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Orizzonti culturali 2020

Paola Castellucci

Il programma europeo Horizon 2020 aveva scelto sin dalla titolazione un’immagine fortemente evocativa: un orizzonte di attese, una speranza di innovazione e disseminazione della conoscenza, anche grazie alla rete e a modalità open di condivisione, in una più generale riattualizzazione della dimensione pubblica, anzi common, globale. Anche il riferimento temporale, con la cifra ripetuta 20/20, appariva come una formula propiziatoria. Ma ecco che l’imprevedibile cambia violentemente la prospettiva. Fatalmente le cose sono andate diversamente e il 2020 ha segnato non tanto un orizzonte ma un limite. Come una pietra miliare la pandemia ha scandito il termine ante quem che chiude i primi cinquant’anni della rete e mette fine al Postmoderno: valori quali ‘mescolanza’, ‘ibridazione’, ‘contaminazione’, ‘viralità’, hanno invertito il senso fino a riacquistare quell’accezione negativa rispetto alla quale si erano emancipati. Così ogni libro uscito nel 2020 non può non raccontare questa storia, perfino quando ‘non’ ne parla, perfino quando la pubblicazione precede d’un soffio il lockdown. Come un unico macrotesto, i libri del 2020 verranno letti in futuro in quanto fonte collettiva e in tempo reale, ‘cronaca marziana’, stato dell’arte prima della metamorfosi. Nessun approccio critico raffinato avrebbe mai potuto intuire. Tutto diventa immediatamente inattuale, ossia storicizzato. Forse solo i racconti fantascientifici potevano follemente anticipare gli eventi. Per le letture colte, scientifiche, documentate, la dimensione apocalittica non rientrava né in un contesto disciplinare né in un appropriato registro comunicativo. Sulla soglia tra il prima e il dopo, la produzione scientifica 2020 apparirà nella sua dimensione critica consapevole e allo stesso tempo rivelerà un’inconsapevole e poetica dimensione elegiaca, involontaria narrazione di una cultura, di una civiltà, al momento del suo tramonto.
Ancor di più questo racconto corale sarà capace di rappresentarci se avrà considerato questioni metadiscorsive legate alla disseminazione della conoscenza, alla cultura della rete e a un paradigma intellettuale, sociale e politico innovativo. Temi forti che da sempre sono stati di competenza dell’area disciplinare delle discipline del libro e del documento. ‘Quante storie…’ nel 2020. Storie di un’‘Italia che legge’, o non legge più, o legge diversamente; storie di «lettori morbidi», di «lettori inconsapevoli»1 che preferiscono guide turistiche, manuali di bricolage, piuttosto che saggi e romanzi. Sono percorsi di formazione che «non passano attraverso i libri» ma per «altre forme di letture (e apprendimento)»2. I commenti sono da dati Istat e altre indagini. Fermiamoci in particolare sugli scarti rispetto alla norma rappresentata dal ‘libro’: generi considerati minori, anzi, non-generi, non-testi. Addirittura, i semilettori preferiscono sfogliare a video, piuttosto che tenendo in mano un tradizionale libro cartaceo. Saltano ipertestualmente e velocemente – incapaci di concentrazione, senza discernimento e capacità critiche – da un sito all’altro, e man mano da un post all’altro, e sempre meno, resistendo solo pochi minuti nei social network, e in un progressivo decadere, dedicando pochi attimi a un video, concepito di per sé come frammento, quasi un contatto spray. ‘La cultura orizzontale’ resa possibile dalla rete, prima della pandemia tratteggia un paesaggio tra rovine di una civiltà ormai ‘senza sapere’. Il lavoro di Giovanni Solimine e Giorgio Zanchini completa così, a febbraio 2020, una trilogia drammatica.
Erano già state annunciate presentazioni, nell’ambito di importanti eventi culturali. La cultura orizzontale è stata invece discussa in remoto, sulle piattaforme private degli oligarchi della rete. Quel che era stato raccontato nel libro è diventato realtà, messa in scena. Si è trattato di occasioni stimolanti e vitali. Anche ritrovarsi davanti a uno schermo, da soli, a casa, a sentir parlare di un libro, ha dato un attimo di conforto e confronto alla nostra identità sia umana che professionale. La rete ha permesso di mantenere viva una forma di socialità e di istruzione, di cultura, di ricerca. Si è potuto continuare non solo a partecipare a presentazioni di libri – come in questo caso – ma ‘leggere’, andare a scuola, seguire lezioni universitarie, dare esami, sostenere tesi, fare ricerca. Gli aspetti allarmanti descritti in La cultura orizzontale hanno potuto rivelare online – in un ennesimo capovolgimento di senso – alcuni lati positivi o comunque antropologicamente rilevanti. Se la ‘cultura’ orizzontale poteva essere giudicata – fino a pochi giorni prima, fino all’evento epocale – nella sua accezione negativa, e dunque piatta, bassa, perfino pericolosa, non autorevole, e ancora, omologata, massificata, pressoché afasica, o ‘sdraiata’ (Michele Serra) o ‘asfaltata’ (come nei gerghi giovanili), durante il lockdown riacquista il valore positivo originale: rete, coesione, lateralità sussidiaria; un ‘orizzonte’ di attese, nella speranza di una rigenerazione possibile. E ancora, secondo l’antico significato decostruzionista, la cultura orizzontale si è rivelata come sinonimo di ‘rizoma’, mettendo in connessione mille piani, senza alto né basso, senza discriminazioni gerarchiche, senza caste, senza differenti livelli di autorevolezza nelle espressioni scientifiche, culturali, artistiche, umane. Senza mediazioni, anche, pur consapevoli del rischio della disintermediazione. Una cultura orizzontale, ancora, perché modulare, potenzialmente estendibile all’infinito, campo accanto a campo, territorio accanto a territorio, culture accanto a culture. Plurale.
In effetti, il libro inizia festeggiando i cinquant’anni della rete quando, nel 1969, entra in funzione Arpanet, la prima rete telematica, sotto l’occhio benevolo, preveggente e simbiotico di Joseph Licklider, insieme psicologo e pioniere dell'informatica. Un saggio dedicato alla cultura del libro è dunque inserito nella cornice della cultura della rete. Così, infatti, nell’incipit:

Da poco sono stati celebrati i cinquant’anni di Internet e, nelle occasioni di discussione che hanno accompagnato l’anniversario, si è spesso affermato che questa invenzione ha cambiato profondamente la nostra esistenza3.

Dall’ottobre 1969 al febbraio 2020 è stata costruita l’infrastruttura e insieme la struttura e la sovrastruttura: la società, la cultura, ‘le’ culture, scritte, orali, iconografiche, controculturali o accademiche; culture metropolitane e cultura contadina. Anche nel caso in oggetto, il registro scientifico si mescola a quello proprio del giornalismo culturale (radiofonico e televisivo, oltre che scritto) e dà vita a un’unica voce, armonica, Solimine-Zanchini, che dedica attenzione anche a quella che fino a poco tempo era intesa come non-cultura (capitolo 18, a cura di Paolo Pugliese, I videogiochi). D’altra parte, proprio la fusione in un unico accordo sia della scrittura scientifica, sia della scrittura giornalistica è di per sé un invito a onorare ‘la terza missione’, ossia non la somma delle due parti ma un ulteriore dovere della cultura accademica, oltre la didattica e la ricerca. Possono quindi correre nel libro due orizzonti di lettura: a livello portante, nel testo, la ‘linea melodica’, l’argomentazione, volta a tutti; e ‘sotto’, in nota, sotto la linea del piè di pagina, i riferimenti alla cultura ‘alta’.
Le due parole chiave del titolo – ‘cultura’, ‘orizzonte’ – sono quindi amplificate in ogni possibile accezione. Ogni capitolo nomina (e così facendo riconosce, legittima) ampi ‘orizzonti culturali’, oltre il libro: l’intrattenimento, la musica, le televisioni (al plurale, si noti bene), il cinema, i videogiochi, i festival (capitoli dal 13 al 19). Cambiano le porte e cambiano le policy di accesso, vale a dire cosa si può, cosa non si deve e cosa si potrà verosimilmente pretendere in termini di nuovi diritti alla partecipazione (capitoli 12 e 13). È un paradigma culturale, un ecosistema della cultura. Una nuova civiltà? O una mutazione prodotta dal digitale? (capitoli 7 e 9). E può dirsi propriamente ‘cultura’? Forse è ‘solo’ una cultura tecnica, anzi meno, una ‘manualità’? O invece (come peraltro Giovanni Solimine sottolineava nei precedenti libri della trilogia, citando Tullio De Mauro) il livello di literacy non solo riguarda l’information literacy, ma anche ‘saperi’ che rischiano di andare perduti? Dal saper ricamare, al riparare una presa elettrica, fino alla cultura del vino, o al bene comune immateriale della dieta mediterranea. Ma allora la cultura è un saper ‘fare’? Il pioniere della documentazione in Italia, Paolo Bisogno, univa intimamente i due aspetti parlando di ‘sapere, per saper fare’; e prima di lui Suzanne Briet parlava di ‘tecnica culturale’. Con il contributo di grandi e piccoli, noti e ignoti, si è dato luogo (letteralmente) a nuovi spazi del sapere che hanno riconosciuto attenzione a esperienze del quotidiano, a fonti prima ritenute irrilevanti, e a tecnologie innovative guardate inizialmente con sospetto (il computer come sterminatore di libri). In questo più ampio orizzonte di riconoscimento culturale – a partire da Lewis Mumford, Raymond Williams e i cultural studies – si muove dunque la cultura orizzontale del nuovo millennio, con il libro e oltre, e prima del libro.
È la nostra cultura. Almeno per come è stata intesa finora. E ora? Che fare? Molte le domande di senso che prendono talvolta proprio l’aspetto di interrogative dirette. Vediamone ad esempio due, speculari e opposte:

Bisogna anzitutto intendersi sul significato del concetto stesso di ‘cultura’, che non possiamo limitare alle forme tradizionali di espressione artistica o letteraria: visitare un museo o dipingere un quadro, leggere un libro o esprimersi attraverso un blog, andare a teatro o scattare una fotografia, ascoltare o eseguire un brano musicale esauriscono, come in passato, le possibili pratiche culturali?4.

 

Se la domanda appena considerata si interroga sulla possibilità di allargare gli orizzonti culturali, altri interrogativi prevedono risposte più caute:

È proprio vero che in rete si realizza il massimo dell’autodeterminazione e che ‘uno vale uno’? Quando navighiamo siamo davvero protagonisti di ciò che avviene o è solo cambiato il modo di fruizione?5.

Le domande si inseguono perché cercano di stare dietro a una percezione, a quel continuo capovolgimento di senso. Se la cultura orizzontale può aprirsi a letture preoccupate e, subito dopo, a nuovi orizzonti culturali è perché ci troviamo sulla soglia. Nel 2020 è finita un’epoca, e con essa un intero sistema, un paradigma interpretativo. Bisognerà dotarsi di tutte le culture e i linguaggi e i registri e i saperi per una nuova alleanza.


Note

PAOLA CASTELLUCCI, Sapienza Università di Roma, Dipartimento di Lettere e culture moderne, Roma, e-mail paola.castellucci@uniroma1.it.

1 Giovanni Solimine; Giorgio Zanchini, La cultura orizzontale. Bari, Roma: Laterza, 2020, p. 55.

2 Ivi, p. 51 (capitolo 8, La parola scritta, i libri, la lettura).

3 Ivi, p. V.

4 Ivi, p. 49 (capitolo 7, Una nuova civiltà?).

5 Ivi, p. 32-33 (capitolo 5, Il paradigma della cultura orizzontale).