Digital humanities e culture documentarie:
un modello di analisi, valutazione, interpretazione

di Maurizio Vivarelli

Premessa

Obiettivo di questo contributo è proporre alcune considerazioni sulla configurazione e sulle relazioni tra i campi disciplinari delle digital humanities (DH) e delle culture documentarie (bibliografia, biblioteconomia, documentazione, LIS - Library & information science). Un tema ampio ed articolato come questo può essere preso in esame a partire da molti punti di vista, che si cercherà di individuare discutendo fonti, stili interpretativi, retoriche e metodologie tra di loro sensibilmente divergenti. Per questo è necessario, in primo luogo, un atteggiamento interpretativo critico, consapevole dei contesti di produzione dei contenuti della fonte, in grado di individuarne le finalità implicite ed esplicite; è necessaria insomma una quota rilevante di ragionevole decostruzione, tanto più utile in due ambiti disciplinari dal profilo incerto, caratterizzati dal riferimento ad 'oggetti' polisemici e di grande complessità. Basti pensare, infatti, a quanti significati possano essere attribuiti a termini e concetti come 'libro', 'informazione', 'biblioteca', 'digitale', 'scienze umane', e così via. L'incertezza dei confini delle discipline è fortemente dipendente da una trama terminologica e semantica che non è semplice dipanare, e che in ogni caso in questa sede verrà lasciata, per così dire, sullo sfondo. Questo breve preambolo è molto importante, dal momento che la maggior parte della letteratura utilizzata nasce all'interno di pratiche disciplinari definite, e riflette esigenze ed istanze di natura spiccatamente intradisciplinare.
L'articolo è strutturato in cinque paragrafi. Nel primo viene discusso lo stato dell'arte del dibattito sul concetto di 'disciplina'; nel secondo, ciò cui si fa riferimento con l'espressione digital humanities; nel terzo, la stessa analisi viene applicata alle culture documentarie. Il quarto paragrafo si occupa dei confini e delle intersezioni, verificate o auspicate, tra DH e culture documentarie. Il quinto, infine, propone alcune considerazioni finali, sulle 'cose strane' che si verificano nei luoghi, linguistici e concettuali, cui le fonti discusse si correlano.

Breve introduzione al termine ed al concetto di 'disciplina'

Il termine 'disciplina', sul piano etimologico, è collegato al latino discipŭlus. Ecco le due definizioni del Vocabolario Treccani:

disciplina s. f. [dal lat. disciplina, der. di discipŭlus «discepolo»]. – 1.a. letter. Educazione, ammaestramento, insegnamento [...] b. Materia d'insegnamento e di studio [...]. c. Per estens., d. sportiva [...] 2.a. Complesso di norme che regolano la convivenza dei componenti di una comunità, di un istituto e sim., imponendo l'ordine, l'obbedienza, ecc.; e l'osservanza stessa di queste norme [...] b. Complesso di norme emanate per regolare determinati rapporti giuridici o d'altra natura: [...] 3.a. Specie di flagello formato da un mazzo di funicelle intrecciate, usato per percuotersi le carni [...]. b. estens. Penitenza, castigo, o provvedimento punitivo [...].1

discépolo s. m. (f. -a) [dal lat. discipŭlus, voce di formazione non chiara, der. di discĕre «imparare»]. – 1.a. Chi riceve l'insegnamento di un maestro, soprattutto in quanto sia o si senta a lui legato da stretti legami spirituali e intellettuali [...]. b. Chi segue le dottrine o le opinioni di una persona [...] che egli considera e venera come maestro, e per estens. chi conforma la propria vita, i proprî principî e giudizî sull'esempio di un maestro [...]. 2.a.Discepoli del Signore, o di Cristo, i dodici apostoli, e in senso più ampio tutti coloro che lo seguivano nella sua predicazione2.

Il sostantivo 'disciplina' è utilizzato in contesti linguistici in cui è presente, secondo la voce dell'ISKO encyclopedia of knowledge organization, una «chain of authority»3; in questo senso le discipline, incluse quelle accademiche, sono un ammaestramento finalizzato all'acquisizione dei contenuti insegnati, per 'professare' nel mercato del lavoro e nella società le competenze ottenute. 'Disciplina' ha dunque due significati principali, riconducibili il primo all'addestramento ad obbedire a regole di comportamento, utilizzando se necessario strumenti di correzione; il secondo denota un ramo della conoscenza, con riferimento particolare all'organizzazione accademica dei campi di studio.
Le discipline si sono sviluppate nei diversi contesti storici, dall'Accademia di Aristotele fino ai settori scientifico-disciplinari delle odierne università4. Di volta in volta esse hanno assunto le caratteristiche delle arti liberali medievali (trivio e quadrivio) e quelle della prima età moderna, descritte da Peter Burke nella sua Storia sociale della conoscenza5, nel cui terzo capitolo (Le professioni della conoscenza) si discute il ruolo dei «principali scopritori, produttori e diffusori del sapere», mostrando la differenziazione dei professori universitari come gruppo sociale autonomo, entro la coeva clerisy, i cui membri si denominavano «uomini di sapere (docti, eruditi, savants, Geleherten)», o uomini di lettere («literati, hommes de lettres»)6. Alcuni di essi si radicarono nelle università, dove, come ha mostrato Pierre Bordieau, avveniva la trasmissione del «capitale culturale», finalizzata alla riproduzione dei contenuti e degli ambienti in tal modo costituiti7. In relazione al diffondersi della rivoluzione scientifica, si verificarono prima il metaforico dissodamento dei 'campi del sapere' da parte delle comunità di ricercatori, poi la loro perimetrazione ed ordinamento attraverso i diversi strumenti di classificazione, rappresentati da accademie, biblioteche, enciclopedie, ed infine l'istituzionalizzazione8. Il sapere ordinato acquisì in tal modo molteplici 'forme', fisiche e concettuali, utilizzate per 'informare' le persone e la società. Michel Foucault ha dedicato pagine fondamentali alla discussione 'archeologica' di questi concetti, in particolare con Sorvegliare e punire, descrivendo i contesti del termine 'disciplina', mostrandone gli effetti biopolitici sui corpi resi docili dai «mezzi del buon ammaestramento», e disciplinati «con metodi che permettono il controllo minuzioso delle operazioni del corpo, che assicurano l'assoggettamento costante delle sue forze»9. In tal modo, con l'ausilio di una panottica sorveglianza, e sviluppando sofisticate «arti della punizione», la disciplina esplicita il suo potere, correggendo tutti coloro che divergono dalle regole, ricompensando o punendo con il gioco degli avanzamenti e delle retrocessioni10.
L'identità delle discipline accademiche, secondo Armin Krishnan, può essere individuata in base a:

  1. a particular 'object of research',
  2. a body of 'accumulated specialist knowledge' referring to their object of research,
  3. 'theories and concepts' that can organize knowledge effectively,
  4. specific 'terminologies or technical language',
  5. developed particular 'research methods',
  6. an 'institutional manifestation' in the form of a subject taught in universities academic departments and professional organizations11.

Un notevole rilievo va attribuito agli strumenti di comunicazione12, alla legittimazione ottenuta dai circuiti della ricerca scientifica13, all'atteggiamento degli ambienti professionali14; infine va riconosciuta l'importanza della narrazione della tradizione identitaria, e del valore attribuito ai cosiddetti «key events» (congressi, conferenze, progetti, pubblicazioni) nella costruzione dell'identità15. Questa storia è costantemente riscritta, in base al modificarsi dei paradigmi, caratterizzata da crisi e da periodi di «scienza normale», finemente indagati da Thomas Kuhn16. In seguito all'evolversi della ricerca scientifica ed agli atteggiamenti delle diverse comunità interpretative, i confini delle discipline mutano dal punto di vista epistemologico, metodologico, sociale, istituzionale, organizzativo, mentre i detentori del potere disciplinare continuano a coltivare la propria missione, che è quella di reclutare e formare nuovi discepoli. Sulla base di queste dinamiche le nuove discipline nascono, si stabilizzano, competono, si trasformano17, mantenendo tuttavia incerte e porose le delimitazioni dei confini cui si accennava, e frequentemente le logiche della ricerca avvertono l'esigenza di attraversarli, contravvenendo alle istruzioni della «polizia di frontiera» dispiegata a tutela del loro perimetro, come ha descritto in pagine molto note Aby Warburg18. Da ciò deriva l'emersione di campi nuovi ed ibridi, designati con i termini crossdisciplinarità, multidisciplinarità, interdisciplinarità, transdisciplinarità19.
Pur nella sommarietà di queste considerazioni, si intuisce quanto sia complicato riconoscere identità e differenze delle molte 'tribù disciplinari', che talvolta si accordano per la delimitazione di campi di studio più ristretti, coltivati anche in ambienti extra-istituzionali, che assumono la fisionomia di domini di conoscenza, di aree di ricerca, o di ancora meno ampi profili di specializzazione.

Che cosa sono le digital humanities?

Interrogati il 1 settembre 2020, alle 17:35, gli algoritmi di Google rispondono in 0,38 secondi con circa 182 milioni di item alla query 'digital humanites'; moltissimi risultati, ma largamente inferiori ai quasi 3 miliardi ottenuti dalla ricerca con 'library and information science'. Questi i primi 5 risultati ottenuti variando l'area geografica delle impostazioni di ricerca (Figura 1):

Figura 1 – I primi 5 risultati ottenuti da una query in Google con l'espressione digital humanities


I risultati ottenuti con la black box degli algoritmi di Google danno conto della fluidità dei contenuti offerti agli utenti della rete, con la presenza costante nel ranking delle voci di Wikipedia, una parte delle quali è riportata di seguito:

L'informatica umanistica, o Digital Humanities o Humanities Computing, è un campo di studi che nasce dall'integrazione di procedure computazionali e sistemi multimediali nelle discipline umanistiche, relativamente in particolare alla rappresentazione dei dati, alla formalizzazione delle fasi di ricerca e alle tecniche di diffusione dei risultati. Il rapporto tra le due componenti si esprime non solo a livello applicativo, ovvero nell'impiego di strumenti informatici per rendere più veloci ed efficienti le ricerche delle discipline [sic] umanistiche, ma anche a livello metodologico, ovvero nell'integrazione di approcci al fine di generare nuovi paradigmi di elaborazione dei dati. I campi d'applicazione dell'informatica umanistica coinvolgono gli studi di linguistica, filologia, letteratura, storia, archeologia, storia delle arti figurative, musicologia, interazione uomo-macchina, biblioteconomia e il settore della didattica20.
Digital humanities (DH) is an area of scholarly activity at the intersection of computing or digital technologies and the disciplines of the humanities. It includes the systematic use of digital resources in the humanities, as well as the analysis of their application. DH can be defined as new ways of doing scholarship that involve collaborative, transdisciplinary, and computationally engaged research, teaching, and publishing. It brings digital tools and methods to the study of the humanities with the recognition that the printed word is no longer the main medium for knowledge production and distribution21.
Oltre alle moltissime definizioni distribuite nei siti web e nelle pubblicazioni, possono essere ricordati i contenuti programmatici di due 'manifesti'. Il primo, The Digital humanities manifesto 2.0, scritto collaborativamente da alcuni partecipanti al “Mellon Seminar” della UCLA del 2009 (Todd Presner, Jeffrey Schnapp, Peter Lunenfeld e Joanna Drucker), mette a fuoco, con atteggiamento militante, le caratteristiche delle DH del presente e del futuro:

The Digital Humanities seeks to play an inaugural role with respect to a world in which, no longer the sole producers, stewards, and disseminators of knowledge or culture, universities are called upon to shape natively digital models of scholarly discourse for the newly emergent public spheres of the present era (the www, the blogosphere, digital libraries, etc.), to model excellence and innovation in these domains, and to facilitate the formation of networks of knowledge production, exchange, and dissemination that are, at once, global and local22.

La risposta continentale è il Manifesto delle digital humanities prodotto in occasione del THATCamp svoltosi a Parigi nel 2010, pubblicato nel 2011 a cura di Marin Dacos e che, nella sua traduzione italiana, afferma che:

  1. La svolta digitale della società esplora e modifica le condizioni di produzione e di diffusione dei saperi.
  2. Secondo noi, le Digital humanities riguardano l'insieme delle Scienze umane e sociali, delle Arti e delle Lettere. Le Digital humanities non fanno tabula rasa del passato. Si appoggiano, al contrario, sull'insieme dei paradigmi, dei saperi e delle conoscenze proprie di queste discipline, mobilitando gli strumenti e le prospettive peculiari del digitale.
  3. Le Digital humanities designano una “interdisciplina” che include metodi, dispositivi e prospettive euristiche legate al digitale nel campo delle Scienze umane e sociali23.

Una rappresentazione sintetica delle DH è offerta con l'infografica Quantifying digital humanities, realizzata dall'UCL Centre for Digital Humanities dell'Università di Londra, che rende disponibili una notevole quantità di informazioni: distribuzione globale dei centri di ricerca, delle pubblicazioni, degli accessi a risorse specialistiche, delle dimensioni delle risorse investite, dei livelli di partecipazioni a seminari e convegni24.
Cerchiamo ora di capire come il problema dell'identità del campo disciplinare sia affrontata nella letteratura scientifica, con un breve preambolo. Le fonti utilizzate consentono di acquisire elementi di consapevolezza su come viene interpretata la locuzione DH in un dato contesto, mentre di fatto, come già si è accennato, viene lasciato sullo sfondo il significato attribuito al sostantivo humanities ed all'aggettivo digital. Ciò verosimilmente dipende dalla monumentale complessità del 'campo' delle scienze dello spirito, nella terminologia di Wilhelm Dilthey, poi divenute scienze umane, o umanistiche, o humanities, definite queste ultime nella Encyclopaedia Britannica, come «those branches of knowledge that concern themselves with human beings and their culture or with analytic and critical methods of inquiry derived from an appreciation of human values and of the unique ability of the human spirit to express itself»25.
Le fonti, prevalentemente, si situano all'interno del dibattito, con le sue numerose varianti, secondo una prospettiva spiccatamente intradisciplinare. Entro questa traiettoria il 'digitale', e le attività computazionali nella loro dimensione più specifica, sono descritte come capacità di processare i dati, per finalità di natura strumentale. Credo invece (e discuterò alcuni di questi temi nella parte finale) che sia necessaria una prospettiva decisamente più ampia per comprendere il concetto essenziale di 'potere computazionale'. Mi sembra molto convincente la definizione che ne propone Massimo Durante, secondo una linea che richiama i modelli di analisi di Luciano Floridi:

Con potere computazionale intendiamo, più ampiamente, fare riferimento a un dato qualitativo, per cui l'esercizio di tale potere è suscettibile di modificare, progressivamente, il modo con cui interagiamo e diamo forma al nostro mondo. Ciò accade secondo una triplice direttiva, che caratterizza in profondità la nostra epoca e investe: 1) l'agire umano; 2) l'adattamento del mondo; 3) la rappresentazione della realtà26.

La sfera dell'agire è occupata sia da esseri umani che da agenti artificiali; la realtà quotidiana è profondamente modificata dagli effetti delle procedure computazionali, e ciò implica l'indispensabilità di adattare ad essa il mondo, dando origine un nuovo modello della realtà. Debbono dunque essere modificati i modelli umani (etici, giuridici, politici e sociali) con cui ci accostiamo alla realtà 'altra', prodotta dall'azione dei modelli computazionali.
La nostra analisi poggia su tre tipologie di fonti principali: 1) la struttura di opere di riferimento con caratteristiche sistematiche e manualistiche; 2) il dibattito scientifico sull'argomento; 3) i risultati della applicazione di tecniche di ricerca a base bibliometrica e citazionale.
Gli estensori collaborativi della voce Informatica umanistica di Wikipedia sostanzialmente considerano coincidenti i campi semantici di informatica umanistica, humanities computing e digital humanities, mentre la voce Informatica umanistica scritta da Giovanni Adamo e Tullio Gregory per l'Enciclopedia Treccani nel 2000 – e dunque prima che l'espressione DH iniziasse a diffondersi –, sostiene che essa:

si riferisce ai metodi e alle tecniche di applicazione dell'informatica nelle diverse discipline umanistiche, in considerazione di un retroterra culturale comune e di alcuni punti di contatto sostanziali, individuabili soprattutto nelle caratteristiche unitarie che presentano sia i dati che devono essere identificati e descritti per divenire oggetto di elaborazione automatica, sia i metodi di indagine e le conseguenti ipotesi di lavoro (modelli) che devono essere resi espliciti e formalizzabili27.

La definizione è aggiornata nel Lessico del XXI secolo in maniera non troppo dissimile da quella rilevata in Wikipedia. Quello dell'informatica umanistica è dunque un «Campo di ricerche interdisciplinari il cui oggetto è lo studio degli artefatti e dei processi culturali, tradizionale dominio delle scienze umane, nelle loro varie forme espressive (testi, immagini, suoni, video, ecc.), con metodologie, linguaggi e strumenti informatici. In ambito anglosassone, dove questo campo ha avuto la sua maggiore diffusione, è stato a lungo denominato humanities computing; negli ultimi anni tuttavia sembra prevalere l'espressione più ampia e generale di digital humanities»28. Humanities computing, infine, è l'espressione correntemente utilizzata per riferirsi alla fase fondativa della tradizione disciplinare, collegata agli studi di padre Roberto Busa dei primi anni Cinquanta del secolo scorso, sui quali si tornerà più avanti; per essa si rimanda al classico volume Humanities computing di Willard McCarthy, professore al King's College di Londra29.
Queste consistenti oscillazioni si riflettono nella struttura di alcune opere di riferimento. Per l'Italia prenderemo in esame Informatica per le scienze umanistiche di Teresa Numerico e Arturo Vespignani, Metodologie informatiche e disciplineumanistiche di Francesca Tomasi e L'umanista digitale di Teresa Numerico, Domenico Fiormonte e Francesca Tomasi, analizzandone comparativamente gli indici, con l'omissione di alcuni elementi di natura redazionale (Figura 2)30.

Informatica per le scienze umanistiche

Metodologie informatiche e discipline umanistiche

L'umanista digitale

Introduzione

Le origini multidisciplinari di informatica e informatica umanistica

La didattica dell'informatica umanistica

Il contenuto del libro

Prefazione di Dino Buzzetti

Introduzione

[8 capitoli]

Calcolatore: teoria e storia della macchina simulatrice

Digitale e analogico

La codifica digitale

La macchina universale di Turing e la nascita dei computer

La macchina di von Neumann: CPU, memoria, periferiche

L'algebra booleana

Hardware e software

Il sistema operativo, l'interfaccia e il concetto di macchina virtuale

I programmi applicativi

Algoritmi e linguaggi di programmazione

[9 capitoli]

Introduzione - Informatica umanistica e humanities computer science

Questioni di lessico e terminologia

Obiettivi teorici e metodologici

[4 capitoli]

 

Storia dell'interazione tra tecnologia e sapere umanistico

Nascita del calcolatore: da Turing al PC

Quello che il computer non può fare: dall'analogico al digitale

Tecnologia amichevole e integrazione con la macchina: il sogno visionario di Bush

Un matematico con un Ph.D. in filosofia: Norbert Wiener

Etica, politica e informatica secondo Wiener

Licklider e la simbiosi uomo-macchina

Information processing e biblioteche

Il progetto della rete intergalattica

Il computer come strumento di comunicazione

Nascita di Arpanet

Il www: un sistema autore nel cuore d'Europa

Il presente del web: web 2.0?

Open data e open access: il web desiderabile nel futuro

Internet, il world wide web e l'umanista: problemi, opportunità, rischi

Un umanista in Internet: problemi aperti

Quando, come e perché nasce Internet

Comunicazione tra computer e persone

Pubblicazione in rete, copyright e hacker

Il web

«Newsgroups», chat, comunità virtuali

Rete centralizzata e distribuita: dal fenomeno Napster a Freenet

Internet domani: il problema del «digital divide»

Parte prima. L'informazione e l'informatica

Formalizzazione ed elaborazione dell'informazione: la macchina e i suoi linguaggi

Elementi di teoria dell'informazione

Procedure di risoluzione di problemi: il concetto di algoritmo

Linguaggi per algoritmi

Elementi di un linguaggio di programmazione

Principi di logica binaria

Il calcolatore: dall'architettura logica alle componenti fisiche

Dall'hardware al software

Scrivere e produrre

Scrittura, processi culturali, tecnologia

Modi di produzione del testo digitale

Rete e retorica

Tempo della scrittura

Spazi dell'usabilità

Etnografie digitali

Conclusioni-transizioni. L'edizione uomo

Memorizzazione e ricerca nel mondo digitale

Tecniche di memorizzazione e identità dell'uomo

Digitalizzazione e invecchiamento

Directory, motori di ricerca e accesso alla conoscenza in rete

Google, visibilità e tipologia del web

La rete e l'informazione multimediale

Internet: rete di calcolatori e protocolli

Il www: decentralizzazione e universalità

L'architettura del www

Il Web e la multimedialità

Web e metadati: identificare le risorse elettroniche

Interrogare il Web: motori di ricerca e directory

Tipologie di siti Web. Alcuni modelli

Rappresentare e conservare

L'invecchiamento digitale

Preservare tra tradizione e traduzione

I linguaggi di marcatura

I metadati e la descrizione del contenuto

La rivoluzione degli archivi aperti

Le biblioteche digitali

Repository semantici e networking

La base di dati e la sua struttura: uno strumento per l'umanista

I modelli di database e la terminologia di base

Esempi di classificazione documentaria

La tecnologia della «relazione» e l'interpretazione storico-documentaria

I tipi di dati e le chiavi

Problemi e modelli di rappresentazione concettuale dei dati

Osservazioni conclusive

Sistemi informativi e basi di dati

Le collezioni di dati: fasi di gestione

Il concetto di database

Sistema informativo e dbms

Modello logico, schema e istanza del db

Progettazione di un db

Modello relazionale dei dati

Interrogare la base di dati

Basi di dati per l'umanista e linee di evoluzione

La modellazione concettuale

Cercare e organizzare

Il paradosso della ricerca secondo Platone

La topologia del web e la democrazia

Il ruolo dei search engine nella ricerca di informazioni sul web

Il funzionamento dei motori di ricerca

Che cosa non va nei motori di ricerca?

Strumenti di ricerca alternativi ai motori generalisti

Il nuovo ruolo sociale dei motori di ricerca tra etica e politica

La rappresentazione dell'informazione testuale e i linguaggi di codifica

Le forme della rappresentazione digitale

Il capostitipite dei linguaggi di codifica: Sgml

I linguaggi di codifica sul web: HTML

I limiti dell'HTML

Le nuove frontiere: XML

La Dtd per i testi umanistici: «Text Encoding Initiative» (TEI)

La scelta del linguaggio di codifica per il web

Parte seconda. La rappresentazione dell'informazione

La testualità digitale: i linguaggi di markup

Classificazione delle tipologie di markup

Il markup: dal layout alla struttura

Markup procedurale e markup dichiarativo

Il markup come processo: riproduzione o interpretazione?

Problemi teorici dei linguaggi di markup: la nozione di testo

Le grammatiche standard per la rappresentazione dei dati umanistici

Appendice: Il panorama internazionale delle “digital humanities”

Biblioteche elettroniche e archivi digitali

Il trattamento del materiale archivistico e librario

Gli archivi: formazione, gestione e conservazione

La descrizione archivistica

Sistemi di descrizione e distribuzione delle risorse bibliotecarie

Catalogazione delle risorse Internet e linguaggi di markup nel trattamento dei metadati

Le biblioteche digitali

Ipertesti e ipermedia: progettazione e sviluppo

Per una definizione del concetto di ipertesto

La nascita del concetto di ipertesto prima della sua realizzazione

Progettare l'ipertesto: dalla mappa concettuale all'implementazioni [sic]

Dall'ipertesto al sito Web: accessibilità e usabilità

Gli ipertesti letterari

Un caso esemplare: edizioni critiche ipertestuali

Riferimenti bibliografici

Scrivere per i nuovi media: dal testo cartaceo alla scrittura digitale

Dall'oralità alla scrittura digitale: tecnologia e comunicazione scritta

L'ipertesto tra teoria e pratica

Lo spazio logico dell'ipertesto

Lo spazio grafico-visivo dell'ipertesto

Dall'ipertesto all'ipermedia: l'integrazione dei linguaggi comunicativi

Tecniche di progettazione della scrittura ipermediale

Scrivere in forma ipertestuale: regole suggerimenti

Principi di digitalizzazione e gestione delle immagini

Scansione e cattura delle immagini

Il concetto di pixel: tipi di immagine e risoluzione

Tecniche di scansione delle immagini

I formati dei file: conservazione e distribuzione

Il trattamento dell'immagine digitale: sistemi di digital image processing

Alcune linee guida per i progetti di digitalizzazione di immagini

Cattura delle immagini e riconoscimento ottico

 

La comunicazione multimediale: l'elaborazione audio-video tra tecnologia e applicazioni

Trasmettere informazione multimediale: un'introduzione

Le applicazioni della multimedialità

La trasmissione dei segnali

La rappresentazione dell'audio digitale

La rappresentazione del video digitale

Scenari di elaborazione digitale

Parte terza. Il trattamento dell'informazione

I sistemi di analisi del testo e la linguistica computazionale

Forme di text retrieval

Dal text retrieval alla text analysis

Tipologie di ricerca sul testo e interrogazione significativa

L'analisi dello stile

 

Conclusioni

Le sfide della tecnologia per l'umanista

Il ruolo degli umanisti nelle società fondate sulla tecnologia

Semantic web: modelli, architettura e linguaggi

Rappresentazione della conoscenza e interoperabilità

I metadati del semantic web: dai vocabolari controllati all'ontologia

Architettura e linguaggi del Semantic Web

Una conclusione in forma di premessa

 
 

Un nuovo paradigma: la biblioteca digitale

Il concetto di biblioteca digitale

I servizi di una bd

Requisiti funzionali di un sistema di bd

Il problema dell'interoperabilità

Biblioteche digitali: qualche esempio

 

Figura 2 – Gli indici di tre opere di riferimento italiano per le DH


Lo stesso metodo viene applicato a due noti volumi (A companion to digital humanities e A new companion to digital humanities), pubblicati rispettivamente nel 2004 e nel 201531 (Figura 3).

A Companion to Digital Humanities

A New Companion to Digital Humanities

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Preface

[37 capitoli]

Art History

Classics and the Computer: An End of the History

Computing and the Historical Imagination

Lexicography

Linguistics Meets Exact Sciences

Literary Studies

Music

Multimedia

Performing Arts

“Revolution? What Revolution?” Successes and Limits of Computing Technologies in Philosophy and Religion

How the Computer Works

Classification and its Structures

Databases

Marking Texts of Many Dimensions

Text Encoding

Electronic Texts: Audiences and Purposes

Modeling: A Study in Words and Meanings

Stylistic Analysis and Authorship Studies

Preparation and Analysis of Linguistic Corpora

Electronic Scholarly Editing

Textual Analysis

Thematic Research Collections

Print Scholarship and Digital Resources

Digital Media and the Analysis of Film

Cognitive Stylistics and the Literary Imagination

Multivariant Narratives

Speculative Computing: Aesthetic Provocations in Humanities Computing

Robotic Poetics

Designing Sustainable Projects and Publications

Conversion of Primary Sources

Text Tools

“So the Colors Cover the Wires”: Interface, Aesthetics, and Usability

Intermediation and its Malcontents: Validating Professionalism in the Age of Raw Dissemination

The Past, Present, and Future of Digital Libraries

Preservation

[5 sezioni; 37 capitoli]

Part I Infrastructures

Between Bits and Atoms: Physical Computing and Desktop Fabrication in the Humanities

Embodiment, Entanglement, and Immersion in Digital Cultural Heritage

The Internet of Things

Part II Creation

Becoming Interdisciplinary

Exploratory Programming in Digital Humanities Pedagogy and Research

Making Virtual Worlds

Electronic Literature as Digital Humanities

Social Scholarly Editing

Digital Methods in the Humanities: Understanding and Describing their Use across the Disciplines Tailoring Access to Content

Ancient Evenings: Retrocomputing in the Digital Humanities

Part III Analysis

Mapping the Geospatial Turn

Music Information Retrieval

Data Modeling

Graphical Approaches to the Digital Humanities

Zen and the Art of Linked Data: New Strategies for a Semantic Web of Humanist Knowledge

Text Analysis and Visualization: Making Meaning Count

Text Mining the Humanities

Textual Scholarship and Text Encoding

Digital Materiality

Screwmeneutics and Hermenumericals: the Computationality of Hermeneutics

When Texts of Study are Audio Files: Digital Tools for Sound Studies in Digital Humanities

Marking Texts of Many Dimensions; Classification and its Structures

Part IV Dissemination

Interface as Mediating Actor for Collection Access, Text Analysis, and Experimentation

Saving the Bits: Digital Humanities Forever?

Crowdsourcing in the Digital Humanities

Peer Review

Hard Constraints: Designing Software in the Digital Humanities

Part V Past, Present, Future of Digital Humanities

Beyond the Digital Humanities Center: the Administrative Landscapes of the Digital Humanities

Sorting Out the Digital Humanities

Only Connect: The Globalization of the Digital Humanities

Gendering Digital Literary History: What Counts for Digital Humanities

The Promise of the Digital Humanities and the Contested Nature of Digital Scholarship

Building Theories or Theories of Building? A Tension at the Heart of Digital Humanities

Index

Figura 3 – Gli indici dei 2 companions sulle DH


Le variazioni della struttura dei tre libri italiani risultano piuttosto evidenti. Il primo è più orientato verso la computer science, con una trattazione, all'inizio, delle «origini multidisciplinari di informatica e informatica umanistica», declinata su versanti informatici (calcolatori, internet e il web, memorizzazione, basi di dati) e informatico-umanistici (codifica testuale e scrittura), con aperture alle discipline documentarie (biblioteche e archivi digitali) e verso l'area dei media (comunicazione multimediale). Il secondo inizia discutendo le relazioni tra informatica umanistica e humanities computer science, mette al centro il concetto di informazione, sia nel senso di elaborazione automatica e digitalizzazione che in quello di rappresentazione e modellizzazione, per approdare al trattamento dei contenuti nel web semantico, concludendo con una apertura al «nuovo paradigma» della biblioteca digitale. Il terzo volume, il più recente, con la sua tematizzazione in quattro ampie sezioni, propone una prima parte di storia culturale e tecnologica del web e del digitale, sempre con riferimento specifico alla cultura umanistica, per passare poi alla produzione, rappresentazione e ricerca dei contenuti realizzati.
Anche le differenze tra i due companions sono marcate. Il primo volume mostra un radicamento esplicito nella configurazione delle discipline umanistiche (storia dell'arte, linguistica, teoria della letteratura - incluse le robotic poetics -, musica, arti performative), con un'accentuazione degli elementi visivi, cui è raccordata l'area della cultura storica (computing and the historical imagination). A questi campi si applicano i modelli, le tecniche e procedure di modellizzazione, rappresentazione e analisi, principalmente di entità testuali grafiche, aperte anche all'ambito dei media digitali e cinematografici. Il secondo opta invece per un raggruppamento delle sezioni in cinque macrotemi (Infrastructures; Creation; Analysis; Dissemination; Past, present, future of digital humanities), dichiarando l'adesione alla prospettiva 'estesa' delle DH, esplicitata nella caratterizzazione terminologica e stilistica delle infrastructures, individuate in ambienti eterogenei estesi anche all'internet delle cose. A questa pluralità di oggetti vengono orientati principi e metodi di analisi, con un forte rilievo dato alle problematiche epistemologiche («zen and the art of linked data», aspetti computazionali dell'ermeneutica). Tutto ciò approda alle applicazioni, in cui si intrecciano tradizioni, modelli e metodi assai distanti, dal text-mining ai sound studies, dalla marcatura dei testi al recupero dell'informazione musicale, secondo una prospettiva manifestamente 'globalizzata'. Il confronto tra le due pubblicazioni mostra dunque un'espressione editoriale della linea di discontinuità cui in precedenza si è fatto riferimento, e la più recente opta decisamente per la prospettiva 'estesa', confermata da un recente volume edito da Routledge32 e discussa anche in un recente contributo di Federico Meschini, in cui l'altro polo, rispetto all'ambito dei media studies, è denotato con l'espressione digital scholarship33.
Una linea ancor più orientata secondo le metafore partecipative del web sociale è fornita con Digital_humanities, curato da un gruppo di editor tra cui Johanna Drucker e Jeffrey Schnapp34. Il libro, scritto con una forte volontà collaborativa, è articolato in quattro sezioni (Humanities to digital humanities; Emerging methods and genres; The social life of the digital humanities; Provocations) e parte dalla convinzione, espressa nella prefazione, che:

Digital Humanities represents a major expansion of the purview of the humanities, precisely because it brings the values, representational and interpretive practices, meaning-making strategies, complexities, and ambiguities of being human into every realm of experience and knowledge of the world. It is a global, trans-historical, and transmedia approach to knowledge and meaning-making […]. It understands digital and physical making as inextricably and productively intertwined. This model is collaborative and committed to public knowledge. Crafted for a heterogeneous audience with crisscrossing and even contradictory interests and needs, it is meant as a porous multiple construct: a guidebook for the perplexed, a report on the state of the field, a vision statement regarding the future, an encouragement to engage, and a tool for critically positioning new forms of scholarship with respect to contemporary society35.

La varietà delle opinioni si accentua ancora andando maggiormente in profondità nell'analisi. Prima di iniziare questo esame è necessario acquisire una chiara consapevolezza delle sensibili differenze riscontrabili tra il profilo delle DH in ambito anglo-americano e la tradizione continentale, nella quale si colloca anche l'esperienza italiana; secondo Domenico Fiormonte «There has always been an attempt in Anglo-American DH/HC to maintain a methodological dominion (and dominance) in terms of applications, standards, and protocols», dipendente da stili cognitivi ed antropologici individuali e sociali; e in base a questa dominanza la tradizione italiana dell'informatica umanistica, che pure ha la sua specifica genealogia «practically does not exist»36.
Un ottimo strumento per proseguire questa linea di ricerca sul versante anglo-americano può essere individuato nel volume Debates in the digital humanities pubblicato nel 2012, in cui Matthew Gold, il curatore, spiega nella nota introduttiva che l'intenzione è quella di «assess the state of the field by articulating, shaping, and preserving some of the vigorous debates surrounding the rise of digital humanities»37.
Su alcuni degli interventi qui ripubblicati torneremo in seguito, ma prima è necessario dar conto almeno di una ipersemplificata periodizzazione del campo, riconducibile ai classici studi di padre Roberto Busa, che a partire dal 1949 applicò all'opera omnia di Tommaso d'Acquino (118 testi) gli strumenti di calcolo automatico resi disponibili da IBM, realizzando l'Index Thomisticus in 56 volumi, pubblicato tra 1974 e 198038. Un altro caposaldo di questa fase d'avvio è concordemente individuato nell'Almanacco letterario Bompiani del 1962 pubblicato, con grafica di Bruno Munari, con il titolo Le applicazioni dei calcolatori elettronici alle scienze morali e alla letteratura39. Le vicende degli anni successivi sono sinteticamente descritte da Maurizio Lana in un articolo pubblicato in questa stessa sede editoriale, che dà conto della genesi del Lessico intellettuale europeo (1970)40, e del ruolo di Antonio Zampolli, fondatore nel 1968 dell'Istituto di linguistica computazionale del CNR41. Ancora Lana rileva inoltre l'importanza, in questa sua ricostruzione, degli studi sulla Bibbia greca dei Settanta e del Thesaurus linguae grecae42. Su queste fondamenta poggia la genesi della cosiddetta 'scuola romana' di informatica umanistica, dagli anni Ottanta del secolo scorso, con Tito Orlandi, studioso di lingua e cultura copta, e successivamente con Giovanni Gigliozzi e Raul Mordenti, cui si deve la prima sistematica definizione del campo con il volume intitolato appunto Informatica umanistica, in cui vengono individuati nel concetto di 'formalizzazione', di 'modello' e nell'individuazione nella semiotica strumenti in grado di garantire «the computational representations of humanistic artifacts»43. Questa brevissima storia dell'informatica umanistica coincide in buona misura con l'ambito dell'humanities computing, poi divenuto parte della variante estesa delle DH44.
L'espressione digital humanities secondo Matthew Kirshenbaum trae origine da due fattori congiunti, nei primi anni del XXI secolo: la pubblicazione di A companion of digital humanities e la fondazione nel 2005 dell'associazione Alliance of Digital Humanities Organizations, in cui confluirono l'Association for Computing in the Humanities e l'Association for Literary and Linguistic Computing (la prima statunitense, la seconda europea)45.
La fase successiva di cui è necessario dar conto è quella dell''apertura' del campo delle DH, generalmente espressa con l'espressione big tent, usata soprattutto in ambito anglo-americano e canadese. Il termine, che già circolava dalla fine del primo decennio del secolo scorso, si stabilizzò in occasione del Convegno “Digital humanities 2011” realizzato presso la Stanford University46, che discusse il tema delle big tent digital humanities, rivolgendosi a «scholars in the digital arts and music […] spatial history […] public humanities»47. In base a questo orientamento, mantenendo l'attenzione su temi consolidati di text analysis, ci si apriva fortemente all'ambito dei media studies, riferiti, si scrive nella call for papers del convegno, a «digital arts, architecture, music, film, theatre, new media, and related areas», oltre che all'area latino-americana, secondo una prospettiva postcoloniale. Questa evoluzione è documentata nei volumi della serie Debates in the digital humanities, iniziati con la già richiamata edizione del 2012 e proseguiti dall'Università del Minnesota, a cura di Matthew K. Gold e Lauren F. Klein ed intrecciati con i temi dei successivi convegni annuali.
In questo contesto si situa, nel 2009, la fondazione di AIUCD, Associazione per l'informatica umanistica e la cultura digitale48, caratterizzata da un'appartenenza a base spiccatamente interdisciplinare, che già nella formulazione del nome manifesta la volontà di mantenersi nell'alveo della tradizione italiana (informatica umanistica) aperta ai campi plurali della cultura digitale, quelli cui si fa riferimento con l'espressione big tent. La call for papers del convegno 2021 dell'Associazione (DH per la società: e-guaglianza, partecipazione, diritti e valori nell'era digitale), aspira dunque a rappresentare un «momento di approfondimento e di riflessione sulle Digital Humanities (DH) come luogo privilegiato di incontro tra diversi bisogni della società contemporanea nella ricerca, nella politica, nell'economia e nel quotidiano, restituendo all'umanista il ruolo di interprete e traghettatore del cambiamento»49.
Infine, si segnala che l'organizzazione accademica italiana riferibile a questo settore fa riferimento a 6 corsi di laurea della classe LM-43 (Metodologie informatiche per le discipline umanistiche), attivi presso le università di Pisa, Venezia, Bologna, Venezia, Catania, Calabria. Il Laboratorio di cultura digitale dell'Università di Pisa individua, per difetto, 12 centri attivi nel settore50.
Lungo la traiettoria qui tracciata si è sviluppato un intenso dibattito, nazionale ed internazionale, per la valutazione del quale si rimanda in particolare, oltre ai contributi già discussi, a quelli di Willard McCarthy, Tito Orlandi, Melissa Terras, Edward Vanhoutte, Matthew G. Kirshenbaum, Richard Grusin, Patrick Svensson, Rafael C. Alvarado51, nei quali queste tensioni ed oscillazioni sono variamente interpretate.
Vorrei infine presentare gli esiti di alcuni tentativi di descrivere il campo delle DH attraverso studi a matrice bibliometrica e citazionale, che propongono mappe e grafi interessanti, per quanto decisamente parziali, inadeguati a rappresentare e descrivere fenomeni molto complessi come quelli qui presi in esame52. La grande eterogeneità dei dati, quasi sempre tra loro non confrontabili, si limita a consentire la realizzazione di alcune 'istantanee', in cui è resa visibile la forma di alcune delle relazioni esistenti tra le moltitudini dei frammenti analizzati. Questa parzialità è indipendente dalla robustezza dei metodi utilizzati, sia quelli a base bibliometrica sia quelli orientati ad individuare con specifici algoritmi le 'comunità' di dati tra loro relazionati53. Uno dei contributi più utili è quello di Salah, Scharnhorst e Wyatt, che produce alcuni grafi, di cui uno raffigura il campo delle DH interpretato come «virtual community», avvalendosi di dati provenienti da riviste di area LIS, cui sono poi aggiunti quelli originati da «computer&information science […]; education and various specific humanities areas (e.g., architecture, visual arts, literary history and archaeology)»; altre mappe sovrappongono alla prima quelle dei topic DH e dei dati che fanno riferimento a DH in quanto argomento; altre, infine, visualizzano le relazioni individuate su base geografica (Figura 4) ed istituzionale54.

Figura 4 – Mappa delle relazioni interne alle DH su base geografica: evidente la centralità dell'area anglo-americana e canadese


Campo e profilo delle culture documentarie

In questo contributo con l'espressione 'culture documentarie' si intendono campi disciplinari variamente denotati, a seconda delle aree geografiche e dei punti di vista adottati. Tuttavia, è evidente che la situazione si complica quando dall'analisi comparata dei lemmi passiamo ad osservazioni di natura interpretativa, che esplodono in un vortice babelico i problemi con cui ci confrontiamo. Alcuni anni fa Piero Innocenti aveva avviato una linea di ricerca relativa all'esperienza italiana, individuando:

un'arte-radice (la Bibliografia) e un'arte-applicazione (la Biblioteconomia), passando per la Documentazione, che è vista come espansione e perfezionamento dell'arte-radice; e posizionata collateralmente l'Archivistica, che sta in parallelo con la Biblioteconomia per la sottolineatura della sua caratteristica gestionale.55

Sul versante specifico della LIS può essere utile esaminare le opzioni registrate nelle voci enciclopediche, come quella compilata da Birger Hjørland per l'ISKO encyclopedia of knowledge organization56. Pur consapevoli delle evidenti divaricazioni, già segnalate per le DH, tra prospettive anglo-americane, continentali e nazionali, si è scelto di fare riferimento al campo della LIS, pur non considerandolo ovviamente coincidente con quello denotato dall'espressione 'culture documentarie'; questa scelta è stata pragmaticamente motivata dalla possibilità di disporre di fonti meno distanti tra di loro.
Nella prima parte di questa sezione del contributo viene discusso sommariamente il profilo della LIS, dando conto di alcuni tentativi di descriverne il perimetro e di gerarchizzare gli argomenti di interesse centrale57, con risultati né semplici né univocamente definiti. L'espressione library & information science ha iniziato ad essere utilizzata nella metà degli anni Sessanta del Novecento, nel cuore dei sommovimenti intuiti da Joseph L. Licklider e Ted Nelson, tra l'emersione degli ipertesti e la configurazione di Arpanet, ed esprime la volontà di elaborare le tensioni di mutamento che in quel periodo si avvertivano, modificando modelli, metodi e tecniche di produzione, organizzazione e comunicazione della conoscenza impressa e registrata in oggetti, aggiungendo alla parola-radice 'libro' l''informazione', elemento che connotava l'interpretazione tecno-sociale della nuova era.
Retrocedendo nella genetica storica della disciplina, l'analisi avrebbe potuto prendere in esame in modo dettagliato le trasformazioni collegate al mutare dei modelli e dei metodi secondo i criteri della information science di Eugene Garfield (1962) e Jason Farradane (1955), la social epistemology di Margaret Egan e Jesse H. Shera (1952), la documentazione di Paul Otlet (1934), la library science nell'elaborazione di Pierce Butler (1933) e di Shiyali Ramamrita Ranganathan (1931), la library economy di Melvil Dewey (1887), approdando infine alla Bibliothekwissenschaft di Martin Schrettinger (1808-1834). E, ancora all'indietro, avremmo potuto includere il campo della tradizione bibliografica, da Michael Denis con il pieno attestarsi della Bücherkunde (1777-1778), a Gabriel Naudé (1627) e Conrad Gesner (1545), fino a Johann Tritheim (1494)58. Fermiamoci qui, lasciando sullo sfondo la pur significativa tradizione protobibliografica, le elaborazioni umanistico-rinascimentali del 'canone' di Tommaso Parentucelli, fino ad intravedere, alle origini quasi mitiche di questa storia la figura remota di Callimaco e dei suoi celebri e frammentari Πίνακες59.
La prima attestazione dell'uso del termine composto 'library & information science' viene attribuita, nel 1964, all'ambiente della School of Library Science dell'Università di Pittsburg60; successivamente si sono andati differenziando gli elementi di partizione strutturale della disciplina, e di contestuale individuazione di contenuti peculiari. Secondo Birger Hjørland sono possibili una pluralità di approcci per raggiungere questi livelli di comprensione più analitica, tra cui:

  1. To study the educational programs at schools of library and information science (SLIS).

1.1 To study LIS-textbooks.

  1. To study the disciplinary composition of researchers and teachers at SLIS.
  2. To carry out a content analysis of a representative set of publications from LIS.
  3. To carry out bibliometric studies of publications in LIS or in other disciplines.
  4. To create facet-analytic classifications of LIS.
  5. To carry out domain-analytic studies of LIS61.

In base alla prima di queste prospettive, un esame comparativo della struttura dei percorsi formativi in alcuni paesi europei ha portato all'individuazione di una serie di elementi centrali62, elencati in base alla frequenza d'uso, dalla quale risulta evidente la presenza pervasiva di questioni connesse direttamente all'uso di modelli e tecnologie digitali nella maggior parte delle aree tematiche (1-6, 8), e di un'implicita rilevanza indubbiamente rilevabile nei contenuti indicati nelle posizioni 7, 9, 10 (Figura 5):

Figura 5 – Percentuale di distribuzione degli insegnamenti nella formazione curriculare di area LIS63


Una mappatura analitica dell'articolazione degli argomenti di ricerca è fornita nella relazione IFLA International library and information science research: a comparison of national trends, curata da Maxine K. Rochester e Pertti Vakkari e pubblicata nel 200364, basata sull'analisi dei contenuti di pubblicazioni relative all'area scandinava, Cina, Australia, Spagna, Gran Bretagna e Turchia, nel periodo compreso tra 1965 e 199565. Lo schema di classificazione degli argomenti, elaborato da Järvelin e Vakkari nel 199366, è riportato qui di seguito, e conferma la diffusione pervasiva in area LIS di tecniche e tecnologie digitali (Figura 6):

Figura 6 – Analisi del contenuto dei percorsi formativi nel settore LIS67


Un aggiornamento al 2014 è proposto da un articolo di Figuerola, García Marco e Pinto del 2017, che studia la produzione scientifica indicizzata nel database LISA - Library and information science abstracts tra 1978 e 2014, per un totale di 92.705 documenti. Il metodo utilizzato è quello della latent dirichlet allocation (LDA), basato sull'analisi della frequenza d'uso delle parole per individuare la rilevanza dei temi e degli argomenti all'interno del corpus preso in esame68. La Figura 7 mostra i primi 10 termini in base alla frequenza per ognuna delle aree individuate; in grassetto la denominazione o di interi argomenti, o di termini più esplicitamente collegati al campo del digitale.

Figura 7 – Le 10 parole più significative dei settori LIS69


Per quanto riguarda l'Italia, un'interessante ricerca è stata condotta da Giovanni Solimine e Chiara Faggiolani e comunicata con un articolo pubblicato dalla rivista Ciencias de la documentación, che illustra l'evoluzione di alcuni elementi del lessico della biblioteconomia italiano prendendo in esame le mutazioni della frequenza d'uso delle parole (e dunque dei concetti) in due opere largamente diffuse nella comunità biblioteconomica nazionale: Biblioteconomia: principi e questioni e Biblioteche e biblioteconomia: principi e questioni, ambedue edite da Carocci (Figura 8) 70.

Figura 8 – Le 10 parole più frequenti dei due volumi; in grassetto le parole riferite più direttamente al campo del digitale71


La frequenza d'uso delle parole mostra alcune linee di tendenza, piuttosto espressive:

  1. a) 'bibliotecario' passa dal terzo posto al quattordicesimo del 2015; 'utente' passa dal quarto al settimo posto;
  2. b) 'catalogo' passa dal sesto al ventottesimo posto;
  3. c) 'informazione' sale dal nono al quarto posto; 'dato' dal trentesimo al quinto posto; 'ricerca' sale dal venticinquesimo all'undicesimo posto;
  4. d) nell'edizione 2015 esce di scena la parola 'lettura' (ventesimo posto nel 2007) ed entra 'web' (ventesimo posto nel 2015); la parola 'digitale' sale dal ventinovesimo al sesto posto e 'libro' scende dall'ottavo al ventiduesimo;
  5. e) nell'edizione 2015 esce di scena la parola 'collezione', ventottesima nel 2007.

Altre considerazioni interessanti possono essere effettuate a partire dall'analisi di specificità, in base alla quale viene definita 'specifica' o caratteristica di un testo ogni parola o espressione sovra o sotto utilizzata rispetto ad una norma di riferimento, che ad esempio può essere costituita da un valore medio della parola, o dal valore assunto all'interno di un modello di riferimento. Le parole individuate, in ordine di frequenza decrescente, sono: web, reference, dato, digitale, ricerca, informazione, utente, collezione, libro, bibliotecario, catalogo, lettura.
Infine, un ulteriore 'colpo d'occhio' sul nostro argomento può essere rivolto grazie al grafo realizzato da Andrea Zanni utilizzando i dati digitali dei periodici del settore presenti nella piattaforma MLOL (Figura 9)72.

Figura 9 – Particolare, in scala di grigi e con adattamenti, del grafo realizzato da Andrea Zanni73


Non ci interessa qui fornire ulteriori elementi di dettaglio sul dibattito in corso, ed alla conseguente crescita o decrescita di interesse per i diversi argomenti, preso atto del trend sempre più spiccatamente rivolto alle culture digitali. Ciò che si intendeva mostrare era essenzialmente il profilo della LIS per come esso si autopresenta nelle fonti che, circolarmente, sono il risultato di studi, ricerche e pratiche professionali che a questo campo possono essere più o meno direttamente ricondotte. Ciò che è certo è che l'estensione della disciplina si è modificata, consolidando sé stessa attraverso le forme canoniche, rappresentate dalla configurazione delle sedi accademiche, dalle pubblicazioni periodiche e monografiche, dalle metodologie utilizzate nelle prassi di natura professionale. In questo modo si sono delineati profili tassonomici diversi degli argomenti ritenuti 'centrali' e di quelli percepiti come 'periferici', trattati secondo le modalità più diverse nei diversi percorsi argomentativi del circuito della ricerca e di quello delle attività professionali, secondo la nota polarità tra library science e librarianship. A fronte di questa varietà di punti di vista, si è anche andati in cerca, talvolta, di un fondamento ontologico ed epistemologico stabile delle basi concettuali del campo disciplinare, quanto mai difficile da cogliere in una fase di profonde trasformazioni documentarie e cognitive74.

Le relazioni tra digital humanities e culture documentarie: un problema aperto

Sulla base delle fonti che sono state utilizzate si può affermare che le relazioni tra area delle DH e culture documentarie sono decisamente problematiche, e non semplici da definire e descrivere. Valutare comparativamente due campi così fluidi, eterogenei e complessi non può che produrre, come esito, giudizi frammentari e parziali, inevitabili vista la pluralità dei punti di vista utilizzati, inclusi quelli riferiti alla provenienza geografica degli autori. In questo senso, ad esempio, uno studioso informato e attento come Lana afferma che gli umanisti digitali di solito non cercano l'aiuto delle biblioteche e lavorano per proprio conto, mentre Ying Zhang, Shu Liu ed Emilee Mathews sostengono che «Many DH projects and initiatives have embraced LIS professionals' involvement», almeno nelle aree prevalentemente nordamericane da loro esaminate, e per questo ravvisano addirittura le condizioni per delineare il profilo di una «DH librarianship»75.
La difficoltà nella comparazione dei dati, se desiderassimo andare oltre un approccio fondato su uno specifico e spesso personale atteggiamento interpretativo, dipende evidentemente da molti fattori, tra i quali possono essere ricordati la differente estensione temporale dei due campi disciplinari, rispetto ai quali la periodizzazione è tutt'altro che unanimemente condivisa; le differenti condizioni delle diverse aree geo-culturali; il profilo e la forza delle dinamiche accademiche, delle associazioni, delle reti di relazioni personali ed istituzionali. Questa oggettiva indeterminatezza non impedisce tuttavia che possano essere individuati argomenti e sottocampi tematici tra i quali si intravedono wittgensteiniane 'somiglianze di famiglia', che lasciano ipotizzare che proprio perché si lavora con gli stessi oggetti, e con approcci epistemologici e metodologici talvolta simili, si potrebbero rafforzare, pragmaticamente, i rapporti di collaborazione esistenti. Devo tuttavia ammettere che nelle ricerche effettuate non ho trovato tracce di analisi basate su dati in grado di dar conto della quantità, della qualità e del grado di inter o transdisciplinarità dei progetti realizzati. Per questi motivi le valutazioni delle relazioni tra DH e culture documentarie spesso si limitano, semplicemente, ad individuare ed auspicare possibili settori di intervento comune.
Consapevoli di questi limiti, verranno ora riepilogate le posizioni di alcuni degli autori intervenuti sul tema specifico delle connessioni tra i due campi disciplinari. In un post di qualche anno fa Showers individuava nella gestione dei dati, nella distribuzione 'embedded' delle competenze documentarie ovunque ce ne fosse bisogno, nella digitalizzazione e data curation, nella conservazione, discovery e disseminazione delle informazioni i punti di contatto più evidenti76; Robinson, Priego e Bawden partono anch'essi dalla presa d'atto che «much DH research takes place in, or in close collaboration with, libraries, archives, records centres, museums, and other collection institutions», e che ambedue condividono uno status accademico fragile («Both therefore still have a tension between their status as an academic discipline in their own right and as a support function for research in other disciplines»). DH e LIS sono accomunate dal condividere «a general focus of study and practice in recorded information and documents»; e, infine, esiste un notevole numero di argomenti di interesse congiunto: «searching and retrieval; digital libraries and archives; metadata and resource description; ontology, classification and taxonomy; publishing and dissemination; open access; linked data; collection management and curation; portals and repositories; bibliography; digitization; preservation; interactivity and user experience; interfaces and browsing; cultural heritage; information visualization; big data and data mining; and bibliometrics». Gli autori ritengono possibile integrare DH e LIS attraverso il concetto di «communication chain», posizionandole alle due estremità («most DH work will fall at the extremes of the chain, with creation and use of information and documents, while most LIS work will fall in the central components, with organization, retrieval and management»). Questo concetto unificante può in tal modo garantire «positive future for both disciplines»77. Chris Alen Sula, in un articolo tra i più incisivi, dopo aver messo in evidenza i livelli di sovrapposizione, afferma che «Given this significant overlap in interests, competencies, and institutional structures, we are left to wonder not whether but how libraries can join in the work of digital humanities». A partire da queste premesse viene elaborato un modello concettuale di integrazione, che richiama i punti di contatto di Showers richiamati in precedenza, che è caratterizzato da una «multiplicity of ways in which libraries and DH may support, engage, and create with one another», ed in cui si intrecciano contenuti di primo ordine (prodotti dagli umani) e contenuti di secondo ordine (prodotti dalle macchine)78. Tornando all'elaborazione del tema in area italiana, Marilena Daquino e Francesca Tomasi iniziano un loro articolo affermando, con grande ottimismo, che «Il rinnovato interesse verso le DH è sintomo di un'esigenza co­mune, potremmo dire di una domanda generalizzata, d'integrazione fra settori disciplinari eterogenei quale frontiera per l'innovazione e l'aumento dell'impatto della cultura nella società», nella prospettiva di una «necessaria ibridazione», entro la quale «i primi naturali interlocutori [per le DH] nello sviluppo di questa progettualità, per exper­tise ed affinità, provengono dal campo della library and information science (LIS)». Le competenze individuate sul versante documentario sono costituite in primo luogo da «Classificazione, ge­stione e disseminazione delle informazioni del proprio dominio»; secondo le autrici «per la LIS diviene allora strategico comprendere appieno il potenziale offerto dalle DH, uti­lizzando gli strumenti teorici e pratici che queste mettono a disposi­zione, e rimodulare così iterativamente la propria collocazione in un contesto allargato di discussione». Questa tesi, tuttavia, potrebbe essere rovesciata anche nel suo opposto, proponendo alle DH di comprendere approfonditamente il 'potenziale' offerto dalle culture documentarie. L'esito dell'integrazione è individuato nella centralità del «ruolo della knowledge organization e delle ontologie formali come strumento per la rappre­sentazione della conoscenza che avvicinano la funzione delle DH alla LIS e al contempo qualificano l'expertise delle DH nei processi di in­terpretazione del sapere umanistico ai fini del disvelamento di nuova conoscenza». In questo quadro ridisegnato, il valore aggiunto dell'informatica umanistica si esplica in un ragio­namento ermeneutico e critico che conduce alla definizione di una metodologia che «non può non ibridarsi con un'attenzione alla fruizione finale dell'informazione e quindi alla sua accessibilità». L'alleanza DH-LIS può su dunque produrre benefici con l'incrocio tra 'lunga durata' della tradizione documentaria e attività computazionali governate dai membri delle comunità DH79. Al centro di questa prospettiva collaborativa si collocano le attività di rappresentazione e modellizzazione degli oggetti documentari: «lo studio del dominio di conoscenza di un oggetto da rappresentare in forma digi­tale è il prodromo di uno studio sulle metodologie stesse che operano in tale dominio, tale da esplicitarle, formalizzarle e condividerle con le altre comunità»80. Ciò dovrebbe condurre ad una significativa innovazione meta-interpretativa e meta-metodologica, destinata a produrre esiti positivi per la conoscenza degli oggetti del patrimonio culturale. Lana, infine, fa riferimento al concetto di biblioteca (o scriptorium) digitale come spazio di relazione e di collaborazione, alla gestione dei contenuti ed alle attività di ordinamento ed organizzazione della conoscenza che la tradizione bibliografica può offrire81.
Al di là dei motivi di interesse individuati nei contributi fin qui richiamati, non posso che rilevare, alla fine di questo percorso, una sorta di senso di sostanziale frustrazione rispetto alla domanda posta all'inizio. Produrre anche solo un decoroso stato dell'arte bibliografico sulle connessioni tra due comunità disciplinari dai profili così porosi e frastagliati risulta davvero molto complicato, al punto che può essere forse revocata in dubbio la stessa formulazione della domanda che ha guidato il percorso argomentativo fin qui tracciato. Sul versante delle culture documentarie, inoltre, va rilevata la sostanziale assenza di tutto l'insieme, articolato e variegato, delle biblioteche e della biblioteconomia pubblica. I punti di convergenza evidentemente orientati verso gli oggetti non riescono ad intrecciarsi con le linee di orientamento biblioteconomico e bibliotecario che con sempre maggiore convinzione cercano di ottenere un proprio diverso posizionamento nella società. Anche in questo caso, evidentemente, si utilizzano metodi e tecniche immersi nelle culture del digitale, e tuttavia la linea di demarcazione tra l'autointerpretazione delle DH secondo una prospettiva interna alla cultura accademica e la vocazione narrativa e partecipativa delle biblioteche pubbliche rende quasi nulle le relazioni individuabili82.
Il campo si allargherebbe ancora se, tornando alle tensioni partecipative di Digital_humanities valutassimo l'ipotesi di una convergenza volta a massimizzare l'insieme dei contenuti semioticamente 'testuali' che dalle interfacce delle biblioteche sono veicolati, come quando si afferma che: «Yet digital humanists can imagine means to model the complex conditions of interpretation so that we come to a fundamentally different idea or demonstration of the ways engagement with the cognitive processes of reading, viewing, and navigating make meaning»83.
Ancora, i livelli di integrazione potrebbero includere l'area dell'information literacy, e il suo difficilissimo compito di garantire l'accesso a contenuti informativi affidabili.
A fronte di questa complessità, ontologica ed epistemologica, che ha i suoi tempi di elaborazione e decantazione, sono dunque portato a ritenere che il rafforzamento dei livelli di integrazione tra DH e culture documentarie possa essere favorito, pragmaticamente, rafforzando l'abitudine a lavorare insieme, in prospettiva tendenzialmente transdisciplinare, anche sui temi emergenti come l'intelligenza artificiale, in modalità dialogica, collaborativa, aperta, assegnando un ruolo preminente all'agire progettuale e, contestualmente, lavorando per definire competenze fluide e trasversali nei giovani che in questo contesto saranno destinati ad operare. Questo è un altro aspetto valorizzato nel volume Digital_humanities, in particolare nel paragrafo The care and feeding of hedgefoxes (il termine con cui sono individuati gli studenti), che fa riferimento alla necessità di sintetizzare ed ibridare i modelli di organizzazione del sapere, secondo l'antica metafora delle forme di acquisizione della conoscenza simboleggiate dalla 'chiusura' del riccio (hedgehog) e dalla curiosità della volpe (fox), per creare profili cognitivi ed emotivi «capable of ranging wide, but also of going deep»84, ed in tal modo, auspicabilmente, migliorare i livelli di comprensione della complessità del reale, e del variare dei molteplici «rapporti di forza» che in esso agiscono, come in tutt'altro contesto, decisamente 'agro', ha scritto un bibliotecario atipico come Luciano Bianciardi85.

Per concludere: DH, culture documentarie, e oltre

Proviamo ora a tirare le fila delle molte considerazioni che fino a questo punto sono state proposte, a partire dagli obiettivi dichiarati in apertura.
Le pubblicazioni prese in esame sono in primo luogo unificate da una sorta di crampo definitorio comune: moltissime, infatti, iniziano il proprio percorso argomentativo proponendo una auto-definizione, nel tentativo di assicurare un fondamento quanto più possibile solido, almeno sul piano linguistico, a ciò che successivamente viene discusso. Gli esempi, in questo senso, potrebbero moltiplicarsi in modo indefinito, ed in ambedue i campi86.
Come si è visto, è emersa una notevole varietà di denominazioni, espressione dei riflessi sul linguaggio dei diversi atteggiamenti etici, epistemologici, interpretativi e metodologici, dando origine ad un'autentica «babele terminologica» che - concordo in questo con Serrai - manifesta con evidenza il fatto che, almeno nell'ambito delle culture documentarie, «le riformulazioni degli antichi problemi non hanno generato i risultati sperati»87.
Nel campo delle DH, escludendo il problema delle traduzioni del termine nelle diverse lingue, si situano e competono le espressioni humanities computing, digital humanities e digital scholarship; l'informatica umanistica italiana, pur aperta alle culture digitali, sembra rivendicare l'appartenenza ad una tradizione fondata principalmente sui testi. Sull'altro versante, l'espressione 'culture documentarie' cumula al proprio interno sia il campo della LIS sia la tradizione italiana (e con altra terminologia continentale) della bibliografia, della documentazione e della biblioteconomia, nelle sue varie e molto sfaccettate articolazioni; ed anche in questo caso, e in questa sede, non è stata discussa nel dettaglio la pluralità delle storie generabili a partire dalle multiformi varianti terminologiche.
Preso atto di questa fitta serie di problemi, linguistici e semantici, cerchiamo di sintetizzare alcuni degli esiti, a partire da quelli che emergono dall'analisi della letteratura cui si è fatto riferimento, che a sua volta, reticolarmente, è espressione di quelle stesse marcature di differenza che sono oggetto dell'indagine; lo strumento, insomma, interagisce evidentemente con la natura dell'oggetto dello studio. Il punto di vista che ispira l'atteggiamento argomentativo e retorico dei singoli autori influenza decisamente, spesso sottotraccia, i risultati finali che vengono comunicati; ed è anche per questo motivo che molto spesso, alla fine, le aree di possibile integrazione tra due campi così frastagliati si limitano ad individuare territori visti, e forse desiderati, come metaforicamente ospitali e sicuri.
Su questi aspetti tornerò brevemente più avanti; qui vorrei invece proporre qualche considerazione su alcuni degli elementi che, fondativamente, rendono nebuloso ed incerto il quadro che stiamo cercando di delineare. Riepilogando alcune delle questioni fin qui discusse, abbiamo preso atto del fatto che la definizione del 'campo' di una disciplina è il risultato di dinamiche molto complesse, entro le quali concorrono fattori ontologici, epistemologici, storici, sociali, istituzionali, antropologici, che solo a valle si sedimentano, per periodi limitati, nelle attività teoriche e pratiche che provvedono a stabilizzare, nei periodi di «scienza normale» di Kuhn, il canone di riferimento di ognuno di questi campi. Per quanto riguarda i nostri due ambiti, lasciando sullo sfondo le linee di analisi 'archeologica' a matrice foucaltiana, rimangono da precisare le tensioni e le divergenze di cui abbiamo compreso le caratteristiche essenziali, e che proveremo ora a categorizzare in modalità ancora più generale.
In una prima linea, dunque, la sfera delle DH si situa entro il paradigma della ricerca accademica classica, diversa naturalmente a seconda delle diverse traiettorie disciplinari, con un radicamento originario, e secondo alcuni principale, nei territori della testualità; a ciò si fa riferimento, con le oscillazioni che abbiamo visto, sia con i termini più specifici humanities computing e informatica umanistica, sia con quello generalizzante di digital humanities nella sua accezione estesa. Lo stesso termine digital humanities viene proposto da alcuni (Schnapp e altri, in particolare) in una sua variante ancora più ampia, coincidente per molti aspetti con i cultural e media studies e dunque, 'grosso modo', con l'area italiana delle scienze della comunicazione. Sul lato delle culture documentarie, al primo di questi modelli possono essere fatti corrispondere metodi e tecniche applicati principalmente alla produzione e gestione delle biblioteche digitali. Ciò evidentemente seleziona un sotto-ambito limitato delle culture documentarie stesse, riferito a modelli e servizi tipicamente propri delle biblioteche accademiche e di ricerca, ed in grado minore di quelle storiche e di conservazione. Sulla base di questo 'taglio' rimangono del tutto esterni alle prospettive prefigurate i possibili sviluppi della biblioteconomia pubblica, soprattutto nei suoi recenti sviluppi partecipativi e comunicativi; ovvero una biblioteconomia che aspira a dar conto in modo equilibrato non solo degli oggetti di cui si occupa, ma anche, attraverso adeguate prospettive epistemologiche e metodologiche, di come l'uso di questi oggetti, e dei loro modelli di rappresentazione, concorra o meno a migliorare la qualità della vita delle persone.
Per questo motivo, rimanendo per ora entro i confini della letteratura esaminata, credo che sia indispensabile individuare come cornice di riferimento la prospettiva disciplinare, o meta-disciplinare, più ampia ed inclusiva, che sia pure in modo in buona misura solo ottativo ottiene tuttavia il risultato di garantire legittimità ad ogni tipo di possibile approccio. Non sarebbe la prima volta del resto che una comunità scientifica opta, coraggiosamente, per un orizzonte aperto e in buona misura indeterminato. Basti pensare in tal senso alle opzioni maturate nell'ambito della cultura storica con la 'rivoluzione' della Nouvelle histoire avviata nel 1929 con la rivista Annales, guidata da Marc Bloch e Lucien Febvre e poi allargata ad altri storici come Henri Pirenne, Marc Nora, Jacques Le Goff88.
Questa eteronomia dei punti di vista non credo che debba essere giudicata di per sé negativa, opponendo ad essa le tavole di leggi rigidamente disciplinate. Tenendo conto della complessità degli oggetti cui le discipline si applicano (scienze umane e humanities, culture digitali e documentarie), è del tutto prevedibile che esistano differenze di natura molteplice, ontologica, epistemologica, etica, metodologica, ed infine tecnologica ed applicativa. Si tratta solo dell'ulteriore manifestazione degli effetti dell'agire congiunto di moltissimi fattori di mutamento, contemporaneamente in atto, nei modelli di produzione, organizzazione e gestione della conoscenza, che nessuna disciplina può ragionevolmente ritenere di governare ed ordinare, evitando contestualmente il rischio che quest'affermazione venga intesa come una fideistica apologia del disordine89. Nei campi frammentari di queste pratiche disciplinari si individuano con tutta evidenza i segni della crisi paradigmatica in atto, che dobbiamo in primo luogo riconoscere. Se dunque «grande è la confusione sotto il cielo», si tratta ora di valutare, parafrasando ancora il Grande Timoniere, se la situazione possa per questo dirsi anche «eccellente».
Credo anzitutto che non sia opportuno, in questa fase così incerta, avventurarsi in predizioni troppo nette, dal momento che, parafrasando quanto Armando Petrucci ha avuto modo di affermare sulle discontinuità nella storia della lettura, dobbiamo confrontarci anche in questo caso con fenomeni estesi e complessi, destinati ad evolvere e consolidarsi negli anni a venire90. Si tratta insomma, per un verso, di abituarsi alle rapide trasformazioni che incessantemente si susseguono, e che tanti studi sociologici cercano di definire91, e forse accogliere l'invito di Alessandro Baricco di imparare a costruire un nuovo umanesimo digitale accettando la sfida di «entrare nel Game», in modo tale che anche con il nostro apporto sia possibile tracciare «la rotta che sarà del mondo intero»92. Questo sguardo aperto e inclusivo mi pare che costituisca una premessa indispensabile per ogni possibile ulteriore ragionamento, intra o transdisciplinare; è ciò di cui abbiamo bisogno, in primo luogo antropologicamente, per cogliere i tratti emergenti, fluidi e mutevoli, della realtà in cui siamo immersi, e che percepiamo sempre più frequentemente, in assenza di uno sguardo unificante, come scheggiata e desolantemente orizzontale93. Tornando a Baricco, a me sembra che anche The game possa essere utile per comprendere l'impatto della rivoluzione digitale sulle persone e sulla società, come scrive nella sua bella recensione Paola Castellucci quando sostiene che, a partire dalle competenze del lettore ideale del Novecento, è possibile un avvicinamento consapevole e critico alle moltissime 'storie' della rivoluzione digitale (incluse quelle di cui abbiamo discusso in questo contributo); e questo lettore, collocato ora nelle discontinuità profonde dell'Antropocene può essere attratto proprio dall'«assenza» e dall'indeterminatezza che si cela e nello stesso tempo si manifesta nelle tumultuanti trasformazioni in atto94.
Proprio all'interno del non-detto presente in ogni narrazione, destinato tuttavia ad esprimersi nel linguaggio, il lettore prototipico e ideale (cioè ognuno di noi) potrà valorizzare la propria abilità euristica, abituandosi ad accettare le sembianze di un uomo ormai cyborg «metà uomo, metà automa che dirige le sue azioni solo dopo aver ricevuto istruzioni da algoritmi che gli dicono dove andare a mangiare, quale hotel prenotare, e quali libri leggere»95. Sono molto d'accordo con Castellucci nel ritenermi parte di quei 'noi' che appartengono alla comunità «che si raduna, si ripara, si nutre, in biblioteca»; biblioteca che, in senso anzitutto simbolico, deve accettare la sfida di misurarsi con la mutazione digitale in atto, che acquista forma nella «grande digital library che è diventato il mondo»96.
Credo che il 'digitale' vada riconosciuto, oltreché nelle sue pur rilevanti caratteristiche radicate nei metodi delle discipline umanistico-accademiche, come un elemento essenziale nella nostra costruzione antropologica ed esistenziale della realtà e degli spazi, architettonici e semiotici, in cui si dispiegano le nostri molteplici «arti del fare»97. È in questo scenario che si è definita l'età dell'iperstoria, come ha scritto convincentemente Luciano Floridi, in cui, oggi, stiamo conoscendo la smisurata crescita dei dati e del potere computazionale delle macchine che quei dati nello stesso tempo producono, governano, relazionano. Lo spazio della realtà con cui ci confrontiamo, dentro e fuori le università, i centri di ricerca e le biblioteche, è costituito da una pervasiva ed ubiqua «infosfera», in cui il mondo analogico e quello digitale si mescolano e si confondono; ed è in questo problematico ecosistema che si delineano i profili delle nostre vite «onlife», distribuite in spazi ibridi sempre più sincronizzati, delocalizzati e correlati98. E, come già si è detto, è negli spazi in divenire dell'infosfera che stanno accadendo le profonde trasformazioni prodotte dal potere computazionale delle macchine, ed è qui che avviene la mescolanza, secondo modalità solo in piccola parte conosciute, tra «mondo digitale offline» e «mondo digitale online»99.
La rapidità e la complessità di queste trasformazioni, oltre che a miriadi di fake news ed ai molti 'sentieri interrotti' in area accademica, generano nella società e nelle persone disagio ed ansia; ed è per questo che il futuro ibrido nel quale siamo immersi produce l'impressione di «essere senza casa» e di «vivere in tempi strani». Queste due ultime citazioni sono tratte da un libro, decisamente extra-accademico, che mi fa piacere richiamare anche perché l'autore, Gianluca Didino, si è laureato con me a Torino, nell'ormai lontano 2012100. Si tratta di un'opera intelligente ed acuta, che nasce da un'autentica espressione di incredulità («tutto questo sta capitando davvero?», p. 9), ed in cui si intrecciano il ricordo dell'11 settembre ed i costi degli affitti a Londra (dove l'autore vive), serie tv come Lost, Twin peaks e Westworld e la «demondificazione» (Entweltlichung) descritta in Essere e tempo da Martin Heidegger, che altera profondamente il nostro essere-nel-mondo. La percezione soggettiva di questa realtà distopica viene letta con gli occhi di Mark Fisher, filosofo e docente al Department of Visual Cultures dell'Università di Londra, ma anche critico letterario e blogger con lo pseudonimo di 'k-punk', divulgatore tra le altre cose del concetto di «hauntology» sviluppato originariamente nel 1993 da Jacques Derrida in Spettri di Marx101. Da questo sguardo, molto obliquo, traggono origine il termine ed il concetto di weird, lo 'strano' con tutte le sue sfumature di significato (inquietante, misterioso, bizzarro…), utilizzato come lente per orientarsi nella nostra complicata ipermodernità, con la sua frenetica «accelerazione delle tendenze», come se «la spinta verso il futuro avesse ripreso la propria corsa a velocità raddoppiata»102. Da ciò deriva il bisogno di categorie per comprendere la stranezza che pervade il nostro orizzonte di vita; categorie anche «provvisorie ed esplorative», che ci aiutino a «dare un senso ai nostri tempi», che possano essere utilizzate anche per orientarsi nella mutazione digitale e nei processi di 'datificazione' in corso. Lisa Blackman, in maniera molto convincente, definisce appunto «haunted», cioè 'infestati', i dati, secondo una prospettiva che ha il grande pregio, a mio parere, di essere decisamente anti-riduzionistica ed anti-deterministica103. Questa precarietà cognitiva è appunto ciò che fa emergere la sensazione di «essere senza casa», «privi di un luogo sicuro in cui proteggersi dall'esterno»104, in un Antropocene «la cui complessità ha raggiunto livelli tali da essere, nella maggior parte dei casi, letteralmente incomprensibile»105. Mi ha fatto molto riflettere questo atteggiamento di un giovane che in queste problematiche tensioni è immerso, e mi è parso altrettanto utile, per comprendere l'oggi, degli idealtipi idealizzati (ed anche purtroppo depersonalizzati) dei sociologi, con le 'generazioni' X, Y, Z o qualunque sia la lettera designata ad individuarle; un atteggiamento che mette in luce la filigrana dei profili cognitivi ed emotivi (e delle zone di silenzio) di moltissimi altri giovani, inclusi gli studenti delle università, 'infestati' anch'essi dalla drammatica situazione, sanitaria ed esistenziale, dovuta alla diffusione pandemica del Covid-19.
Queste brevi considerazioni finali aspirano a mostrare la necessità di una prospettiva interpretativa ampia, articolata, panoramica e olistica per comprendere (oltre che descrivere) in senso 'umanistico' come la diffusione pervasiva del digitale stia trasformando profondamente la realtà. Questo sguardo metaforico può costituire la controparte, dialettica, critica e argomentativa, di approcci riduzionistici, deterministici, tecnocratici o talvolta autoreferenzialmente specialistici, che danno inevitabilmente conto solo della segmentazione isolata delle parti e non della rete di relazioni in cui le parti sono inestricabilmente inserite. In questo senso può essere utile tornare ad uno dei tesi fondativi della storia culturale del digitale, scritto da Ted Nelson nel 1965, in cui si affermava, lucidamente e visionariamente, l'esigenza di disporre di un 'ordine archiviale' («file structure») per il complesso, il mutevole, l'indeterminato («the complex, the changing, the indeterminate»)106. Sono convinto che solo attraverso una visione nello stesso tempo analitica e sintetica dei mutamenti in atto sia possibile comprendere in modo graduale e convincente sia l'infosfera sia le province di essa nelle quali si dispongono i confini delle parole e delle cose, articolati nei diversi 'discorsi' disciplinari, inclusi quelli delle DH e delle culture documentarie. Per questi motivi è necessario, e temo indispensabile, avvalersi congiuntamente dell'ampiezza fenomenologica transdisciplinare dei cultural e media studies, del rigore teoretico della filosofia per garantire l'individuazione di un fondamento ontologico, epistemologico e antropologico, e della consapevolezza storica della 'lunga durata' dei mutamenti in corso, che avrebbe anche il non lieve vantaggio di valorizzare l'apporto della parte concettualmente più rilevante della tradizione bibliografica, altrimenti rimossa da un piatto e sincronico 'presentismo' tecno-documentario107. Tra queste province, parte certamente periferica della rete planetaria, possiamo continuare a immaginare e pensare le biblioteche, le bibliotecarie ed i bibliotecari, le culture documentarie come luoghi linguistici, simbolici ed organizzativi orientati a produrre senso e significato, destinati alle persone che in essi si muovono, qualificandosi come piccole, fragili e tuttavia tenaci nuove Atlantidi della ipermodernità108. Far approdare questa speranza dai territori di Utopia ai «rapporti di forza» del mondo reale è dunque il compito non lieve che ci attende, per trasformare l'infosfera, nel suo 'strano' intreccio di naturale ed artificiale, in uno spazio comune da abitare.


Note

Ultima consultazione siti web: 11 settembre 2020.

1 Disciplina. In: Vocabolario Treccani, <https://www.treccani.it/vocabolario/disciplina/>.
2 Discépolo. In: Vocabolario Treccani, <https://www.treccani.it/vocabolario/discepolo>.
3 Björn Hammarfelt, Discipline. In: ISKO encyclopedia of knowledge organization, edited by Birger Hjørland, Claudio Gnoli. ISKO, 2019, <https://www.isko.org/cyclo/discipline>.
4 Cfr. Ministero dell'università e della ricerca, d.min. 4/10/2000 Settori scientifico-disciplinari; Id., d.min. 18/3/2005 Modificazioni agli allegati B e D al D.M. 4 ottobre 2000, concernente rideterminazione e aggiornamento dei settori scientifico-disciplinari e definizione delle relative declaratorie; European Research Council, ERC panel structure 2020. 6 maggio 2020, <https://erc.europa.eu/content/erc-panel-structure-2020>.
5 Peter Burke, Storia sociale della conoscenza: da Gutenberg a Diderot. Bologna: Il Mulino, 2002 (A social history of knowledge: from Gutenberg to Diderot. Cambridge: Polity, 2000).
6 Ivi, p. 31 e seguenti.
7 Questi concetti sono trattati in molte opere di Bourdieu, tra cui Homo academicus. Paris: Les Éditions de Minuit, 1984, in cui vengono dettagliatamente indagate le relazioni ed i rapporti di forza interni alla realtà istituzionale, sociologica ed antropologica delle università.
8 Cfr. P. Burke, Storia sociale della conoscenza cit., p. 109 e seguenti.
9 Michel Foucault, Sorvegliare e punire: nascita della prigione, traduzione di Alcesti Tarchetti. Torino: Einaudi, 2014 (Surveiller et punir: naissance de la prison. [Paris]: Gallimard, 1975), p. 149.
10 Ivi, p. 198.
11 Armin Krishnan, What are academic disciplines: some observations on the disciplinarity vs. interdisciplinarity debate. University of Southampton. National Centre for Research Methods, 2009, p. 9, <http://eprints.ncrm.ac.uk/783/>.
12 Cfr. Josep Simon, Communicating physics: the production, circulation and appropriation of Ganot's textbooks in France and England, 1851-1887. Pittsburgh: University of Pittsburgh Press, 2011.
13 Cfr. Tony Becher; Paul R. Trowler, Academic tribes and territories: intellectual enquiry and the culture of disciplines. Buckingham: Open University Press, 2001.
14 Andrew Delano Abbott, The system of professions: an essay on the division of expert labor. Chicago-London: The University of Chicago Press, 1988.
15 Cassidy R. Sugimoto; Scott Weingart, The kaleidoscope of disciplinarity, «Journal of documentation», 71 (2015), n. 4, p. 775-794, <https://www.emerald.com/insight/content/doi/10.1108/JD-06-2014-0082/full/html>, DOI: 10.1108/JD-06-2014-0082.
16 La notissima opera di riferimento è Thomas S. Kuhn, The structure of scientific revolutions. Chicago: University of Chicago Press, 1962.
17 Rudolf Stichweh, Scientific disciplines, history of. In: International encyclopedia of the social and behavioral sciences, editors in chief Neil J. Smelser, Paul B. Baltes. Amsterdam [etc.]: Elsevier, 2001, vol. XX, Rev-Ser, p. 1327-1373.
18 Aby Warburg, Arte italiana e astrologia internazionale a Palazzo Schifanoia a Ferrara. In: Id., Opere, a cura di Maurizio Ghelardi. Torino: Aragno, 2004, vol. I, La rinascita del paganesimo antico e altri scritti, 1889-1914, p. 515-555.
19 B. Hammarfelt, Discipline cit.
20 Informatica umanistica. In: Wikipedia: l'enciclopedia libera. 25 ottobre 2020, <https://it.wikipedia.org/wiki/Informatica_umanistica>.
21 Digital humanities. In: Wikipedia: the free encyclopedia. 26 novembre 2020, <https://en.wikipedia.org/wiki/Digital_humanities>.
22 Todd Presner [et al.], The Digital humanities manifesto 2.0, «Humanities blast», 2008, p. 2, <https://www.humanitiesblast.com/manifesto/Manifesto_V2.pdf> [corsivo mio]. Tradotto in italiano da Matteo Bittanti con il titolo Il Manifesto dell'umanistica digitale 2.0. 2009, <https://www.mattscape.com/il-manifesto-dellumanistica-digitale-20.html>.
23 Marin Dacos, Manifesto delle digital humanities, traduction par Daniela Seidita. 12 giugno 2012, <https://tcp.hypotheses.org/482>. Pubblicato in molte versioni linguistiche, dall'arabo al cirillico al greco moderno, in Hypotheses, <https://tcp.hypotheses.org/category/manifeste>.
24 University College London. Centre for Digital Humanities, Quantifying digital humanities. 2012, <http://www.ucl.ac.uk/infostudies/melissa-terras/DigitalHumanitiesInfographic.pdf>.
25 Humanities. In: Encyclopaedia Britannica. 28 maggio 2020, <https://www.britannica.com/topic/humanities>. Wilhelm Dilthey differenziò il campo di indagine delle scienze dello spirito (Geisteswissenschaften), che si fondano sul processo di 'comprensione' (Verständnis) dei fenomeni storici, da quello delle scienze della natura (Naturwissenschaften), cfr. Einleitung in die Geisteswissenschaften. Leipzig: Duncker & Humblot, 1883 (traduzione italiana Introduzione alle scienze dello spirito).
26 Massimo Durante, Potere computazionale: l'impatto dell'ICT su diritto, società, sapere. Milano: Meltemi, 2019, p. 23 e seguenti [corsivo mio].
27 Giovanni Adamo; Tullio Gregory, Informatica umanistica. In: Enciclopedia Treccani online. 2000, <http://www.treccani.it/ enciclopedia/informatica-umanistica_%28Enciclopedia-Italiana%29/>.
28 Informatica umanistica. In: Lessico del XXI secolo. 2012, <https://www.treccani.it/enciclopedia/informatica-umanistica_%28Lessico-del-XXI-Secolo%29/>.
29 Willard McCarthy, Humanities computing. Basingstoke-New York: Palgrave, 2005.
30 Informatica per le scienze umanistiche, a cura di Teresa Numerico, Arturo Vespignani. Bologna: Il Mulino, 2003; Francesca Tomasi, Metodologie informatiche e disciplineumanistiche, prefazione di Dino Buzzetti. Roma: Carocci, 2008; Teresa Numerico; Domenico Fiormonte; Francesca Tomasi, L'umanista digitale. Bologna: Il Mulino, 2010, tradotto in inglese come Domenico Fiormonte; Teresa Numerico; Francesca Tomasi, The digital humanist: a critical inquiry, translated from the Italian by Desmond Schmidt, Christopher Ferguson. Brooklyn: Punctum Books, 2015.
31 A companion to digital humanities, edited by Susan Schreibman, Ray Siemens, John Unsworth. Oxford: Blackwell, 2004; A new companion to digital humanities, edited by Susan Schreibman, Ray Siemens, John Unsworth. Malden [etc.]: Wiley Blackwell, 2016.
32 The Routledge companion to media studies and digital humanities, edited by Jentery Sayers. New York-London: Routledge, 2018, in cui media studies e digital humanities sono correlati con evidenza già nel titolo.
33 Federico Meschini, Documenti, medialità e racconto. Di cosa parliamo quando parliamo di digital scholarship, «DigitCult», 4 (2019), n. 1, p. 3-20, <https://digitcult.lim.di.unimi.it/index.php/dc/article/view/118>, DOI: 10.4399/97888255263182, in particolare nel paragrafo Media e humanities. L'espressione digital scholarship, che Meschini definisce «un'etichetta ancipite tanto efficace e incisiva quanto di non semplice definizione» (p. 4), marca, semplificando molto, la finalizzazione accademica del campo disciplinare; cfr. in tal senso Abby Smith Rumsey, Scholarly Communication Institute 9: new-model scholarly communication: road map for change. Charlottesville (VA): University of Virginia Library, 2011, <http://uvasci.org/institutes-2003-2011/SCI-9-Road-Map-for-Change.pdf>.
34 Digital_humanities, edited by Anne Burdick [et al.]. Cambridge (MA): MIT Press, 2012; traduzione italiana Anne Burdick [et al.], Umanistica_digitale, traduzione di Matteo Bittanti. Milano: Oscar Mondadori, 2014. Jeffrey Schnapp, filologo di formazione, già fondatore dello Stanford Humanities Lab, approdato ad una convinta transdisciplinarità, ha avuto modo di far conoscere le proprie opinioni anche nell'edizione 2019 del Convegno delle Stelline, con la relazione La biblioteca oltre il libro. In: La biblioteca che cresce: contenuti e servizi tra frammentazione e integrazione: scenari e tendenze: convegno: Milano 14-15 marzo 2019, a cura dell'Associazione Biblioteche oggi. Milano: Editrice bibliografica, 2019, p. 5-13.
35 Ivi, p. vii [corsivo mio]. Sono dunque spiccati i richiami all'area, anch'essa estremamente fluida e vasta, del 'movimento' della public history. La sottolineatura di questa dimensione 'pubblica' è presente, in Italia, nella denominazione (Digital and public humanities) del corso di laurea magistrale dell'Università di Venezia (<https://www.unive.it/pag/38475/>).
36 Domenico Fiormonte, Towards a cultural critique of the digital humanities, «Historical social research», 37 (2012), n. 3, p. 59-76: 60, <https://www.jstor.org/stable/41636597>, DOI: 10.2307/41636597. Queste osservazioni sono in parte riprese dallo stesso Fiormonte in Digital humanities from a global perspective, «Laboratorio dell'ISPF», 11 (2014), <http://www.ispf-lab.cnr.it/article/2014_203_Abstract>, DOI: 10.12862/ispf14L203, nelle slide dell'intervento Digital humanities e geopolitica della conoscenza. In: “Digital humanities and beyond: prospettive per un Centro di digital scholarship for the humanities a Torino” (Torino: 5 febbraio 2019), <http://www.medihum.unito.it/files/docs/seminario2019dh/fiormonte_2019_geopolitica_della_conoscenza.pdf>, e, con Paolo Sordi, in Geopolitica della conoscenza digitale. Dal web aperto all'impero di GAFAM, «DigitCult», 4 (2019), n. 1, p. 21-36, <https://digitcult.lim.di.unimi.it/index.php/dc/article/view/110>, DOI: https://doi.org/10.4399/97888255263183. Considerazioni interessanti sul tema sono proposte anche da Marin Dacos, secondo cui «la domination UK-US du domaine» non dipende da una competizione equilibrata e da una esplicita superiorità concettuale e metodologica, quanto piuttosto dalla sedimentazione circoscritta di un fenomeno di affermazione globale successivo alla seconda guerra mondiale, che si manifesta nella configurazione nell'uso universalizzato dei codici di rappresentazione linguistica ASCII e UNICODE e più ancora nella diffusione pervasiva della lingua inglese (La stratégie du sauna finlandais: les frontières de digital humanities. Essai de géographie politique d'une communauté scientifique, «Blogo-numericus», 1 giugno 2013, <https://bn.hypotheses.org/11138>.
37 Debates in the digital humanities, edited by Matthew K. Gold. Minneapolis-London: University of Minnesota Press, 2012, p. xi, disponibile in parte su Google books: <https://books.google.it/books?id=_6mo2tApzQQC&lpg>.
38 Index Thomisticus: Sancti Thomae Aquinatis operum omnium indices ed concordantiae […]. Stuttgart-Bad Cannstatt: Frommann-Holzboo, 1974-1980. L'Index, nella sua versione annotata, è disponibile in versione digitale nell'Index Thomisticus treebank Project, <https://itreebank.marginalia.it/>.
39 Almanacco letterario Bompiani: le applicazioni dei calcolatori elettronici alle scienze morali e alla letteratura, a cura di Sergio Morando. Milano: Bompiani, 1962. Per ulteriori notizie sui contenuti cfr. Fabio Ciotti, From Informatica umanistica to Digital humanities and return: a conceptual history of Italian DH, «Testo e senso», 19 (2018), <http://testoesenso.it/ article/view/502>.
40 <https://www.iliesi.cnr.it/>.
41 Maurizio Lana, Digital humanities e biblioteche, «AIB studi», 59 (2019), n. 1-2, p. 185-223, <https://aibstudi.aib.it/article/view/11862>, DOI 10.2426/aibstudi-11862.
42 Cfr. Robert Kraft; Emanuel Tov, Computer assisted tools for Septuagint/Scriptural study. 1 marzo 2004, <http://ccat.sas.upenn.edu/rak/catss.html>, ma la prima realizzazione è del 1978. Il Thesaurus linguae grecae (TLG) è un progetto avviato nei primi anni Settanta del Novecento da Marianne McDonald, il cui inizio formale viene fatto risalire al 1972, data della prima “TLG Planning Conference”; è in linea all'indirizzo <http://stephanus.tlg.uci.edu/>.
43 Cfr. F. Ciotti, From “informatica umanistica” to digital humanities and return cit.; l'opera di Orlandi è Informaticaumanistica. Roma: La nuova Italia scientifica, 1990. Gigliozzi, fondatore del CRILET (Centro ricerche informatica e letteratura) fu curatore con Roberto Mercuri del primo ampio progetto di digitalizzazione basato su TEI (Text encoding initiative), Testi italiani in linea (TIL).
44 M. Lana, Digital humanities e biblioteche cit., p. 201 e seguenti.
45 A companion to digital humanities cit.
46 <http://dh2011.stanford.edu/>.
47 Alliance of Digital Humanities Organizations, Digital Humanities 2011: call for papers, <https://dh2011.stanford.edu/?page_id=97>.
48 <http://www.aiucd.it/>.
49 Associazione per l'informatica umanistica e la cultura digitale, Call for papers: DH per la società: e-guaglianza, partecipazione, diritti e valori nell'era digitale. 2020, <https://aiucd2021.labcd.unipi.it/call-for-papers/>.
50 Università di Pisa. Laboratorio di cultura digitale, Osservatorio sulle digital humanities, <http://www.labcd.unipi.it/osservatorio/>. Nel censimento mancano il Venice Centre for Digital and Public Humanities (<https://www.unive.it/pag/39287>), il Centro di ricerca interdipartimentale per la digitalizzazione e la realizzazione di biblioteche digitali umanistiche – MEDIHUM (<http://www.medihum.unito.it/>) e #DICULTHER The Digital Cultural Heritage, Arts and Humanities School (<https://www.diculther.it/>).
51 Willard McCarthy, Humanities computing as interdiscipline. In: “Is humanities computing an academic discipline? An interdisciplinary seminar” (Charlottesville, 5 novembre 1999), http://www.iath.virginia.edu/hcs/mccarty.html Tito Orlandi, Is humanities computing a discipline?, «Jahrbuch für Computerphilologie», 4 (2002), n. 4, p. 51-58, http://computerphilologie.digital-humanities.de/jg02/orlandi.html Melissa Terras, Disciplined: using educational studies to analyse 'humanities computing', «Literary and linguistic computing», 21 (2006), n. 2, p. 229-246, https://doi.org/10.1093/llc/fql022, DOI: 10.1093.7llc/fql022; Edward Vanhoutte, The gates of hell: history and definition of digital humanities computing. In: Defining digital humanities: a reader, edited by Melissa Terras, Julianne Nyhan, Edward Vanhoutte. Farnham (UK): Ashgate, 2013, p. 119-153; Matthew G. Kirshenbaum, What is digital humanities and what's it doing in English departments?. In: Defining digital humanities cit., p. 195-204; Richard Grusin, The dark side of digital humanities: dispatches from two recents MLA conventions, «Differences», 25 (2014), n. 1, p. 79-92, https://doi.org/10.1215/10407391-2420009, DOI: 10.1215/10407391-2420009; Patrick Svensson, Beyond the big tent. In: Debates in the digital humanities cit., p. 36-49, https://doi.org/10.5749/9781452963754, DOI: 10.5749/9781452963754; Rafael C. Alvarado, The digital humanities situation. In: Debates in the digital humanities cit, p. 50-55, https://dhdebates.gc.cuny.edu/read/40de72d8-f153-43fa-836b-a41d241e949c/section/c513af64-8f99-4e02-9869-babc1cecc451#p1b1.
52 Lyn Robinson; Ernesto Priego; David Bawden, Library and information science and digital humanities: two disciplines, joint future?. In: “Re:inventing information science in the networked society: proceedings of the 14th International Symposium on Information Science (ISI 2015)” (Zadar, Croazia, 19-21 maggio 2015), https://zenodo.org/record/17969#.X8ofJ2hKiUk, DOI: 10.5281/zenodo.17969; Alkim Almila Akdag Salah; Andrea Scharnhorst; Sally Wyatt, Analysing an academic field through the lenses of internet science: digital humanities as a virtual community. In: Internet Science. Second International Conference, INSCI 2015, Brussels, Belgium, May 27-29, 2015, Proceedings, editors Thanassis Tiropanis [et al.]. Cham: Springer, 2015, p. 78-89; Jin Gao [et al.], The intellectual structure of digital humanities: an author co-citation analysis. In: Digital Humanities 2017: conference abstracts: McGill University & Université de Montréal, Montreal, Canada, August 8-11, 2017, prepared by Rhian Lewis [et al.], https://dh2017.adho.org/program-2/abstracts/; Muh-Chyun Tang; Yun Jen Cheng; Kuang Hua Chen, A longitudinal study of intellectual cohesion in digital humanities using bibliometric analyses, «Scientometrics», 113 (2017), p. 985-1008, https://doi.org/10.1007/s11192-017-2496-6, DOI: 10.1007/s11192-017-2496-6.
53 Questa complessità è dunque indipendente dal potere computazionale degli algoritmi specializzati nella community detection, primo tra tutti il cosiddetti algoritmo di Leiden. Su questi aspetti cfr. Vincent A. Tragg; Ludo Waltman; Nees Jan van Eck, From Louvain to Leiden: guareenteing well-connected communities, «Scientific reports», 9 (2019), n. 1, https://www.nature.com/articles/s41598-019-41695-z" target="_blank">https://www.nature.com/articles/s41598-019-41695-z, DOI: 10.1038/s41598-019-41695-z.
54 Alkim Almal Akdag Salah; Andrea Scharnhorst; Sally Wyatt, Analysing an academic field through the lenses of internet science: digital humanities as a virtual community, Figura 6a. Le Figure 5a e 5b, mostrano la sovrapposizione di mappe degli argomenti DH e dei contributi che fanno riferimento a DH in quanto topic; le Figure 6a e 6b danno conto della rete di relazioni interne alle DH su base geografica ed istituzionale. Interessante anche l'elaborazione delle reti di relazioni personali che emergono dall'analisi di dati estratti dal web sociale, effettuata da Chris Alen Sula, Visualizing social connections in the humanities: beyond bibliometrics, «Bulletin of the American Society for Information Science and Technology», 38 (2012), n. 4, p. 31-35, https://doi.org/10.1002/bult.2012.1720380409, DOI:10.1002/bult.2012.1720380409.
55 Piero Innocenti, Bibliografia, biblioteconomia, documentazione: sostanza e nominalismo. In: Piccoli scritti di biblioteconomia per Luigi Crocetti,(10 marzo 2007-10 marzo 2008), promossi, raccolti, ordinati da Piero Innocenti; curati da Cristina Cavallaro. Manziana: Vecchiarelli, 2008, p. 147-181; di Innocenti cfr. inoltre: Dimmi quali parole sai e ti dirò che bibliotecario sei, «Biblioteche oggi», 7 (1989), n. 3, p. 317-319; Biblioteca/biblioteche (Italia). La possibilevoce di un possibile glossario di discipline del libro, «Biblioteche oggi», 7 (1989), n. 3, p. 325-355; Bibliography: teaching and profession, translated by Raffaella Cotta; Maria X. Wells, «Libraries & culture», 25 (1990), n. 3, p. 461-473, https://www.jstor.org/stable/25542281; Dimmi quali parole sai e ti dirò chebibliotecario sei, «Biblioteche oggi», 12 (1994), n. 5, p. 68-70; Biblioteche e studi per le biblioteche in Italia dopo il 1983. Una rassegna. In: Scritti in memoria di Raoul Gueze: 1926-2005, coordinamento scientifico di Roberto Guarasci, Anna Rovella, Raffaella Zaccaria; a cura di Cristina Cavallaro. Manziana: Vecchiarelli, 2007, p. 209-229. Un ancor utile inquadramento generale, in una letteratura di riferimento molto ampia, è fornito in Giovanni Di Domenico, Problemi e prospettive della biblioteconomia in Italia. In: Il nomos della biblioteca: Emanuele Casamassima e trent'anni dopo, a cura di Roberto Cardini, Piero Innocenti. Firenze: Polistampa, 2008, p. 237-257, ed in cui si afferma tra l'altro che «una parte di discorso coperta dall'endiadi library and information chiama in causa anche altre discipline (la documentazione, l'archivistica), con cui la biblioteconomia è in rapporto di contiguità/distinzione». Cfr. anche Maurizio Vivarelli, Tra libri e informazioni: immagini, metafore, narrazioni della biblioteca pubblica. In: Piccoli scritti di biblioteconomia per Luigi Crocetti cit., p. 203-222 e Specie di spazi. Alcune riflessioni su osservazione e interpretazione della biblioteca pubblica contemporanea, «AIB studi», 54 (2014), n. 2/3, p. 181-199: 185-186, https://aibstudi.aib.it/article/view/10134, DOI: 10.2426/aibstudi-10134. Per quanto riguarda la documentazione cfr. Paola Castellucci, Eredità e prospettive per la documentazione in Italia, «Bollettino AIB», 47 (2007), n. 3, p. 239-255, https://bollettino.aib.it/article/view/ 5245/5012" target="_blank">https://bollettino.aib.it/article/view/ 5245/5012. Ci si limita infine a segnalare, nel loro insieme, i moltissimi contributi di Alfredo Serrai, riguardanti la nomenclatura concettuale della bibliografia, compendiati nel recente Bibliografia come scienza: introduzione al quadro scientifico e storico della bibliografia, prefazione di Fiammetta Sabba; postfazione di Marco Menato. Milano: Biblion, 2018.
56 Birger Hjørland, Library and information science (LIS). In: ISKO encyclopedia of knowledge organization cit., http://www.isko.org/cyclo/lis" target="_blank">http://www.isko.org/cyclo/lis.
57 I dati, nella loro versione più estesa, sono presentati in Maurizio Vivarelli, Dai frattali alle reti: un punto di vista olistico per la lettura. In: La biblioteca che cresce: contenuti e servizi tra frammentazione e integrazione: scenari e tendenze: convegno: Milano 14-15 marzo 2019, a cura dell'Associazione Biblioteche oggi. Milano: Editrice bibliografica, 2019, p. 35-46.
58 Le opere di riferimento, secondo lo stesso ordine, sono costituite da: Eugene Garfield, Essays of an information scientist: volumes 1-15. Philadelphia: ISI Press, 1962-1993, http://www.garfield.library.upenn.edu/essays.html" target="_blank">http://www.garfield.library.upenn.edu/essays.html; Jason Farradane, Professional education of the information scientist. In: Congrès international des bibliothèques et de centres de documentation, Brussels, 11-18 septembre 1955. La Haye: Martin Nijhoff, 1955, Volume II B Communications: Quatrième Congrès international des bibliothèques musicales, Vingt deuxième Conférence internationale de documentation, p. 76-81; Margaret Egan; Jesse H. Shera, Foundations of a theory of bibliography, «Library quarterly», 22 (1952), n. 2, p. 125-137, https://www.journals.uchicago.edu/doi/abs/10.1086/617874; Pierce Butler, An introduction to library science. Chicago: University of Chicago Press, 1933; Shiyali Ramamrita Ranganathan, The five laws of library science, with a foreword by P.S. Sivaswami Aiyer; an introduction by W.C. Berwick Sayers. Madras: Madras Library Association; London: Edward Goldston, 1931; Paul Otlet, Traité de documentation: le livre sur le livre: théorie et pratique. Bruxelles: Editiones mundaneum, 1934; Martin Schrettinger, Versuch eines vollständigen Lehrbuches der Bibliothek-Wissenschaft oder Anleitung zur vollkommenen Geschäftsführung eines Bibliothekärs […], Vol. 1. München: [Selbstverl.], 1810; Volume 2. München: Lindauer, 1829; Id., Handbuch der Bibliothek-Wissenschaft: besonders zum gebrauche der nicht-Bibliothekare [...]. Wien: F. Beck, 1834; Michael Denis, Einleitung in die Bucherkunde. Wien: Johann Thomas Trattner, 1777-1778; Gabriel Naudé, Advis pour dresser une bibliothèque. Paris: Targa, 1627; Conrad Gesner, Bibliotheca vniuersalis, siue Catalogus omnium scriptorum locupletissimus, in tribus linguis, Latina, Græca, & Hebraica[…]. Tiguri: Christoph Froscher, 1545; Johannes Trithemius, Explicitus est liber de scriptoribus ecclesiasticis disertissimi patris domini Iohannis de Trittenhem abbatis Spanhemensis […]. Basileae: Johann Amerbach, 1494.
59 Un punto di riferimento fondamentale per la storia della tradizione bibliografica è costituito da Alfredo Serrai, Storia della bibliografia. Roma: Bulzoni, 1988-2001.
60 Cfr. B. Hjørland, Library and information science (LIS) cit.; dello stesso autore si veda anche Library and information science (LIS), Part 1, «Knowledge organization», 45 (2018), n. 3, p. 232-254, https://doi.org/10.5771/0943-7444-2018-3-232, DOI: 10.5771/0943-7444-2018-3-232. Interessanti considerazioni sono proposte anche in Riccardo Ridi, Biblioteconomia e organizzazione della conoscenza: quattro ipotesi fondazionali. In: 1. Seminario nazionale di biblioteconomia: didattica e ricerca nell'Università italiana e confronti internazionali: Roma, 30-31 maggio 2013, a cura di Alberto Petrucciani, Giovanni Solimine; materiali e contributi a cura di Gianfranco Crupi. Milano: Ledizioni, 2013, p. 99-108.
61 B. Hjørland, Library and information science (LIS) cit.
62 Sul tema della formazione LIS in ambito europeo cfr. inoltre Jeannie Borup Larsen, A survey of library & information science schools in Europe. In: European curriculum reflections on library and information science education, edited by Leif Kajberg, Leif Lørring. Copenhagen: Royal School of Library and Information Science, 2005, p. 232-242. http://euclid-lis.eu/wp-content/uploads/2014/02/european-curriculum-reflections.pdf.
63 Fonte: B. Hjørland, Library and information science (LIS) cit.
64 Maxine K. Rochester; Pertti Vakkari, International library and information science research: a comparison of national trends. IFLA, 2003, http://archive.ifla.org/VII/s24/pub/iflapr-82-e.pdf" target="_blank">http://archive.ifla.org/VII/s24/pub/iflapr-82-e.pdf.
65 Ivi, p. 5, Tables 1 e 2.
66 Kalervo Järvelin; Pertti Vakkari, The evolution of library and information science 1965-1985: a content analysis of journal articles, «Information processing & management», 29 (1993), p. 129-144, https://doi.org/10.1016/0306-4573(93)90028-C, DOI: 10.1016/0306-4573(93)90028-C.
67 Fonte: adattamento da M. K. Rochester; P. Vakkari, International library and information science research cit.
68 Carlos G. Figuerola; Francisco Javier García Marco; María Pinto, Mapping the evolution of library and information science (1978–2014) using topic modeling on LISA, «Scientometrics», 112 (2017), n. 3, p. 1507-1535, https://link.springer.com/article/10.1007/s11192-017-2432-9, DOI: 10.1007/s11192-017-2432-9.
69 Fonte: elaborazione da C. G. Figuerola; F. J. García Marco; M. Pinto, Mapping the evolution of library and information science cit.
70 Chiara Faggiolani; Giovanni Solimine, Lo slittamento di paradigma della biblioteconomia italiana. Una analisi metrica della manualistica di settore, «Ciencias de la documentación», 2, (2016), n. 2, p. 19-55. Ecco i dettagli delle due pubblicazioni oggetto dell'analisi: Biblioteconomia: principi e questioni, a cura di Giovanni Solimine, Paul G. Weston. Roma: Carocci, 2007 e Biblioteche e biblioteconomia: principi e questioni, a cura di Giovanni Solimine, Paul G. Weston. Roma: Carocci, 2015; nell'edizione del 2007 sono state rilevate 160.303 occorrenze linguistiche, divenute 196.304 in quella del 2015. L'analisi computazionale è stata effettuata con l'ausilio del software open source IRaMuTeQ (http://www.iramuteq.org/).
71 Adattamento da C. Faggiolani; G. Solimine, Lo slittamento di paradigma della biblioteconomia italiana cit.
72 Le riviste prese in esame, con l'indicazione analitica, tra parentesi, del numero degli articoli, sono: AIB studi (217), Bibelot (106), Biblioteche oggi (4.168), Bibliothecae.it (234), Bibliotime (538), Bollettino AIB (1.223), DOAJ (168), JLIS.it (263), Notizie AIB (11), Vedianche (111). Le riviste sono consultabili qui: http://openmlol.it/Media/Search?OrderBy=Popularity&OrderDir= DESC&PageSize= 12&Page= 1&Subject=35&Publisher=921&Typology=940" target="_blank">http://openmlol.it/Media/Search?OrderBy=Popularity&OrderDir= DESC&PageSize= 12&Page= 1&Subject=35&Publisher=921&Typology=940.
73 Fonte: https://www.facebook.com/medialibrary/photos/a.377671047933/10154621817997934/?type=3.
74 In una letteratura molto estesa cfr. John M. Budd, An epistemological foundation for library and information science, «The library quarterly», 65 (1995), July, p. 295-318, https://www.jstor.org/stable/4309044, DOI: 10.1086/602799. Per l'Italia cfr. Sebastiano Miccoli, Questioni di epistemologia biblioteconomica, «Bollettino AIB», 45 (2005), n. 4, p. 415-438, https://bollettino.aib.it/ article/view/5570/5314" target="_blank">https://bollettino.aib.it/ article/view/5570/5314.
75 M. Lana, Digital humanities e biblioteche cit., p. 221; Ying Zhang; Shu Liu; Emilee Mathews, Convergence of digital humanities and digital libraries, «Library management», 36 (2015), n. 4-5, p. 362-367, https://doi.org/10.1108/LM-09-2014-0116, DOI: 10.1108/LM-09-2014-0116.
76 Ben Showers, Does the library have a role to play in digital humanities?, «JISC. Digital infrastructure team», 23 febbraio 2012, https://infteam.jiscinvolve.org/wp/2012/02/23/does-the-library-have-a-role-to-play-in-the-digital-humanities/" target="_blank">https://infteam.jiscinvolve.org/wp/2012/02/23/does-the-library-have-a-role-to-play-in-the-digital-humanities/.
77 L. Robinson; E. Priego; D. Bawden, Library and information science and digital humanities cit.
78 Chris Alen Sula, Digital humanities and libraries: a conceptual model, «Journal of library administration», 53 (2013), n. 1, p. 10-26, https://doi.org/10.1080/01930826.2013.756680, DOI: 10.1080/ 01930826.2013.756680.
79 Marilena Daquino; Francesca Tomasi, Digital humanities e library and information science: attraverso le lenti dell'organizzazione della conoscenza, «Bibliothecae.it», 5 (2016), n. 1, p. 130-150, https://doi.org/10.6092/issn.2283-9364/6109, DOI: 10-6092/issn2283-9364/6109.
80 Ivi, p. 139.
81 M. Lana, Digital humanities e biblioteche cit., p. 222.
82 Su questa prospettiva cfr. Chiara Faggiolani, Una svolta narrativa per la biblioteconomia italiana?. In: Ead., Conoscere gli utenti per comunicare la biblioteca: il potere delle parole per misurare l'impatto, con contributi di Maddalena Battaggia [et al.]. Milano: Editrice bibliografica, 2019, p. 35 e seguenti; Chiara Faggiolani; Anna Galluzzi, Andare oltre impressionabilità e ideologia: la 'svolta narrativa' e gli strumenti di analisi della biblioteconomia sociale, «AIB studi», 57 (2017), n. 3, p. 445-465, http://dx.doi.org/10.2426/aibstudi-11704, DOI: 10.2426/aibstudi-11704; Egizia Cecchi; Chiara Faggiolani; Roberta Montepeloso, Dalla evidence-based librarianship alla narrative based librarianship: percorsi di ricerca emergenti in Italia, «Biblioteche oggi trends», 4 (2018), n. 1, p. 65-80, http://www.bibliotecheoggi.it/trends/article/view/781, DOI: 10.3302/2421-3810-201801-065-1.
83 Digital_humanities cit., p. 91.
84 Ivi, p. 98.
85 Il termine hedgefox è stato introdotto da Isaiah Berlin in The hedgehog and the fox: an essay on Tolstoy's view of history. London: Weidenfeld & Nicolson, 1953, in cui vengono individuate due forme metaforiche di acquisizione della conoscenza: secondo il modello del riccio (Platone, Dante, Hegel, Nietzsche, Proust) e della volpe (Aristotele, Erasmo, Shakespeare, Balzac, Joyce). L'espressione 'rapporti di forza' è utilizzata da Luciano Bianciardi per riferirsi alle dinamiche aziendali della 'grossa iniziativa': cfr. L'integrazione. Milano: Feltrinelli, 2014, p. 91.
86 Alcuni esempi di questa varietà definitoria sono forniti in M. Lana, Digital humanities e biblioteche cit., p. 191.
87 A. Serrai, Bibliografia come scienza cit., p. 21.
88 I testi fondativi possono essere individuati in Marc Bloch, Apologie pour l'histoire ou Metier d'historien. Paris: Armand Colin, 1953 e in Lucien Febvre, Combats pour l'histoire. Paris: Armand Colin, 1953.
89 Penso, ad esempio, ad opere come David Weinberger, Elogio del disordine: le regole del nuovo mondo digitale. Milano: BUR, 2010, pubblicata in inglese con il titolo Everything is miscellaneous: the power of the new digital order. New York: Times Books, 2007, in una fase di grande espansione della struttura tecno-culturale del web sociale.
90 Armando Petrucci, Leggere per leggere: un avvenire per la lettura. In: Storia della lettura nel mondo occidentale, a cura di Guglielmo Cavallo, Roger Chartier. Roma-Bari: Laterza, 2009 (prima edizione nel 1995).
91 Mi limito a ricordare l'indagine promossa da Censis e Treccani dal titolo La trasmissione della cultura nell'era digitale: rapporto finale. Roma: Fondazione CENSIS, 2015, https://www.treccani.it/export/sites/default/cultura/eventi_sala_igea/iniziative/La_trasmissione_della_cultura.pdf, che nella sua seconda parte è proprio dedicata alla «fenomenologia dei processi di formazione e trasmissione della conoscenza degli italiani nell'era digitale». Attraverso metodi di cluster analysis sono definiti cinque profili tipologici, denominati «tradizionalisti apocalittici», «opportunisti equilibrati», «corpaccione disorientato», «evoluzionisti», «residenti digitali».
92 Alessandro Baricco, The game. Torino, Einaudi, 2018. Si veda anche The game unplugged, mixed by Sebastiano Iannizzotto, Valentina Rivetti; feat. Alessandro Baricco. Torino: Einaudi, 2019, che propone estensioni, interpretazioni, commenti.
93 Cfr. in tal senso Gino Roncaglia, L'età della frammentazione: cultura del libro e scuola digitale. Roma-Bari: Laterza, 2018; Giovanni Solimine; Giorgio Zanchini, La cultura orizzontale. Roma-Bari: Laterza, 2020.
94 Paola Castellucci, Fuga dal Novecento: su The game, la rivoluzione digitale, e altre catastrofi, «AIB studi», 59 (2019), n. 1/2, p. 225-235, https://aibstudi.aib.it/article/view/11962, DOI; 10.2426/aibstudi-11962. Il termine 'antropocene' è stato introdotto negli anni Ottanta del secolo scorso dal premio Nobel per la chimica Paul Crutzen per definire l'epoca, avviata dalla seconda metà del XVIII secolo, in cui gli effetti delle azioni umane si sono sempre più fittamente compenetrati, e spesso drammaticamente, con gli ecosistemi naturali. Cfr. Paul J. Crutzen, Benvenuti nell'Antropocene: l'uomo ha cambiato il clima, la Terra entra in una nuova era, a cura di Andrea Parlangeli. Milano: Mondadori, 2005.
95 P. Castellucci, Fuga dal Novecento cit., p. 227-230.
96 Ivi, p. 231.
97 Il riferimento è a Michel de Certeau, L'invenzione del quotidiano, traduzione di Mario Baccianini, prefazione di Alberto Abruzzese; postfazione di Davide Borrelli. Roma: Edizioni lavoro, 2001 (L'invention du quotidien. Paris: Gallimard, 1990).
98 Luciano Floridi, La quarta rivoluzione: come l'infosfera sta trasformando il mondo. Milano: Raffello Cortina, 2017 (The 4th revolution: how the infosphere is reshaping human reality. New York: Oxford University Press, 2014).
99 Ivi, p. 47.
100 Gianluca Didino, Essere senza casa: sulla condizione di vivere in tempi strani. Roma: Minimum fax, 2020.
101 Tra le sue opere più note Capitalist realism: is there no alternative?. Winchester: Zero Books, 2009, e The weird and the eerie. London: Repeater Books, 2016. L'opera di Jacques Derrida cui si fa riferimento è Spettri di Marx: stato del debito, lavoro del lutto e nuova Internazionale. Milano: Raffello Cortina, 1994 (Spectres de Marx: l'état de la dette, le travail du deuil et la nouvelle Internationale. Paris: Galilée, 1993). Il termine hauntology delinea il campo di una ontology dell'haunting, cioè, alla lettera, dell''inquietante': in ultima analisi del weird.
102 G. Didino, Essere senza casa cit., p. 15.
103 Lisa Blackman, Haunted data: affect, transmedia, weird science. London-New York: Bloomsbury Academic, 2019. Cfr. su questi temi Luca Ferrieri, La biblioteca che verrà: pubblica, aperta, sociale. Milano: Editrice bibliografica, 2020, p. 124 e seguenti.
104 L. Ferrieri, La biblioteca che verrà cit., p. 20.
105 Ivi, p. 155.
106 Theodor H. Nelson, Complex information processing: a file structure for the complex, the changing, and the indeterminate. In: ACM '65: proceedings of the 1965 20th National Conference. New York: Association for Computing Machinery, 1965, p. 84-100, https://doi.org/10.1145/800197.806036, DOI: 10.1145/800197.806036; https://archive.org/details/ nelson-file-structure.
107 La cultura bibliografica, distesa lungo l'asse della 'lunga durata', potrebbe rivendicare e dunque scegliere di confrontarsi con i problemi della «collocazione epistemica ed organizzativa di tutto l'arco del sapere», ed anche svolgere la funzione di «organizzatrice delle memorie permanenti». Cfr. A. Serrai, Bibliografia come scienza cit., p. 98.
108 Un auspicio che credo di condividere con Luca Ferrieri, quando scrive che «dopo aver espresso la più fraterna accoglienza verso tutto ciò che è umano, dopo essere stata per lungo tempo l'incarnazione e l'avamposto dell'umanità, la biblioteca dovrebbe compiere lo stesso percorso nei confronti di ciò che è postumano» (La biblioteca che vorrei cit., p. 252).