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Nuovi appunti sulla interpretazione della biblioteca pubblica

di Giovanni Solimine

Sono molteplici e solide le ragioni che mi fanno sentire in perfetta sintonia con l'articolo di Giovanni Di Domenico sulla biblioteca pubblica come servizio sociale1. Questo contributo - che si colloca in un filone di "biblioteconomia interpretativa" di cui a mio avviso c'è un urgente bisogno - a me pare il punto più alto della recente riflessione italiana sulle biblioteche pubbliche e prosegue, integra e aggiorna la discussione che ebbe una breve ma feconda stagione negli anni 2005-20092.
Integrerò nelle pagine che seguono la sottolineatura di alcuni passaggi dell'intervento di Di Domenico con qualche mia riflessione aggiuntiva. I nuclei tematici che maggiormente hanno attirato la mia attenzione sono sostanzialmente tre: l'accesso alla conoscenza nella società contemporanea, il benessere sociale, il ruolo delle biblioteche in una società "intelligente".

Accesso alla conoscenza

Correttamente, Giovanni Di Domenico non si adagia sulla retorica della "società della conoscenza", ma entra nel merito e, riprendendo Edgar Morin, individua una criticità nella frammentazione dei saperi e nel fatto che nella società contemporanea le conoscenze viaggiano separate le une dalle altre.
Oggi in rete - il luogo in cui per eccellenza le conoscenze vengono "esposte", ricercate, fatte circolare - "galleggiano" tante cose diverse, di cui non sempre riusciamo a percepire le caratteristiche intrinseche e le relazioni reciproche: dati e bit; informazioni come dati contestualizzati; conoscenza come informazione recepita, gestita e prodotta; comunicazione come informazione trasmessa; documenti come supporti delle informazioni3. Alla base di tutto ci sono i dati, unità informative minime, «"atomi informativi" che, cumulati e ordinati con certe modalità, producono ciò che chiamiamo "informazione"»4. È la contestualizzazione a consentire l'interpretazione dei dati e a conferire loro una reale valenza informativa: «l'informazione è quindi un insieme di dati organizzati che in un contesto che attribuisce loro un significato. Del contesto fa parte anche il linguaggio in cui l'informazione viene espressa, ignorando il quale essa si riscompone in una sequenza indecifrabile di dati. Grazie alla conoscenza condivisa di tale linguaggio da parte di chi emette e di chi riceve le informazioni, esse possono trasferire ulteriore conoscenza, relativa ai più svariati contenuti, che ne attribuiscono il significato»5.
Beni primari e beni secondari, fonti primarie e fonti secondarie, potremmo dire, oppure materia prima della conoscenza e conoscenza elaborata6.
Condivido pienamente ciò che Di Domenico scrive, quando afferma con Morin che il sapere frammentato «soffoca la necessità di una conoscenza interdisciplinare, l'unica capace di cogliere la complessità e la globalità dei problemi che il mondo deve affrontare» e quando individua un punto debole dell'attuale organizzazione del sapere nel «primato della "tecnoscienza", che consente ai cittadini di acquisire un sapere specializzato, ma nega loro il diritto alla conoscenza e la possibilità di dominare un punto di vista "inglobante e pertinente"».

Questa educazione alla complessità è in primo luogo compito del sistema dell'istruzione e della formazione continua, che in Italia si mostrano spesso inadeguati al raggiungimento di questi obiettivi. Da questo punto di vista possiamo notare due diverse debolezze, che per semplicità potremmo definire rispettivamente di ordine quantitativo e di ordine qualitativo.
Rispetto al primo genere di questioni, balzano immediatamente all'occhio tre indicatori rilevati dall'Istat per i quali il nostro paese si colloca a un livello molto inferiore rispetto alla maggior parte dei paesi dell'Unione Europea: la quota di persone di 25-64 anni con almeno il diploma di scuola secondaria superiore (56% nel 2011 rispetto a una media europea del 73,4%), la quota di persone di 30-34 anni che hanno conseguito un titolo universitario (20,3% rispetto al 34,6%) e la quota delle persone in età lavorativa, comprese fra i 25 e i 64 anni, che hanno partecipato ad attività di istruzione e formazione nelle quattro settimane che hanno preceduto l'intervista (5,7% rispetto all'8,9%) e in questo caso va sottolineato addirittura un arretramento (il dato italiano nel 2004 era del 6,3%)7.
Questi limiti stanno avendo una funzione regressiva e si sommano agli effetti della crisi, che picchia duro e colpisce maggiormente i settori storicamente già più svantaggiati. Ci sono allarmanti segnali che ci dicono che rischiamo di bruciare in pochi anni le conquiste di un trentennio. L'analisi empirica della trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze economiche - fenomeno strettamente connesso alla mobilità sociale e alla disparità delle condizioni di partenza - ha destato molto interesse tra i sociologi e, più recentemente, tra gli economisti: il nodo può essere individuato proprio nella insufficienza dell'istruzione «per ridurre gli svantaggi che la lotteria della vita assegna a chi nasce in famiglie disagiate»8.
La scuola e l'università stanno perdendo la funzione di motore della mobilità sociale, che hanno sempre esercitato in passato: la metà dei laureati nati negli anni Trenta-Quaranta del Novecento a distanza di un decennio dal conseguimento della laurea e dalla prima occupazione risultava pienamente inserita nella borghesia (anche perché, molto spesso, proveniva da quel ceto sociale). Oggi non è più così. La crisi economica incide moltissimo, ma su questi dati pesa anche una sfiducia sulla funzione che l'istruzione può ricoprire ai fini del superamento delle disuguaglianze da una generazione all'altra: un'indagine pubblicata nel 2013 tra i giovani diplomati italiani dimostra che si iscrivono all'università il 78% dei diplomati di estrazione borghese contro il 48% dei giovani di famiglia operaia; anche il titolo di studio dei genitori influenza le scelte dei giovani, se è vero che l'89% dei diplomati provenienti da famiglie in cui almeno un genitore è laureato ha deciso di iscriversi all'università9. Molti dati confermano gli effetti di retromarcia imposti da una crisi che colpisce in modo più pesante proprio nelle aree geografiche in cui maggiore sarebbe il bisogno di qualificazione: nell'ultimo quinquennio le iscrizioni all'università sono calate del 20% nelle regioni meridionali e del 5% in quelle settentrionali.

Molto elevata la percentuale di giovani che, dopo aver conseguito il titolo di scuola media inferiore, esce prematuramente dal sistema dell'istruzione e della formazione. L'ultima rilevazione Eurostat10 sul tasso di abbandono scolastico ci dice che questo dato - pur essendo in via di miglioramento (è passato da un valore di quasi il 23% nel 2004 a oltre il 18% nel 2011) - testimonia ancora un grave ritardo: l'Italia è al ventiquattresimo posto in Europa, seguita solo da Spagna, Portogallo e Malta. Il fenomeno è contrassegnato da pesanti differenze di classe: nel primo biennio delle superiori lasciano la scuola il 17% degli allievi degli istituti tecnici e l'11% di quelli dei licei; al termine del ciclo gli studenti dispersi sono il 31% negli istituti tecnici e il 22% nei licei. I figli di genitori che si sono fermati alla scuola dell'obbligo hanno un tasso di abbandono scolastico del 27,7%, a differenza del 2,9% dei figli dei laureati. Analogamente, solo il 3,9% dei ragazzi con almeno un genitore occupato in professioni qualificate abbandona gli studi, contro il 31,2% nel caso di genitori con professioni non qualificate.
Anche per effetto della crescita della disoccupazione, aumenta la percentuale di giovani compresi fra i 15 e 29 anni che, avendo perso ogni fiducia, non studiano e non lavorano: erano il 19,5% dei pari età nel 2009 e sono saliti al 22,7% nel 2011, al 23,9% nel 2012, la quota più alta d'Europa. Anche in questo caso, le differenze sociali incidono pesantemente: il dato, infatti, è del 28,3% se si è figli di genitori con la sola licenza elementare e del 10,2% se si è figli di laureati.
Riportando questi dati quantitativi e provando ad analizzarli, è stata già introdotta qualche riflessione a carattere qualitativo. Ma l'inadeguatezza del sistema educativo è testimoniata anche da altri fattori - penso all'aggiornamento degli insegnanti, alle Indicazioni per il curriculum (quelli che una volta si chiamavano "programmi ministeriali"), alla dotazione di strumenti che possano rendere stimolante l'esperienza scolastica - ed è il risultato di decenni di assenza di una politica scolastica degna di questo nome, e che a volte è sembrata avere il solo obiettivo dello smantellamento del sistema pubblico dell'istruzione. Sicuramente a far data dalla gestione del Ministero affidata a Letizia Moratti (2001-2006) e da chi si è poi avvicendato sulla poltrona di Viale Trastevere, ma in buona parte anche nei governi precedenti.
Gli effetti riguardano anche - e forse in misura maggiore - chi è uscito dal percorso scolastico e il problema quindi va oltre i confini del mondo della scuola e riguarda più complessivamente la società italiana: si tratta di un problema di information literacy. Nel suo articolo Di Domenico ricorda il crescente interesse che a livello internazionale la biblioteconomia sta dedicando all'argomento. Aggiungo che anche nella letteratura professionale italiana si registra una forte attenzione per questi temi11.

Oggi, di fronte al notevole incremento dei flussi comunicativi e per la presunta facilità con cui vi si può accedere, servono competenze critiche e 'capacità di lettura' per poter pienamente sfruttare le potenzialità di questa grande quantità di contenuti. A questo scopo è necessario «acquisire modelli, motivazioni e capacità per guidare, anche autonomamente, un processo di ininterrotto aggiornamento e sviluppo delle proprie conoscenze, tale da favorire le possibilità di autonomo controllo e progettazione d'intervento rispetto al contesto di vita e di lavoro individuale»12.
Non è un'esigenza che si manifesta solo a livello professionale o di ricerca, ma che riguarda gli eventi quotidiani della vita e che riguarda quindi anche il servizio bibliotecario di base.
Per tutte queste ragioni, ritengo fondamentale che venga seriamente affrontata la questione della information literacy, vale a dire la capacità di recuperare l'informazione, valutarla e organizzarla, utilizzarla e rielaborarla criticamente. E forse è proprio in questo specifico campo di attività che possiamo individuare un ampliamento della concezione del ruolo di mediazione e della funzione formativa delle biblioteche. Ma su questo aspetto tornerò più avanti.

Benessere sociale

Il problema dell'efficacia del sistema educativo non riguarda solo gli insegnanti e gli studenti. A questo proposito, accanto alle interessanti riflessioni che Di Domenico sviluppa intorno alle categorie di "bene comune" e "beni comuni", vorrei introdurre un altro concetto, meno nuovo ma a mio avviso altrettanto utile ai fini dei discorsi che qui si sta provando a fare: quello di "bene meritorio".
Per essere chiari, bisogna fare un piccolo passo indietro. Secondo le definizioni fornite da Paul Samuelson13 e Richard Musgrave14, ormai entrate nella tradizione, per bene pubblico puro si intende un bene non rivale e non escludibile, ossia un bene la cui fruizione da parte di un individuo non impedisce né impoverisce l'uso da parte di un altro15 e dal cui utilizzo non si può escludere nessuno. Sul versante opposto troviamo i beni privati, caratterizzati da perfetta rivalità ed escludibilità, quindi destinati a una fruizione individuale, incompatibile con il consumo che altri soggetti potrebbero farne.
In una collocazione intermedia troviamo i beni sociali, i quali, pur essendo beni rivali ed escludibili, vengono spesso sottratti alle leggi di mercato e gestiti in forma pubblica e a carico della collettività, in quanto presentano delle esternalità positive, vale a dire delle ricadute sulla collettività nel suo complesso. In quest'ambito possiamo ulteriormente distinguere tra i beni sociali puri, per i quali l'interesse collettivo coincide con gli interessi e le preferenze dei singoli, e i beni meritori: in questo caso, anche se solo una parte della collettività si riconosce in quell'interesse collettivo e utilizza quel bene o quel servizio, è il soggetto pubblico che ne sancisce la rilevanza avocandone a sé la responsabilità. Ciò avviene perché ci sono dei valori condivisi che il singolo cittadino, in quanto membro di una comunità, accetta anche qualora essi siano in contrasto con i propri interessi individuali16.
Per esemplificare, possiamo dire che l'assistenza sanitaria o la sicurezza dei cittadini sono beni sociali in quanto interessano l'intera collettività, mentre l'istruzione è un bene meritorio in quanto, pur essendo fruito solo da una parte della comunità, l'opinione pubblica riconosce che essa contribuisce a migliorare la qualità di vita della intera collettività ed è quindi parte integrante dei valori condivisi e accettati dai suoi componenti. Più sono le persone che accedono all'istruzione e alla conoscenza, maggiori sono i vantaggi per la collettività. Di conseguenza, l'istruzione diviene un servizio a carico del bilancio pubblico e finanziato dall'intera comunità.

In questo ambito collocherei una riflessione sul ruolo delle biblioteche - e delle biblioteche pubbliche in particolare - come servizio pubblico di accesso alla conoscenza, che a mio avviso va definito un servizio essenziale e di base in un'epoca che vede la conoscenza come principale strumento di crescita, e quindi anche come spartiacque fra ricchezza e povertà individuali e collettive. In questo senso, le biblioteche appartengono a quei servizi pubblici di partecipazione culturale, che non possiamo considerare come un lusso di cui bisogna imparare a fare a meno in un periodo di crisi economica, come quello che stiamo attraversando, ma come una "prestazione sociale" essenziale per creare pari opportunità fra i cittadini per l'accesso alla conoscenza.
Anche un dato, che forse è passato inosservato, mi pare che possa avvalorare questa interpretazione. Il rapporto sullo stato dell'industria editoriale in Italia17 prodotto dall'AIE nell'ottobre del 2013 presenta un panorama molto preoccupante sull'andamento delle vendite librarie (-13,6% negli ultimi venti mesi) e sullo stato di salute dell'editoria e delle librerie. Voglio soffermarmi brevemente solo su un aspetto, che a qualcuno è apparso nettamente positivo, ma che invece deve far riflettere. Malgrado si siano venduti meno libri (e si siano venduti essenzialmente quelli appartenenti alla fascia di prezzo più bassa, a conferma di quanto la crisi incida sui comportamenti di acquisto anche di consumatori particolarmente motivati, come i lettori, compresi i lettori abituali), la percentuale di chi legge è lievemente aumentata (46% nel 2012 contro il 45,3% dell'anno precedente). Cresce, quindi, il circuito non commerciale: prestiti fra amici e in biblioteca. Se questo dato fosse interpretabile come un segnale di miglioramento del servizio bibliotecario e di un suo maggiore radicamento nella società italiana, ci sarebbe di che essere contenti. Mi permetto di avere qualche dubbio: tutto ciò accade in un periodo in cui i bilanci delle biblioteche sono falcidiati e la loro capacità di acquistare novità librarie si è ridotta di molto, in cui gli orari di apertura si stanno contraendo, anche a causa del blocco del turnover e delle collaborazioni esterne. Non mi sembra, quindi, che questo incremento della "quota di mercato" a favore delle biblioteche si possa attribuire a un loro maggiore appeal sul pubblico. A me sembra un ulteriore segnale della crisi, per cui, in un quadro fatto di tanti segni meno, si ricorre maggiormente a un servizio pubblico e gratuito. Di positivo c'è, forse, proprio la sottolineatura di questo aspetto: la biblioteca è un servizio pubblico e gratuito, appunto, al quale tutti possono attingere. Aggiungerei che questa sostanziale tenuta delle biblioteche, che non è frutto di una crescita delle loro capacità di offerta, deriva forse unicamente dal buon funzionamento dei sistemi di cooperazione territoriale e da una prassi consolidata di condivisione delle risorse, oltre che dall'impegno dei bibliotecari. Se tutto ciò accade quando le biblioteche hanno meno soldi, figuriamoci cosa sarebbero capaci di fare se fossero adeguatamente finanziate.

Tornado a ciò che si stava dicendo, mi pare che l'approccio che qui viene proposto induca a inserire le politiche bibliotecarie all'interno delle politiche del welfare, che intendono ridurre le disuguaglianze rispetto al necessario, mentre i nostri governanti hanno sempre ritenuto la cultura un bene superfluo e facoltativo.
Che questa sia la concezione dominante è dimostrato a mio avviso anche dai dati sull'andamento dell'occupazione nel settore. Permettetemi di uscire parzialmente fuori tema e di supportare queste mie considerazioni con alcuni dati riferiti all'intero comparto della cultura.
Il fenomeno dell'andamento del mercato del lavoro è complesso e va letto con attenzione se ne vogliamo comprendere fino in fondo le logiche. Lo dimostra una recente indagine sulle tendenze dell'occupazione nel settore della cultura negli anni 2006-2010, che fornisce dati molto illuminanti18. All'inizio e alla fine del quinquennio il numero degli occupati (architetti, archeologi, storici dell'arte, archivisti, bibliotecari, addetti all'editoria e allo spettacolo dal vivo ecc.) risulta sostanzialmente uguale, attestato intorno alle 585.000 unità, ma la fluttuazione interna è stata notevole, come ha notato Carla Bodo: «il confronto di tale andamento con quello dell'occupazione in generale fa emergere da un lato una situazione parzialmente simile, con trend di analogo segno - positivo, e successivamente negativo - negli stessi anni considerati. Dall'altro lato [...] evidenzia anche una ben più forte accentuazione di tale fenomeno per l'occupazione culturale, che aumenta in misura assai più significativa negli anni di crescita, ma che subisce viceversa un calo assai più vistoso negli anni bui. Si tratta di una anomalia che va messa in rilievo, quasi un segnale di allarme, in quanto varrebbe forse la pena di approfondire per quali ragioni questa particolare categoria di lavoratori risulti tanto sovra esposta rispetto alla media alle oscillazioni della congiuntura»19.

Questo ridimensionamento ha colpito principalmente i giovani (la percentuale di occupati con età inferiore ai 30 anni è scesa dal 17,6 al 14,7%) e quindi chi era appena uscito dall'università e in particolare dai corsi di laurea in Conservazione dei beni culturali istituiti in numerosi atenei italiani, mentre è cresciuta la percentuale dei lavoratori autonomi (passata dal 54,6 al 56,4%), a conferma di una forte precarizzazione del lavoro.
Per quale motivo, dopo un sensibile aumento, l'occupazione nel settore della cultura ha subito un crollo, fino a tornare esattamente al punto di partenza? Detto in altri termini, per quale motivo si è avuto un così drastico ridimensionamento delle risorse finanziarie destinate alla cultura? Riprendiamo ancora le parole di Carla Bodo: «Nel periodo considerato l'occupazione nel settore culturale è risultata infatti stagnante quando la spesa pubblica per la cultura si è contratta e ha conosciuto invece un significativo incremento tra il 2006 e il 2007, ossia negli unici due anni della metà dello scorso decennio in cui - durante il governo del centro-sinistra - il sostegno pubblico alla cultura si è alquanto rafforzato, in termini di iniziativa legislativa così come di erogazione di risorse. Il forte calo di occupazione intervenuto, come si è visto nel biennio successivo, è certo da mettere in connessione con la sopravvenuta crisi economica, ma verosimilmente anche con la scure impugnata dal sopravvenuto governo di centro-destra per quanto riguarda sia il bilancio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, sia i trasferimenti agli enti locali»20.
Anche se queste interpretazioni sono ampiamente condivisibili, personalmente ritengo che ci sia anche dell'altro. Mi sembra di leggere in questi dati una conferma del fatto che in Italia gli investimenti nella cultura siano ancora concepiti come spese "facoltative", che possiamo permetterci solo in epoca di vacche grasse e che possiamo cancellare nei momenti di difficoltà economica. A nostra parziale consolazione, si può dire che questo ripiegamento è generalizzato e si manifesta sia in Europa che negli Stati Uniti.
Rimane, invece, tutta a nostro disonore la quartultima posizione che l'Italia occupa nella graduatoria dell'incidenza dell'occupazione culturale rispetto all'occupazione totale21: con il nostro misero 1,1% precediamo solo Turchia, Portogallo e Romania, ma siamo lontani dall'1,7% medio dei 27 paesi dell'Unione europea o della Francia, dal 2% dell'Olanda, dal 2,1% della Gran Bretagna e dal 2,2% della Germania.

Biblioteche in una società intelligente

L'affascinante prospettiva delle smart libraries all'interno delle smart cities, che Di Domenico delinea nella parte finale del suo articolo, ci riporta a mio avviso dritti dritti al tema dell'information literacy già affrontato in precedenza.
«È importante - sostiene l'autore - che la creazione di capitale intellettuale non sia separata da quel contrasto attivo del digital divide e dell'analfabetismo funzionale che le biblioteche possono ancora condurre e dalle risorse che esse possono mettere a disposizione delle comunità intelligenti, della cittadinanza consapevole, dei progetti innovativi sostenibili per le città e i territori», e prosegue citando un documento del Governo del piano sull'agenda digitale, che definisce le smart cities come «spazi urbani entro i quali le comunità residenti (le community) possono incontrarsi, scambiare opinioni, discutere di problemi comuni, avvalendosi di tecnologie all'avanguardia»22. Di tecnologie e di luoghi, aggiungerei.
Se teniamo conto dei dati dell'ultima indagine PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) sulle competenze degli adulti (16-65 anni)23 riesce difficile immaginare città intelligenti popolate da ignoranti. I cittadini italiani ne escono con le ossa rotte e risultano in fondo alla classifica sui saperi essenziali per potersi orientare e inserire nelle dinamiche della società contemporanea. Siamo all'ultimo posto tra i 24 paesi OCSE per quanto riguarda le competenze alfabetiche (literacy) con 250 punti e al penultimo posto per quelle matematiche (numeracy) con 247 punti: il divario rispetto alla media OCSE (punteggi pari, rispettivamente, a 273 e a 269) è pesante e facciamo registrare punteggi significativamente inferiori nei confronti di Francia, Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti, per non parlare dell'abissale spread che ci separa da Giappone, Olanda e paesi scandinavi. Fortunatamente si riduce la forbice fra giovani e anziani e fra uomini e donne, ma resta ancora forte lo scarto fra le diverse aree geografiche: nelle competenze alfabetiche, per esempio, i residenti nelle regioni del Nord-Est e dell'Italia centrale totalizzano il punteggio più elevato (261), leggermente inferiore a quello dei francesi (262), mentre gli abitanti del Nord-Ovest (248) sono indietro alla media nazionale (250) e al punteggio degli spagnoli (252); al Sud e nelle Isole il punteggio è di 241.
Ovunque, il vantaggio derivante dai livelli di istruzione e dalla partecipazione ad attività formative risulta determinante. I nostri tassi di scolarità sono notevolmente più bassi in confronto agli standard internazionali e non potevamo aspettarci, quindi, risultati migliori di quelli che l'indagine ha rilevato.
Ecco perché, come si diceva poc'anzi, sembra velleitario parlare di smart cities in assenza di un forte impegno sul terreno della information literacy e, più in generale, senza investimenti finalizzati a una riqualificazione della scuola e dell'università e alla creazione di un serio sistema di formazione per gli adulti, che in Italia non c'è mai stato. Ora tutti stanno scoprendo la gravità della situazione, ma c'è chi questi problemi li denuncia da tempo. Le persone che operano nel mondo della cultura, dell'istruzione, delle biblioteche non sono state le uniche a lanciare un grido d'allarme sugli sprechi di capitale umano o a chiedere maggiori investimenti in conoscenza per costruire un futuro di maggiore prosperità: basta citare l'autorevole voce di Ignazio Visco, che è spesso intervenuto su questi temi, ben prima di assumere l'incarico di Governatore della Banca d'Italia24.

All'interno di questo "movimento" sembra utile ribadire la funzione formativa delle biblioteche, e non solo di quelle che operano a supporto della didattica. Proprio in questo specifico campo di attività possiamo individuare un ampliamento del ruolo di mediazione culturale e informativa, principale fine istituzionale delle biblioteche.
La biblioteca è un laboratorio nel quale si impara a imparare, si lavora a contatto con i documenti, ci si confronta sui contenuti, si possono condividere esperienze di apprendimento e di crescita individuale con altre persone, accomunate dagli stessi interessi. Le linee guida dell'IFLA, che Giovanni Di Domenico richiama nel suo articolo, affermano che le biblioteche pubbliche operano sul versante educativo di base e, per questa via, favoriscono la crescita delle persone e lo sviluppo economico e sociale delle comunità locali25.
Un ultimo aspetto mi preme sottolineare a questo proposito ed è riferito ai nuovi strumenti di lavoro di cui i bibliotecari dispongono per poter progettare questo riposizionamento della biblioteca pubblica e questa ridefinizione delle strategie con le quali individuare la possibilità di esercitare un ruolo più incisivo e di maggiore "utilità sociale", cercando di uscire così dalla marginalità in cui essa è spesso confinata e che talvolta mette addirittura in discussione la sua stessa esistenza in un futuro quanto mai incerto26.

Un bello studio di Chiara Faggiolani - dedicato a una realtà particolare, quella perugina, ma ricco di riferimenti a concetti e questioni metodologiche di notevole complessità - offre una visione assai lucida sull'orizzonte strategico che le biblioteche pubbliche sono chiamate ad affrontare.

La crisi economica che negli ultimi anni ha determinato profondi tagli ai servizi pubblici, e alla cultura specialmente, ha reso quanto mai urgente la necessità di dimostrare il valore che le biblioteche hanno per gli individui, per la società e per lo sviluppo di una comunità al fine di legittimarne la sopravvivenza. È in questo contesto che si stanno diffondendo nel nostro paese gli studi sull'impatto sociale ed economico finalizzati a mostrare il valore generato dalle biblioteche per dimostrare che le funzioni che esse assolvono servono, poiché hanno un impatto diretto sulla società e determinano un cambiamento - un miglioramento - nella vita delle persone. Il concetto di valore è, dunque, intrinseco alla visione di una biblioteca orientata al futuro all'insegna di princìpi etici che perseguano il bene comune attraverso la responsabilità, la partecipazione e l'inclusione sociale. Le biblioteche pubbliche sembrano, dunque, poter avere una funzione strategica in questioni importanti come l'alfabetizzazione, l'istruzione, l'apprendimento permanente, la crescita culturale dei cittadini. Si tratta di temi quasi sempre legati al ruolo della biblioteca pubblica nella società contemporanea e all'identità che essa dovrebbe avere per uscire da una certa marginalità che la riguarda, se non addirittura per sopravvivere negli anni a venire. [...] Le biblioteche sono chiamate a operare precise scelte di posizionamento, attraverso l'approfondimento dei bisogni e della percezione degli utenti e l'interpretazione di tutte quelle interferenze che provengono dall'esterno, le trasformazioni in atto nelle città dal punto di vista sociale, urbanistico, ecc. Il contesto in cui le biblioteche operano è pieno di opportunità da cogliere, di spazi da riempire, basta esserne consapevoli e valutare attentamente le conseguenze sul piano strategico di certe scelte per leggere e interpretare i segnali che arrivano dall'esterno e utilizzarli al meglio27.

C'è bisogno, quindi, di una nuova biblioteconomia, che non si limiti a occuparsi dei documenti e neppure solo dei servizi, ma che faccia proprie le parole di Luigi Crocetti, quando scriveva che per la biblioteca pubblica «lo scopo sono gli esseri umani»28.
Con gli "appunti" che Giovanni Di Domenico ci ha offerto e con il contesto di riferimenti culturali e applicativi che li accompagnano entriamo ancora di più e ancora meglio in quella "biblioteconomia sociale" di cui da qualche tempo si sta cominciando a discutere e per la quale ci si sta attrezzando.
Lo scorso marzo, in un intervento che Chiara Faggiolani e io preparammo per il convegno delle Stelline, scrivevamo: «Le domande alle quali siamo abituati a rispondere non bastano più per trovare soluzioni efficaci alla situazione nella quale le biblioteche versano: non ci basta più sapere quanto gli utenti sono soddisfatti o quanti sono gli utenti soddisfatti, quanti sono i prestiti o quali sono i servizi che funzionano di più e meglio. Nello scenario attuale [...] pare più stringente chiedersi quale sia l'impatto che le biblioteche hanno nella comunità di appartenenza e come esse possano contribuire a migliorare la qualità della vita delle persone». E proseguivamo parlando della "biblioteconomia sociale" come di

una disciplina che alla transazione antepone la relazione, che rispetto alla qualità del servizio non si pone in modo autoreferenziale, perché il concetto di qualità è socialmente e storicamente determinato e che oltre al concetto di soddisfazione dell'utente rispetto alla mission istituzionale delle biblioteche, contempla anche, a livello più generale, il benessere dell'individuo e l'impatto che la frequentazione della biblioteca contribuisce a generare, tenendo in considerazione anche la dimensione simbolica, esperienziale, relazionale e sociale per essere in sintonia con l'evoluzione dei valori socialmente condivisi e fare in modo che le biblioteche riflettano lo spirito del tempo. Per fare ciò la biblioteconomia sociale si avvale di strumenti di analisi capaci di rivelare/svelare le caratteristiche dello scenario in cui le biblioteche si collocano oggi, sia rispetto a quanto accade all'interno (utenti) che rispetto a quanto accade fuori (contesto sociale), integrando le tecniche quantitative tradizionali con l'analisi qualitativa mutuata dalla metodologia della ricerca sociale [...]. Uno dei primi compiti della biblioteconomia sociale sarà proprio quello di ricercare e trovare un punto di equilibrio tra il core business delle biblioteche e la loro funzione sociale. La sfida più grande che questo nuovo modo di intendere la biblioteconomia è chiamato a vincere sta in un aggiornamento del bagaglio professionale dei bibliotecari coerente a questa visione, fornendo loro gli strumenti per concretizzare, appunto, la vision della biblioteca pubblica del terzo millennio: aiutare le persone a vivere meglio e aumentare il livello di benessere sociale offrendo ogni giorno gli strumenti per conoscere e comprendere la società29.

Concludo sottoscrivendo la definizione che Di Domenico offre dello scenario in cui le biblioteche pubbliche si collocano e svolgono la propria azione: «luoghi della conoscenza condivisa, della produzione di intelligenza, delle opportunità, del trasferimento sociale di capacità, delle relazioni e del benessere». Non resta che augurarsi che il corpo professionale dei bibliotecari - con l'indispensabile sostegno dei decisori pubblici, cui spetta il compito di impostare e sviluppare politiche pubbliche adeguate a questo ambizioso obiettivo - sia capace di dare concretezza a queste parole d'ordine.

NOTE

Ultima consultazione siti web: 24 ottobre 2013.

[1] Giovanni Di Domenico, Conoscenza, cittadinanza, sviluppo: appunti sulla biblioteca pubblica come servizio sociale, «AIB Studi», 53 (2013), n. 1, p. 13-25, http://aibstudi.aib.it/article/view/8875

[2] I due contributi di maggiore ampiezza e profondità che si ebbero a conclusione di quella discussione sono i volumi di Antonella Agnoli, Le piazze del sapere: biblioteche e libertà, Roma-Bari: Laterza, 2009, e di Anna Galluzzi, Biblioteche per la città: nuove prospettive di un servizio pubblico, Roma: Carocci, 2009. Particolarmente vivace e partecipato il dibattito che si sviluppò sul «Bollettino AIB»: si veda sul n. 3/2005: Claudio Leombroni, La biblioteca pubblica: un progetto incompiuto della modernità?, p. 273-276; sul n. 1-2/2006: Maria Stella Rasetti, La biblioteca è rock, anzi è fusion, p. 5-8; Peraldo Lietti – Stefano Parise, Il bilancio sociale della biblioteca, p. 9-21; Riccardo Ridi, Sulla natura e il futuro della biblioteca pubblica: lettera aperta a Claudio Leombroni, p. 87-90; Giuseppe Vitiello, L'accesso all'informazione e le politiche bibliotecarie, p. 91-94; Anna Galluzzi, Il futuro della biblioteca pubblica, p. 95-104; sul n. 3/2006: Sergio Conti, Ha un futuro la biblioteca pubblica? Spunti e provocazioni (in funzione scaramantica), p. 263-269; sul n. 4/2006: Alberto Petrucciani, Biblioteca pubblica senza identità? No, grazie, p. 377-382; Elena Boretti, Un grande servizio bibliotecario pubblico per tutti, p. 383-398; sul n. 1-2/2007: Maurizio Vivarelli, Interpretare la biblioteca pubblica: alcune osservazioni metodologiche, p. 143-149; Commissione nazionale AIB biblioteche pubbliche, Ancora sull'identità della biblioteca pubblica, p. 151-158; sul n. 3/2007: Roberto Ventura, La valutazione della biblioteca pubblica: problematiche e strumenti di misurazione dell'impatto culturale, sociale ed economico, p. 289-324.

[3] Quelli qui riportati sono i titoli dei paragrafi del capitolo introduttivo del volume di Riccardo Ridi, Il mondo dei documenti: cosa sono, come valutarli e organizzarli, Roma-Bari: Laterza, 2010, al quale si rimanda per una più completa definizione di questi termini e dei concetti che essi esprimono.

[4] Ivi, p. 3.

[5] Ivi, p. 5.

[6] La distinzione che separa l'informazione dalla conoscenza è stata plasticamente descritta da Peter Burke in Storia sociale della conoscenza: da Gutenberg a Diderot, Bologna: il Mulino, 2002, p. 23, dove ha assimilato il termine 'informazione' a quanto è immediato, pratico e specifico, e quindi 'crudo', mentre la 'conoscenza' denota ciò che è stato 'cotto', elaborato, sistematizzato dal pensiero. In questa definizione egli riprende i termini 'crudo' e 'cotto' introdotti da Lévi-Strauss nella sociologia della conoscenza per rappresentare la contrapposizione tra natura e cultura (cfr. Claude Lévi-Strauss, Mitologica: il crudo e il cotto, Milano: il Saggiatore, 1966).

[7] Questi dati - tranne i casi in cui non si citi esplicitamente una fonte diversa - sono ricavati dal Rapporto sul benessere equo e sostenibile in Italia, prodotto dall'Istat e dal Cnel nella primavera 2013: cfr. http://www.istat.it/it/files/2013/03/bes_2013.pdf

[8] Maurizio Franzini, Ricchi e poveri: l'Italia e le disuguaglianze (in)accettabili, Milano: EGEA - Università Bocconi Editore, 2010, p. 62.

[9] Cfr. http://www.almadiploma.it/scuole/occupazione/occupazione2012/

[10] Cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/statistics/themes

[11] Cito solo il più organico lavoro sull'argomento: Laura Ballestra, Information literacy in biblioteca, Milano: Editrice Bibliografica, 2011.

[12] Paolo Ferri - Alberto Marinelli, New media literacy e processi di apprendimento, introduzione a: Henry Jenkins et al., Culture partecipative e competenze digitali: Media education per il XXI secolo, Milano: Guerini e associati, 2010, p. 14.

[13] Cfr. Paul A. Samuelson, Economia, Bologna: Zanichelli, 1983.

[14] Cfr. Richard Abel Musgrave, Finanza pubblica, equità, democrazia, Bologna: il Mulino, 1995.

[15] A proposito di questo concetto, Di Domenico riporta una definizione fornita dal giurista Ugo Mattei: «informazioni e conoscenza crescono quantitativamente e qualitativamente con la condivisione (perché hanno natura di beni comuni relazionali)» (Ugo Mattei, Beni comuni: un manifesto, Roma-Bari: Laterza, 2011, p. 95).

[16] Ivi, p. 186.

[17] Rapporto sullo stato dell'editoria in Italia 2013, Milano: AIE-Ediser, 2013 (Quaderni del Giornale della libreria; 34).

[18] Carla Bodo, L'andamento del mercato del lavoro culturale nel quinquennio 2006-2010, «Economia della cultura», 22 (2012), n. 1, p. 51-62.

[19] Ivi, p. 53.

[20] Ivi, p. 58.

[21] Cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/statistics/themes

[22] http://www.governo.it/GovernoInforma/dialogo/aree/allegati/agenda_digitale/agenda_digitale.pdf

[23] Cfr. http://www.isfol.it/pubblicazioni/research-paper/archivio-research-paper/le-competenze-per-vivere-e-lavorare-oggi

[24] Ignazio Visco, Investire in conoscenza: per la crescita economica, Bologna: il Mulino, 2009.

[25] International Federation of Library Associations and Institutions, IFLA Public library service guidelines, 2nd ed., edited by Christie Koontz and Barbara Gubbin, Berlin; Munich: De Gruyter Saur, 2010.

[26] Cfr. Anna Galluzzi, Biblioteche pubbliche tra crisi del welfare e beni comuni della conoscenza: rischi e opportunità, «Bibliotime», 14 (2011), n. 3, http://didattica.spbo.unibo.it/bibliotime/num-xiv-3/galluzzi.htm

[27] Chiara Faggiolani, Posizionamento e missione della biblioteca: un'indagine su quattro biblioteche del Sistema bibliotecario comunale di Perugia, Roma: AIB, 2013, p. 15-17.

[28] Luigi Crocetti, Pubblica, in: Il nuovo in biblioteca e altri scritti, Milano: Editrice Bibliografica, 1994, p. 9-57: p. 57.

[29] La relazione è ora disponibile nella rivista che ha promosso il convegno: Chiara Faggiolani - Giovanni Solimine, Biblioteche moltiplicatrici di welfare, «Biblioteche oggi», 31 (2013), n. 3, p. 15-19.