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Letture aumentate, fra rete e intermedialità

Gino Roncaglia

I cambiamenti nelle forme della lettura legati alla diffusione del nuovo ecosistema digitale sono stati indagati in questi anni da una molteplicità di punti di vista: dal tema specifico della lettura su supporti e dispositivi digitali ai cambiamenti nelle forme della testualità, dal social reading ai mutamenti nella strutturazione della filiera del libro, dal distant reading alla transmedialità, fino all’uso degli strumenti d’analisi offerti dalle neuroscienze (e l’elenco potrebbe proseguire).

In questo lavoro vorrei riprendere, all’interno di questo articolato contesto, un tema che ho già affrontato altrove, quello della lettura aumentata. Lo farò cercando di percisarne natura e caratteristiche attraverso due approfondimenti specifici: da un lato, in ambito più segnatamente teorico, una breve analisi del rapporto fra lettura aumentata e analisi del testo (con particolare riferimento ai concetti di intertestualità e intermedialità); dall’altro, due esempi concreti di ‘lettura aumentata’ che – pur nell’evidente limite insito nella scelta, largamente occasionale, tanto del libro quanto dei passi utilizzati – possono forse offrire qualche indizio utile sia sulla natura di quelli che chiamerò qui ‘attivatori’ dei comportamenti di integrazione online del testo che viene letto, sia su un aspetto che mi pare centrale, quello della socializzazione in rete e della conseguente più facile replicabilità di tali comportamenti.

Lettura aumentata, intertestualità, intermedialità

Userò qui – come già fatto in altre sedi1 – l’espressione ‘lettura aumentata’ per riferirmi all’operazione di approfondimento e allargamento della lettura di un testo (indipendentemente dalla natura del testo e dal supporto di lettura utilizzato, cartaceo o digitale) attraverso la consultazione, da parte di chi legge, di materiali, contenuti e risorse informative, di qualunque natura, disponibili online. Il concetto di lettura aumentata si distingue da quello di libro o testo aumentato, in quanto in quest’ultimo caso le risorse integrative (siano esse incluse o meno all’interno di un unico oggetto informativo, testuale o multicodicale) sono esplicitamente predisposte o comunque selezionate e indicate da parte dell’autore o dell’editore. Nella lettura aumentata, invece, sono liberamente ricercate da parte del lettore, che può certo percorrere strade di approfondimento o integrazione dei contenuti del testo seguendo suggestioni o rimandi intenzionalmente inseriti a livello autoriale, ma può anche – ed è forse la modalità più frequente – esplorare percorsi e risorse non previste o del tutto ignote ad autore e editore. In ogni caso, quando parliamo di lettura aumentata il punto di vista adottato è quello di chi legge il testo, non di chi lo ha scritto o pubblicato, e sono le operazioni compiute dal lettore che accompagnano e seguono la lettura del testo ad essere oggetto di analisi.
Di per sé, ovviamente, l’idea di integrare la lettura attraverso risorse e contenuti – testuali o non testuali – esterni al testo che viene letto non è affatto nuova, e non è necessariamente legata all’ecosistema digitale. Sappiamo bene che ogni testo è un’opera aperta, che spinge all’esplorazione, in varie forme, dell’universo di possibili rimandi e riferimenti che sempre e comunque lo circonda. Possiamo provare a distinguere questi riferimenti in tre grandi categorie:

  1. I riferimenti ad altri testi. Possono essere diretti o indiretti, risultato di operazioni di rimando consapevole da parte dell’autore, o frutto di collegamenti operati dal lettore. È il campo ampiamente studiato dell’intertestualità, che, dopo l’introduzione del termine da parte di Julia Kristeva2, è stato oggetto di trattazioni diverse prima in ambito francofono (Barthes, Genette ecc.), poi europeo (Eco dedica attenzione al tema delle competenze intertestuali del lettore in Lector in fabula)3 e – in particolare dopo la traduzione inglese di una selezione di scritti della Kristeva nel 19804 – anglofono. Nonostante i comuni tratti ‘di famiglia’ (il carattere dialogico dei testi e il continuo gioco di rimandi da un testo a un altro), le concezioni dell’intertestualità sviluppate in questo dibattito sono assai differenziate5.
  2. I riferimenti a contenuti informativi non testuali (visivi, sonori, multicodicali ecc.). Già alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso Roman Jakobson aveva discusso una forma particolare di rimando fra testi alfabetici e sistemi semiotici basati su altri codici comunicativi, come il cinema o la musica, e cioè la trasposizione o traduzione intersemiotica6; la consapevolezza della rilevanza e della varietà di questa tipologia di rimandi si è però fatta strada abbastanza lentamente: sia perché nel parlare di intertestualità il concetto di testualità è comunque spesso stato interpretato in senso abbastanza ampio, non necessariamente limitato alla testualità alfabetica, sia perché l’attenzione verso i fenomeni legati alla crossmedialità e alla transmedialità si è sviluppata soprattutto negli ultimi decenni, con la crescita esponenziale dei contenuti legata alla nascita e alla diffusione delle piattaforme digitali. Per indicare rimandi di questo tipo è oggi generalmente usato il termine intermedialità (termine che ha tuttavia a sua volta una galassia di connotazioni ben più ampia)7, e sono state esplorate diverse forme di relazioni intermediali: ne sono esempi la teoria della rimediazione avanzata da Bolter e Grusin8 nel solco della tradizione teorica dei media studies inaugurata da McLuhan e dalla scuola di Toronto, e l’analisi degli ipertesti come strumenti di esplicitazione dell’intertestualità proposta da Landow9.
  3. I riferimenti a luoghi, periodi storici, avvenimenti, azioni, che non si configurano come prodotti intenzionali di una attività semiotica ma assumono comunque per il lettore lo status di entità relazionali collegate al testo, prese in considerazione attraverso l’esplorazione di quelli che – a volte anche indipendentemente dall’intenzione dell’autore o dal contenuto esplicito del testo – il lettore stesso identifica come possibili rimandi o richiami all’universo extratestuale che circonda l’opera. Il carattere fondamentalmente non testuale, perfino nelle accezioni allargate di testualità sopra considerate, di queste tipologie di riferimenti ha fortemente limitato l’attenzione verso di esse da parte della critica letteraria di impostazione semiologica, ma il loro rilievo è notevole, soprattutto se – come qui proposto – l’attenzione si rivolge all’atto della lettura e al suo incontro con il mondo che concretamente circonda il testo.

I confini tra queste tre tipologie di rimandi non sono sempre netti e definiti, e tutti si configurano come manifestazioni di quella capacità di semiosi illimitata (ma non arbitraria) che, sulla base prima di Peirce e poi di Eco, possiamo attribuire al testo una volta che esso sia sottoposto a un processo interpretativo da parte di un lettore.
Come si accennava, la capacità di un testo di rimandare a un universo di altri contenuti informativi, oggetti e avvenimenti, frutto di atti semiotici intenzionali o semplicemente disponibili a fungere da estremo di una relazione referenziale, interpretativa o connotativa, è stata ampiamente indagata da una varietà di possibili punti di vista; questa indagine è stata tuttavia spesso condotta dal punto di vista del testo (ed eventualmente dell’autore del testo) più che da quello del lettore. E anche quando il lettore è entrato «in fabula», a essere indagato è stato di norma il ruolo del lettore in quanto interprete e quasi necessario complemento del testo, più che di lettrici e lettori reali, concreti, non necessariamente competenti, non necessariamente attenti, che spesso percorrono il testo in maniera non lineare, saltandone più o meno arbitrariamente passi anche rilevanti, influenzati nel lavoro interpretativo da mille possibili forme di ‘rumore’, da obiettivi soggettivi di lettura, pregiudizi, bisogni e desideri. Da questo punto di vista, l’invettiva di Susan Sontag contro l’interpretazione10 coglie un bersaglio effettivo: la pragmatica della lettura è stata analizzata molto meno attentamente della pragmatica e della semiotica dei testi.
La scelta fra le due prospettive delineate, quella centrata sul testo e quella centrata sul lettore, ha conseguenze importanti sugli strumenti interpretativi utilizzati, anche nel momento in cui l’attenzione si concentra – come in questa sede – sul rapporto fra la lettura e l’‘intorno’ del testo. Nella prima prospettiva, è il testo che in qualche misura ‘sfrutta’ prima le capacità linguistiche e semiotiche dell’autore che lo produce e poi non solo la cooperazione ma anche la sovrapproduzione interpretativa del lettore per costruirsi intorno una galassia composita di possibili rimandi, interpretazioni, relazioni: galassia che il testo stesso esibisce quasi come trofeo, e offre all’esplorazione di un lettore dalle capacità critico-interpretative che si presuppongono assai alte. Nella seconda, il testo conserva la sua funzione essenziale di punto di partenza per il lavoro del lettore e offre uno spazio di possibili ‘attivatori’ per l’operazione di allargamento e approfondimento della lettura, ma al centro dell’interesse sono soprattutto le concrete modalità di riconoscimento e di esplorazione di tali attivatori da parte di un lettore spesso assai lontano dal lettore ideale.
Tutte e due le prospettive, si badi, sono legittime e produttive. Ma l’indubbio allargamento dell’universo di possibili rimandi e riferimenti determinato dalla crescita del nuovo ecosistema digitale, associato al fatto non meno interessante di attribuire assai spesso nuove forme di oggettività digitale – e dunque di socializzazione e riutilizzabilità – all’attività quasi ‘costruttiva’ di esplorazione dell’intorno del testo da parte del lettore, suggerisce la necessità di una rinnovata attenzione verso le pratiche della lettura, nella varietà delle loro forme e manifestazioni concrete, che vedono spesso una forte integrazione fra lettura tradizionale e contenuti online.

Due esempi di lettura aumentata

È su questo aspetto, legato alla più ampia possibilità di lasciare ‘tracce’ online – condivisibili e riutilizzabili da parte di altri – dell’esplorazione di possibili rimandi extra-testuali da parte del lettore, che vorrei soffermarmi brevemente in chiusura. Lo farò attraverso due esempi totalmente occasionali di un lavoro di ricerca che credo sarebbe interessante allargare e sistematizzare, prendendo in esame corpora testuali più larghi e differenziati e indagando i comportamenti concreti di lettura.
In questo caso, il testo di partenza è il romanzo The black cloud, pubblicato nel 1957 dall’astrofisico e cosmologo inglese Fred Hoyle (1915-2001)11. Si tratta di un libro di fantascienza – pur se nato e pubblicato al di fuori dal contesto tradizionale del genere – che esplora in primo luogo il tema della natura dell’intelligenza e della possibilità di forme di vita intelligente molto diverse dalla nostra. Il romanzo – di cui esistono numerose edizioni italiane12 – è stato ristampato nel 2010 all’interno della collana Penguin Modern Classics13.
I passi su cui vorrei soffermarmi sono due. Nel primo il protagonista, l’astrofisico Chris Kingsley, utilizza un computer per verificare gli scostamenti dei pianeti dalle loro orbite a seguito dell’ingresso nel sistema solare di una nube di materia interstellare. Hoyle offre all’interno del libro un esempio del programma scritto a questo scopo da Kingsley14. Possiamo evidentemente considerare il riferimento al ‘calcolatore di Cambridge’ e il codice di programmazione fornito da Hoyle come esempi di quelli che ho chiamato sopra ‘attivatori’ (triggers) per potenziali esplorazioni e approfondimenti extra-testuali. L’approfondimento di questi riferimenti da parte di un lettore non esperto avrebbe richiesto, all’epoca di prima pubblicazione del volume, una ricerca tutt’altro che banale, nonostante il computer in questione fosse allora attivo e funzionante (si tratta dell’ESDAC 1, uno dei primi computer del laboratorio informatico dell’Università di Cambridge). Oggi, pur essendo passati quasi settant’anni dal periodo al quale la narrazione si riferisce, e anche se l’ESDAC 1 non esiste più, un lettore interessato può scoprire abbastanza facilmente in rete che Hoyle è stato uno dei primi a utilizzare i computer in campo astronomico, e che tutti i riferimenti al computer di Cambridge, alla sua collocazione, alla sua programmazione, sono assolutamente accurati15. Può poi scoprire che esistono in rete non solo fotografie del laboratorio e del computer, ma anche un simulatore software dell’ESDAC16 e volendo – anche se questo presuppone certo competenze informatiche abbastanza avanzate – può scaricarlo e provare a inserire il frammento di codice fornito da Hoyle all’interno di un programma reale. Non solo: può scoprire che il frammento di programma inserito nel libro è molto probabilmente il primo esempio di ‘citazione’ diretta di un programma informatico in ambito letterario17: una conclusione che sarebbe stata assai difficile da trarre senza un lavoro di verifica collaborativo.
In altri termini: il riferimento era indubbiamente già presente nel libro e suggeriva comunque rimandi (almeno) a un luogo (il laboratorio informatico dell’Università di Cambridge), un oggetto (il computer ESDAC) e un ‘testo’ (il frammento di programma) che sarebbero stati in linea di principio esplorabili anche prima del web; ma le forme di questi approfondimenti – e la loro effettiva praticabilità – sono radicalmente cambiate con la disponibilità online di informazioni integrative. Certo, non si può più andare a Cambridge a visitare e magari provare direttamente il computer (ma quanti lettori l’avrebbero potuto e voluto concretamente fare?); in compenso, però, le possibilità di approfondimento a disposizione di un lettore interessato sono probabilmente più numerose e comunque più facilmente accessibili. Lo spazio dei rimandi, l’‘intorno’ del testo, è insomma cambiato, e si è per molti versi arricchito.
Il secondo esempio si riferisce a una delle scene probabilmente più affascinanti del romanzo18; devo però avvertire che la sua descrizione implica necessariamente alcuni spoiler: chi non avesse letto il libro e desiderasse farlo – ne vale la pena – può tornare su questi ultimi paragrafi dopo la lettura.
Kingsley e i suoi colleghi hanno scoperto che la nuvola è una forma di intelligenza aliena, hanno stabilito un canale di comunicazione, e le inviano esempi di contenuti letterari e artistici prodotti dall’umanità (la nuvola diventa, in qualche misura, una lettrice). La nuvola chiede di approfondire la natura della musica, che le risulta meno comprensibile rispetto alla letteratura e all’arte. Per rispondere a questa curiosità viene inviata alla nuvola la registrazione della sonata opera 106 di Beethoven (la celebre Hammerklavier), che era stata eseguita la sera prima, in un concerto improvvisato, da una pianista – Ann Hasley – ospite dello stesso centro di ricerca in cui si trovano Kingsley e gli altri scienziati. Dopo la trasmissione, la nuvola chiede che il primo movimento della sonata le venga inviato di nuovo, ma con una velocità accelerata del 30%. Ann commenta:

Il primo movimento della sonata in si bemolle maggiore reca una indicazione di metronomo che implicherebbe una velocità di esecuzione straordinaria, superiore alle possibilità di qualsiasi normale pianista, sicuramente superiore alle mie possibilità19.

La nuvola ha dunque saputo cogliere autonomamente questa caratteristica del brano musicale, e ha chiesto ai suoi interlocutori umani di ‘ovviare’ al problema attraverso un’accelerazione della registrazione.
Anche in questo caso, l’‘attivatore’ rappresentato dal riferimento alla sonata di Beethoven (e alle particolarissime caratteristiche di tempo del suo primo movimento) è ben riconoscibile, e sollecita una possibile esplorazione anche prima dello sviluppo dell’ecosistema digitale. Quando ho letto per la prima volta il libro, da ragazzo, questo passo mi ha molto colpito, e ho subito acquistato un disco con l’esecuzione dell’opera 106 (nel tempo ho poi collezionato diverse incisioni di quella sonata, e credo che – nella mia assai limitata competenza musicale – le diverse esecuzioni del primo movimento siano uno dei pochissimi temi di cui possa parlare con qualche cognizione di causa). Ma non avevo modo di ascoltare l’esecuzione accelerata del 30%: per farlo mi sarei dovuto procurare una registrazione su nastro e un magnetofono con la possibilità di variare in maniera regolabile la velocità di scorrimento del nastro. Cosa in linea di principio possibile, ma concretamente non alla portata di un lettore comune. Quello che era quasi impossibile cinquant’anni fa è invece assai facile oggi: basta usare un qualunque programma di elaborazione sonora o, ancor più semplicemente, recuperare in rete l’audio della sonata già accelerato del 30% e inserito su YouTube da un appassionato, proprio come omaggio al riferimento contenuto nel romanzo di Hoyle20.
Si tratta, credo, di un ottimo esempio di quell’allargamento delle possibilità di esplorazione di rimandi intermediali reso possibile dalla condivisione attraverso la rete di esperienze di approfondimento e di ‘lettura aumentata’ da parte di altri lettori. La lettura aumentata si manifesta dunque oggi non solo attraverso comportamenti di ricerca individuali, ma attraverso la produzione concreta di percorsi e materiali che diventano essi stessi contenuti digitali direttamente e facilmente condivisibili con altri, in maniera assai più facile di quanto non fosse possibile in precedenza. Da questo punto di vista, la lettura aumentata rientra nel più ampio alveo del social reading, e ne rappresenta anzi una delle forme per molti versi più originali e interessanti.


Ultima consultazione dei siti web: 23 novembre 2021.

1 Gino Roncaglia, L’età della frammentazione: cultura del libro e scuola digitale. Bari, Roma: Laterza, 2020, 1. ed. ampliata, cap. 25, anche con riferimento a Forum del libro, Progetto The living book: linee-guida, con contributi dei partner. Agosto 2019, https://thelivinglibrary.eu/downloads/it/Linee_Guida_The_Living_Book_IT.pdf.
2 Julia Kristeva, Bakhtine: le mot, le dialogue et le roman, «Critique», 33 (1967), n. 239, p. 438-465, poi in Ead., Sèméiotikè: recherches pour une sémanalyse. Paris: Seuil, 1969, traduzione italiana Semeiotiké: ricerche per una semanalisi. Milano: Feltrinelli, 1978.
3 Umberto Eco, Lector in fabula: la cooperazione interpretativa nei testi narrativi. Milano: Bompiani, 1979 (in particolare p. 81-84).
4 Julia Kristeva, Desire in language: a semiotic approach to literature and art, edited by Léon Roudiez, translated by Thomas Gora, Alice Jardine, Leon S. Roudiez. New York: Columbia University Press; London: Basil Blackwell, 1980.
5 La bibliografia relativa alle discussioni sul concetto di intertestualità è assai ampia; mi limito qui a ricordare Mary Orr, Intertextuality: debates and contexts. Cambridge: Polity Press, 2003; Jessica Mason, Intertextuality in practice. Philadelphia: John Benjamins Publishing Company, 2019, DOI: 10.1075/lal.33; Graham Allen, Intertextuality. London: Routledge, 2021. Per una rapida sintesi in italiano si veda Andrea Bernardelli, Che cos’è l’intertestualità. Roma: Carocci, 2013.
6 Cfr. Roman Jakobson, Linguistics and poetics. In: Style in language, edited by Thomas A. Sebeok. Cambridge (MA): MIT Press, 1960, p. 62-94: p. 63, poi in Id., Essais de linguistique générale, traduit de l’anglais et préfacé par Nicolas Ruwet. Paris: Les Éditions de minuit, 1963, traduzione italiana Saggi di linguistica generale, a cura di Luigi Heilmann. Milano: Feltrinelli, 1966, p. 182.
7 Cfr. G. Allen, Intertextuality cit., cap. 7.
8 Jay David Bolter; Richard Grusin, Remediation: understanding new media. Cambridge (MA): MIT Press, 1999, traduzione italiana Remediation: competizione e integrazione tra media vecchi e nuovi, prefazione e cura di Alberto Marinelli. Milano: Guerini, 2002.
9 George P. Landow, Hypertext: the convergence of contemporary critical theory and technology. Baltimore, London: Johns Hopkins University Press, 1992, 3. ed. accresciuta e modificata: Hypertext 3.0: critical theory and the new media in an era of globalization. Baltimore, London: Johns Hopkins University Press, 2006.
 
10 Susan Sontag, Against interpretation. In: Against interpretation and other essays. New York: Farrar, Straus & Giroux, 1966, p. 3-14; traduzione italiana Contro l’interpretazione, traduzione di Ettore Capriolo. Milano: Mondadori, 1967 (ristampa 1998).
11 Fra i più importanti astrofisici del secolo scorso, Sir Fred Hoyle è noto soprattutto per essere stato – con Hermann Bondi e Thomas Gold – fra i difensori dell’ipotesi cosmologica nota come ‘stato stazionario’ (steady state), in opposizione alla teoria (poi progressivamente affermatasi) del Big Bang. Lo scontro fra le due ipotesi cosmologiche – all’epoca tanto violento da appassionare anche il grande pubblico: la stessa espressione ‘Big Bang’ era stata introdotta polemicamente da Hoyle in una trasmissione radiofonica del 1949 – è stato recentemente ricostruito in un bel libro di Paul Halpern, Flashes of creation: George Gamow, Fred Hoyle, and the great Big Bang debate. New York: Basic books, 2021.
12 Tutte basate sulla traduzione originale di Luciano Bianciardi: la prima edizione italiana è Fred Hoyle, La nuvola nera: romanzo. Milano: Feltrinelli, 1958; sono seguite, oltre a numerose riedizioni Feltrinelli, un’edizione Garzanti e un’edizione per la scuola pubblicata da Loescher.
13 Fred Hoyle, The black cloud. London: Penguin, 2010.
14 Per comodità del lettore, farò riferimento direttamente al testo nella traduzione italiana e nella paginazione dell’edizione più recente. Fred Hoyle, La nuvola nera, traduzione di Luciano Bianciardi. Milano: Feltrinelli, 2020, p. 45.
15 Cfr. Joyce M. Wheeler, Applications of the EDSAC, «IEEE Annals of the history of computing», 14 (1992), n. 4, p. 27-33: p. 29.
16 Messo a disposizione dal Department of Computer Science della University of Warwick e liberamente scaricabile all’indirizzo https://www.dcs.warwick.ac.uk/~edsac/; il manuale per il simulatore è disponibile qui: The National Museum of Computing. The EDSAC Replica Project, Tutorial guide to the EDSAC simulator. March 2018, https://www.dcs.warwick.ac.uk/~edsac/Software/EdsacTG.pdf.
17 Si veda la discussione First fictional programming language in sci-fi or fantasy? nel forum «Science fiction & fantasy» dello Stack Exchange Network, https://scifi.stackexchange.com/questions/233847/first-fictional-programming-language-in-sci-fi-or-fantasy.
18 F. Hoyle, La nuvola nera cit., p. 224-226.
19 Ivi, p. 226.
20 Cfr. OrestePius, The black cloud tribute – Beethoven’s opus 106 first movement. 2012, https://youtu.be/5e9AhknYQ2c.