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L’altra metà dell’editoria: le professioniste del libro e della lettura nel Novecento
(Milano, 23-26 novembre 2020)

Angelica Cremascoli

Introduzione

Frutto della collaborazione tra Centro Apice, Dipartimento di studi storici dell’Università degli studi di Milano e Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, il convegno di giovani studiosi e studiose “L’altra metà dell’editoria: le professioniste del libro e della lettura nel Novecento” si propone di affrontare un tema tanto importante quanto paradossalmente inesplorato: il ruolo delle donne nell’editoria del Novecento, riferendosi non tanto alle autrici, su cui esistono molte ricerche, ma piuttosto a quelle figure che, in modo silenzioso, discreto e spesso senza lasciare traccia apparente, in qualità di redattrici, illustratrici, traduttrici e bibliotecarie, hanno avuto un ruolo tutt’altro che secondario nello scoprire autori e autrici, nel promuovere opere, nel curare collane e divulgare buone pratiche, come quella della lettura.
Una parte di loro è senza nome. Come scrive Antonia Arslan, queste donne avvolte nella nebbia compongono «una galassia sommersa che attende ancora di essere esplorata»1. Un’esplorazione che si dimostra sempre più necessaria, impellente, dal momento che grande è stato il loro apporto alla cultura, sebbene pochissime siano riuscite a raggiungere i vertici dell’industria editoriale. A rilevarsi è una marginalizzazione che si può osservare ancora oggi: una recente inchiesta, per esempio, mostra come le donne affollino sì il mondo dell’editoria, ma spesso relegate ai ruoli di cura della filiera, quali editor, traduttrici, redattrici, lettrici professioniste, affollandone cioè le aree lontane dal centro nevralgico-dirigenziale. Solo il 22,3% di loro raggiunge, infatti, ruoli strategici e apicali2.
Perciò ci si è proposti di restituire voce a queste protagoniste disperse nella ‘galassia sommersa’, grazie a un convegno pensato per i giovani, le cui nuove ricerche hanno contribuito di certo a far uscire dall’ombra tante professioniste del libro e della lettura, con uno sguardo pluridisciplinare, in grado di far dialogare competenze diverse, legate agli studi di genere, letterari, artistici e storici. Iniziativa di respiro internazionale a cui hanno risposto studiosi e studiose di università italiane, francesi, inglesi e svizzere, e ispirata dalla ricchezza intrinseca del Centro Apice che, così come altri centri che conservano archivi culturali, è custode di numerose testimonianze femminili. Come ha sottolineato Lodovica Braida, presidente del Centro Apice, nei saluti istituzionali, il contesto fortemente influenzato dalla pandemia mondiale si è rivelato, in realtà, fertile per dimostrare come si possano e si debbano costruire reti di contatti e di collaborazione preziose. La cultura e, con essa, gli archivi, le biblioteche, i musei, le scuole di ogni ordine e grado s’impongono come un patrimonio da coltivare sempre, anche e soprattutto durante le avversità. Tematica che ha messo in luce come la sinergia tra istituzioni che conservano archivi editoriali con la convinzione che i patrimoni culturali debbano superare i confini delle singole istituzioni sia il motore propulsivo di un’attività di ricerca che non può smettere di progredire. Del resto, molte carte riguardanti le figure trattate durante il convegno sono conservate in luoghi diversi e solo una logica collaborativa ha contribuito e contribuisce a ricomporre tutte le tessere di un mosaico complesso e sfaccettato.
Un valore aggiunto, dunque, come d’altronde la novità introdotta dal format dell’incontro, elemento che enuclea Luisa Finocchi, vicepresidente di Fondazione Mondadori, definendolo ‘modello felice’, frutto delle esigenze, delle circostanze, ma soprattutto di un network di competenze e strumenti, al cui centro si situa un nuovo spazio virtuale pubblico, un’occasione in più, che indica la strada per superare il rischio di chiusura conseguente alla pandemia. Peculiarità che si unisce alla cifra metodologica dell’incontro, ovvero la valorizzazione delle fonti d’archivio, l’individuazione di nuovi tipi di documenti, la sperimentazione di qualche nuovo strumento di lavoro, come i database digitali, con lo scopo di abituare i giovani studiosi a una maggior consapevolezza nell’affrontare e nell’utilizzare le logiche delle fonti d’archivio. A caratterizzare il convegno è stata anche l’eterogeneità dei relatori e delle relatrici, provenienti non solo dal mondo accademico ma anche da quello delle professioni editoriali, da cui s’intercetta la tendenza positiva a lavorare per una maggiore consapevolezza del proprio ruolo all’interno della filiera del libro.
Tutto ciò permette di mettere a fuoco gli argomenti centrali allo snodo dei lavori del convegno: l’importanza della memoria, le scritture autobiografiche, la trasformazione in corso del lavoro editoriale, la capacità femminile di creare istituzioni a cui dare vita e solidità. Il Comune di Milano, quest’anno, ha invitato a riflettere sui talenti delle donne e il convegno “L’altra metà dell’editoria” si colloca all’interno di tale palinsesto, dando il via a un discorso articolato sul contributo del lavoro di mediazione e di cura che le donne hanno sempre voluto svolgere e che ha condotto verso ruoli di rilievo nel settore editoriale.
Ovviamente il programma è stato intenso ma non esaustivo e comprensivo di tutte quelle figure il cui peso e spessore avrebbero meritato di essere scoperti e approfonditi. Con le cinque sessioni nelle quali si è articolato, dal lavoro editoriale alla traduzione, dalla promozione della lettura alla grafica, per arrivare alla militanza femminile, si è provato a tracciare giusto i contorni della ‘galassia sommersa’, così definita da Arslan.

Il lavoro editoriale

La prima sessione del convegno, svolta nella mattinata del 23 novembre e intitolata “Il lavoro editoriale”, ha visto le relazioni di: Laura Antonietti (Université Grenoble Alpes) Natalia Ginzburg lettrice editoriale; Giulia Bassi (Università degli studi di Siena) Il caso editoriale di Menzogna e sortilegio; Andrea Palermitano (Università degli studi di Pavia) Maria Laura Boselli: il lavoro editoriale e la conservazione della memoria. Un programma fecondo che, come ha tenuto a sottolineare Giovanna Rosa (Università degli studi di Milano), chiamata a coordinare la sessione, offre l’opportunità di valorizzare e nobilitare nuove prospettive di ricerca. Il campo del lavoro editoriale è forse quello in cui si può indagare meglio la mediazione sempre necessaria tra attività di scrittura e attività di lettura, quest’ultima in grado di acquisire funzioni diverse in relazione al ruolo che ogni professionista è chiamata ad assolvere. Al riguardo, il focus su Natalia Ginzburg e Maria Laura Boselli è apparso utile a far luce su aspetti inediti della loro attività, oltre che a sottrarle – e questo è soprattutto il caso di Boselli – da una zona di confine in cui sono state relegate, quella di «angeli delle bozze e dell’ufficio diritti»3. Attraverso ricerche inedite, condotte sulla scorta di una prospettiva critica in grado di valorizzare il loro spessore professionale, e di strumenti innovativi, come l’analisi dei diritti d’autore, importante per comprendere il lavoro dietro le traduzioni e la filiera editoriale nella sua interezza, si può valutare meglio il peso che queste donne hanno avuto nell’attività editoriale delle rispettive case editrici, Einaudi e Il saggiatore.
Laura Antonietti ha indagato il lavoro di lettrice editoriale di Natalia Ginzburg, studiando i documenti prodotti da tale attività, i pareri di lettura, esempio di metaletteratura. Se Ginzburg si presenta come una protagonista assoluta della storia letteraria-editoriale del Novecento, il suo ruolo non è ancora stato esplorato in modo organico, completo, e non esiste uno studio monografico su questo aspetto in particolare nella sua carriera. Aspetto nel quale, come nota Antonietti, emerge un costante rapporto dialettico tra lettura editoriale e scrittura creativa, che Natalia Ginzburg mantiene distinte con rigore, lasciando però che si nutrano e si arricchiscano vicendevolmente. Giulia Bassi raccoglie il testimone e amplia l’indagine riguardante Ginzburg servendosi di un caso specifico ed emblematico. Delinea, infatti, le fasi editoriali che hanno portato Einaudi a pubblicare, nel 1948, Menzogna e sortilegio di Elsa Morante, soffermandosi, in particolar modo, sul contributo sentito e appassionato di Ginzburg a tale pubblicazione. Il percorso tracciato da Bassi comincia dalla ricezione del dattiloscritto nel febbraio del 1948 e arriva fino alla discussa traduzione americana House of Liars del 1951 per Harcourt and Brace.
Il contributo di Andrea Palermitano è invece una ricognizione generale del lavoro editoriale di un’altra figura di rilievo del settore, Maria Laura Boselli, alla quale ancora non era stato dedicato nessuno studio e nessun intervento specifico e il cui nome compare solo ai margini dei volumi sulla storia dell’editoria italiana. Palermitano delinea sia la scalata gerarchica di Boselli dall’ufficio diritti di Mondadori alla dirigenza de Il saggiatore sia la sua attitudine nel porsi questioni essenziali, come quella della conservazione e della valorizzazione della memoria del lavoro editoriale compiuto, che porta all’apertura della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori nel 1977.
Come osserva la discussant Sara Sullam (Università degli studi di Milano), l’elemento comune a entrambe le protagoniste della giornata è la lettura in quanto atto editoriale, competenza di un ruolo, quello del lettore professionista, che spesso rimane defilato e non ha un profilo professionale preciso, benché la sua responsabilità – leggere avendo in mente un potenziale lettore e in vece del proprio editore – sia grande e costituisca il primo ingranaggio della filiera. A emergere durante la discussione è anche un altro tema, tutt’altro che secondario: la complessità di ricostruire le vicende e l’impatto dei funzionari editoriali che, come Maria Laura Boselli, hanno ricoperto più ruoli e svolto più funzioni all’interno delle case editrici. Peculiarità che richiede allo studioso di muoversi in modo trasversale tra i fascicoli degli archivi editoriali, che rispecchiano inevitabilmente il modo di lavorare della realtà cui si riferiscono.

Nel laboratorio delle traduttrici

La sessione del 24 novembre coordinata da Alessandra Preda (Università degli studi di Milano), “Nel laboratorio delle traduttrici”, ha contemplato le relazioni di: Francesca Del Zoppo (University of Leeds) Donne e poesia tradotta per Mondadori; Teresa Franco (Oxford University) Dai romanzi per signorine alle collane femministe: le traduzioni di Maria Luisa Castellani Agosti; Andrea Romanzi (University of Reading, University di Bristol, AHRC SWW DTP) Fernanda Pivano l’americanista.
Il pomeriggio è stato particolarmente significativo ed emblematico, considerato il tema del convegno, poiché, come ha ricordato Alessandra Preda, la traduzione è stata considerata per anni «un paese per donne»4, un «mestiere ancillare»5, a servizio dell’autore, al servizio dell’editore, una sorta di opzione umile, adatta a un anonimo ruolo femminile, marginale, secondario. Con gli interventi della seconda sessione si è voluto osservare da vicino tale ruolo, capirne l’evoluzione e il percorso. E, in quest’ottica, il laboratorio delle traduttrici non viene inteso tanto come luogo formale di sperimentazione sui testi, ma come luogo di formazione di una professionalità femminile, spesso a lungo negata. Fenomeno per cui si sente la necessità di studiare come questa professionalità si esprime, come si afferma nel tempo, come prende spazio autonomo riconosciuto. E il contesto favorisce un rovesciamento, un ribaltamento di luoghi comuni, di pregiudizi, per attingere a fondamentali istanze che il lavoro della traduttrice rivela, un lavoro che è in grado di orientare il contesto culturale italiano, anche attraverso scelte che sono marginali solo in apparenza.
Ad aprire la giornata è stata Francesca Del Zoppo, che ha delineato una delle possibili storie della poesia all’interno della casa editrice Mondadori attraverso una delle molte prospettive a disposizione, proprio quella delle traduzioni. Lo ha fatto mediante l’incrocio tra l’analisi quantitativa del catalogo del Lo specchio e l’analisi qualitativa dei paratesti dei volumi, per determinare il posto e il ruolo delle traduttrici di poesia nella casa editrice e cosa questo suggerisce sul rapporto tra genere femminile e il genere letterario della poesia più in generale. La ricerca di Del Zoppo dimostra che, quanto più aumenta la distanza dal centro del prestigio, tanto più le donne trovano possibilità di espressione, fino a portare a termine progetti letterari estremamente innovativi, andando a confermare che la traduzione, fino agli anni Settanta, era considerata una porta d’ingresso all’interno di un genere letterario altrimenti poco accessibile alla realtà femminile. Nell’ultima parte dell’intervento si è inoltre tracciato il profilo del lavoro di Joyce Lussu, la prima donna a tradurre poesia per Lo specchio e la prima delle poche traduttrici autonome.
Con Teresa Franco incontriamo un’altra protagonista del mestiere, ovvero Maria Luisa Castellani Agosti, alla quale è dedicato un importante premio per la traduzione e che si dimostra essere una figura di rilievo, sebbene ancora poco conosciuta in ambito accademico ed editoriale. Franco, avvalendosi tra le altre fonti anche dell’archivio privato della famiglia Agosti, ha presentato un quadro storico-biografico della sua attività di traduttrice per dimostrare come tale attività s’inquadri e si leghi allo sviluppo della letteratura sulle donne. Ha portato inoltre all’attenzione un caso emblematico, cioè la riscoperta, per opera di Castellani Agosti, di un’autrice americana degli anni Trenta, Rosamond Lehmann, pubblicata in Italia per La tartaruga nel 1986.
Nel caso di Andrea Romanzi, e del suo focus su Fernanda Pivano, non possiamo invece parlare di una professionista rimasta nell’ombra. Pivano ha infatti goduto di una grande esposizione, di numerosi riconoscimenti e il suo operato si è dimostrato ed è stato considerato importante non solo entro i confini nazionali. Perciò lo scopo dell’intervento è stato di accendere i riflettori sul mondo sommerso che si cela dietro il lavoro della traduzione, concentrandosi sulla mediazione culturale di Pivano in riferimento ai complessi rapporti con gli autori che traduceva e con gli editori per i quali si è trovata a lavorare, rapporti che hanno spinto l’Italia a importare, tra le altre cose, la Beat generation.
Durante la discussione successiva agli interventi, Franca Cavagnoli (Fondazione Milano, Dipartimento di lingue) ha completato il mosaico relativo al laboratorio delle traduttrici con una panoramica pratica di ciò che è e di ciò che rappresenta il vero lavoro di traduzione: sapere per chi si traduce un dato testo e sapere chi leggerà la traduzione, al fine di decidere se andargli incontro o se accompagnarlo in un viaggio verso l’alterità. Traduzione che è un passo legato alla prima lettura del testo, alla sua riscrittura ed è complementare a quello della revisione, tutte fasi di lavoro il cui scopo, comune e assoluto, è la buona riuscita del libro nella propria lingua madre.

Promuovere la lettura

La giornata del 25 novembre, coordinata da Roberta Cesana (Università degli studi di Milano), “Promuovere la lettura”, ha ospitato gli interventi di: Elisabetta Zonca (Accademia di architettura di Mendrisio) Le biblioteche popolari femminili di Maria Pasolini Ponti e Antonia Suardi Ponti; Stefania Ragaù (Scuola normale superiore di Pisa) Gertrud Bing, preziosa custode del Warburg Institute; Miriam Nicoli (Universität Bern) Adriana Ramelli: diario e vita di una bibliotecaria; Alessandra Toschi (Sapienza Università di Roma) Dalla lettura alla produzione culturale: donne alla Biblioteca nazionale centrale di Firenze; Simona Turbanti (Università degli studi di Milano) Henriette Davidson Avram: il valore dello scambio.
Questa sessione assorbe l’attualità e il contesto della pandemia nelle riflessioni che concernono la valorizzazione della promozione alla lettura e, in particolare, delle bibliotecarie. Come ha ricordato Roberta Cesana, infatti, se è vero che il libro è stato ufficialmente riconosciuto bene di prima necessità, con la conseguenza che le librerie sono rimaste aperte durante le difficili operazioni di contenimento della circolazione del Covid-19, le biblioteche sono state invece chiuse. Ciò costituisce un paradosso, crea difficoltà consistenti per gli studiosi e pone un problema in primis sociale, dato dal fatto che le biblioteche sono presidi di sapere fondamentali per un paese che vuole crescere, che vuole appianare le differenze, che vuole essere competitivo a livello culturale ed economico con gli altri. Riflessione spontanea è anche quella relativa alla giornata particolare nella quale s’inscrive la sessione del 25 novembre, cioè la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, che rende ancora più pertinente parlare di donne e biblioteche. Nella storia, infatti, la discriminazione ha riguardato anche la presenza femminile in biblioteca, a partire dalle lettrici, alle quali era precluso l’accesso se non accompagnate da uomini. Sul finire dell’Ottocento e durante il primo lustro del Novecento, tuttavia, la situazione inizia a modificarsi fino ad arrivare a oggi col 70% del personale che lavora nelle biblioteche costituito da donne. Un percorso di emancipazione le cui tappe vengono ripercorse in letteratura grazie, tra gli altri, ai lavori di Elisabetta Francioni e Simonetta Buttò.
Su questo tema è intervenuta Elisabetta Zonca, affrontando l’argomento delle biblioteche popolari otto-novecentesche declinato in chiave femminile tramite lo studio specifico dell’apporto di due sorelle, Maria e Antonia Ponti, che, tra Otto e Novecento, aprono biblioteche a Ravenna, a Bergamo e a Imola. Esperienze rimaste radicate nella memoria storica locale e che, singolarmente, sono già state portate alla luce. A mancare, però, era una riflessione globale che collegasse la progettualità bibliografica, l’impegno sociale e la biografia delle due sorelle. In un contesto come quello italiano, dove poche erano le iniziative al femminile, le Ponti di fatto si presentano e si pongono come promotrici culturali, un ruolo inedito per l’epoca, e incitano a concentrare l’attenzione su un filone di studi molto fertile: le biblioteche popolari femminili, alle quali, grazie alle indagini condotte sull’utenza dei primi anni dello stato unitario, sono risultate iscritte più donne di quanto si potesse immaginare.
Nella sua ricerca su Gertrud Bing, Stefania Ragaù ha cercato di rispondere a una domanda: come dare conto del lavoro quotidiano delle bibliotecarie, disseminato di molteplici attività, perlopiù di back office (compilazione di documenti, scambi epistolari, telefonate, invio di ordini, pagamenti di fatture). E lo ha fatto richiamando, oltre a cenni biografici su Bing, l’elenco di recenti lavori critici che la riguardano da vicino e una panoramica generale sull’edizione italiana degli scritti di Aby Warburg presso La nuova Italia, tradotti da Emma Cantimori e revisionati proprio da Bing. Elementi che offrono un importante esempio di una vitale e variegata comunità, fatta di studiose e studiosi, ma anche di professionisti e professioniste del libro, uniti dallo stesso obiettivo, cioè la valorizzazione della cultura e la promozione della lettura. Il contributo di Ragaù ha rimarcato come ‘l’altra metà dell’editoria’ in questo abbia dato un apporto decisivo, cercando di tenere insieme un lavoro di cura a un discorso di emancipazione, in una sintesi che rappresenta e spiega alla perfezione l’impresa del Warburg Institute, luogo di studio e ricerca, oltre che di conservazione.
Miriam Nicoli ha alzato, invece, il sipario sulla figura di Adriana Ramelli, prima donna a ricoprire il ruolo di direttrice di una biblioteca cantonale, che si è impegnata per tutta la sua vita nella promozione del libro, della cultura e del ruolo stesso del bibliotecario. Il contributo di Nicoli non ha mirato a ricostruire la storia della Biblioteca cantonale di Lugano, della quale Ramelli è stata appunto direttrice, piuttosto a intrecciare biografia, storia di genere e storia socioculturale per riflettere su una professione, per illustrare un percorso femminile di successo e per comprendere la vita culturale di un’epoca attorno a un network femminile, facendo scoprire e conoscere una donna che ha scelto il proprio destino, spesso scontrandosi con un muro maschile agguerrito. Non una donna «nell’ombra» ma una donna la cui memoria «è stata relegata in un magazzino da politiche archivistiche opache»6.
Con l’intervento di Alessandra Toschi ci si è spostati verso l’orizzonte delle lettrici. La tendenza a un costante incremento della presenza femminile nell’ambito dei mestieri del libro lungo il Novecento è stata anche frutto, in effetti, di un’apertura alle donne di percorsi d’istruzione superiore e dei luoghi deputati all’acquisizione di conoscenze e allo scambio d’informazioni. Ciò interessa anche le biblioteche, come si evince dallo studio emergente dei registri di lettura, per quanto concerne la ricerca di Toschi, dei registri di lettura della Biblioteca nazionale centrale di Firenze, dove la presenza femminile fu legata principalmente a letture e prestiti per studio e per aggiornamento personale. Attraverso l’analisi di casi specifici (quelli di Carolina Lanzani, Amy Bernardy, Anita Mondolfo, Giulia Celenza e Gianna Manzini) si è dimostrato come la possibilità di accedere liberamente ai patrimoni culturali delle biblioteche abbia agevolato il percorso delle donne che, nei primi anni del Novecento, si preparavano a dare un contributo negli ambiti della scrittura, dell’editoria e della promozione della lettura.
In chiusura, Simona Turbanti si è concentrata sulla figura carismatica di Henriette Davidson Avram, che ha fatto dello scambio la cifra del proprio operato, nell’ambito degli uffici informatici a supporto della biblioteca. Avram è infatti la creatrice del celebre MARC, il formato di scambio per i dati bibliografici usato tuttora. Creazione fondamentale, che si è unita agli standard catalografici per agevolare la consultazione dei cataloghi online e per lo sviluppo di sistemi bibliotecari automatizzati, cose di cui gli studiosi continuano a beneficiare. Alla luce di questo, secondo Turbanti, il riconoscimento tributato ad Avram non è stato pari a quanto effettivamente ha realizzato.
A discutere sono state chiamate Chiara Faggiolani (Sapienza Università di Roma) ed Elisa Marazzi (Newcastle University) che hanno enucleato alcune questioni generali. Per esempio, come la riflessione sul passato sia oggi più che mai necessaria per comprendere l’identità individuale e collettiva delle biblioteche e, in generale, dei professionisti nel sistema del libro, a cui si unisce la riflessione sul tema dello svilimento della professione e del riconoscimento professionale. Se il lavoro del bibliotecario, nell’Ottocento, era molto ambito dagli uomini, nel corso del Novecento sembra diventare meno intellettuale e più burocratico. Fenomeno che si manifesta a partire dall’ingresso delle donne nel settore, da cui sono trascorsi più di centotrent’anni, e che vede scontrarsi, da una parte, idee legate all’ordine, alla precisione e alla sistematicità, che hanno fatto percepire le donne come particolarmente adatte alla professione e che hanno fatto sedimentare l’idea di professione tranquilla e appartata e, dall’altra, idee legate all’innovazione e all’internazionalizzazione. Elementi apparentemente contraddittori ma che, in occasione di questa terza sessione del convegno, si accorpano a raccontare storie di donne che vogliono cambiare le cose attraverso il loro lavoro. Che si auspicano di fare la differenza per condurre altre donne alla lettura, alla cultura e, con esse, all’emancipazione.

Disegnare il libro

Paolo Rusconi (Università degli studi di Milano) ha condotto i lavori della mattinata del 26 novembre, intitolata “Disegnare il libro” e rivolta a quella parte dell’impresa editoriale che confina nel rapporto più generale con l’arte. La sessione ha visto i contributi di: Federica Bordin (Università degli studi di Milano) Lo ‘stile Mondadori’: l’ufficio artistico di Anita Klinz; Cecilia Rostagni (IUAV Venezia) Daria Guarnati: una professionista del libro; Sara Mori (Università degli studi di Firenze) Disegnatrici, coloriste, letteriste: donne e fumetto. Come ha fatto notare Rusconi, l’argomento è ancora poco frequentato in prospettiva di genere, ma la realtà, come emerge dai contributi della sessione, è caratterizzata da molteplici proposte, che vedono spiccare sullo sfondo biografie professionali discontinue e interrotte repentinamente, oltre al racconto sottotraccia di donne che hanno dato un contributo importante alle vicende culturali e artistiche del Novecento benché rimaste sconosciute ai più.
È in quest’ottica che si è posto, per esempio, l’intervento di Federica Bordin su Anita Klinz che, nel corso degli anni Sessanta, ha creato prodotti unici per Mondadori e per Il saggiatore, tanto da essere associata spontaneamente al formarsi e all’imporsi di uno stile, lo ‘stile Mondadori’, e alla volontà di articolare il proprio mestiere attraverso un gruppo di lavoro. Dalle parole e dalle ricerche di Bordin a emergere è una delle protagoniste più rilevanti del panorama editoriale italiano che, attraverso la propria eredità professionale, ha istituito un nuovo modo di vedere la grafica editoriale. Un percorso, quello di Klinz, che si chiude improvvisamente negli anni Settanta ma che porta all’emergere di un nuovo ruolo, quello di art director, un mestiere spesso indagato soltanto dal punto di vista maschile, e in generale di un nuovo comparto dell’azienda editoriale, l’ufficio artistico.
Cecilia Rostagni ha proposto un focus su Daria Guarnati, il cui impatto è ricostruibile tramite carteggi e corrispondenze, oltre che grazie ai volumi pubblicati da lei stessa. La sua storia è legata alla rivista d’arte Aria d’Italia, raffinato progetto grafico ed editoriale di fine anni Trenta, e al suo marchio, Edizioni Daria Guarnati, strumenti che veicolano una poetica ben precisa: sostenere, divulgare il libro d’arte e attribuirgli un vero e proprio status di opera d’arte, anche grazie a idee innovative e audaci.
Con Sara Mori è il turno di un approfondimento sul ruolo che le donne svolgono e hanno svolto nel mondo dell’editoria a fumetti in Italia, mediante una ricerca atta a evidenziare le sue tendenze, i suoi sviluppi e avvalendosi dei dati della Sergio Bonelli editore, che ha pubblicato molti dei più famosi e conosciuti personaggi di fumetti, come Dylan Dog. Al pari del lavoro delle donne in campo culturale, i fumetti rappresentano un’altra parte dell’editoria poco esplorata e studiata, nonostante alcune parti del mondo siano rigogliose di studi in merito e malgrado la consistente presenza di una cosiddetta new wave delle fumettiste italiane.
A legare i tre contributi tra loro, come fa notare il discussant Davide Colombo (Università degli studi di Milano), è l’intento di sottolineare il ruolo e lo spessore professionale delle protagoniste citate, incluso quello di pioniere all’interno dei loro mestieri. Con Klinz e Guarnati, per esempio, ritroviamo una profonda consapevolezza della propria funzione ma anche dell’essere donna, mentre col tema che vede intersecarsi storia del fumetto italiano e questione di genere le questioni che emergono maggiormente sono di natura metodologica, riguardanti la necessità d’inquadrare tali tematiche dal punto di vista della prospettiva di genere. Poiché da un lato, infatti, si staglia la professione, dall’altro la possibilità di individuarvi una ‘cifra’ femminile.

Militanze femminili

Il convegno si è concluso nel pomeriggio del 26 novembre con la sessione intitolata “Militanze femminili”, coordinata da Irene Piazzoni (Università degli studi di Milano), cui hanno partecipato: Francesca Rubini (Sapienza Università di Roma) Promozione del libro e impegno civile: Fausta Cialente lettrice per Noi donne; Angelica Cremascoli (Università degli studi di Milano) Loredana Lipperini e Lipperatura: storia di una militanza letteraria; Valentina Sonzini (Università degli studi di Genova) Racconti di genere: Settenove e Lostampatello, editrici militanti per bambini e ragazzi.
Come ha evidenziato Irene Piazzoni, gli interventi precedenti a quest’ultima sessione hanno fatto emergere il lavoro pregevole di alcune figure femminili nel mondo dell’editoria nell’ambito della circolazione del sapere, della mediazione culturale e della promozione della lettura nel corso del Novecento. Ricerche inedite, basate su fonti e materiali d’archivio che attendevano di essere valorizzati, oltre che su sguardi freschi e spesso originali; ricerche che insieme hanno confermato la ricchezza di prospettive, di implicazioni, offerta dal taglio interdisciplinare privilegiato nel costruire e articolare il programma. Una proprietà costitutiva del Centro Apice, ma anche punto di forza del patrimonio di ricerca sulla storia dell’editoria e della lettura che coinvolge da molti anni specialisti di diverse discipline e centri di conservazione e di ricerca come Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, compagna in questa iniziativa. Scopo dell’ultima sessione del convegno è quella di aggiungere un’altra prospettiva alle tante già affrontate, perché il mosaico che si è inteso delineare e costruire si manifesti in tutto il suo potenziale e in tutta la sua ricchezza di contenuti e metodi. A tal fine si è dedicato spazio di discussione e riflessione ad alcune esperienze e ad alcuni modelli d’intervento in cui fosse particolarmente pronunciata la valenza militante della professione e dell’opera delle donne attorno ai libri nel Novecento. Non che la militanza non sia propria di altre vicende presentate nel corso del convegno ma, nel caso della sessione di chiusura, si è voluto ragionare più a fondo su questo tratto, su questa dimensione, su questo versante del lavoro culturale delle professioniste del libro e della lettura. Un versante in cui la militanza è in relazione più stretta con altre centraline e altri attori del discorso e del sistema culturale, esterni al mondo editoriale e bibliotecario in senso stretto, come la stampa, i movimenti, le associazioni, la platea dei lettori e delle lettrici, dei bambini e delle bambine, i navigatori della rete, la società nella sua interezza. Un versante per cui non si può parlare propriamente di ‘figure nell’ombra’ ma di donne alla ribalta, nell’ambito della sfera pubblica, in un contesto e in tempi in cui la trasformazione del ruolo femminile inizia a spostare i pesi e gli equilibri anche nel mondo editoriale. Sarebbe utile a tal proposito, continua Piazzoni, capire e riflettere sul modo in cui il lavoro delle donne coi libri nel corso del Novecento abbia contribuito a creare e ad ampliare spazi di autonomia e consapevolezza, come è emerso dalle tante esperienze di cui si è trattato negli incontri precedenti.
Le tre relazioni che si sono susseguite nel pomeriggio hanno posto l’accento su quattro diverse declinazioni della militanza: quella politica, quella femminile, quella letterario-culturale e quella editoriale, conducendo, in qualche caso, alle ultime frontiere della ricerca per quanto concerne le forme, gli strumenti e i contenuti, e ponendo questioni nuove sia sul fronte metodologico sia su quello della conservazione delle memorie di tali esperienze e attività.
Interesse dell’intervento di Francesca Rubini è il ruolo di Fausta Cialente all’interno della redazione di Noi donne, il cui spazio letterario è dedicato alla narrativa di massa. Rubini ha messo in rilievo come Cialente si sia trovata ad affrontare la difficoltà d’interpretare la domanda di lettura di un pubblico a lei completamente nuovo, con la volontà di trasformare la sezione narrativa della rivista in uno strumento di educazione e riscatto culturale. Lavoro che, per Cialente, ha implicato perseguire un compromesso tra le ragioni ideologiche, la pressione dei suoi riferimenti culturali e le ragioni commerciali. A questo scopo si è trovata a operare a stretto contatto con autrici e autori, raccogliendo la sfida della promozione della lettura, assunta come militanza attiva, gesto politico di resilienza e volontà.
Lontana da Fausta Cialente è la concezione della conoscenza dei libri e del piacere della lettura di Loredana Lipperini, protagonista del contributo di Angelica Cremascoli e antesignana della militanza letteraria sul web in favore di una ‘popolarizzazione’ della cultura. L’analisi del suo operato in quanto voce di Lipperatura, e perciò blogger militante digitale, pone in rilievo molte questioni e temi freschi: il nuovo lettore, i nuovi tipi di testo, un nuovo concetto di copyright, un nuovo statuto della critica letteraria, lasciando percepire la portata delle sfide metodologiche che implica lo studio di territori della circolazione e della conoscenza dei libri inediti. Studio che incita a interrogarsi sulla terminologia, sulle categorie, su nuovi orizzonti teorici e sui problemi che pone una nuova generazione di archivi.
Valentina Sonzini ha chiuso la sessione e insieme il lungo e nutrito susseguirsi di contributi nelle giornate del convegno, includendo nella conversazione tre parole collegate tra loro: donna, militanza e pubblico, cui i due editori da lei analizzati, Settenove e Lostampatello, si rivolgono. «Quando una donna è militante» – dice Sonzini – «politicamente schierata e ne fa una cifra che contraddistingue il proprio operato, è inevitabile che ciò si vada a riflettere anche nel suo ambito lavorativo»7. Ne sono esempio concreto i casi di Francesca Pardi e Maria Silvia Fiengo (Lostampatello), coppia lesbica che ha affrontato a più riprese il tema dell’omogenitorialità, e Monica Martinelli (Settenove), che sta portando avanti un discorso non solo sulle differenze di genere ma anche sul contrasto alla violenza sulle donne. Due vicende che mettono la sensibilità e il patrimonio esperienziale e concettuale del femminismo al centro di un progetto politico ben definito, come lo sono le strategie editoriali e la produzione.
In occasione della discussione e della conclusione dei lavori, Luisa Finocchi è tornata a intervenire per tirare le fila della giornata osservando come, con gli ultimi contributi, si sia coperto un arco cronologico vasto e complesso, guidato da un fil rouge preciso costituito da fibre solide: l’attenzione allo scrivere, e allo scrivere per nuovi pubblici, la spinta del contesto a sperimentare forme e supporti diversi, l’attenzione alla memoria e, soprattutto, la militanza che accomuna queste esperienze estremamente variegate.

Considerazioni finali

Col percorso proposto e perseguito dal convegno “L’altra metà dell’editoria: le professioniste del libro e della lettura nel Novecento”, come Finocchi ha osservato nei saluti di commiato, siamo arrivati a descrivere e a raccontare l’oggi. Un oggi in cui, secondo le statistiche citate in apertura da Lodovica Braida, la presenza femminile nelle fasce alte del settore editoriale è ancora ridotta, benché le donne assedino il mondo del libro con perseveranza e sempre più autoconsapevolezza. A dimostrarlo, e a lasciare intravedere un futuro diverso e più ottimistico, è un’indagine compiuta da Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori circa gli studenti del Master in editoria promosso in collaborazione l’Università degli studi di Milano e l’Associazione italiana editori: ne emerge che il 73% delle figure competenti, capaci e formate che escono da tale realtà sono donne. Tra queste, a dimostrazione che le dinamiche sono in piena fase evolutiva, sono stati citati e ricordati esempi virtuosi di professioniste che attualmente rivestono ruoli importanti e in ambiti differenti della filiera.
Come già detto, il programma del convegno non è stato comprensivo di tutte quelle protagoniste di cui si sarebbe voluto e potuto parlare. L’augurio è che, con un ulteriore appuntamento, si possa ampliare il ventaglio dei nomi estratti dalla ‘miniera’ popolata della professionalità femminili così come popolato è il campo delle studiose e degli studiosi del mondo dell’editoria e dei libri, oltre che delle associazioni che si occupano di creazione, di circolazione, di cultura e dello sviluppo di materiali culturali di valore sulle tematiche.
Perno imprescindibile degli incontri è stata la centralità del discorso di genere, che, per citare nuovamente Sonzini, è riuscito nell’impresa di mettere in discussione il luogo comune che vede le donne impegnate a coniugare la vita familiare con l’impegno politico-professionale, generando confusione tra dimensione pubblica e privata. Ma è proprio tale commistione tra pubblico e privato, tra personale e politico, a rappresentare la forza delle donne, nella loro militanza e nella loro categoria professionale. A essere l’elemento propulsivo vincente nell’affermazione di tutta una serie di buone pratiche che la sfera maschile sta recuperando e facendo proprie.


Note

Ultima consultazione dei siti web: 20 novembre 2020.

1 La galassia sommersa: suggestioni sulla scrittura femminile italiana, a cura di Antonia Arslan, Saveria Chemotti. Padova: Il poligrafo, 2008, p. 13.
2 Cfr. Sofia Biondani, Il posto delle donne nell’editoria, «Ingenere», 22 marzo 2018, http://www.ingenere.it/articoli/posto-donne-editoria; Eleonora Maglia, Sostenere il genere meno rappresentato nell’editoria: motivi e modalità, «Scambi di prospettive», 22 aprile 2020, https://scambi.prospettivesocialiesanitarie.it/sostenere-il-genere-meno-rappresentato-nelleditoria-motivi-e-modalita; Ead., Donne nell’editoria: esempi di esistenza e resistenza, «Eticaeconomia», 24 aprile 2020, https://www.eticaeconomia.it/donne-nelleditoria-esempi-di-esistenza-e-resistenza.
3 Cfr. Il lavoro editoriale. In: “L’altra metà dell’editoria: le professioniste del libro e della letteratura nel Novecento” (Milano, 23-26 novembre 2020). 23 novembre 2020, https://www.apice.unimi.it/news-ed-eventi/video-1-il-lavoro-editoriale-prima-sessione-del-convegno-laltra-meta-delleditoria.
4 Cfr. Nel laboratorio delle traduttrici. In: “L’altra metà dell’editoria: le professioniste del libro e della letteratura nel Novecento” (Milano, 23-26 novembre 2020). 24 novembre 2020, https://www.apice.unimi.it/news-ed-eventi/video-2-laboratorio-delle-traduttrici-seconda-sessione-del-convegno-laltra-meta-delleditoria.
5 Ibidem.
6 Cfr. Promuovere la lettura. In: “L’altra metà dell’editoria: le professioniste del libro e della letteratura nel Novecento” (Milano, 23-26 novembre 2020). 25 novembre 2020, https://www.apice.unimi.it/news-ed-eventi/video-3-promuovere-la-lettura-terza-sessione-del-convegno-laltra-meta-delleditoria.
7 Cfr. Militanze femminili. In: “L’altra metà dell’editoria: le professioniste del libro e della letteratura nel Novecento” (Milano, 23-26 novembre 2020). 26 novembre 2020, https://www.apice.unimi.it/news-ed-eventi/video-5-militanze-femminili-quinta-sessione-del-convegno-laltra-meta-delleditoria.