa non come il prodotto di un ente unico che svolga il lavoro per tutti, ma come il frutto del coordinamento di istituzioni specializzate che, occupandosi ciascuna di uno specifico ambito disciplinare, assicurino un trattamento catalografico della massima qualità possibile, applicando un modello organizzativo ispirato ai funnels. La catalogazione partecipata non implica, infatti, di per sé una ripartizione dei ruoli e delle responsabilità per competenze.
Si tratta di comprendere le modalità con cui le biblioteche comunicano con i propri utenti e soprattutto con la politica, gli stakeholder e i suoi finanziatori, e di individuare gli argomenti più convincenti e soprattutto più rispettosi dei principi e delle finalità che le biblioteche si sono assegnate nel corso degli anni, collocando al centro della riflessione la questione etica. È una specificità della biblioteca che va ribadita con forza e difesa quella di garantire a tutti con ogni sforzo l’accesso alla conoscenza e la fruizione del patrimonio documentale33.
Interrogandosi sui principi e sulle funzioni del catalogo, alla comunità bibliotecaria spetta definire dove si situi il confine tra il soddisfacimento dei bisogni degli utenti e la volontà di offrire loro un’esperienza di ricerca che vada oltre l’informazione sulla disponibilità o meno di un volume e apra invece, nel rispetto della sostenibilità, le porte ai dati e alle conoscenze presenti nel mondo del web.


NOTE

1 Mariela Ferrada Cubillos, Recursos de información en español sobre prevención y actuación en casos de desastre en bibliotecas y archivos. Providencia, Santiago (Chile): Departamento de gestión de información de la Universidad tecnológica metropolitana, 2010. In particolare vedi: Bibliografía complementaria, p. 18-20, https://tinyurl.com/y2eddyzj.
2 Le iniziative sono state molto numerose e sarebbe qui impossibile fornire un riferimento per ciascuna di esse. Ci limitiamo a segnalare Ministero della salute, Covid-19. Situazione in Italia, https://tinyurl.com/tc3cq57. Per quanto riguarda l'applicazione di tecnologie GIS, una mappa interattiva per la visualizzazione della situazione relativa al monitoraggio sanitario sul coronavirus nelle province e regioni d’Italia, è stata realizzata dagli esperti di Esri Italia con l'applicazione del sw proprietario ArcGIS a partire dai dati forniti da Protezione civile, Ministero della salute e regioni, con il coordinamento del Dipartimento della protezione civile (https://tinyurl.com/yxj56zo8).
3 Tra le piattaforme che hanno goduto di maggior fortuna citiamo Zoom (https://zoom.us/), Meet (https://meet.google.com/), Microsoft teams (https://tinyurl.com/yxl6kdaa). Tra i software nati specificamente per l'apprendimento ricordiamo Moodle (https://moodle.org/?lang=it).
4 Anche in questo caso una ricognizione esaustiva risulta impossibile. Citiamo, a mo' di esempio, la sezione Ipervisioni realizzata dalle Gallerie degli Uffizi (https://www.uffizi.it/mostre-virtuali) e la sezione Raffaello oltre la mostra organizzata dalle Scuderie del Quirinale, nella quale è possibile ascoltare il racconto dei curatori e partecipare virtualmente agli incontri che si erano tenuti a palazzo Altemps prima dell’apertura al pubblico dell’esposizione. Tra i numerosi altri contributi pillole video di approfondimento delle opere e delle grandi tematiche relative all’arte di Raffaello, video-passeggiate all’interno delle sale, arricchite da dettagli e curiosità sulle opere, e incursioni nel backstage, con il racconto dell’allestimento e approfondimenti su aspetti più particolari e specifici dell'opera di Raffaello e sul Rinascimento (https://www.scuderiequirinale.it/pagine/raffaello-oltre-la-mostra).
5 Sul canale Rai5, e successivamente sulla piattaforma Rai Play, sono stati trasmessi documentari, inchieste, estratti dalle Teche Rai, serie e programmi prodotti in decenni di attività dalla televisione di stato. Citiamo, a mo' di esempio: la versione integrale di Lehman trilogy di Stefano Massini, una ballata in tre parti sulla omonima famiglia di banchieri, grande produzione del Piccolo teatro di Milano e ultima regia di Luca Ronconi, che morì proprio durante le ultime repliche, con un cast di attori di primo ordine; il Ballo Excelsior di Luigi Manzotti, su musica di Romualdo Marenco, nella versione andata in scena nel 2002 al Teatro degli Arcimboldi di Milano per la Stagione della Scala. Sul palcoscenico le étoiles Roberto Bolle, Marta Romagna, Riccardo Massimi.
6 Ricordiamo, a tal proposito, MLOL (Media library online) e Rete Indaco (integrato con la piattaforma Sebina). Entrambi i servizi offrono l'accesso ad e-book, video, audiolibri, articoli, film, musica, videogiochi, corsi, lezioni universitarie.
7 Non è questa la sede per discuterne, ma non si può non fare accenno, nel prendere in considerazione le biblioteche pubbliche, anche alle preoccupate riflessioni condivise da Sari Feldman, già presidente della Public Library Association (2009-2010) e dell'American Library Association (2015-2016), nonché co-chair del Digital Content Working Group dell'ALA dal 2011 al 2014, a poche settimane dal suo pensionamento da direttore della Cuyahoga County Public Library di Cleveland, Ohio. «Recenti sviluppi [...] fanno prevedere tempi oscuri [a grim future] per i contenuti digitali delle biblioteche. Quando e dove noi bibliotecari e con noi quanti sostengono le biblioteche metteremo dei paletti? Quando proclameremo che il sistema delle licenze e la politica dei prezzi sono diventati troppo oppressivi?». Sari Feldman si riferisce qui alle pratiche messe in atto dai colossi editoriali che rendono sempre più problematica la capacità delle biblioteche pubbliche di ampliare adeguatamente le proprie collezioni e di assicurare ai lettori l'effettiva libertà di accedere a tutte le fonti ritenute da ciascuno necessarie per ampliare le proprie conoscenze (Sari Feldman. Libraries must draw the line on e-books, «Publishers weekly. Job zone», 12 luglio 2019, https://tinyurl.com/y474dv5p).
8 Sempre a Sari Feldman dobbiamo una riflessione interessante sulle biblioteche pubbliche in questa fase dell'emergenza. Essa si domanda quanto alcune delle caratteristiche che hanno connotato la natura stessa delle biblioteche, come l'essere uno spazio aperto all'accesso libero da parte di lettori, anche non iscritti al prestito, e di favorire l'accesso alle proprie collezioni mediante il prestito potranno essere condizionate a lungo termine dalle regole del distanziamento sociale e, ancor più, dalle paure degli utenti. Lo spirito dell'articolo – segnalato sulla lista da Andrea Capaccioni (post del 20 aprile 2020), che è anche autore della traduzione del testo che segue – è racchiuso nelle righe finali: «Alcuni osservatori hanno soprannominato questa crisi la "grande pausa". Ma credo che i bibliotecari non possano fermarsi. I bibliotecari non possono stare seduti e aspettare di riaprire le porte della biblioteca. Dobbiamo prenderci questo tempo per iniziare a pensare come le biblioteche pubbliche funzioneranno in una società che sarà certamente cambiata a breve termine, e potrebbe essere cambiata per sempre» (Public libraries after the pandemic, «Publishers weekly. Job zone», 17 aprile 2020, https://tinyurl.com/y9r9oecu).
9 Una interessante lettura è Sempre più in rete. Le biblioteche ai tempi del Covid-19: creative, coordinate, al servizio dei cittadini, un rapporto prodotto con il coordinamento del CSBNO (https://tinyurl.com/yctf9jgs), segnalato in AIB-CUR da Gianni Stefanini (post del 12 giugno 2020). Il documento nasce dal desiderio di testimoniare quanto ricchi e variegati siano stati i servizi delle biblioteche aderenti durante il lockdown, quando l’inaccessibilità delle sedi ha spinto le bibliotecarie e i bibliotecari a riconfigurare l’offerta tradizionale e a trovare nuovi modi per stare vicino alle persone trovatesi all’improvviso particolarmente bisognose non solo di informazioni, ma anche di opportunità legate alla cultura, all’intrattenimento o di semplice contatto umano. Allo stesso tempo esso risponde alla richiesta delle amministrazioni dei comuni della rete, interessate a vedere documentato e giustificato il lavoro dei quasi 100 dipendenti di Csbno e dei bibliotecari comunali, che in questo periodo, anziché essere messi in ferie o destinati ad altri uffici, hanno continuato a lavorare. Si veda anche Attività e servizi delle biblioteche durante la pandemia: cosa ci dicono i dati, un dialogo online tra esperti svoltosi il 2 luglio 2020 e coordinato da Vittorio Ponzani, nell'ambito della serie "Aperitivo in biblioteca" (https://vimeo.com/435548057).
10 Messaggio di Stella liviacastelli@gmail.com inviato mercoledì 15 aprile 2020 a: AIB-CUR@list.cineca.it Oggetto: Ricerca: digitalizzazioni edizioni XVI secolo.
11 Messaggio di Dino Simone via aicrab-list@googlegroups.com del 25.04.2020. Di seguito la riflessione che qui interessa: «Il progetto ha prodotto anche 3.500 nuove immagini e che queste sono disponibili con 2 livelli di accesso, il primo intuitivo per categorie sul sito, il secondo in catalogazione semantica nell'OPAC e all'interno della BNCF anche per motivi di diritti di autore. Questa struttura, secondo me, potrebbe essere la base per altri progetti che portano l'utente del web a diventare lettore della biblioteca. Nel senso che la biblioteca potrebbe comunicare esplicitamente sul sito a un pubblico che si è già autoselezionato e quindi già ‘incuriosito’ e ben disposto ad approfondire qualche aspetto. Immagino sarebbe più semplice comunicare con successo a questo target la possibilità di personalizzare la ricerca in modo più selettivo attraverso il catalogo. E naturalmente dentro la biblioteca dovrebbe trovare tutta la assistenza per questo "upgrade" verso il catalogo: non più procedura noiosa e complicata ma strumento utile per scoprire il materiale fisico posseduto che mi interessa!».
12 La questione è illustrata nel comunicato rilasciato dall'Osservatorio AIB sulla censura, al quale qui si rimanda (Per l’immediato ripristino dell’accesso a Project Gutenberg, 28.05.2020, https://www.aib.it/attivita/2020/82486-ripristino-accesso-project-gutenberg/).
13 Antonella Trombone, Principi di catalogazione e rappresentazione delle entità bibliografiche. Roma: Associazione italiana biblioteche, 2018, p. 10-11.
14 Lucia Sardo, La catalogazione: storia, tendenze, problemi aperti. Milano: Editrice bibliografica, 2017, p. 9.
15 Ibidem.
16 Guidelines for the use of field 856. Revised august 1999, https://www.loc.gov/marc/856guide_august1999.html.
17 Tra le motivazioni addotte «Ownership to an electronic resource may vary by institution; such access information belongs in local holdings; The holdings record is a means to bring together various versions; Use of a single record approach for the bibliographic item has been implemented widely; this practice makes it clearer to use holdings for the specific versions; Having a hotlinked 856 field in holdings forces user to think of it as holdings information, and to separate information about the universal bibliographic item; The ‘universal URL’ that is for general access and any general information on access in note fields should be in the bibliographic record; specific local access URLs should be in holdings (although this may result in unpredictability); Bibliographic field 856 might usefully be limited to links that do not apply to the entire bibliographic item (e.g. finding aid, table of content, abstract)».
18 A. Trombone, Principi di catalogazione e rappresentazione delle entità bibliografiche cit., p. 218-219.
19 Ivi., p. 219.
20 Nei contesti SBN, l’uso del BID nel file naming non permette di dare conto dell’esemplare effettivamente digitalizzato, così come l’uso del numero di inventario attribuito all’oggetto analogico crea problemi nel caso dei periodici.
21 Tra le integrazioni e gli aggiustamenti che LRM ha comportato a RDA vogliamo qui segnalare che, per garantire maggiore conformità all'ontologia FRBR ora incorporata in LRM, «la riproduzione elettronica dell'item viene ora considerata una relazione tra item e manifestazione», Mauro Guerrini; Lucia Sardo, IFLA Library reference model (LRM): un modello concettuale per le biblioteche del XXI secolo. Milano: Editrice bibliografica, 2018, p. 197.
22 A. Trombone, Principi di catalogazione e rappresentazione delle entità bibliografiche cit.
23 Si veda il caso di queste centinaia di immagini di conchiglie non ricercabili se non scorrendo pagina per pagina, https://tinyurl.com/y3jrkcvx.
24 A titolo di esempio si veda la riproduzione digitale di Busch, Frank. August Graf von Platen - Thomas Mann: Zeichen u. Gefühle (München: Fink, 1987) sul sito della Deutsche Digitale Bibliothek, https://tinyurl.com/y6zjl7pg. Oltre alla ricerca a testo libero, l'utente dispone di una ricerca per nomi di persone, luoghi e documenti correlati.
25 Si possono confrontare le modalità di visualizzazione di una medesima digitalizzazione dell'edizione dei Trionfi di Francesco Petrarca stampata a Venezia da Bartholamio de Zani da Portese, nel 1497 adi 30 agosto (esemplare della Biblioteca Casanatense di Roma) nella Biblioteca digitale BEIC (https://tinyurl.com/yyul7nty) e in Biblioteca italiana (http://www.bibliotecaitaliana.it/scheda/ip00392000). Il viewer della BEIC consente la visualizzazione a pieno schermo e nelle dimensioni originali della carta in JPG e JPG2000 e funzioni di rotazione ed ingrandimento, nonché la stampa nel formato prescelto. La notizia presente in BEIC dà anche accesso alla registrazione in formato MARC21, alle corrispondenti notizie nell'Incunable short title catalogue (ISTC) e nel Gesamtkatalog der Wiegendrucke (GW), nonché alle edizioni antiche e soprattutto moderne dell'opera petrarchesca in WorldCat (è da notare che dell'edizione risulta qui descritto con l'identificativo 934381996 l'esemplare posseduto dallo Staatliche Museen zu Berlin, Preußischer Kulturbesitz, Kunstbibliothek). Dalla scheda presente in Biblioteca italiana si può accedere, invece, ai file METS e MAG della riproduzione digitale.
26 La segnalazione sarebbe tanto più opportuna in considerazione del fatto che entrambe le risorse offrono di un'opera più formati di pubblicazione (HTML, epub, Kindle, RTF, TXT, con o senza illustrazioni e talvolta persino in forma di audiolibro). In più LiberLiber correda la propria descrizione catalografica con dati di natura gestionale che documentano le responsabilità intervenute nel processo di creazione, impaginazione, pubblicazione e revisione del testo, dichiarandone anche il grado di affidabilità.
27 Le edizioni digitali non sono quasi mai frutto di uno studio originale sul testo dell'opera che viene pubblicata, ma ricavano il testo da una edizione particolarmente accurata ed affidabile, come ad esempio dall'edizione nazionale delle opere di quell'autore. La soluzione di collegare l'accesso all'edizione digitale direttamente alla notizia della edizione dalla quale la prima è stata ricavata è scorretta per almeno due ragioni: innanzi tutto perché quella digitale si può considerare, in virtù delle scelte operate in fase di marcatura, una edizione vera e propria distinta dall'altra, alla quale può venire senz'altro correlata, ma non certamente collegata in qualità di manifestazione; in secondo luogo perché l'edizione digitale, per le note questioni del copyright, non comprende le parti (introduzioni, commenti, note, postfazioni, indici e bibliografia, che ricadono sotto responsabilità ancora non liberamente pubblicabili. Come correttamente informa Biblioteca italiana nell'header XML TEI dell'edizione della Divina commedia basata sull'edizione nazionale curata da Giorgio Petrocchi (http://www.bibliotecaitaliana.it/scheda/bibit000019): «Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione digitale».
28 Una iniziativa della Biblioteca Angelo Monteverdi presso l'Università La Sapienza di Roma, a suo tempo molto apprezzata dagli studenti, fu la catalogazione sul software TinLib delle edizioni digitali del canone della letteratura italiana per mezzo di notizie distinte da quelle delle pubblicazioni cartacee delle medesime opere.
29 La catalogazione: storia, tendenze, problemi aperti di Lucia Sardo. Intervista all’autrice, https://www.letture.org/la-catalogazione-storia-tendenze-problemi-aperti-lucia-sardo.
30 M. Guerrini; L. Sardo, IFLA Library reference model (LRM): un modello concettuale per le biblioteche del XXI secolo cit.
31 La continua evoluzione di RDA sembra sintomatica di qualcosa che non va nell’esatta definizione dello scenario. Il vizio iniziale consiste nella mancanza di una precisa definizione sui principi, «considerare e trattare le individuazioni e le transazioni relative ad opere ed autori come fossero questioni riconducibili a funzioni meramente bibliotecarie o biblioteconomiche […] non poteva condurre che una serie di cul-de-sac». Alfredo Serrai, recensione a Antonella Trombone, Principi di catalogazione e rappresentazione delle entità bibliografiche, «Bibliothecae.it», 8 (2019), n. 1, p. 375.
32 M. Guerrini; L. Sardo, IFLA Library reference model (LRM): un modello concettuale per le biblioteche del XXI secolo cit., p. 198-199.
33 L. Sardo, La catalogazione: storia, tendenze, problemi aperti cit.